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Lorenzo Maria Pacini
September 26, 2026
© Photo: Public domain

L’infrastruttura del mondo multipolare non è soltanto fisica ma ance e sempre più digitale. La SCO non sta costruendo unicamente un’Eurasia fisica, bensì sta cominciando a costruire un’Eurasia digitale — e chi avrà la capacità di connettere, proteggere e governare quello spazio eserciterà un’influenza rilevante sull’ordine multipolare che verrà.

Segue nostro Telegram.

Dallo spazio fisico allo spazio informativo

Chi studia l’integrazione eurasiatica tende a misurarla in chilometri di ferrovia e in tonnellate di merci movimentate. È una misura legittima, ma incompleta. Nel Ventunesimo secolo la connettività non riguarda soltanto strade, rotaie e porti: riguarda i dati, le telecomunicazioni, l’intelligenza artificiale, l’infrastruttura di cloud, i pagamenti digitali, la cibersicurezza e le reti informative. Un corridoio ferroviario collega città e mercati sul piano materiale; un corridoio digitale collega economie attraverso i flussi di informazione. La SCO ha cominciato a lavorare sistematicamente su questo secondo tipo di corridoio, e la posta in gioco è più alta di quanto la retorica infrastrutturale lasci intendere.

La dimensione digitale dell’Organizzazione ha una data di nascita istituzionale riconoscibile. Risale al Concept of Cooperation on Digitalisation and ICT (già redatto nel 2019), seguito da programmi sull’alfabetizzazione digitale e sull’intelligenza artificiale e, più di recente, da un Piano d’azione per la trasformazione digitale.  Al vertice di Tianjin del settembre 2025 i membri hanno adottato una dichiarazione specifica sul rafforzamento della cooperazione nell’economia digitale, chiedendo lo sviluppo di infrastrutture digitali, di infrastrutture pubbliche digitali, di comunicazioni di nuova generazione e di trasmissione affidabile dei dati, e promuovendo al tempo stesso la cooperazione su riservatezza e sicurezza delle informazioni. Il dato rilevante non è l’elenco degli ambiti, ma il loro passaggio di status: la dimensione digitale smette di essere un capitolo tecnico e diventa una componente strutturale dell’integrazione eurasiatica.

Conviene fissare fin da subito il registro dell’analisi. Descrivere questa traiettoria non equivale a certificarne il successo. La SCO resta un’organizzazione a coesione variabile, attraversata da rivalità profonde — quella sino-indiana in primo luogo — e le sue dichiarazioni programmatiche precedono spesso di anni la loro attuazione, quando questa arriva. La tesi qui sostenuta riguarda la direzione del processo e il suo significato strategico, non un esito già scritto.

La Cina come motore tecnologico

La Cina occupa una posizione centrale in questo processo, e non per ragioni retoriche. Il concetto di Digital Silk Road fornisce gran parte della base tecnologica e infrastrutturale della connettività digitale emergente. Nel luglio 2025 il vicepremier Ding Xuexiang ha chiesto esplicitamente un rafforzamento della connettività delle infrastrutture digitali nello spazio SCO — potenza di calcolo, elaborazione dei dati, una Digital Silk Road più ampia — e ha invocato un sistema multilaterale di governance della sicurezza digitale. Pechino dispone di capacità considerevoli lungo l’intera filiera: reti 5G e telecomunicazioni, cloud, intelligenza artificiale, sistemi di pagamento, big data, città intelligenti, costellazioni satellitari.

Da questa concentrazione di capacità nasce un’asimmetria strategica che merita di essere nominata con precisione. Chi fornisce l’infrastruttura tende anche a plasmare gli standard, i protocolli e l’ecosistema tecnologico ad essa associati. La connettività digitale è quindi geopolitica per costituzione, non per accidente: la scelta di un fornitore di infrastruttura critica è simultaneamente la scelta di un ambiente normativo e tecnico di lungo periodo. È qui che si misura la differenza tra una lettura ingenua della cooperazione — la Cina «aiuta» i partner a digitalizzarsi — e una lettura strategica, che riconosce nella fornitura infrastrutturale una forma di strutturazione durevole delle dipendenze.

L’ambizione di un ecosistema digitale autonomo

È il punto più importante e il più frainteso. La SCO non punta semplicemente a collegare i propri membri all’economia digitale globale esistente. L’agenda ufficiale — sicurezza dei dati, infrastrutture digitali, intelligenza artificiale, cibersicurezza, servizi pubblici digitali, commercio elettronico, standard tecnologici, sicurezza dell’informazione — lascia intravedere un’ambizione diversa: costruire una maggiore autonomia tecnologica regionale.

Le strutture operative confermano questa direzione. Il China–SCO Big Data Cooperation Center lavora esplicitamente su trasformazione digitale, sicurezza dei dati, servizi di big data collegati al sistema satellitare Beidou, formazione sulle competenze digitali e cooperazione tecnologica tra i paesi membri. Comincia così a delinearsi l’architettura di un possibile ecosistema digitale della SCO. È importante precisare cosa questo non significhi: non un’internet separata, non una «grande muraglia» eurasiatica. Significa qualcosa di più sottile e forse più solido — la capacità di far funzionare infrastrutture digitali, sistemi di dati e standard tecnologici senza dipendere in via esclusiva dagli ecosistemi tecnologici occidentali.

È esattamente qui che la connettività digitale interseca il concetto di autonomia strategica. Non si tratta di autarchia, che sarebbe economicamente irrazionale e tecnicamente impossibile, ma di riduzione della vulnerabilità: la differenza tra dipendere da un solo fornitore e disporre di alternative percorribili.

