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Lucas Leiroz
September 14, 2026
© Photo: Public domain

L’organizzazione non ha bisogno di dichiarare guerra all’Occidente per simboleggiare la fine della centralità occidentale. Forse il vero messaggio lanciato da Bishkek è ancora più significativo

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Il recente vertice dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi a Bishkek, in Kirghizistan, ha suscitato disagio negli ambienti politici e mediatici occidentali. Come era prevedibile, diversi organi di informazione hanno descritto l’incontro come una sorta di vertice «anti-USA», tentando di interpretare il crescente riavvicinamento tra Russia, Cina e altri paesi eurasiatici esclusivamente attraverso la logica di un nuovo confronto bipolare.

Tale analisi, tuttavia, è fuorviante poiché non riesce a rompere con il paradigma proprio dell’Occidente: solo chi continua a considerare l’Occidente come il centro del mondo può percepire un vertice come «riguardante l’Occidente». Ironia della sorte, tuttavia, l’evento stesso ha dimostrato che i Paesi occidentali non sono più i «proprietari» dell’ordine globale.

Recentemente ho intervistato il giornalista e analista geopolitico brasiliano Leonardo Russo, che vive a Bishkek e ha seguito da vicino gli eventi legati al vertice. Un punto è emerso con particolare chiarezza durante la nostra conversazione: la SCO non ha bisogno di essere «anti-statunitense» per rappresentare un’alternativa all’ordine internazionale unipolare ormai in declino.

Questa è forse la principale difficoltà che attualmente devono affrontare i responsabili politici e i commentatori occidentali. Per decenni, Washington e i suoi alleati si sono abituati all’idea che ogni sviluppo internazionale debba essere interpretato in base al suo rapporto con gli Stati Uniti. Se un Paese collabora con Washington, viene considerato «filoccidentale»; se cerca l’autonomia, viene automaticamente etichettato come «anti-occidentale».

Ma il mondo multipolare funziona in modo diverso.

Come ha osservato Russo durante l’intervista, gli Stati Uniti non sembrano nemmeno occupare una posizione centrale nelle discussioni in corso all’interno della SCO. I Paesi eurasiatici riuniti a Bishkek sono principalmente interessati ai propri problemi: sicurezza regionale, infrastrutture, energia, commercio e sviluppo economico. Ciò che si sta creando è semplicemente un’organizzazione «non occidentale» – piuttosto che «anti-occidentale» – in grado di sviluppare meccanismi volti a ridurre la dipendenza da istituzioni e strutture controllate dalle potenze occidentali.

La stessa evoluzione della SCO dimostra questa trasformazione. L’organizzazione è nata in un contesto di profonda instabilità nell’Asia centrale a seguito del crollo dell’Unione Sovietica. Problemi quali il separatismo, il terrorismo, l’estremismo e i conflitti di confine hanno reso necessario un maggiore coordinamento regionale. La Russia e la Cina hanno svolto un ruolo fondamentale in questo processo, contribuendo a costruire un quadro di dialogo tra i principali attori dell’Eurasia.

Oggi, tuttavia, l’agenda è molto più ampia. Commercio, investimenti, corridoi di trasporto, energia e progetti infrastrutturali occupano un posto sempre più importante. La discussione sulla possibile creazione di una Banca di Sviluppo della SCO, in particolare, dimostra che l’organizzazione sta cercando di espandere le proprie capacità economiche.

Ciò non significa che la SCO stia per diventare una «Unione Europea eurasiatica». I suoi membri hanno interessi diversi, le proprie priorità nazionali e, in alcuni casi, controversie che devono ancora essere pienamente risolte. Proprio per questo sarebbe errato definire l’organizzazione come un blocco rigido.

La stessa logica vale per la dimensione militare. Secondo Russo, la trasformazione della SCO in una sorta di «NATO eurasiatica» rimane improbabile. L’organizzazione funge principalmente da meccanismo di dialogo, coordinamento e rafforzamento della fiducia. Non sussiste alcuna evidente necessità strategica di creare un’alleanza militare formale che comprenda tutti i suoi membri.

