La domanda che l’Europa dovrebbe porsi è se voglia ancora essere un luogo in cui il pensiero non venga solo consumato, ma anche prodotto.
L’anomalia della steppa
Nel cuore della Mongolia Interna, a meno di 200 chilometri da Pechino, esiste una prefettura che quasi nessuno saprebbe collocare su una carta. Ulanqab conta poco più di un milione e mezzo di abitanti, si estende per una superficie maggiore di quella della Danimarca e, fino a pochi anni fa, la sua unica voce degna di nota su un’enciclopedia riguardava un primato del Guinness dei primati. Eppure questo lembo di prateria consuma oggi una quota dell’elettricità nazionale cinese del tutto sproporzionata rispetto alla sua popolazione: l’ordine di grandezza, si avvicina all’1% del totale del Paese. Non è consumo domestico, è calcolo.
Bertrand ha ricostruito la vicenda in un reportage che merita di essere preso sul serio non per la curiosità del dato, ma per ciò che rivela sull’architettura del potere nel XXI secolo. La domanda che la sua indagine solleva, e che vale la pena riformulare in termini propriamente geopolitici, è semplice: perché uno Stato decide deliberatamente di concentrare in una steppa remota la materia prima dell’intelligenza artificiale, e che cosa dice questa scelta sul modo in cui la sovranità si sta riorganizzando attorno all’energia e al calcolo?
La risposta immediata è ambientale. Ulanqab possiede una combinazione di caratteristiche fisiche che, per chi progetta infrastrutture di calcolo, equivale a una rendita di posizione. Il clima è rigido – la temperatura media annua si aggira sui quattro gradi, con inverni che scendono regolarmente a trenta sotto zero – e il freddo raffredda i server quasi senza costi di climatizzazione. Vento e sole sono abbondanti e costanti, condizione che rende l’energia rinnovabile competitiva sul prezzo e non soltanto sul principio. Il territorio è semivuoto, con una densità di poche decine di abitanti per chilometro quadrato, e la terra costa poco o nulla. La vicinanza a Pechino, infine, riduce a un millisecondo la latenza tra l’impianto di calcolo e il principale bacino di domanda del Paese.
La dotazione naturale, da sola, non spiega nulla. Deserti freddi e ventosi esistono in molti angoli del mondo senza che nessuno vi edifichi la capitale del calcolo di una superpotenza. Ciò che distingue Ulanqab è che la sua vocazione non è emersa dal mercato, ma da una decisione statale. Nel febbraio 2022 la Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme cinese ha varato il piano dongshu xisuan, «dati a Est, calcolo a Ovest»: un disegno che designa otto poli nazionali di calcolo, tra cui la Mongolia Interna, con la logica esplicita di separare il luogo in cui i dati vengono generati e consumati – l’Est ricco e popoloso – da quello in cui vengono elaborati, dove l’energia costa poco e il terreno abbonda. Il piano precede di nove mesi il lancio pubblico di ChatGPT. Non prevedeva l’esplosione dell’IA generativa, e sarebbe scorretto attribuirgli una preveggenza che non aveva; ma coglieva un punto che l’Occidente avrebbe messo a fuoco molto più tardi, e cioè che la potenza di calcolo è una risorsa strategica a intensità energetica, la quale esige una pianificazione territoriale dedicata.
Qui si apre la prima faglia geopolitica. La Cina ha trattato il calcolo come si trattano le ferrovie, la rete elettrica o gli oleodotti: un’infrastruttura di rilievo nazionale, cui assegnare una geografia pianificata. L’Occidente, e l’Europa in particolare, ha lasciato che i data center si addensassero dove il mercato immobiliare e la fibra li spingevano, accanto ai nodi finanziari, su reti elettriche già congestionate. Non è una differenza di efficienza. È una differenza nella concezione stessa dello Stato.