La logica ricalca quella dei corridoi terrestri. La connettività fisica crea ridondanza nei trasporti: se una rotta marittima viene interdetta, un corridoio terrestre offre un percorso alternativo. La connettività digitale può creare ridondanza nelle rotte dei dati, nei sistemi di telecomunicazione, nelle infrastrutture di cloud, nei sistemi di pagamento e nelle catene di fornitura tecnologiche.

Questa ridondanza acquista valore in un ambiente segnato da sanzioni, restrizioni tecnologiche, controlli sulle esportazioni, attacchi informatici, interruzioni infrastrutturali e frammentazione geopolitica. Quando l’infrastruttura digitale critica di un paese dipende interamente da fornitori esteri, quel paese diventa strategicamente vulnerabile: un’interruzione decisa altrove — per ostilità o per allineamento a un regime sanzionatorio terzo — può paralizzarne funzioni essenziali. Sviluppare capacità tecnologiche nazionali e regionali diventa perciò una politica di sicurezza nazionale a tutti gli effetti, non una scelta di politica industriale. È la ragione per cui la SCO tratta sempre più la cibersicurezza e la sovranità digitale come questioni strategiche anziché come problemi meramente tecnici.

Cybersecurity, il pilastro irrinunciabile

Su questo terreno la SCO ha una storia consolidata. L’Organizzazione ha sviluppato da tempo una cooperazione contro l’uso improprio delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per fini terroristici ed estremisti, in particolare attraverso la Struttura Regionale Antiterrorismo (RATS). L’agenda, però, si sta ampliando in modo netto: dalla criminalità informatica al ciberterrorismo, dalla sicurezza dell’informazione alla protezione dei dati, dalle infrastrutture critiche ai rischi connessi all’intelligenza artificiale.

La Dichiarazione di Astana del 2024 ha riaffermato la cooperazione sulla sicurezza internazionale dell’informazione e ha invocato un ambiente informativo sicuro fondato sul rispetto della sovranità statale e sulla non ingerenza. Nel 2025 l’agenda digitale si è ulteriormente istituzionalizzata. Il segno di questa evoluzione è concettuale prima ancora che organizzativo: l’Organizzazione tratta ormai il cyberspazio come un dominio di sovranità, allo stesso titolo del territorio, dello spazio aereo o delle acque territoriali.

Qui emerge una divergenza sostanziale tra l’approccio della SCO e il modello occidentale dominante di governance di internet. I paesi della SCO enfatizzano la sovranità statale, la giurisdizione nazionale, la sicurezza dell’informazione e la protezione delle infrastrutture digitali critiche. L’accento cade meno su un cyberspazio interamente aperto e decentralizzato, e più sulla capacità degli Stati sovrani di controllare e proteggere il proprio ambiente informativo.

Non è una disputa tecnica travestita da questione politica. È una diversa filosofia politica del cyberspazio. La posizione che va consolidandosi nella SCO sostiene, in termini generali, che il cyberspazio debba essere governato secondo i principi di sovranità e non ingerenza. I modelli occidentali hanno storicamente privilegiato una governance multi-stakeholder e un’architettura di internet globale relativamente aperta, in cui gli Stati sono un attore fra molti — accanto a imprese, comunità tecniche, società civile. Ridotta all’osso, la contrapposizione riguarda chi detenga l’autorità legittima sul cyberspazio: gli Stati sovrani o una comunità plurale di soggetti. È una domanda a cui le due tradizioni rispondono in modo incompatibile, e nessuna delle due risposta è politicamente neutra, per quanto entrambe si presentino come tali.

L’IA come acceleratore

L’intelligenza artificiale rende la posta ancora più alta. I membri della SCO hanno adottato un programma di cooperazione sull’IA nel 2022, e il vertice di Tianjin del 2025 ha elevato ulteriormente il tema all’interno dell’agenda dell’Organizzazione, sostenendo una roadmap comune e accogliendo la proposta di un centro regionale per l’IA a Dušanbe. L’IA introduce dimensioni di sicurezza nuove, perché lega insieme dati, potenza di calcolo, algoritmi, sistemi autonomi, capacità di intelligence e applicazioni militari lungo un’unica catena.

Ne discende che la connettività digitale non può più essere separata dalla sicurezza nazionale. Un paese che controlli i propri dati, la propria infrastruttura di calcolo, le proprie telecomunicazioni, i propri modelli di IA, la propria filiera dei semiconduttori e le proprie infrastrutture di cloud dispone di un’autonomia strategica sensibilmente maggiore rispetto a chi dipende dall’esterno per uno solo di questi anelli. L’agenda digitale della SCO entra così, gradualmente, nella sua più ampia architettura geopolitico-strategica.

Il pluralismo tecnologico e il ruolo dell’India

L’India rende la dimensione digitale della SCO più interessante, e più complicata. È simultaneamente membro della SCO, membro dei BRICS, potenza tecnologica, protagonista dell’economia digitale e partner degli Stati Uniti e dell’Europa. Questa collocazione multipla introduce nell’Organizzazione un elemento di pluralismo tecnologico che ne contraddice la lettura come blocco monolitico a guida cinese.

Nuova Delhi non ha interesse a che un ecosistema tecnologico cinese domini l’Eurasia; al vertice di Bishek, come era già successo a Tianjin, ha ribadito il proprio rifiuto della Belt and Road Initiative pur aderendo all’agenda digitale, e ha valorizzato canali di connettività alternativi come il porto di Chabahar.  Al tempo stesso ha un forte interesse alla cooperazione digitale con Russia, Asia Centrale, Iran e altri paesi del Sud globale, e dispone di una propria infrastruttura pubblica digitale di rilievo mondiale. L’India spinge perciò verso una configurazione a più centri tecnologici anziché verso un centro unico, in coerenza con la sua dottrina di autonomia strategica. La SCO digitale è al tempo stesso trainata dalla Cina e trattenuta dall’India, e la sua traiettoria dipenderà da come questa tensione verrà gestita – e qui la Russia gioca un ruolo centrale.

