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Davide Rossi
September 15, 2026
© Photo: Public domain

L’ “Accordo di difesa congiunta” tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita è un ulteriore passo verso il multipolarismo

Segue nostro Telegram.

In un lungo intervento dal titolo: “Il patto della Mecca segna una nuova era nella sicurezza regionale”, apparso sul “China Daily” il 4 settembre[1], Adnan Akfirat, presidente dell’Associazione turco-cinese per lo sviluppo dell’Amicizia e delle Relazioni Economiche, conferma quanto taluni osservatori già da qualche tempo sottolineavano, ovvero che l’alleanza tra il Pakistan dotato dell’arma nucleare, la Turchia capace di poter provvedere da sola al proprio arsenale attraverso l’industria militare che rappresenta un’importante filiera sorta attorno alla “Baykar” e l’Arabia Saudita, non formi “una mini – NATO mediorientale”, mai peggiore definizione poteva essere coniata, né sono un asse avverso o contrario alla coalizione per la Resistenza che insieme alla Repubblica Islamica dell’Iran unisce i libanesi di Hezbollah, molte frange della Resistenza palestinese e i combattenti di Ansarallah yemeniti.

Anzi, tale alleanza è il segno evidente di un percorso multipolare che vuole offrire regionalmente un contributo per la pace nel quadro di un futuro nel quale l’Eurasia e la cooperazione con la Cina e la Russia siano centrali.

L’errore evidente di molti analisti, massimamente occidentali, nasce dall’incomprensione di quanto avvenuto in queste nazioni nell’ultimo decennio e per quanto concerne il Pakistan anche prima, rispetto al quadro delle alleanze e al posizionamento internazionale che i rispettivi governi intendono avere e attuare.

I rapporti formali con l’Occidente sono stati superati nella pratica e nella sostanza da tutte e tre le nazioni contraenti, a cui si dovrebbe aggiungere probabilmente in prima istanza l’Egitto, non a caso coinvolto in una lunga visita di stato di Xi Jinping sulle rive del Nilo ai primi di settembre 2026, recatosi probabilmente a chiedere effettive garanzie al governo egiziano di un coerente e conseguente posizionamento multipolare del Cairo,.

Il Pakistan certamente ha ottenuto l’atomica dagli statunitensi, quando, oltre mezzo secolo fa, Indira Gandhi l’ha pretesa dai sovietici, ma nel corso degli anni successivi al 1991 l’India ha stretto sempre più massici rapporti, anche militari, con le forze occidentali e il nazionalismo imperialistico di Nerendra Modi pone senza esitazione l’India, per altro da lui rinominata Bharat, in aperta sintonia tanto con il governo israeliano in conflitto con tutti gli altri attori regionali, così come con Washington nel progetto di contenimento della Cina nell’Indo – Pacifico. A fronte di uno scenario così chiaramente delineato, il governo pakistano da oltre un trentennio ha costruito relazioni economiche e geopolitiche stringenti con Pechino, diventando a tutti gli effetti uno dei maggiori alleati della Repubblica Popolare di Cina nella regione.

LA Turchia è certamente parte della NATO, tuttavia, dopo il tentato golpe con il quale l’Occidente ha provato ad eliminare Erdoğan nel luglio del 2016, è evidente che il presidente turco abbia deciso di orientarsi verso un’alleanza con il fronte multipolare sino – russo, ovviamente mantenendo un fitto dialogo con la Casa Bianca e una vigorosa ambiguità nelle relazioni con il resto dell’Occidente a partire dai governi europei, in qualche modo ha reinventato in una nuova versione 2.0 il Non Allineamento novecentesco di Tito e di Nasser, tanto che oggi a Istanbul o ad Ankara si tengono colloqui di pace e non più nella Svizzera autodeclassatasi a potenza subalterna alla NATO e all’Unione Europea, contro la stessa dottrina della neutralità che dovrebbe essere fondamento della politica estera elvetica. Va altresì ricordato che dopo il tentato golpe del 2016 le basi militari sul suolo turco sono reciprocamente chiuse, ovvero dove stazionano i turchi non entrano gli statunitensi, dove vi sono gli statunitensi i turchi non hanno diritto d’entrare, in più la Casa Bianca ha spostato in Romania tutte le testate nucleari prima presenti in Anatolia e contestualmente gli aerei preposti a trasportarle e utilizzarle.