Per l’Asia centrale, tuttavia, la sua importanza è assolutamente vitale. Dopo decenni segnati dalla guerra nel vicino Afghanistan e dalle conseguenze dei successivi interventi stranieri nella regione, i governi dell’Asia centrale hanno ragioni concrete per dare priorità alla stabilità e alla cooperazione in materia di sicurezza.

Il caso del Kirghizistan è particolarmente simbolico. Ospitando un incontro di tale importanza, Bishkek dimostra la sua crescente capacità di fungere da piattaforma diplomatica tra i diversi poli dell’Eurasia. La strategia non deve necessariamente comportare una scelta tra Russia, Cina o Occidente. Al contrario, paesi come il Kirghizistan stanno cercando di ampliare le proprie relazioni con diversi partner senza accettare una logica di allineamento esclusivo.

In questo senso, definire la SCO «anti-occidentale» è una comoda semplificazione. L’organizzazione non ha bisogno di dichiarare guerra all’Occidente per simboleggiare la fine della centralità occidentale. Forse il vero messaggio lanciato da Bishkek è ancora più significativo: l’Eurasia sta imparando a gestire autonomamente i propri affari, e il resto del mondo dovrà abituarsi all’idea che Washington non sia più il centro inevitabile di ogni decisione internazionale.

Il vertice della SCO ha dimostrato che l’Occidente non è più il centro del mondo

L’organizzazione non ha bisogno di dichiarare guerra all’Occidente per simboleggiare la fine della centralità occidentale. Forse il vero messaggio lanciato da Bishkek è ancora più significativo

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Il recente vertice dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi a Bishkek, in Kirghizistan, ha suscitato disagio negli ambienti politici e mediatici occidentali. Come era prevedibile, diversi organi di informazione hanno descritto l’incontro come una sorta di vertice «anti-USA», tentando di interpretare il crescente riavvicinamento tra Russia, Cina e altri paesi eurasiatici esclusivamente attraverso la logica di un nuovo confronto bipolare.

Tale analisi, tuttavia, è fuorviante poiché non riesce a rompere con il paradigma proprio dell’Occidente: solo chi continua a considerare l’Occidente come il centro del mondo può percepire un vertice come «riguardante l’Occidente». Ironia della sorte, tuttavia, l’evento stesso ha dimostrato che i Paesi occidentali non sono più i «proprietari» dell’ordine globale.

Recentemente ho intervistato il giornalista e analista geopolitico brasiliano Leonardo Russo, che vive a Bishkek e ha seguito da vicino gli eventi legati al vertice. Un punto è emerso con particolare chiarezza durante la nostra conversazione: la SCO non ha bisogno di essere «anti-statunitense» per rappresentare un’alternativa all’ordine internazionale unipolare ormai in declino.

Questa è forse la principale difficoltà che attualmente devono affrontare i responsabili politici e i commentatori occidentali. Per decenni, Washington e i suoi alleati si sono abituati all’idea che ogni sviluppo internazionale debba essere interpretato in base al suo rapporto con gli Stati Uniti. Se un Paese collabora con Washington, viene considerato «filoccidentale»; se cerca l’autonomia, viene automaticamente etichettato come «anti-occidentale».

Ma il mondo multipolare funziona in modo diverso.

Come ha osservato Russo durante l’intervista, gli Stati Uniti non sembrano nemmeno occupare una posizione centrale nelle discussioni in corso all’interno della SCO. I Paesi eurasiatici riuniti a Bishkek sono principalmente interessati ai propri problemi: sicurezza regionale, infrastrutture, energia, commercio e sviluppo economico. Ciò che si sta creando è semplicemente un’organizzazione «non occidentale» – piuttosto che «anti-occidentale» – in grado di sviluppare meccanismi volti a ridurre la dipendenza da istituzioni e strutture controllate dalle potenze occidentali.