Sembra scontato dirlo, ma più la SCO si connette digitalmente, più la cibersicurezza diventa decisiva. È il paradosso centrale dell’intera costruzione. Un ecosistema digitale eurasiatico integrato coinvolgerebbe banche, porti, ferrovie, sistemi energetici, telecomunicazioni, servizi pubblici, logistica e intelligenza artificiale in un’unica trama interdipendente. In un sistema così accoppiato, un attacco contro un nodo può produrre effetti a cascata su molti altri: la stessa densità di connessioni che genera efficienza genera anche vulnerabilità sistemica.

La conseguenza operativa è netta. La cibersicurezza non può essere trattata come uno strato tecnico aggiunto a posteriori, ma va incorporata nell’architettura fin dall’inizio, per progetto e non per correzione. Lo ha riconosciuto lo stesso Segretario generale dell’Organizzazione, indicando nella cibersicurezza, nella protezione dei dati e nell’accesso alle tecnologie avanzate le grandi sfide dell’era digitale. La resilienza, in altre parole, è una proprietà del disegno complessivo, non un accessorio.

Il risultato geopolitico più profondo

È il punto in cui la connettività digitale si salda alla teoria del multipolarismo. La polarità di un ordine internazionale viene di norma descritta attraverso la potenza militare, il prodotto interno lordo, gli arsenali nucleari, la demografia. La fase successiva del multipolarismo dipenderà però in misura crescente dall’infrastruttura digitale. Chi controlla i dati, l’intelligenza artificiale, le telecomunicazioni, i pagamenti digitali, il cloud, le reti satellitari e la cibersicurezza dispone di risorse strategiche paragonabili, per certi versi, a quelle energetiche e di trasporto che hanno definito le gerarchie di potenza del Novecento.

Conviene allora distinguere due forme di connettività della SCO. L’Eurasia fisica è fatta di ferrovie, strade, oleodotti, porti, logistica; l’Eurasia digitale è fatta di telecomunicazioni, dati, IA, pagamenti, cloud, cibersicurezza. Insieme compongono qualcosa di più ampio di entrambe: uno spazio strategico eurasiatico connesso. La logica che le unisce è la stessa che Mackinder intuì un secolo fa parlando dell’Heartland — la profondità continentale come riparo dal dominio delle potenze marittime — trasposta però su un piano che Mackinder non poteva prevedere. Come i corridoi terrestri riducono la dipendenza dai singoli colli di bottiglia marittimi, così la connettività digitale può ridurre la dipendenza dalle infrastrutture tecnologiche e informative esterne.

Resta un margine di cautela doveroso. Che l’ambizione esista è documentabile; che si realizzi non lo è ancora. La distanza tra le dichiarazioni di Tianjin e un ecosistema digitale eurasiatico effettivamente funzionante e autonomo resta considerevole, e le rivalità interne all’Organizzazione — a partire da quella tra i suoi due giganti — possono rallentarla o deformarla. Nei prossimi anni gli indicatori da osservare sono concreti: l’adozione effettiva di standard tecnologici comuni, la diffusione di sistemi di pagamento interoperabili tra i membri, la nascita di capacità di calcolo e di modelli di IA condivisi, il grado di reale interoperabilità dei rispettivi apparati di cibersicurezza. Se questi indicatori si muoveranno, la tesi qui sostenuta troverà conferma; se resteranno fermi, l’Eurasia digitale sarà rimasta un progetto sulla carta.

L’infrastruttura del mondo multipolare non è soltanto fisica ma ance e sempre più digitale. La SCO non sta costruendo unicamente un’Eurasia fisica, bensì sta cominciando a costruire un’Eurasia digitale — e chi avrà la capacità di connettere, proteggere e governare quello spazio eserciterà un’influenza rilevante sull’ordine multipolare che verrà.

Connettività digitale e spazio strategico per la SCO

L’infrastruttura del mondo multipolare non è soltanto fisica ma ance e sempre più digitale. La SCO non sta costruendo unicamente un’Eurasia fisica, bensì sta cominciando a costruire un’Eurasia digitale — e chi avrà la capacità di connettere, proteggere e governare quello spazio eserciterà un’influenza rilevante sull’ordine multipolare che verrà.

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Dallo spazio fisico allo spazio informativo

Chi studia l’integrazione eurasiatica tende a misurarla in chilometri di ferrovia e in tonnellate di merci movimentate. È una misura legittima, ma incompleta. Nel Ventunesimo secolo la connettività non riguarda soltanto strade, rotaie e porti: riguarda i dati, le telecomunicazioni, l’intelligenza artificiale, l’infrastruttura di cloud, i pagamenti digitali, la cibersicurezza e le reti informative. Un corridoio ferroviario collega città e mercati sul piano materiale; un corridoio digitale collega economie attraverso i flussi di informazione. La SCO ha cominciato a lavorare sistematicamente su questo secondo tipo di corridoio, e la posta in gioco è più alta di quanto la retorica infrastrutturale lasci intendere.

La dimensione digitale dell’Organizzazione ha una data di nascita istituzionale riconoscibile. Risale al Concept of Cooperation on Digitalisation and ICT (già redatto nel 2019), seguito da programmi sull’alfabetizzazione digitale e sull’intelligenza artificiale e, più di recente, da un Piano d’azione per la trasformazione digitale.  Al vertice di Tianjin del settembre 2025 i membri hanno adottato una dichiarazione specifica sul rafforzamento della cooperazione nell’economia digitale, chiedendo lo sviluppo di infrastrutture digitali, di infrastrutture pubbliche digitali, di comunicazioni di nuova generazione e di trasmissione affidabile dei dati, e promuovendo al tempo stesso la cooperazione su riservatezza e sicurezza delle informazioni. Il dato rilevante non è l’elenco degli ambiti, ma il loro passaggio di status: la dimensione digitale smette di essere un capitolo tecnico e diventa una componente strutturale dell’integrazione eurasiatica.