Per quanto concerne l’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman, oltre ad aver liberato le enormi energie femminili dentro la società saudita, oggi le donne viaggiano, studiano, lavorano in piena autonomia, fatto ancora impensabile qualche lustro fa, ha compiuto una scelta di campo verso il multipolarismo sino – russo di fatto irreversibile, gli accordi non solo commerciali sottoscritti con Vladimir Putin e con Xi Jinping, con quest’ultimo ai primi di dicembre del 2022, rappresentano molto più di una semplice rinnovata e accresciuta cooperazione, ma sanciscono un vero e proprio nuovo posizionamento dell’Arabia Saudita nello scenario internazionale. Ovviamente questa scelta irrita sommamente e massimamente Washington che cerca di contrastarla e di ribaltarla, provando a riportare Riyadh sotto il controllo della Casa Bianca. In questo senso si spiegano efficacemente e vanno lette certe decisioni all’apparenza contraddittorie di Bin Salman, le quali nascono tuttavia da un apparato governativo, diplomatico, amministrativo e militare che in molti ranghi, anche di comando, resta potentemente e ferocemente legato agli statunitensi da cui per oltre mezzo secolo hanno preso ordini, eseguendoli con supina accondiscendenza. Non si deve mai dimenticare come i sauditi siano sprofondati, con l’uccisione su mandato di Kissinger nel 1975 del sovrano legittimo contrario a ridurre il prezzo del barile di petrolio in solidarietà con i palestinesi, sotto una feroce repressione che ha orientato tutte le energie civili, sociali, economiche e militari in un quadro di subalternità agli interessi statunitensi e di propagazione in funzione imperialista e anti – comunista dell’integralismo islamico, anche nelle sue più tragiche varianti terroristiche. Tali spinte contrarie limitano l’azione e il potere di Mohammed Bin Salman molto più delle demenziali semplificazioni sulla presunta strabordante autocraticità del potere saudita propalate dai media occidentali.

Fatte chiare tutte queste premesse, ecco che allora appare evidente come l’ “Accordo di difesa congiunta” sottoscritto alla Mecca il 7 agosto 2026, rappresenti non solo un patto trilaterale di difesa reciproca, ma dimostri di essere una nuova architettura regionale pensata da Mohammed Bin Salman, da Recep Tayyip Erdoğan e dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, come costruzione di un contesto di pace e di cooperazione che escluda Washington dalla regione e contenga i suoi due principali alleati, ovvero Israele e gli Emirati Arabi Uniti, a tutti gli effetti posizionatisi al fianco degli statunitensi, dei sionisti e degli indiani assurgendo, dallo Yemen al Sudan, dal Somaliland all’attuale guerra del Golfo, a strumento armato dell’imperialismo occidentale.

La lettura del testo dell’Accordo non solo lascia intuire e intravedere la possibilità di allargare i partecipanti, primariamente come detto all’Egitto, ma mira con tutta evidenza, appena si concluda il conflitto in corso intorno ad Hormuz, a coinvolgere l’Iran, diventando di fatto l’argine più evidente ai propositi bellicisti e guerrafondai di Tel Aviv e smentendo un’altra tesi parecchio erronea che ha portato taluni a leggere l’Accordo come la formazione di un asse sunnita in funzione anti – sciita.