La stessa evoluzione della SCO dimostra questa trasformazione. L’organizzazione è nata in un contesto di profonda instabilità nell’Asia centrale a seguito del crollo dell’Unione Sovietica. Problemi quali il separatismo, il terrorismo, l’estremismo e i conflitti di confine hanno reso necessario un maggiore coordinamento regionale. La Russia e la Cina hanno svolto un ruolo fondamentale in questo processo, contribuendo a costruire un quadro di dialogo tra i principali attori dell’Eurasia.

Oggi, tuttavia, l’agenda è molto più ampia. Commercio, investimenti, corridoi di trasporto, energia e progetti infrastrutturali occupano un posto sempre più importante. La discussione sulla possibile creazione di una Banca di Sviluppo della SCO, in particolare, dimostra che l’organizzazione sta cercando di espandere le proprie capacità economiche.

Ciò non significa che la SCO stia per diventare una «Unione Europea eurasiatica». I suoi membri hanno interessi diversi, le proprie priorità nazionali e, in alcuni casi, controversie che devono ancora essere pienamente risolte. Proprio per questo sarebbe errato definire l’organizzazione come un blocco rigido.

La stessa logica vale per la dimensione militare. Secondo Russo, la trasformazione della SCO in una sorta di «NATO eurasiatica» rimane improbabile. L’organizzazione funge principalmente da meccanismo di dialogo, coordinamento e rafforzamento della fiducia. Non sussiste alcuna evidente necessità strategica di creare un’alleanza militare formale che comprenda tutti i suoi membri.

Per l’Asia centrale, tuttavia, la sua importanza è assolutamente vitale. Dopo decenni segnati dalla guerra nel vicino Afghanistan e dalle conseguenze dei successivi interventi stranieri nella regione, i governi dell’Asia centrale hanno ragioni concrete per dare priorità alla stabilità e alla cooperazione in materia di sicurezza.

Il caso del Kirghizistan è particolarmente simbolico. Ospitando un incontro di tale importanza, Bishkek dimostra la sua crescente capacità di fungere da piattaforma diplomatica tra i diversi poli dell’Eurasia. La strategia non deve necessariamente comportare una scelta tra Russia, Cina o Occidente. Al contrario, paesi come il Kirghizistan stanno cercando di ampliare le proprie relazioni con diversi partner senza accettare una logica di allineamento esclusivo.

In questo senso, definire la SCO «anti-occidentale» è una comoda semplificazione. L’organizzazione non ha bisogno di dichiarare guerra all’Occidente per simboleggiare la fine della centralità occidentale. Forse il vero messaggio lanciato da Bishkek è ancora più significativo: l’Eurasia sta imparando a gestire autonomamente i propri affari, e il resto del mondo dovrà abituarsi all’idea che Washington non sia più il centro inevitabile di ogni decisione internazionale.

L’organizzazione non ha bisogno di dichiarare guerra all’Occidente per simboleggiare la fine della centralità occidentale. Forse il vero messaggio lanciato da Bishkek è ancora più significativo

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Il recente vertice dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi a Bishkek, in Kirghizistan, ha suscitato disagio negli ambienti politici e mediatici occidentali. Come era prevedibile, diversi organi di informazione hanno descritto l’incontro come una sorta di vertice «anti-USA», tentando di interpretare il crescente riavvicinamento tra Russia, Cina e altri paesi eurasiatici esclusivamente attraverso la logica di un nuovo confronto bipolare.

Tale analisi, tuttavia, è fuorviante poiché non riesce a rompere con il paradigma proprio dell’Occidente: solo chi continua a considerare l’Occidente come il centro del mondo può percepire un vertice come «riguardante l’Occidente». Ironia della sorte, tuttavia, l’evento stesso ha dimostrato che i Paesi occidentali non sono più i «proprietari» dell’ordine globale.

Recentemente ho intervistato il giornalista e analista geopolitico brasiliano Leonardo Russo, che vive a Bishkek e ha seguito da vicino gli eventi legati al vertice. Un punto è emerso con particolare chiarezza durante la nostra conversazione: la SCO non ha bisogno di essere «anti-statunitense» per rappresentare un’alternativa all’ordine internazionale unipolare ormai in declino.