Conviene fissare fin da subito il registro dell’analisi. Descrivere questa traiettoria non equivale a certificarne il successo. La SCO resta un’organizzazione a coesione variabile, attraversata da rivalità profonde — quella sino-indiana in primo luogo — e le sue dichiarazioni programmatiche precedono spesso di anni la loro attuazione, quando questa arriva. La tesi qui sostenuta riguarda la direzione del processo e il suo significato strategico, non un esito già scritto.

La Cina come motore tecnologico

La Cina occupa una posizione centrale in questo processo, e non per ragioni retoriche. Il concetto di Digital Silk Road fornisce gran parte della base tecnologica e infrastrutturale della connettività digitale emergente. Nel luglio 2025 il vicepremier Ding Xuexiang ha chiesto esplicitamente un rafforzamento della connettività delle infrastrutture digitali nello spazio SCO — potenza di calcolo, elaborazione dei dati, una Digital Silk Road più ampia — e ha invocato un sistema multilaterale di governance della sicurezza digitale. Pechino dispone di capacità considerevoli lungo l’intera filiera: reti 5G e telecomunicazioni, cloud, intelligenza artificiale, sistemi di pagamento, big data, città intelligenti, costellazioni satellitari.

Da questa concentrazione di capacità nasce un’asimmetria strategica che merita di essere nominata con precisione. Chi fornisce l’infrastruttura tende anche a plasmare gli standard, i protocolli e l’ecosistema tecnologico ad essa associati. La connettività digitale è quindi geopolitica per costituzione, non per accidente: la scelta di un fornitore di infrastruttura critica è simultaneamente la scelta di un ambiente normativo e tecnico di lungo periodo. È qui che si misura la differenza tra una lettura ingenua della cooperazione — la Cina «aiuta» i partner a digitalizzarsi — e una lettura strategica, che riconosce nella fornitura infrastrutturale una forma di strutturazione durevole delle dipendenze.

L’ambizione di un ecosistema digitale autonomo

È il punto più importante e il più frainteso. La SCO non punta semplicemente a collegare i propri membri all’economia digitale globale esistente. L’agenda ufficiale — sicurezza dei dati, infrastrutture digitali, intelligenza artificiale, cibersicurezza, servizi pubblici digitali, commercio elettronico, standard tecnologici, sicurezza dell’informazione — lascia intravedere un’ambizione diversa: costruire una maggiore autonomia tecnologica regionale.

Le strutture operative confermano questa direzione. Il China–SCO Big Data Cooperation Center lavora esplicitamente su trasformazione digitale, sicurezza dei dati, servizi di big data collegati al sistema satellitare Beidou, formazione sulle competenze digitali e cooperazione tecnologica tra i paesi membri. Comincia così a delinearsi l’architettura di un possibile ecosistema digitale della SCO. È importante precisare cosa questo non significhi: non un’internet separata, non una «grande muraglia» eurasiatica. Significa qualcosa di più sottile e forse più solido — la capacità di far funzionare infrastrutture digitali, sistemi di dati e standard tecnologici senza dipendere in via esclusiva dagli ecosistemi tecnologici occidentali.

È esattamente qui che la connettività digitale interseca il concetto di autonomia strategica. Non si tratta di autarchia, che sarebbe economicamente irrazionale e tecnicamente impossibile, ma di riduzione della vulnerabilità: la differenza tra dipendere da un solo fornitore e disporre di alternative percorribili.

La logica ricalca quella dei corridoi terrestri. La connettività fisica crea ridondanza nei trasporti: se una rotta marittima viene interdetta, un corridoio terrestre offre un percorso alternativo. La connettività digitale può creare ridondanza nelle rotte dei dati, nei sistemi di telecomunicazione, nelle infrastrutture di cloud, nei sistemi di pagamento e nelle catene di fornitura tecnologiche.

Questa ridondanza acquista valore in un ambiente segnato da sanzioni, restrizioni tecnologiche, controlli sulle esportazioni, attacchi informatici, interruzioni infrastrutturali e frammentazione geopolitica. Quando l’infrastruttura digitale critica di un paese dipende interamente da fornitori esteri, quel paese diventa strategicamente vulnerabile: un’interruzione decisa altrove — per ostilità o per allineamento a un regime sanzionatorio terzo — può paralizzarne funzioni essenziali. Sviluppare capacità tecnologiche nazionali e regionali diventa perciò una politica di sicurezza nazionale a tutti gli effetti, non una scelta di politica industriale. È la ragione per cui la SCO tratta sempre più la cibersicurezza e la sovranità digitale come questioni strategiche anziché come problemi meramente tecnici.

Cybersecurity, il pilastro irrinunciabile

Su questo terreno la SCO ha una storia consolidata. L’Organizzazione ha sviluppato da tempo una cooperazione contro l’uso improprio delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per fini terroristici ed estremisti, in particolare attraverso la Struttura Regionale Antiterrorismo (RATS). L’agenda, però, si sta ampliando in modo netto: dalla criminalità informatica al ciberterrorismo, dalla sicurezza dell’informazione alla protezione dei dati, dalle infrastrutture critiche ai rischi connessi all’intelligenza artificiale.

La Dichiarazione di Astana del 2024 ha riaffermato la cooperazione sulla sicurezza internazionale dell’informazione e ha invocato un ambiente informativo sicuro fondato sul rispetto della sovranità statale e sulla non ingerenza. Nel 2025 l’agenda digitale si è ulteriormente istituzionalizzata. Il segno di questa evoluzione è concettuale prima ancora che organizzativo: l’Organizzazione tratta ormai il cyberspazio come un dominio di sovranità, allo stesso titolo del territorio, dello spazio aereo o delle acque territoriali.