Il ruolo della Cina e della Russia nel supporto alla formazione e alla nascita di questa significativa e avveniristica alleanza regionale, chiamata a coinvolgere le maggiori nazioni del Medioriente e dell’Asia Centrale, latrici di antiche e radicate civiltà, è stato dunque discreto, ma fondamentale, offrendo il quadro di un più vasto progetto di cooperazione multipolare immaginata per l’Eurasia, da intendersi aperto a tutte le interconnessioni possibili con gli altri continenti, a partire dall’Africa ed eventualmente l’Europa, laddove sia capace di emanciparsi dai vincoli auto-impostisi di subalternità alle politiche di guerra e di morte dettate dalla NATO e assecondate con imbarazzante slancio bellicista da Bruxelles.

Le parole di Adnan Akfirat suonano perfetta conferma di tutto questo: “Anziché rafforzare il quadro di sicurezza incentrato sugli Stati Uniti in Medio Oriente, l’Accordo della Mecca ne segnala lo sfaldamento. I Paesi della regione non vogliono più dipendere da un’unica potenza esterna per la propria sicurezza. Stanno creando i propri meccanismi di sicurezza, nonostante le tensioni esistenti.”

D’altronde prosegue: “La ricerca di un nuovo ordine regionale è strettamente legata alla riconciliazione mediata dalla Cina tra Arabia Saudita e Iran nel marzo 2023. L’accordo raggiunto a Pechino non solo ha ripristinato i rapporti diplomatici, ma ha anche dimostrato che la sicurezza può essere costruita attraverso il dialogo e le reciproche garanzie, non con l’esclusione e l’accerchiamento. Si tratta di un’opportunità significativa. La Turchia mira a unire le potenze regionali su basi di sicurezza comuni, incluso l’Iran. L’obiettivo a lungo termine di Ankara è che ogni Paese garantisca la sovranità, l’integrità territoriale e la sicurezza degli altri.”

Con molte ragioni Adnan Akfirat, dopo aver addirittura teorizzato una futura Unione dell’Asia Occidentale, volta a garantire pace e sviluppo e quindi “corridoi di trasporto, cooperazione energetica, ricostruzione, commercio e sicurezza idrica e alimentare”, conclude: “Per oltre un secolo, l’Asia Occidentale ha pagato il prezzo di potenze esterne che hanno tracciato i confini, imposto guerre e importato sistemi di sicurezza. Ora i paesi della regione cercano un ordine che consenta loro di risolvere le proprie divergenze in modo autonomo. Se l’esperienza di mediazione della Cina, l’iniziativa regionale della Turchia, la diversificazione delle opzioni di sicurezza dell’Arabia Saudita, la capacità strategica del Pakistan, il peso regionale dell’Iran e la posizione storica dell’Egitto riusciranno a convergere nella stessa direzione costruttiva, potrebbe iniziare una nuova era in Medio Oriente.”

[1]  https://www.chinadaily.com.cn/a/202609/04/WS6a9a1a34e4b06d4aa055c4ef.html

Una nuova alleanza in Medio Oriente

L’ “Accordo di difesa congiunta” tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita è un ulteriore passo verso il multipolarismo

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In un lungo intervento dal titolo: “Il patto della Mecca segna una nuova era nella sicurezza regionale”, apparso sul “China Daily” il 4 settembre[1], Adnan Akfirat, presidente dell’Associazione turco-cinese per lo sviluppo dell’Amicizia e delle Relazioni Economiche, conferma quanto taluni osservatori già da qualche tempo sottolineavano, ovvero che l’alleanza tra il Pakistan dotato dell’arma nucleare, la Turchia capace di poter provvedere da sola al proprio arsenale attraverso l’industria militare che rappresenta un’importante filiera sorta attorno alla “Baykar” e l’Arabia Saudita, non formi “una mini – NATO mediorientale”, mai peggiore definizione poteva essere coniata, né sono un asse avverso o contrario alla coalizione per la Resistenza che insieme alla Repubblica Islamica dell’Iran unisce i libanesi di Hezbollah, molte frange della Resistenza palestinese e i combattenti di Ansarallah yemeniti.

Anzi, tale alleanza è il segno evidente di un percorso multipolare che vuole offrire regionalmente un contributo per la pace nel quadro di un futuro nel quale l’Eurasia e la cooperazione con la Cina e la Russia siano centrali.