Energia ed intelligenza
Il vantaggio cinese, in questa architettura, ha un nome preciso: prezzo dell’energia. La porzione di steppa in cui sorge Ulanqab è servita da una rete elettrica anomala nel panorama cinese, gestita da un operatore regionale e non dai due colossi nazionali che alimentano il resto del Paese. La sua scala ridotta e il suo mandato circoscritto le conferiscono un’agilità che le grandi reti non possiedono, e il risultato sono tariffe industriali tra le più basse al mondo, con una quota rilevante coperta da fonti rinnovabili. La stampa statale cinese conferma l’ordine di grandezza: il costo dell’elettricità nei centri di Ulanqab e Hohhot è circa un terzo di quello di Pechino, ottenuto trasmettendo l’energia direttamente dal parco eolico al data center.
Perché questo conti sul piano strategico lo ha detto, quasi involontariamente, uno dei protagonisti dell’industria americana. Il costo dell’intelligenza artificiale finirà per convergere verso il costo dell’energia. Se l’affermazione è corretta – ed è una tesi, non un dato acquisito – allora la geografia dell’energia diventa la geografia dell’intelligenza. Chi produce elettricità a pochi centesimi di dollaro al kilowattora dispone di uno sconto strutturale sul prezzo dell’inferenza, e dunque sul prezzo di un input che nel XXI secolo si annuncia pervasivo quanto lo fu l’elettricità nel Novecento.
È il punto in cui la geopolitica incontra la fisica. Il potere, in ultima istanza, è capacità di trasformare energia in effetto ordinato: il lavoro, in termini fisici, è energia che produce cambiamento diretto. L’intelligenza artificiale è esattamente questo – energia elettrica convertita, attraverso il calcolo, in capacità cognitiva utilizzabile. Ulanqab è il luogo in cui tale conversione avviene al costo marginale più basso disponibile su scala industriale. Non è una fabbrica di merci né una miniera di materie prime: è un impianto di trasformazione dell’energia in pensiero, e il suo rendimento si misura in centesimi per kilowattora.
A questo punto la vicenda chiede di essere letta con gli strumenti della geopolitica classica, non solo con quelli dell’economia dell’innovazione. Un secolo fa Halford Mackinder collocava il perno della politica mondiale nel cuore continentale dell’Eurasia, l’Heartland: una massa terrestre inaccessibile alla potenza marittima, dotata di profondità strategica e destinata, secondo la sua formula, a comandare l’isola-mondo. La talassocrazia anglosassone costruì la propria egemonia proprio negandone il valore, spostando il baricentro del potere sugli oceani, i porti, le rotte commerciali.
L’infrastruttura del calcolo riabilita, in forma inattesa, la logica del continente. Un data center di frontiera non ha bisogno di un porto né di una rotta marittima: gli servono energia a basso costo, terra, freddo e una prossimità sufficiente al bacino di domanda. Sono precisamente i beni di cui l’interno eurasiatico è ricco e di cui la fascia costiera è povera. Ulanqab non è un Heartland nel senso letterale di Mackinder – non è il luogo da cui si proietta la potenza militare terrestre – ma ne condivide la grammatica: profondità, autarchia energetica, invulnerabilità relativa, centralità rispetto a un sistema di flussi. È un Heartland computazionale, e la sua emersione segnala che la rivoluzione dell’IA potrebbe premiare le geografie che l’età marittima aveva marginalizzato.
Non è un caso isolato. Il piano dongshu xisuan è stato letto dalla stessa pubblicistica cinese come un tassello della «Via della Seta digitale»: l’idea che l’Ovest interno del Paese diventi il server dell’economia digitale eurasiatica, così come i porti e le ferrovie ne sono la logistica materiale. La territorializzazione del calcolo si salda, in altri termini, con un progetto di ordine spaziale più ampio, nel quale l’infrastruttura cognitiva segue le stesse direttrici dell’infrastruttura fisica della Belt and Road. Chi legge la multipolarità come semplice ridistribuzione di quote di potere tra Stati ne coglie solo metà. L’altra metà è la ricostruzione delle geografie strategiche: quali luoghi contano, e perché.
