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Giacomo Gabellini
October 2, 2026
© Photo: Public domain

Le perdite dell’Ucraina diventano sempre più difficili da nascondere di fronte ai crescenti problemi di mobilitazione e alla carenza di risorse umane. Le dichiarazioni di Tusk e Budanov sollevano il velo sulla portata della crisi, che potrebbe portare a un ulteriore inasprimento della mobilitazione.

Segue nostro Telegram.

Lo scorso maggio, Anne Keast-Butler, direttrice del Government Communications Headquarters (Gchq) britannico, ha dichiarato che, alla fine di maggio, le forze armate russe avevano subito quasi mezzo milione di morti e circa un milione tra feriti e dispersi.

Richard Knighton, Capo di Stato Maggiore delle forze armate britanniche, ha fornito ulteriori dettagli. Secondo le sue valutazioni, enunciate l’11 settembre, l’esercito russo avrebbe riportato una quota preponderante delle perdite a partire dal gennaio 2023. Cioè da quando «la Russia ha conquistato appena il 2% del territorio ucraino […]. Credo che queste cifre mostrino chiaramente lo spreco insensato e futile di vite umane a fronte di progressi così scarsi e per un obiettivo così illegittimo del presidente Putin», ha affermato Knighton.

Per lo Stato Maggiore di Londra, le perdite totali subite dalla Russia in Ucraina supererebbero l’ammontare complessivo dei caduti registrati dalle forze armate sovietiche e russe in tutti i conflitti combattuti dalla seconda metà del XX Secolo.

Le stime dell’alto comando britannico risultano sostanzialmente convergenti con quelle formulate dal Center for Strategic and International Studies (Csis) statunitense, che all’inizio di luglio quantificava in 1,4 milioni di unità il totale delle vittime riportato dalla Russia, tra cui circa 450.000 morti.

Mediaziona, testata indipendente russa che, con la collaborazione della «Bbc», tiene dall’inizio del conflitto il conto dei caduti russi sulla base dell’analisi di registri cimiteriali, necrologi e post sui social network, fornisce una stima di quasi 260.000 morti e oltre 350.000 feriti al 21 settembre.

Quanto alle perdite ucraine, è molto più difficile reperire stime pubbliche all’interno dei Paesi membri della Nato. Un delle poche eccezioni era costituita dal Csis, che a giugno stimava 125.000-150.000 morti e 400.000-500.000 feriti.

Qualcosa è tuttavia cominciato a cambiare. Lo scorso 17 settembre, nel corso di un intervento pronunciato davanti alla Camera Bassa del Parlamento polacco, il primo ministro Tusk ha affermato, sulla base di informazioni ottenute dal governo ucraino, che, «di recente, l’Ucraina ha registrato 27.000 tra morti e feriti al mese; si tratta, purtroppo, di cifre record nel senso più triste del termine per questa guerra. A questo ritmo, l’inverno in Ucraina potrebbe rivelarsi catastrofico».

Tusk ha imputato il netto peggioramento della situazione sul fronte bellico alle «nuove capacità tecnologiche della Russia», a partire dai droni dotati di motore a reazione impiegati con sempre maggiore frequenza dalle forze armate russe.

Non è chiaro se il dato numerico indicato dal premier polacco si riferisca al periodo estivo o a un lasso di tempo più lungo, ma risulta perfettamente compatibile con il quadro tratteggiato soltanto poche settimane prima da Budanov, che in qualità di capo del gabinetto del presidente Zelensky ed ex direttore del Gur aveva quantificato in almeno 30.000 persone al mese l’ammontare minimo degli ucraini da mobilitare per reggere l’urto russo.

Le valutazioni relative alle perdite riportate dall’Ucraina formulate da Tusk e Budanov non collimano affatto con le stime riferite dal presidente Zelensky, che a luglio aveva parlato di 50.000 caduti e 400.000 feriti subiti dall’Ucraina a partire dal febbraio 2022, e risultano profondamente discordanti rispetto alla narrazione propinata in tutto l’Occidente fin dall’inizio del conflitto.