L’errore evidente di molti analisti, massimamente occidentali, nasce dall’incomprensione di quanto avvenuto in queste nazioni nell’ultimo decennio e per quanto concerne il Pakistan anche prima, rispetto al quadro delle alleanze e al posizionamento internazionale che i rispettivi governi intendono avere e attuare.

I rapporti formali con l’Occidente sono stati superati nella pratica e nella sostanza da tutte e tre le nazioni contraenti, a cui si dovrebbe aggiungere probabilmente in prima istanza l’Egitto, non a caso coinvolto in una lunga visita di stato di Xi Jinping sulle rive del Nilo ai primi di settembre 2026, recatosi probabilmente a chiedere effettive garanzie al governo egiziano di un coerente e conseguente posizionamento multipolare del Cairo,.

Il Pakistan certamente ha ottenuto l’atomica dagli statunitensi, quando, oltre mezzo secolo fa, Indira Gandhi l’ha pretesa dai sovietici, ma nel corso degli anni successivi al 1991 l’India ha stretto sempre più massici rapporti, anche militari, con le forze occidentali e il nazionalismo imperialistico di Nerendra Modi pone senza esitazione l’India, per altro da lui rinominata Bharat, in aperta sintonia tanto con il governo israeliano in conflitto con tutti gli altri attori regionali, così come con Washington nel progetto di contenimento della Cina nell’Indo – Pacifico. A fronte di uno scenario così chiaramente delineato, il governo pakistano da oltre un trentennio ha costruito relazioni economiche e geopolitiche stringenti con Pechino, diventando a tutti gli effetti uno dei maggiori alleati della Repubblica Popolare di Cina nella regione.

LA Turchia è certamente parte della NATO, tuttavia, dopo il tentato golpe con il quale l’Occidente ha provato ad eliminare Erdoğan nel luglio del 2016, è evidente che il presidente turco abbia deciso di orientarsi verso un’alleanza con il fronte multipolare sino – russo, ovviamente mantenendo un fitto dialogo con la Casa Bianca e una vigorosa ambiguità nelle relazioni con il resto dell’Occidente a partire dai governi europei, in qualche modo ha reinventato in una nuova versione 2.0 il Non Allineamento novecentesco di Tito e di Nasser, tanto che oggi a Istanbul o ad Ankara si tengono colloqui di pace e non più nella Svizzera autodeclassatasi a potenza subalterna alla NATO e all’Unione Europea, contro la stessa dottrina della neutralità che dovrebbe essere fondamento della politica estera elvetica. Va altresì ricordato che dopo il tentato golpe del 2016 le basi militari sul suolo turco sono reciprocamente chiuse, ovvero dove stazionano i turchi non entrano gli statunitensi, dove vi sono gli statunitensi i turchi non hanno diritto d’entrare, in più la Casa Bianca ha spostato in Romania tutte le testate nucleari prima presenti in Anatolia e contestualmente gli aerei preposti a trasportarle e utilizzarle.