Qui emerge una divergenza sostanziale tra l’approccio della SCO e il modello occidentale dominante di governance di internet. I paesi della SCO enfatizzano la sovranità statale, la giurisdizione nazionale, la sicurezza dell’informazione e la protezione delle infrastrutture digitali critiche. L’accento cade meno su un cyberspazio interamente aperto e decentralizzato, e più sulla capacità degli Stati sovrani di controllare e proteggere il proprio ambiente informativo.

Non è una disputa tecnica travestita da questione politica. È una diversa filosofia politica del cyberspazio. La posizione che va consolidandosi nella SCO sostiene, in termini generali, che il cyberspazio debba essere governato secondo i principi di sovranità e non ingerenza. I modelli occidentali hanno storicamente privilegiato una governance multi-stakeholder e un’architettura di internet globale relativamente aperta, in cui gli Stati sono un attore fra molti — accanto a imprese, comunità tecniche, società civile. Ridotta all’osso, la contrapposizione riguarda chi detenga l’autorità legittima sul cyberspazio: gli Stati sovrani o una comunità plurale di soggetti. È una domanda a cui le due tradizioni rispondono in modo incompatibile, e nessuna delle due risposta è politicamente neutra, per quanto entrambe si presentino come tali.

L’IA come acceleratore

L’intelligenza artificiale rende la posta ancora più alta. I membri della SCO hanno adottato un programma di cooperazione sull’IA nel 2022, e il vertice di Tianjin del 2025 ha elevato ulteriormente il tema all’interno dell’agenda dell’Organizzazione, sostenendo una roadmap comune e accogliendo la proposta di un centro regionale per l’IA a Dušanbe. L’IA introduce dimensioni di sicurezza nuove, perché lega insieme dati, potenza di calcolo, algoritmi, sistemi autonomi, capacità di intelligence e applicazioni militari lungo un’unica catena.

Ne discende che la connettività digitale non può più essere separata dalla sicurezza nazionale. Un paese che controlli i propri dati, la propria infrastruttura di calcolo, le proprie telecomunicazioni, i propri modelli di IA, la propria filiera dei semiconduttori e le proprie infrastrutture di cloud dispone di un’autonomia strategica sensibilmente maggiore rispetto a chi dipende dall’esterno per uno solo di questi anelli. L’agenda digitale della SCO entra così, gradualmente, nella sua più ampia architettura geopolitico-strategica.

Il pluralismo tecnologico e il ruolo dell’India

L’India rende la dimensione digitale della SCO più interessante, e più complicata. È simultaneamente membro della SCO, membro dei BRICS, potenza tecnologica, protagonista dell’economia digitale e partner degli Stati Uniti e dell’Europa. Questa collocazione multipla introduce nell’Organizzazione un elemento di pluralismo tecnologico che ne contraddice la lettura come blocco monolitico a guida cinese.

Nuova Delhi non ha interesse a che un ecosistema tecnologico cinese domini l’Eurasia; al vertice di Bishek, come era già successo a Tianjin, ha ribadito il proprio rifiuto della Belt and Road Initiative pur aderendo all’agenda digitale, e ha valorizzato canali di connettività alternativi come il porto di Chabahar.  Al tempo stesso ha un forte interesse alla cooperazione digitale con Russia, Asia Centrale, Iran e altri paesi del Sud globale, e dispone di una propria infrastruttura pubblica digitale di rilievo mondiale. L’India spinge perciò verso una configurazione a più centri tecnologici anziché verso un centro unico, in coerenza con la sua dottrina di autonomia strategica. La SCO digitale è al tempo stesso trainata dalla Cina e trattenuta dall’India, e la sua traiettoria dipenderà da come questa tensione verrà gestita – e qui la Russia gioca un ruolo centrale.

Sembra scontato dirlo, ma più la SCO si connette digitalmente, più la cibersicurezza diventa decisiva. È il paradosso centrale dell’intera costruzione. Un ecosistema digitale eurasiatico integrato coinvolgerebbe banche, porti, ferrovie, sistemi energetici, telecomunicazioni, servizi pubblici, logistica e intelligenza artificiale in un’unica trama interdipendente. In un sistema così accoppiato, un attacco contro un nodo può produrre effetti a cascata su molti altri: la stessa densità di connessioni che genera efficienza genera anche vulnerabilità sistemica.

La conseguenza operativa è netta. La cibersicurezza non può essere trattata come uno strato tecnico aggiunto a posteriori, ma va incorporata nell’architettura fin dall’inizio, per progetto e non per correzione. Lo ha riconosciuto lo stesso Segretario generale dell’Organizzazione, indicando nella cibersicurezza, nella protezione dei dati e nell’accesso alle tecnologie avanzate le grandi sfide dell’era digitale. La resilienza, in altre parole, è una proprietà del disegno complessivo, non un accessorio.

Il risultato geopolitico più profondo

È il punto in cui la connettività digitale si salda alla teoria del multipolarismo. La polarità di un ordine internazionale viene di norma descritta attraverso la potenza militare, il prodotto interno lordo, gli arsenali nucleari, la demografia. La fase successiva del multipolarismo dipenderà però in misura crescente dall’infrastruttura digitale. Chi controlla i dati, l’intelligenza artificiale, le telecomunicazioni, i pagamenti digitali, il cloud, le reti satellitari e la cibersicurezza dispone di risorse strategiche paragonabili, per certi versi, a quelle energetiche e di trasporto che hanno definito le gerarchie di potenza del Novecento.