Con qualche eccezione. In un’intervista rilasciata a «Sky News Australia» nell’ottobre dello scorso anno (segnalata in Italia soltanto da «Analisi Difesa»), James Carden, specialista di questioni geostrategiche con trascorsi come consigliere del Dipartimento di Stato per le relazioni russo-statunitensi sotto l’amministrazione Obama, dichiarò che «dalle mie fonti risulta che il rapporto di perdite tra ucraini e russi è di 36 a 1. Sono le perdite ucraine ad essere vicine a un milione. La guerra d’attrito attuata fin dall’inizio dai russi è stata un successo, sono gli ucraini ad essere sull’orlo del disastro».

Nel novembre 2022, la stessa presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen si lasciò sfuggire che l’Ucraina aveva subito fino a quel momento circa «oltre 20.000 caduti civili e 100.000 soldati». Senonché, il filmato originale del discorso fu rimosso e sostituito con una versione “epurata” dallo scottante riferimento alle perdite ucraine.

Resta quindi da capire il perché due dei più strenui sostenitori dello sforzo bellico ucraino come Tusk e Budanov abbiano deciso proprio ora di sollevare il velo su una realtà molto meno edificante rispetto a quella descritta da governi e giornali sia negli Stati Uniti che in Europa.

Una infusione di pessimismo risulta funzionale per un verso a “predisporre” l’opinione pubblica ad accettare nuovi e ben più gravosi sacrifici per sostenere l’Ucraina, identificata a tutt’oggi come “scudo d’Europa” dal presidente Zelensky e dai suoi collaboratori.

Per l’alto, a legittimare l’adozione di misure che restringano il perimetro legislativo per il conferimento dello status di rifugiati agli ucraini in età di servizio militare. Si tratta, in altri termini, di aprire il varco a provvedimenti implicanti il rimpatrio forzato, prodromico al reclutamento nelle fila dell’esercito, di almeno una parte dei cittadini ucraini riparati presso i Paesi membri dell’Unione Europea. A partire proprio dalla Polonia, che di concerto con Russia e Germania ospita il maggior numero di rifugiati ucraini divenuti nel corso dei mesi oggetto di crescente risentimento popolare.

Budanov, dal canto suo, ha riconosciuto il forte malcontento suscitato in seno all’opinione pubblica ucraina dai sempre più ricorrenti episodi di mobilitazione forzata, e posto contestualmente l’accento sulla necessità che lo Stato adotti un approccio più costruttivo.

A tale scopo, il viceministro della Difesa Liubov Halan ha annunciato un’imminente riforma dei Centri territoriali di reclutamento che sembra tuttavia discostarsi profondamente dalle raccomandazioni dell’ex direttore del Gur.

Lo si evince dalle affermazioni di Roman Kostenko, che in qualità di segretario della Commissione Parlamentare per la Sicurezza Nazionale, la Difesa e l’Intelligence ha proclamato l’introduzione di “modifiche radicali” alle procedure di mobilitazione, comprendenti una possibile abbassamento dei requisiti per la coscrizione relativi all’età contestualmente al passaggio a un modello di reclutamento più “estensivo” reso impellente anche dalla portata sempre più imponente del fenomeno dei cosiddetti “imboscati”.

Già nel gennaio di quest’anno, l’allora ministro della Difesa Fedorov aveva dichiarato alla Verkhovna Rada di aver ereditato oltre 200.000 casi di “abbandono arbitrario del reparto” (un reato distinto dalla diserzione perché presuppone l’intenzione di tornare a combattere da parte dell’inosservante) e più di due milioni di cittadini ricercati per renitenza alla leva.

Le donne restano, quantomeno per ora, escluse dalla riforma del meccanismo di coscrizione, come specificato dalla Verkhovna Rada attraverso una nota che sottolineava l’assenza di iniziative legislative e perfino di discussioni interne riguardo la mobilitazione femminile. Il pronunciamento del Parlamento ucraino fa seguito alle dichiarazioni di Keith Kellogg, generale a riposo ed ex inviato speciale dell’amministrazione Trump per l’Ucraina e la Russia secondo cui Kiev dovrebbe procedere al coinvolgimento delle donne, in quanto «combattono bene quanto gli uomini». Negli stessi giorni in cui Kellogg forniva i suoi suggerimenti, il «Telegraph» descriveva il servizio militare femminile in Ucraina come una vittoria per il femminismo, riportando le dichiarazioni di un’operatrice di droni favorevole alla leva femminile.