Per quanto concerne l’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman, oltre ad aver liberato le enormi energie femminili dentro la società saudita, oggi le donne viaggiano, studiano, lavorano in piena autonomia, fatto ancora impensabile qualche lustro fa, ha compiuto una scelta di campo verso il multipolarismo sino – russo di fatto irreversibile, gli accordi non solo commerciali sottoscritti con Vladimir Putin e con Xi Jinping, con quest’ultimo ai primi di dicembre del 2022, rappresentano molto più di una semplice rinnovata e accresciuta cooperazione, ma sanciscono un vero e proprio nuovo posizionamento dell’Arabia Saudita nello scenario internazionale. Ovviamente questa scelta irrita sommamente e massimamente Washington che cerca di contrastarla e di ribaltarla, provando a riportare Riyadh sotto il controllo della Casa Bianca. In questo senso si spiegano efficacemente e vanno lette certe decisioni all’apparenza contraddittorie di Bin Salman, le quali nascono tuttavia da un apparato governativo, diplomatico, amministrativo e militare che in molti ranghi, anche di comando, resta potentemente e ferocemente legato agli statunitensi da cui per oltre mezzo secolo hanno preso ordini, eseguendoli con supina accondiscendenza. Non si deve mai dimenticare come i sauditi siano sprofondati, con l’uccisione su mandato di Kissinger nel 1975 del sovrano legittimo contrario a ridurre il prezzo del barile di petrolio in solidarietà con i palestinesi, sotto una feroce repressione che ha orientato tutte le energie civili, sociali, economiche e militari in un quadro di subalternità agli interessi statunitensi e di propagazione in funzione imperialista e anti – comunista dell’integralismo islamico, anche nelle sue più tragiche varianti terroristiche. Tali spinte contrarie limitano l’azione e il potere di Mohammed Bin Salman molto più delle demenziali semplificazioni sulla presunta strabordante autocraticità del potere saudita propalate dai media occidentali.

Fatte chiare tutte queste premesse, ecco che allora appare evidente come l’ “Accordo di difesa congiunta” sottoscritto alla Mecca il 7 agosto 2026, rappresenti non solo un patto trilaterale di difesa reciproca, ma dimostri di essere una nuova architettura regionale pensata da Mohammed Bin Salman, da Recep Tayyip Erdoğan e dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, come costruzione di un contesto di pace e di cooperazione che escluda Washington dalla regione e contenga i suoi due principali alleati, ovvero Israele e gli Emirati Arabi Uniti, a tutti gli effetti posizionatisi al fianco degli statunitensi, dei sionisti e degli indiani assurgendo, dallo Yemen al Sudan, dal Somaliland all’attuale guerra del Golfo, a strumento armato dell’imperialismo occidentale.

La lettura del testo dell’Accordo non solo lascia intuire e intravedere la possibilità di allargare i partecipanti, primariamente come detto all’Egitto, ma mira con tutta evidenza, appena si concluda il conflitto in corso intorno ad Hormuz, a coinvolgere l’Iran, diventando di fatto l’argine più evidente ai propositi bellicisti e guerrafondai di Tel Aviv e smentendo un’altra tesi parecchio erronea che ha portato taluni a leggere l’Accordo come la formazione di un asse sunnita in funzione anti – sciita.

Il ruolo della Cina e della Russia nel supporto alla formazione e alla nascita di questa significativa e avveniristica alleanza regionale, chiamata a coinvolgere le maggiori nazioni del Medioriente e dell’Asia Centrale, latrici di antiche e radicate civiltà, è stato dunque discreto, ma fondamentale, offrendo il quadro di un più vasto progetto di cooperazione multipolare immaginata per l’Eurasia, da intendersi aperto a tutte le interconnessioni possibili con gli altri continenti, a partire dall’Africa ed eventualmente l’Europa, laddove sia capace di emanciparsi dai vincoli auto-impostisi di subalternità alle politiche di guerra e di morte dettate dalla NATO e assecondate con imbarazzante slancio bellicista da Bruxelles.

Le parole di Adnan Akfirat suonano perfetta conferma di tutto questo: “Anziché rafforzare il quadro di sicurezza incentrato sugli Stati Uniti in Medio Oriente, l’Accordo della Mecca ne segnala lo sfaldamento. I Paesi della regione non vogliono più dipendere da un’unica potenza esterna per la propria sicurezza. Stanno creando i propri meccanismi di sicurezza, nonostante le tensioni esistenti.”

D’altronde prosegue: “La ricerca di un nuovo ordine regionale è strettamente legata alla riconciliazione mediata dalla Cina tra Arabia Saudita e Iran nel marzo 2023. L’accordo raggiunto a Pechino non solo ha ripristinato i rapporti diplomatici, ma ha anche dimostrato che la sicurezza può essere costruita attraverso il dialogo e le reciproche garanzie, non con l’esclusione e l’accerchiamento. Si tratta di un’opportunità significativa. La Turchia mira a unire le potenze regionali su basi di sicurezza comuni, incluso l’Iran. L’obiettivo a lungo termine di Ankara è che ogni Paese garantisca la sovranità, l’integrità territoriale e la sicurezza degli altri.”