Conviene allora distinguere due forme di connettività della SCO. L’Eurasia fisica è fatta di ferrovie, strade, oleodotti, porti, logistica; l’Eurasia digitale è fatta di telecomunicazioni, dati, IA, pagamenti, cloud, cibersicurezza. Insieme compongono qualcosa di più ampio di entrambe: uno spazio strategico eurasiatico connesso. La logica che le unisce è la stessa che Mackinder intuì un secolo fa parlando dell’Heartland — la profondità continentale come riparo dal dominio delle potenze marittime — trasposta però su un piano che Mackinder non poteva prevedere. Come i corridoi terrestri riducono la dipendenza dai singoli colli di bottiglia marittimi, così la connettività digitale può ridurre la dipendenza dalle infrastrutture tecnologiche e informative esterne.

Resta un margine di cautela doveroso. Che l’ambizione esista è documentabile; che si realizzi non lo è ancora. La distanza tra le dichiarazioni di Tianjin e un ecosistema digitale eurasiatico effettivamente funzionante e autonomo resta considerevole, e le rivalità interne all’Organizzazione — a partire da quella tra i suoi due giganti — possono rallentarla o deformarla. Nei prossimi anni gli indicatori da osservare sono concreti: l’adozione effettiva di standard tecnologici comuni, la diffusione di sistemi di pagamento interoperabili tra i membri, la nascita di capacità di calcolo e di modelli di IA condivisi, il grado di reale interoperabilità dei rispettivi apparati di cibersicurezza. Se questi indicatori si muoveranno, la tesi qui sostenuta troverà conferma; se resteranno fermi, l’Eurasia digitale sarà rimasta un progetto sulla carta.

L’infrastruttura del mondo multipolare non è soltanto fisica ma ance e sempre più digitale. La SCO non sta costruendo unicamente un’Eurasia fisica, bensì sta cominciando a costruire un’Eurasia digitale — e chi avrà la capacità di connettere, proteggere e governare quello spazio eserciterà un’influenza rilevante sull’ordine multipolare che verrà.

L’infrastruttura del mondo multipolare non è soltanto fisica ma ance e sempre più digitale. La SCO non sta costruendo unicamente un’Eurasia fisica, bensì sta cominciando a costruire un’Eurasia digitale — e chi avrà la capacità di connettere, proteggere e governare quello spazio eserciterà un’influenza rilevante sull’ordine multipolare che verrà.

Segue nostro Telegram.

Dallo spazio fisico allo spazio informativo

Chi studia l’integrazione eurasiatica tende a misurarla in chilometri di ferrovia e in tonnellate di merci movimentate. È una misura legittima, ma incompleta. Nel Ventunesimo secolo la connettività non riguarda soltanto strade, rotaie e porti: riguarda i dati, le telecomunicazioni, l’intelligenza artificiale, l’infrastruttura di cloud, i pagamenti digitali, la cibersicurezza e le reti informative. Un corridoio ferroviario collega città e mercati sul piano materiale; un corridoio digitale collega economie attraverso i flussi di informazione. La SCO ha cominciato a lavorare sistematicamente su questo secondo tipo di corridoio, e la posta in gioco è più alta di quanto la retorica infrastrutturale lasci intendere.

La dimensione digitale dell’Organizzazione ha una data di nascita istituzionale riconoscibile. Risale al Concept of Cooperation on Digitalisation and ICT (già redatto nel 2019), seguito da programmi sull’alfabetizzazione digitale e sull’intelligenza artificiale e, più di recente, da un Piano d’azione per la trasformazione digitale.  Al vertice di Tianjin del settembre 2025 i membri hanno adottato una dichiarazione specifica sul rafforzamento della cooperazione nell’economia digitale, chiedendo lo sviluppo di infrastrutture digitali, di infrastrutture pubbliche digitali, di comunicazioni di nuova generazione e di trasmissione affidabile dei dati, e promuovendo al tempo stesso la cooperazione su riservatezza e sicurezza delle informazioni. Il dato rilevante non è l’elenco degli ambiti, ma il loro passaggio di status: la dimensione digitale smette di essere un capitolo tecnico e diventa una componente strutturale dell’integrazione eurasiatica.

Conviene fissare fin da subito il registro dell’analisi. Descrivere questa traiettoria non equivale a certificarne il successo. La SCO resta un’organizzazione a coesione variabile, attraversata da rivalità profonde — quella sino-indiana in primo luogo — e le sue dichiarazioni programmatiche precedono spesso di anni la loro attuazione, quando questa arriva. La tesi qui sostenuta riguarda la direzione del processo e il suo significato strategico, non un esito già scritto.

La Cina come motore tecnologico

La Cina occupa una posizione centrale in questo processo, e non per ragioni retoriche. Il concetto di Digital Silk Road fornisce gran parte della base tecnologica e infrastrutturale della connettività digitale emergente. Nel luglio 2025 il vicepremier Ding Xuexiang ha chiesto esplicitamente un rafforzamento della connettività delle infrastrutture digitali nello spazio SCO — potenza di calcolo, elaborazione dei dati, una Digital Silk Road più ampia — e ha invocato un sistema multilaterale di governance della sicurezza digitale. Pechino dispone di capacità considerevoli lungo l’intera filiera: reti 5G e telecomunicazioni, cloud, intelligenza artificiale, sistemi di pagamento, big data, città intelligenti, costellazioni satellitari.

Da questa concentrazione di capacità nasce un’asimmetria strategica che merita di essere nominata con precisione. Chi fornisce l’infrastruttura tende anche a plasmare gli standard, i protocolli e l’ecosistema tecnologico ad essa associati. La connettività digitale è quindi geopolitica per costituzione, non per accidente: la scelta di un fornitore di infrastruttura critica è simultaneamente la scelta di un ambiente normativo e tecnico di lungo periodo. È qui che si misura la differenza tra una lettura ingenua della cooperazione — la Cina «aiuta» i partner a digitalizzarsi — e una lettura strategica, che riconosce nella fornitura infrastrutturale una forma di strutturazione durevole delle dipendenze.