La proposta di mobilitare la componente femminile della società ucraina era già stata discussa all’inizio del 2026, dopo che una donna comandante di unità di droni aveva appoggiato pubblicamente l’idea sull’onda del clamore popolare suscitato dalle convocazioni militari recapitate per errore a una decina abbondante di donne ucraine. Nei primi giorni di agosto, è stata presentata una petizione che sollecita la coscrizione delle donne senza figli, sponsorizzata dall’ex ministro della Difesa Alekseij Reznikov secondo cui, «così come Israele, possiamo sopravvivere solo se tutti accettano di dover difendere l’Ucraina […]. Il reclutamento delle donne, raddoppierebbe le nostre risorse per la mobilitazione».

Perché Tusk e Budanov sollevano il velo sui caduti riportati dall’Ucraina?

Le perdite dell’Ucraina diventano sempre più difficili da nascondere di fronte ai crescenti problemi di mobilitazione e alla carenza di risorse umane. Le dichiarazioni di Tusk e Budanov sollevano il velo sulla portata della crisi, che potrebbe portare a un ulteriore inasprimento della mobilitazione.

Segue nostro Telegram.

Lo scorso maggio, Anne Keast-Butler, direttrice del Government Communications Headquarters (Gchq) britannico, ha dichiarato che, alla fine di maggio, le forze armate russe avevano subito quasi mezzo milione di morti e circa un milione tra feriti e dispersi.

Richard Knighton, Capo di Stato Maggiore delle forze armate britanniche, ha fornito ulteriori dettagli. Secondo le sue valutazioni, enunciate l’11 settembre, l’esercito russo avrebbe riportato una quota preponderante delle perdite a partire dal gennaio 2023. Cioè da quando «la Russia ha conquistato appena il 2% del territorio ucraino […]. Credo che queste cifre mostrino chiaramente lo spreco insensato e futile di vite umane a fronte di progressi così scarsi e per un obiettivo così illegittimo del presidente Putin», ha affermato Knighton.

Per lo Stato Maggiore di Londra, le perdite totali subite dalla Russia in Ucraina supererebbero l’ammontare complessivo dei caduti registrati dalle forze armate sovietiche e russe in tutti i conflitti combattuti dalla seconda metà del XX Secolo.

Le stime dell’alto comando britannico risultano sostanzialmente convergenti con quelle formulate dal Center for Strategic and International Studies (Csis) statunitense, che all’inizio di luglio quantificava in 1,4 milioni di unità il totale delle vittime riportato dalla Russia, tra cui circa 450.000 morti.

Mediaziona, testata indipendente russa che, con la collaborazione della «Bbc», tiene dall’inizio del conflitto il conto dei caduti russi sulla base dell’analisi di registri cimiteriali, necrologi e post sui social network, fornisce una stima di quasi 260.000 morti e oltre 350.000 feriti al 21 settembre.

Quanto alle perdite ucraine, è molto più difficile reperire stime pubbliche all’interno dei Paesi membri della Nato. Un delle poche eccezioni era costituita dal Csis, che a giugno stimava 125.000-150.000 morti e 400.000-500.000 feriti.

Qualcosa è tuttavia cominciato a cambiare. Lo scorso 17 settembre, nel corso di un intervento pronunciato davanti alla Camera Bassa del Parlamento polacco, il primo ministro Tusk ha affermato, sulla base di informazioni ottenute dal governo ucraino, che, «di recente, l’Ucraina ha registrato 27.000 tra morti e feriti al mese; si tratta, purtroppo, di cifre record nel senso più triste del termine per questa guerra. A questo ritmo, l’inverno in Ucraina potrebbe rivelarsi catastrofico».

Tusk ha imputato il netto peggioramento della situazione sul fronte bellico alle «nuove capacità tecnologiche della Russia», a partire dai droni dotati di motore a reazione impiegati con sempre maggiore frequenza dalle forze armate russe.