Con molte ragioni Adnan Akfirat, dopo aver addirittura teorizzato una futura Unione dell’Asia Occidentale, volta a garantire pace e sviluppo e quindi “corridoi di trasporto, cooperazione energetica, ricostruzione, commercio e sicurezza idrica e alimentare”, conclude: “Per oltre un secolo, l’Asia Occidentale ha pagato il prezzo di potenze esterne che hanno tracciato i confini, imposto guerre e importato sistemi di sicurezza. Ora i paesi della regione cercano un ordine che consenta loro di risolvere le proprie divergenze in modo autonomo. Se l’esperienza di mediazione della Cina, l’iniziativa regionale della Turchia, la diversificazione delle opzioni di sicurezza dell’Arabia Saudita, la capacità strategica del Pakistan, il peso regionale dell’Iran e la posizione storica dell’Egitto riusciranno a convergere nella stessa direzione costruttiva, potrebbe iniziare una nuova era in Medio Oriente.”

[1]  https://www.chinadaily.com.cn/a/202609/04/WS6a9a1a34e4b06d4aa055c4ef.html

L’ “Accordo di difesa congiunta” tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita è un ulteriore passo verso il multipolarismo

Segue nostro Telegram.

In un lungo intervento dal titolo: “Il patto della Mecca segna una nuova era nella sicurezza regionale”, apparso sul “China Daily” il 4 settembre[1], Adnan Akfirat, presidente dell’Associazione turco-cinese per lo sviluppo dell’Amicizia e delle Relazioni Economiche, conferma quanto taluni osservatori già da qualche tempo sottolineavano, ovvero che l’alleanza tra il Pakistan dotato dell’arma nucleare, la Turchia capace di poter provvedere da sola al proprio arsenale attraverso l’industria militare che rappresenta un’importante filiera sorta attorno alla “Baykar” e l’Arabia Saudita, non formi “una mini – NATO mediorientale”, mai peggiore definizione poteva essere coniata, né sono un asse avverso o contrario alla coalizione per la Resistenza che insieme alla Repubblica Islamica dell’Iran unisce i libanesi di Hezbollah, molte frange della Resistenza palestinese e i combattenti di Ansarallah yemeniti.

Anzi, tale alleanza è il segno evidente di un percorso multipolare che vuole offrire regionalmente un contributo per la pace nel quadro di un futuro nel quale l’Eurasia e la cooperazione con la Cina e la Russia siano centrali.

L’errore evidente di molti analisti, massimamente occidentali, nasce dall’incomprensione di quanto avvenuto in queste nazioni nell’ultimo decennio e per quanto concerne il Pakistan anche prima, rispetto al quadro delle alleanze e al posizionamento internazionale che i rispettivi governi intendono avere e attuare.

I rapporti formali con l’Occidente sono stati superati nella pratica e nella sostanza da tutte e tre le nazioni contraenti, a cui si dovrebbe aggiungere probabilmente in prima istanza l’Egitto, non a caso coinvolto in una lunga visita di stato di Xi Jinping sulle rive del Nilo ai primi di settembre 2026, recatosi probabilmente a chiedere effettive garanzie al governo egiziano di un coerente e conseguente posizionamento multipolare del Cairo,.

Il Pakistan certamente ha ottenuto l’atomica dagli statunitensi, quando, oltre mezzo secolo fa, Indira Gandhi l’ha pretesa dai sovietici, ma nel corso degli anni successivi al 1991 l’India ha stretto sempre più massici rapporti, anche militari, con le forze occidentali e il nazionalismo imperialistico di Nerendra Modi pone senza esitazione l’India, per altro da lui rinominata Bharat, in aperta sintonia tanto con il governo israeliano in conflitto con tutti gli altri attori regionali, così come con Washington nel progetto di contenimento della Cina nell’Indo – Pacifico. A fronte di uno scenario così chiaramente delineato, il governo pakistano da oltre un trentennio ha costruito relazioni economiche e geopolitiche stringenti con Pechino, diventando a tutti gli effetti uno dei maggiori alleati della Repubblica Popolare di Cina nella regione.