L’ambizione di un ecosistema digitale autonomo

È il punto più importante e il più frainteso. La SCO non punta semplicemente a collegare i propri membri all’economia digitale globale esistente. L’agenda ufficiale — sicurezza dei dati, infrastrutture digitali, intelligenza artificiale, cibersicurezza, servizi pubblici digitali, commercio elettronico, standard tecnologici, sicurezza dell’informazione — lascia intravedere un’ambizione diversa: costruire una maggiore autonomia tecnologica regionale.

Le strutture operative confermano questa direzione. Il China–SCO Big Data Cooperation Center lavora esplicitamente su trasformazione digitale, sicurezza dei dati, servizi di big data collegati al sistema satellitare Beidou, formazione sulle competenze digitali e cooperazione tecnologica tra i paesi membri. Comincia così a delinearsi l’architettura di un possibile ecosistema digitale della SCO. È importante precisare cosa questo non significhi: non un’internet separata, non una «grande muraglia» eurasiatica. Significa qualcosa di più sottile e forse più solido — la capacità di far funzionare infrastrutture digitali, sistemi di dati e standard tecnologici senza dipendere in via esclusiva dagli ecosistemi tecnologici occidentali.

È esattamente qui che la connettività digitale interseca il concetto di autonomia strategica. Non si tratta di autarchia, che sarebbe economicamente irrazionale e tecnicamente impossibile, ma di riduzione della vulnerabilità: la differenza tra dipendere da un solo fornitore e disporre di alternative percorribili.

La logica ricalca quella dei corridoi terrestri. La connettività fisica crea ridondanza nei trasporti: se una rotta marittima viene interdetta, un corridoio terrestre offre un percorso alternativo. La connettività digitale può creare ridondanza nelle rotte dei dati, nei sistemi di telecomunicazione, nelle infrastrutture di cloud, nei sistemi di pagamento e nelle catene di fornitura tecnologiche.

Questa ridondanza acquista valore in un ambiente segnato da sanzioni, restrizioni tecnologiche, controlli sulle esportazioni, attacchi informatici, interruzioni infrastrutturali e frammentazione geopolitica. Quando l’infrastruttura digitale critica di un paese dipende interamente da fornitori esteri, quel paese diventa strategicamente vulnerabile: un’interruzione decisa altrove — per ostilità o per allineamento a un regime sanzionatorio terzo — può paralizzarne funzioni essenziali. Sviluppare capacità tecnologiche nazionali e regionali diventa perciò una politica di sicurezza nazionale a tutti gli effetti, non una scelta di politica industriale. È la ragione per cui la SCO tratta sempre più la cibersicurezza e la sovranità digitale come questioni strategiche anziché come problemi meramente tecnici.

Cybersecurity, il pilastro irrinunciabile

Su questo terreno la SCO ha una storia consolidata. L’Organizzazione ha sviluppato da tempo una cooperazione contro l’uso improprio delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per fini terroristici ed estremisti, in particolare attraverso la Struttura Regionale Antiterrorismo (RATS). L’agenda, però, si sta ampliando in modo netto: dalla criminalità informatica al ciberterrorismo, dalla sicurezza dell’informazione alla protezione dei dati, dalle infrastrutture critiche ai rischi connessi all’intelligenza artificiale.

La Dichiarazione di Astana del 2024 ha riaffermato la cooperazione sulla sicurezza internazionale dell’informazione e ha invocato un ambiente informativo sicuro fondato sul rispetto della sovranità statale e sulla non ingerenza. Nel 2025 l’agenda digitale si è ulteriormente istituzionalizzata. Il segno di questa evoluzione è concettuale prima ancora che organizzativo: l’Organizzazione tratta ormai il cyberspazio come un dominio di sovranità, allo stesso titolo del territorio, dello spazio aereo o delle acque territoriali.

Qui emerge una divergenza sostanziale tra l’approccio della SCO e il modello occidentale dominante di governance di internet. I paesi della SCO enfatizzano la sovranità statale, la giurisdizione nazionale, la sicurezza dell’informazione e la protezione delle infrastrutture digitali critiche. L’accento cade meno su un cyberspazio interamente aperto e decentralizzato, e più sulla capacità degli Stati sovrani di controllare e proteggere il proprio ambiente informativo.

Non è una disputa tecnica travestita da questione politica. È una diversa filosofia politica del cyberspazio. La posizione che va consolidandosi nella SCO sostiene, in termini generali, che il cyberspazio debba essere governato secondo i principi di sovranità e non ingerenza. I modelli occidentali hanno storicamente privilegiato una governance multi-stakeholder e un’architettura di internet globale relativamente aperta, in cui gli Stati sono un attore fra molti — accanto a imprese, comunità tecniche, società civile. Ridotta all’osso, la contrapposizione riguarda chi detenga l’autorità legittima sul cyberspazio: gli Stati sovrani o una comunità plurale di soggetti. È una domanda a cui le due tradizioni rispondono in modo incompatibile, e nessuna delle due risposta è politicamente neutra, per quanto entrambe si presentino come tali.

L’IA come acceleratore

L’intelligenza artificiale rende la posta ancora più alta. I membri della SCO hanno adottato un programma di cooperazione sull’IA nel 2022, e il vertice di Tianjin del 2025 ha elevato ulteriormente il tema all’interno dell’agenda dell’Organizzazione, sostenendo una roadmap comune e accogliendo la proposta di un centro regionale per l’IA a Dušanbe. L’IA introduce dimensioni di sicurezza nuove, perché lega insieme dati, potenza di calcolo, algoritmi, sistemi autonomi, capacità di intelligence e applicazioni militari lungo un’unica catena.