Non è chiaro se il dato numerico indicato dal premier polacco si riferisca al periodo estivo o a un lasso di tempo più lungo, ma risulta perfettamente compatibile con il quadro tratteggiato soltanto poche settimane prima da Budanov, che in qualità di capo del gabinetto del presidente Zelensky ed ex direttore del Gur aveva quantificato in almeno 30.000 persone al mese l’ammontare minimo degli ucraini da mobilitare per reggere l’urto russo.

Le valutazioni relative alle perdite riportate dall’Ucraina formulate da Tusk e Budanov non collimano affatto con le stime riferite dal presidente Zelensky, che a luglio aveva parlato di 50.000 caduti e 400.000 feriti subiti dall’Ucraina a partire dal febbraio 2022, e risultano profondamente discordanti rispetto alla narrazione propinata in tutto l’Occidente fin dall’inizio del conflitto.

Con qualche eccezione. In un’intervista rilasciata a «Sky News Australia» nell’ottobre dello scorso anno (segnalata in Italia soltanto da «Analisi Difesa»), James Carden, specialista di questioni geostrategiche con trascorsi come consigliere del Dipartimento di Stato per le relazioni russo-statunitensi sotto l’amministrazione Obama, dichiarò che «dalle mie fonti risulta che il rapporto di perdite tra ucraini e russi è di 36 a 1. Sono le perdite ucraine ad essere vicine a un milione. La guerra d’attrito attuata fin dall’inizio dai russi è stata un successo, sono gli ucraini ad essere sull’orlo del disastro».

Nel novembre 2022, la stessa presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen si lasciò sfuggire che l’Ucraina aveva subito fino a quel momento circa «oltre 20.000 caduti civili e 100.000 soldati». Senonché, il filmato originale del discorso fu rimosso e sostituito con una versione “epurata” dallo scottante riferimento alle perdite ucraine.

Resta quindi da capire il perché due dei più strenui sostenitori dello sforzo bellico ucraino come Tusk e Budanov abbiano deciso proprio ora di sollevare il velo su una realtà molto meno edificante rispetto a quella descritta da governi e giornali sia negli Stati Uniti che in Europa.

Una infusione di pessimismo risulta funzionale per un verso a “predisporre” l’opinione pubblica ad accettare nuovi e ben più gravosi sacrifici per sostenere l’Ucraina, identificata a tutt’oggi come “scudo d’Europa” dal presidente Zelensky e dai suoi collaboratori.

Per l’alto, a legittimare l’adozione di misure che restringano il perimetro legislativo per il conferimento dello status di rifugiati agli ucraini in età di servizio militare. Si tratta, in altri termini, di aprire il varco a provvedimenti implicanti il rimpatrio forzato, prodromico al reclutamento nelle fila dell’esercito, di almeno una parte dei cittadini ucraini riparati presso i Paesi membri dell’Unione Europea. A partire proprio dalla Polonia, che di concerto con Russia e Germania ospita il maggior numero di rifugiati ucraini divenuti nel corso dei mesi oggetto di crescente risentimento popolare.

Budanov, dal canto suo, ha riconosciuto il forte malcontento suscitato in seno all’opinione pubblica ucraina dai sempre più ricorrenti episodi di mobilitazione forzata, e posto contestualmente l’accento sulla necessità che lo Stato adotti un approccio più costruttivo.

A tale scopo, il viceministro della Difesa Liubov Halan ha annunciato un’imminente riforma dei Centri territoriali di reclutamento che sembra tuttavia discostarsi profondamente dalle raccomandazioni dell’ex direttore del Gur.

Lo si evince dalle affermazioni di Roman Kostenko, che in qualità di segretario della Commissione Parlamentare per la Sicurezza Nazionale, la Difesa e l’Intelligence ha proclamato l’introduzione di “modifiche radicali” alle procedure di mobilitazione, comprendenti una possibile abbassamento dei requisiti per la coscrizione relativi all’età contestualmente al passaggio a un modello di reclutamento più “estensivo” reso impellente anche dalla portata sempre più imponente del fenomeno dei cosiddetti “imboscati”.