LA Turchia è certamente parte della NATO, tuttavia, dopo il tentato golpe con il quale l’Occidente ha provato ad eliminare Erdoğan nel luglio del 2016, è evidente che il presidente turco abbia deciso di orientarsi verso un’alleanza con il fronte multipolare sino – russo, ovviamente mantenendo un fitto dialogo con la Casa Bianca e una vigorosa ambiguità nelle relazioni con il resto dell’Occidente a partire dai governi europei, in qualche modo ha reinventato in una nuova versione 2.0 il Non Allineamento novecentesco di Tito e di Nasser, tanto che oggi a Istanbul o ad Ankara si tengono colloqui di pace e non più nella Svizzera autodeclassatasi a potenza subalterna alla NATO e all’Unione Europea, contro la stessa dottrina della neutralità che dovrebbe essere fondamento della politica estera elvetica. Va altresì ricordato che dopo il tentato golpe del 2016 le basi militari sul suolo turco sono reciprocamente chiuse, ovvero dove stazionano i turchi non entrano gli statunitensi, dove vi sono gli statunitensi i turchi non hanno diritto d’entrare, in più la Casa Bianca ha spostato in Romania tutte le testate nucleari prima presenti in Anatolia e contestualmente gli aerei preposti a trasportarle e utilizzarle.

Per quanto concerne l’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman, oltre ad aver liberato le enormi energie femminili dentro la società saudita, oggi le donne viaggiano, studiano, lavorano in piena autonomia, fatto ancora impensabile qualche lustro fa, ha compiuto una scelta di campo verso il multipolarismo sino – russo di fatto irreversibile, gli accordi non solo commerciali sottoscritti con Vladimir Putin e con Xi Jinping, con quest’ultimo ai primi di dicembre del 2022, rappresentano molto più di una semplice rinnovata e accresciuta cooperazione, ma sanciscono un vero e proprio nuovo posizionamento dell’Arabia Saudita nello scenario internazionale. Ovviamente questa scelta irrita sommamente e massimamente Washington che cerca di contrastarla e di ribaltarla, provando a riportare Riyadh sotto il controllo della Casa Bianca. In questo senso si spiegano efficacemente e vanno lette certe decisioni all’apparenza contraddittorie di Bin Salman, le quali nascono tuttavia da un apparato governativo, diplomatico, amministrativo e militare che in molti ranghi, anche di comando, resta potentemente e ferocemente legato agli statunitensi da cui per oltre mezzo secolo hanno preso ordini, eseguendoli con supina accondiscendenza. Non si deve mai dimenticare come i sauditi siano sprofondati, con l’uccisione su mandato di Kissinger nel 1975 del sovrano legittimo contrario a ridurre il prezzo del barile di petrolio in solidarietà con i palestinesi, sotto una feroce repressione che ha orientato tutte le energie civili, sociali, economiche e militari in un quadro di subalternità agli interessi statunitensi e di propagazione in funzione imperialista e anti – comunista dell’integralismo islamico, anche nelle sue più tragiche varianti terroristiche. Tali spinte contrarie limitano l’azione e il potere di Mohammed Bin Salman molto più delle demenziali semplificazioni sulla presunta strabordante autocraticità del potere saudita propalate dai media occidentali.