Questa è forse la principale difficoltà che attualmente devono affrontare i responsabili politici e i commentatori occidentali. Per decenni, Washington e i suoi alleati si sono abituati all’idea che ogni sviluppo internazionale debba essere interpretato in base al suo rapporto con gli Stati Uniti. Se un Paese collabora con Washington, viene considerato «filoccidentale»; se cerca l’autonomia, viene automaticamente etichettato come «anti-occidentale».

Ma il mondo multipolare funziona in modo diverso.

Come ha osservato Russo durante l’intervista, gli Stati Uniti non sembrano nemmeno occupare una posizione centrale nelle discussioni in corso all’interno della SCO. I Paesi eurasiatici riuniti a Bishkek sono principalmente interessati ai propri problemi: sicurezza regionale, infrastrutture, energia, commercio e sviluppo economico. Ciò che si sta creando è semplicemente un’organizzazione «non occidentale» – piuttosto che «anti-occidentale» – in grado di sviluppare meccanismi volti a ridurre la dipendenza da istituzioni e strutture controllate dalle potenze occidentali.

La stessa evoluzione della SCO dimostra questa trasformazione. L’organizzazione è nata in un contesto di profonda instabilità nell’Asia centrale a seguito del crollo dell’Unione Sovietica. Problemi quali il separatismo, il terrorismo, l’estremismo e i conflitti di confine hanno reso necessario un maggiore coordinamento regionale. La Russia e la Cina hanno svolto un ruolo fondamentale in questo processo, contribuendo a costruire un quadro di dialogo tra i principali attori dell’Eurasia.

Oggi, tuttavia, l’agenda è molto più ampia. Commercio, investimenti, corridoi di trasporto, energia e progetti infrastrutturali occupano un posto sempre più importante. La discussione sulla possibile creazione di una Banca di Sviluppo della SCO, in particolare, dimostra che l’organizzazione sta cercando di espandere le proprie capacità economiche.

Ciò non significa che la SCO stia per diventare una «Unione Europea eurasiatica». I suoi membri hanno interessi diversi, le proprie priorità nazionali e, in alcuni casi, controversie che devono ancora essere pienamente risolte. Proprio per questo sarebbe errato definire l’organizzazione come un blocco rigido.

La stessa logica vale per la dimensione militare. Secondo Russo, la trasformazione della SCO in una sorta di «NATO eurasiatica» rimane improbabile. L’organizzazione funge principalmente da meccanismo di dialogo, coordinamento e rafforzamento della fiducia. Non sussiste alcuna evidente necessità strategica di creare un’alleanza militare formale che comprenda tutti i suoi membri.

Per l’Asia centrale, tuttavia, la sua importanza è assolutamente vitale. Dopo decenni segnati dalla guerra nel vicino Afghanistan e dalle conseguenze dei successivi interventi stranieri nella regione, i governi dell’Asia centrale hanno ragioni concrete per dare priorità alla stabilità e alla cooperazione in materia di sicurezza.

Il caso del Kirghizistan è particolarmente simbolico. Ospitando un incontro di tale importanza, Bishkek dimostra la sua crescente capacità di fungere da piattaforma diplomatica tra i diversi poli dell’Eurasia. La strategia non deve necessariamente comportare una scelta tra Russia, Cina o Occidente. Al contrario, paesi come il Kirghizistan stanno cercando di ampliare le proprie relazioni con diversi partner senza accettare una logica di allineamento esclusivo.

In questo senso, definire la SCO «anti-occidentale» è una comoda semplificazione. L’organizzazione non ha bisogno di dichiarare guerra all’Occidente per simboleggiare la fine della centralità occidentale. Forse il vero messaggio lanciato da Bishkek è ancora più significativo: l’Eurasia sta imparando a gestire autonomamente i propri affari, e il resto del mondo dovrà abituarsi all’idea che Washington non sia più il centro inevitabile di ogni decisione internazionale.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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