Già nel gennaio di quest’anno, l’allora ministro della Difesa Fedorov aveva dichiarato alla Verkhovna Rada di aver ereditato oltre 200.000 casi di “abbandono arbitrario del reparto” (un reato distinto dalla diserzione perché presuppone l’intenzione di tornare a combattere da parte dell’inosservante) e più di due milioni di cittadini ricercati per renitenza alla leva.

Le donne restano, quantomeno per ora, escluse dalla riforma del meccanismo di coscrizione, come specificato dalla Verkhovna Rada attraverso una nota che sottolineava l’assenza di iniziative legislative e perfino di discussioni interne riguardo la mobilitazione femminile. Il pronunciamento del Parlamento ucraino fa seguito alle dichiarazioni di Keith Kellogg, generale a riposo ed ex inviato speciale dell’amministrazione Trump per l’Ucraina e la Russia secondo cui Kiev dovrebbe procedere al coinvolgimento delle donne, in quanto «combattono bene quanto gli uomini». Negli stessi giorni in cui Kellogg forniva i suoi suggerimenti, il «Telegraph» descriveva il servizio militare femminile in Ucraina come una vittoria per il femminismo, riportando le dichiarazioni di un’operatrice di droni favorevole alla leva femminile.

La proposta di mobilitare la componente femminile della società ucraina era già stata discussa all’inizio del 2026, dopo che una donna comandante di unità di droni aveva appoggiato pubblicamente l’idea sull’onda del clamore popolare suscitato dalle convocazioni militari recapitate per errore a una decina abbondante di donne ucraine. Nei primi giorni di agosto, è stata presentata una petizione che sollecita la coscrizione delle donne senza figli, sponsorizzata dall’ex ministro della Difesa Alekseij Reznikov secondo cui, «così come Israele, possiamo sopravvivere solo se tutti accettano di dover difendere l’Ucraina […]. Il reclutamento delle donne, raddoppierebbe le nostre risorse per la mobilitazione».

Le perdite dell’Ucraina diventano sempre più difficili da nascondere di fronte ai crescenti problemi di mobilitazione e alla carenza di risorse umane. Le dichiarazioni di Tusk e Budanov sollevano il velo sulla portata della crisi, che potrebbe portare a un ulteriore inasprimento della mobilitazione.

Segue nostro Telegram.

Lo scorso maggio, Anne Keast-Butler, direttrice del Government Communications Headquarters (Gchq) britannico, ha dichiarato che, alla fine di maggio, le forze armate russe avevano subito quasi mezzo milione di morti e circa un milione tra feriti e dispersi.

Richard Knighton, Capo di Stato Maggiore delle forze armate britanniche, ha fornito ulteriori dettagli. Secondo le sue valutazioni, enunciate l’11 settembre, l’esercito russo avrebbe riportato una quota preponderante delle perdite a partire dal gennaio 2023. Cioè da quando «la Russia ha conquistato appena il 2% del territorio ucraino […]. Credo che queste cifre mostrino chiaramente lo spreco insensato e futile di vite umane a fronte di progressi così scarsi e per un obiettivo così illegittimo del presidente Putin», ha affermato Knighton.

Per lo Stato Maggiore di Londra, le perdite totali subite dalla Russia in Ucraina supererebbero l’ammontare complessivo dei caduti registrati dalle forze armate sovietiche e russe in tutti i conflitti combattuti dalla seconda metà del XX Secolo.

Le stime dell’alto comando britannico risultano sostanzialmente convergenti con quelle formulate dal Center for Strategic and International Studies (Csis) statunitense, che all’inizio di luglio quantificava in 1,4 milioni di unità il totale delle vittime riportato dalla Russia, tra cui circa 450.000 morti.

Mediaziona, testata indipendente russa che, con la collaborazione della «Bbc», tiene dall’inizio del conflitto il conto dei caduti russi sulla base dell’analisi di registri cimiteriali, necrologi e post sui social network, fornisce una stima di quasi 260.000 morti e oltre 350.000 feriti al 21 settembre.