Ne discende che la connettività digitale non può più essere separata dalla sicurezza nazionale. Un paese che controlli i propri dati, la propria infrastruttura di calcolo, le proprie telecomunicazioni, i propri modelli di IA, la propria filiera dei semiconduttori e le proprie infrastrutture di cloud dispone di un’autonomia strategica sensibilmente maggiore rispetto a chi dipende dall’esterno per uno solo di questi anelli. L’agenda digitale della SCO entra così, gradualmente, nella sua più ampia architettura geopolitico-strategica.

Il pluralismo tecnologico e il ruolo dell’India

L’India rende la dimensione digitale della SCO più interessante, e più complicata. È simultaneamente membro della SCO, membro dei BRICS, potenza tecnologica, protagonista dell’economia digitale e partner degli Stati Uniti e dell’Europa. Questa collocazione multipla introduce nell’Organizzazione un elemento di pluralismo tecnologico che ne contraddice la lettura come blocco monolitico a guida cinese.

Nuova Delhi non ha interesse a che un ecosistema tecnologico cinese domini l’Eurasia; al vertice di Bishek, come era già successo a Tianjin, ha ribadito il proprio rifiuto della Belt and Road Initiative pur aderendo all’agenda digitale, e ha valorizzato canali di connettività alternativi come il porto di Chabahar.  Al tempo stesso ha un forte interesse alla cooperazione digitale con Russia, Asia Centrale, Iran e altri paesi del Sud globale, e dispone di una propria infrastruttura pubblica digitale di rilievo mondiale. L’India spinge perciò verso una configurazione a più centri tecnologici anziché verso un centro unico, in coerenza con la sua dottrina di autonomia strategica. La SCO digitale è al tempo stesso trainata dalla Cina e trattenuta dall’India, e la sua traiettoria dipenderà da come questa tensione verrà gestita – e qui la Russia gioca un ruolo centrale.

Sembra scontato dirlo, ma più la SCO si connette digitalmente, più la cibersicurezza diventa decisiva. È il paradosso centrale dell’intera costruzione. Un ecosistema digitale eurasiatico integrato coinvolgerebbe banche, porti, ferrovie, sistemi energetici, telecomunicazioni, servizi pubblici, logistica e intelligenza artificiale in un’unica trama interdipendente. In un sistema così accoppiato, un attacco contro un nodo può produrre effetti a cascata su molti altri: la stessa densità di connessioni che genera efficienza genera anche vulnerabilità sistemica.

La conseguenza operativa è netta. La cibersicurezza non può essere trattata come uno strato tecnico aggiunto a posteriori, ma va incorporata nell’architettura fin dall’inizio, per progetto e non per correzione. Lo ha riconosciuto lo stesso Segretario generale dell’Organizzazione, indicando nella cibersicurezza, nella protezione dei dati e nell’accesso alle tecnologie avanzate le grandi sfide dell’era digitale. La resilienza, in altre parole, è una proprietà del disegno complessivo, non un accessorio.

Il risultato geopolitico più profondo

È il punto in cui la connettività digitale si salda alla teoria del multipolarismo. La polarità di un ordine internazionale viene di norma descritta attraverso la potenza militare, il prodotto interno lordo, gli arsenali nucleari, la demografia. La fase successiva del multipolarismo dipenderà però in misura crescente dall’infrastruttura digitale. Chi controlla i dati, l’intelligenza artificiale, le telecomunicazioni, i pagamenti digitali, il cloud, le reti satellitari e la cibersicurezza dispone di risorse strategiche paragonabili, per certi versi, a quelle energetiche e di trasporto che hanno definito le gerarchie di potenza del Novecento.

Conviene allora distinguere due forme di connettività della SCO. L’Eurasia fisica è fatta di ferrovie, strade, oleodotti, porti, logistica; l’Eurasia digitale è fatta di telecomunicazioni, dati, IA, pagamenti, cloud, cibersicurezza. Insieme compongono qualcosa di più ampio di entrambe: uno spazio strategico eurasiatico connesso. La logica che le unisce è la stessa che Mackinder intuì un secolo fa parlando dell’Heartland — la profondità continentale come riparo dal dominio delle potenze marittime — trasposta però su un piano che Mackinder non poteva prevedere. Come i corridoi terrestri riducono la dipendenza dai singoli colli di bottiglia marittimi, così la connettività digitale può ridurre la dipendenza dalle infrastrutture tecnologiche e informative esterne.

Resta un margine di cautela doveroso. Che l’ambizione esista è documentabile; che si realizzi non lo è ancora. La distanza tra le dichiarazioni di Tianjin e un ecosistema digitale eurasiatico effettivamente funzionante e autonomo resta considerevole, e le rivalità interne all’Organizzazione — a partire da quella tra i suoi due giganti — possono rallentarla o deformarla. Nei prossimi anni gli indicatori da osservare sono concreti: l’adozione effettiva di standard tecnologici comuni, la diffusione di sistemi di pagamento interoperabili tra i membri, la nascita di capacità di calcolo e di modelli di IA condivisi, il grado di reale interoperabilità dei rispettivi apparati di cibersicurezza. Se questi indicatori si muoveranno, la tesi qui sostenuta troverà conferma; se resteranno fermi, l’Eurasia digitale sarà rimasta un progetto sulla carta.

L’infrastruttura del mondo multipolare non è soltanto fisica ma ance e sempre più digitale. La SCO non sta costruendo unicamente un’Eurasia fisica, bensì sta cominciando a costruire un’Eurasia digitale — e chi avrà la capacità di connettere, proteggere e governare quello spazio eserciterà un’influenza rilevante sull’ordine multipolare che verrà.

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