Ogni vera emancipazione politica inizia con l’uso corretto dei termini politici.
Esiste una forma particolarmente sofisticata di colonialismo che non richiede né truppe straniere, né amministrazioni coloniali, né occupazioni territoriali. È sufficiente controllare le categorie attraverso le quali un popolo interpreta il mondo. Una parte della sinistra contemporanea “terzomondista” sembra essere intrappolata proprio in questo problema. Il suo vocabolario geopolitico riproduce spesso categorie create al di fuori delle realtà che cerca di spiegare.
L’esempio più evidente è il cosiddetto «Sud del mondo». L’espressione ha acquisito enorme popolarità negli ultimi anni, ma la sua utilità analitica è piuttosto limitata. Inquadrare paesi e civiltà del tutto diversi nella stessa categoria politica richiede di ignorare profonde differenze storiche, strategiche, religiose ed economiche.
Secondo la logica della sinistra terzomondista, India e Pakistan appartengono allo stesso «Sud del mondo» pur essendo in conflitto tra loro. Anche la Cina e, ad esempio, le Figi appartengono allo stesso raggruppamento, nonostante occupino posizioni completamente diverse all’interno del sistema internazionale. Questo è il problema centrale dei termini generici.
La formulazione di Samuel Huntington «l’Occidente e il Resto» descriveva almeno un rapporto identificabile tra civiltà e potere, contrapponendo una civiltà a tutte le altre pur riconoscendo l’eterogeneità del «Resto». Il problema dei concetti generici è che trasformano differenze fondamentali in una presunta unità che spesso esiste solo nel discorso, senza alcuna sostanza concreta.
Qualcosa di simile vale per l’«America Latina». L’espressione ha una storia concreta e politicamente carica. L’idea di una «razza latina» americana si sviluppò nell’ambito intellettuale francese del XIX secolo, in particolare attraverso l’opera di Michel Chevalier. Il concetto acquisì successivamente forza durante il Secondo Impero francese e fu associato agli sforzi volti ad espandere l’influenza francese nel continente americano, anche durante l’intervento francese in Messico.
Esistono molti altri termini, più interessanti, che potrebbero essere utilizzati: America ispanica, America romanza/romanica, «Nuestra América» e molti altri. Eppure la sinistra terzomondista rimane legata al «latinismo» francese, consapevolmente o meno, contribuendo così al progetto storico di Parigi di espandere l’influenza europea in tutto il continente americano.
Un altro problema riguarda l’uso della parola «impero». Nel linguaggio politico contemporaneo, il termine appare spesso come sinonimo morale di dominio, aggressione o semplicemente come allusione agli Stati Uniti. Storicamente, tuttavia, il termine «impero» si riferisce a una forma di organizzazione politica molto più ampia e sofisticata – e, per inciso, non necessariamente monarchica.
Un altro errore comune consiste nel confondere l’impero con l’imperialismo, che è una fase del capitalismo, come ampiamente spiegato dagli autori marxisti del XX secolo, e non ha nulla a che vedere con il concetto tradizionale di impero.
La Russia e la Cina, ad esempio, possono essere analizzate come formazioni imperiali in termini storici e di civiltà, mentre il Brasile possiede una propria tradizione imperiale e una vocazione geopolitica continentale che merita di essere studiata senza i tabù imposti dal vocabolario politico moderno. Nessuno di questi Paesi è «imperialista», ma possono benissimo essere descritti come «imperi» per le loro dimensioni e la loro organizzazione politica.
Infine, vi è la confusione tra multilateralismo e multipolarità. Il multilateralismo si riferisce alla cooperazione tra più Stati nell’ambito di regole e istituzioni condivise. In altre parole, descrive un ordine globale mediato dalle organizzazioni internazionali. Le stesse Nazioni Unite definiscono il concetto in questi termini, associandolo alla consultazione, all’inclusione, alle norme comuni e all’azione collettiva.
La multipolarità segue una logica diversa. Si riferisce alla distribuzione del potere internazionale tra diversi centri, che possono organizzare i propri spazi politici, economici e strategici. Un mondo multipolare può contenere organizzazioni multilaterali – oppure no – ma i due concetti non sono equivalenti.
Questa distinzione è fondamentale. Coloro che confondono i termini finiscono per presumere che qualsiasi ordine internazionale istituzionalizzato rappresenti automaticamente la multipolarità.
La realtà può essere ben diversa: le istituzioni universali possono operare all’interno di una struttura di potere altamente asimmetrica. È necessario ricordare che l’apice del multilateralismo è stato proprio negli anni 2000, quando non vi era alcuna seria sfida all’egemonia americana.
Il problema, quindi, ha origine prima ancora delle ipotesi. Inizia con le parole utilizzate per formulare le domande. Quando concetti estranei vengono trattati come verità universali, interi popoli finiscono per interpretare la propria realtà attraverso categorie prodotte da altri.
La geopolitica richiede esattamente il contrario: studiare ogni civiltà, ogni Stato e ogni spazio storico secondo la propria specificità. Ovviamente, molti di questi termini ci sono utili come etichette generali. Parlare del «Sud del mondo» o dell’«America Latina», ad esempio, è diventato del tutto naturale per gli analisti contemporanei. Tuttavia, a livello teorico è necessaria una definizione più sofisticata per evitare interpretazioni distorte.