Fatte chiare tutte queste premesse, ecco che allora appare evidente come l’ “Accordo di difesa congiunta” sottoscritto alla Mecca il 7 agosto 2026, rappresenti non solo un patto trilaterale di difesa reciproca, ma dimostri di essere una nuova architettura regionale pensata da Mohammed Bin Salman, da Recep Tayyip Erdoğan e dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, come costruzione di un contesto di pace e di cooperazione che escluda Washington dalla regione e contenga i suoi due principali alleati, ovvero Israele e gli Emirati Arabi Uniti, a tutti gli effetti posizionatisi al fianco degli statunitensi, dei sionisti e degli indiani assurgendo, dallo Yemen al Sudan, dal Somaliland all’attuale guerra del Golfo, a strumento armato dell’imperialismo occidentale.

La lettura del testo dell’Accordo non solo lascia intuire e intravedere la possibilità di allargare i partecipanti, primariamente come detto all’Egitto, ma mira con tutta evidenza, appena si concluda il conflitto in corso intorno ad Hormuz, a coinvolgere l’Iran, diventando di fatto l’argine più evidente ai propositi bellicisti e guerrafondai di Tel Aviv e smentendo un’altra tesi parecchio erronea che ha portato taluni a leggere l’Accordo come la formazione di un asse sunnita in funzione anti – sciita.

Il ruolo della Cina e della Russia nel supporto alla formazione e alla nascita di questa significativa e avveniristica alleanza regionale, chiamata a coinvolgere le maggiori nazioni del Medioriente e dell’Asia Centrale, latrici di antiche e radicate civiltà, è stato dunque discreto, ma fondamentale, offrendo il quadro di un più vasto progetto di cooperazione multipolare immaginata per l’Eurasia, da intendersi aperto a tutte le interconnessioni possibili con gli altri continenti, a partire dall’Africa ed eventualmente l’Europa, laddove sia capace di emanciparsi dai vincoli auto-impostisi di subalternità alle politiche di guerra e di morte dettate dalla NATO e assecondate con imbarazzante slancio bellicista da Bruxelles.

Le parole di Adnan Akfirat suonano perfetta conferma di tutto questo: “Anziché rafforzare il quadro di sicurezza incentrato sugli Stati Uniti in Medio Oriente, l’Accordo della Mecca ne segnala lo sfaldamento. I Paesi della regione non vogliono più dipendere da un’unica potenza esterna per la propria sicurezza. Stanno creando i propri meccanismi di sicurezza, nonostante le tensioni esistenti.”

D’altronde prosegue: “La ricerca di un nuovo ordine regionale è strettamente legata alla riconciliazione mediata dalla Cina tra Arabia Saudita e Iran nel marzo 2023. L’accordo raggiunto a Pechino non solo ha ripristinato i rapporti diplomatici, ma ha anche dimostrato che la sicurezza può essere costruita attraverso il dialogo e le reciproche garanzie, non con l’esclusione e l’accerchiamento. Si tratta di un’opportunità significativa. La Turchia mira a unire le potenze regionali su basi di sicurezza comuni, incluso l’Iran. L’obiettivo a lungo termine di Ankara è che ogni Paese garantisca la sovranità, l’integrità territoriale e la sicurezza degli altri.”

Con molte ragioni Adnan Akfirat, dopo aver addirittura teorizzato una futura Unione dell’Asia Occidentale, volta a garantire pace e sviluppo e quindi “corridoi di trasporto, cooperazione energetica, ricostruzione, commercio e sicurezza idrica e alimentare”, conclude: “Per oltre un secolo, l’Asia Occidentale ha pagato il prezzo di potenze esterne che hanno tracciato i confini, imposto guerre e importato sistemi di sicurezza. Ora i paesi della regione cercano un ordine che consenta loro di risolvere le proprie divergenze in modo autonomo. Se l’esperienza di mediazione della Cina, l’iniziativa regionale della Turchia, la diversificazione delle opzioni di sicurezza dell’Arabia Saudita, la capacità strategica del Pakistan, il peso regionale dell’Iran e la posizione storica dell’Egitto riusciranno a convergere nella stessa direzione costruttiva, potrebbe iniziare una nuova era in Medio Oriente.”

[1]  https://www.chinadaily.com.cn/a/202609/04/WS6a9a1a34e4b06d4aa055c4ef.html

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