L’economia dei token
Da questa base materiale discende una possibilità che Bertrand coglie con acutezza: l’esportazione dell’inferenza. Se l’energia e il calcolo risiedono in Cina, il prodotto dell’intelligenza artificiale – il token, unità elementare dell’elaborazione linguistica – può essere venduto ovunque. I commentatori cinesi parlano già di suanli chuhai, l’«uscita in mare della potenza di calcolo». Il dato che rende concreta la prospettiva viene da OpenRouter, una delle principali piattaforme mondiali di instradamento dei modelli: nell’arco di circa 18 mesi la quota dei modelli cinesi è passata da un valore trascurabile alla maggioranza del consumo tra i modelli più utilizzati, intorno al 60% all’inizio del 2026. La leva non è la qualità assoluta, ma il prezzo: i modelli aperti cinesi costano una frazione degli equivalenti occidentali, a parità approssimativa di prestazioni su un’ampia gamma di compiti.
Qui la Cina rivela una strategia coerente, che spiega anche la sua insistenza sull’open source. Regalare i modelli non è generosità né debolezza competitiva: è la logica della stampante venduta sottocosto per vendere l’inchiostro. Il modello aperto diventa una commodity, ma l’infrastruttura che lo esegue – l’energia, il calcolo, i chip di Ulanqab – resta il collo di bottiglia remunerativo e strategicamente controllato. Il valore migra dal modello all’impianto.
Per l’Europa questa configurazione pone un dilemma che è di sovranità prima ancora che di economia. Con prezzi dell’elettricità industriale che superano di quattro o cinque volte quelli della steppa cinese, il continente si trova davanti a un’alternativa scomoda. Può lasciare che le interrogazioni dei propri cittadini e delle proprie imprese vengano elaborate all’estero, guadagnando in costo e potere d’acquisto ma cedendo il controllo sul luogo fisico in cui il proprio pensiero viene processato; oppure può imporre l’elaborazione domestica, difendendo la sovranità ma condannando le proprie imprese a un costo dell’inferenza incomparabilmente più alto. Bertrand formula la posta in gioco in termini netti: dipendenza o irrilevanza. Un pensiero a basso costo rende dipendenti; un pensiero costoso rende irrilevanti.
La formula è efficace e coglie un rischio reale, ma va maneggiata con la calibrazione che l’analisi impone, perché il ragionamento che la sostiene contiene un salto.
Tre conseguenze si impongono con gradi diversi di confidenza.
La prima, ad alta probabilità e su orizzonte breve, è che il costo dell’inferenza diventerà un fattore di competitività industriale al pari del costo dell’energia e del lavoro. I sistemi economici che accederanno all’intelligenza a buon mercato disporranno di un vantaggio diffuso in ogni settore che la impieghi, dalla logistica alla progettazione. L’interrogativo «chi elabora le nostre idee, e a quale prezzo» cesserà di essere un tema per addetti ai lavori e diventerà una variabile di politica industriale.
La seconda, a probabilità moderata, è che la sovranità computazionale si affermerà come categoria autonoma del diritto e della strategia degli Stati, accanto alla sovranità energetica e alla sicurezza delle catene di approvvigionamento. Se ne intravedono i primi segni negli atti regolatori europei sul digitale e nelle fasce di accesso ai chip imposte da Washington; è plausibile che il decennio la irrigidisca in dottrine esplicite.
La terza, la più incerta, riguarda l’assetto complessivo. Ulanqab è la prova materiale che la multipolarità non è soltanto una redistribuzione del potere tra i vecchi attori, ma una ricomposizione delle sue basi fisiche. Il potere del XXI secolo si radica sempre più in ciò che un territorio riesce a fare con l’energia che possiede: raffinarla in calcolo, e il calcolo in decisione. In questo senso la steppa della Mongolia Interna non è una periferia che si sviluppa, ma un centro che si costituisce; e la sua ascesa, avvenuta in silenzio tra le praterie e le greggi, indica con precisione dove si stia spostando il baricentro del mondo.
La domanda che l’Europa dovrebbe porsi non è se accettare o rifiutare l’inferenza cinese, bensìc se voglia ancora essere un luogo in cui il pensiero, oltre che consumato, venga prodotto.