Quanto alle perdite ucraine, è molto più difficile reperire stime pubbliche all’interno dei Paesi membri della Nato. Un delle poche eccezioni era costituita dal Csis, che a giugno stimava 125.000-150.000 morti e 400.000-500.000 feriti.

Qualcosa è tuttavia cominciato a cambiare. Lo scorso 17 settembre, nel corso di un intervento pronunciato davanti alla Camera Bassa del Parlamento polacco, il primo ministro Tusk ha affermato, sulla base di informazioni ottenute dal governo ucraino, che, «di recente, l’Ucraina ha registrato 27.000 tra morti e feriti al mese; si tratta, purtroppo, di cifre record nel senso più triste del termine per questa guerra. A questo ritmo, l’inverno in Ucraina potrebbe rivelarsi catastrofico».

Tusk ha imputato il netto peggioramento della situazione sul fronte bellico alle «nuove capacità tecnologiche della Russia», a partire dai droni dotati di motore a reazione impiegati con sempre maggiore frequenza dalle forze armate russe.

Non è chiaro se il dato numerico indicato dal premier polacco si riferisca al periodo estivo o a un lasso di tempo più lungo, ma risulta perfettamente compatibile con il quadro tratteggiato soltanto poche settimane prima da Budanov, che in qualità di capo del gabinetto del presidente Zelensky ed ex direttore del Gur aveva quantificato in almeno 30.000 persone al mese l’ammontare minimo degli ucraini da mobilitare per reggere l’urto russo.

Le valutazioni relative alle perdite riportate dall’Ucraina formulate da Tusk e Budanov non collimano affatto con le stime riferite dal presidente Zelensky, che a luglio aveva parlato di 50.000 caduti e 400.000 feriti subiti dall’Ucraina a partire dal febbraio 2022, e risultano profondamente discordanti rispetto alla narrazione propinata in tutto l’Occidente fin dall’inizio del conflitto.

Con qualche eccezione. In un’intervista rilasciata a «Sky News Australia» nell’ottobre dello scorso anno (segnalata in Italia soltanto da «Analisi Difesa»), James Carden, specialista di questioni geostrategiche con trascorsi come consigliere del Dipartimento di Stato per le relazioni russo-statunitensi sotto l’amministrazione Obama, dichiarò che «dalle mie fonti risulta che il rapporto di perdite tra ucraini e russi è di 36 a 1. Sono le perdite ucraine ad essere vicine a un milione. La guerra d’attrito attuata fin dall’inizio dai russi è stata un successo, sono gli ucraini ad essere sull’orlo del disastro».

Nel novembre 2022, la stessa presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen si lasciò sfuggire che l’Ucraina aveva subito fino a quel momento circa «oltre 20.000 caduti civili e 100.000 soldati». Senonché, il filmato originale del discorso fu rimosso e sostituito con una versione “epurata” dallo scottante riferimento alle perdite ucraine.

Resta quindi da capire il perché due dei più strenui sostenitori dello sforzo bellico ucraino come Tusk e Budanov abbiano deciso proprio ora di sollevare il velo su una realtà molto meno edificante rispetto a quella descritta da governi e giornali sia negli Stati Uniti che in Europa.

Una infusione di pessimismo risulta funzionale per un verso a “predisporre” l’opinione pubblica ad accettare nuovi e ben più gravosi sacrifici per sostenere l’Ucraina, identificata a tutt’oggi come “scudo d’Europa” dal presidente Zelensky e dai suoi collaboratori.

Per l’alto, a legittimare l’adozione di misure che restringano il perimetro legislativo per il conferimento dello status di rifugiati agli ucraini in età di servizio militare. Si tratta, in altri termini, di aprire il varco a provvedimenti implicanti il rimpatrio forzato, prodromico al reclutamento nelle fila dell’esercito, di almeno una parte dei cittadini ucraini riparati presso i Paesi membri dell’Unione Europea. A partire proprio dalla Polonia, che di concerto con Russia e Germania ospita il maggior numero di rifugiati ucraini divenuti nel corso dei mesi oggetto di crescente risentimento popolare.

Budanov, dal canto suo, ha riconosciuto il forte malcontento suscitato in seno all’opinione pubblica ucraina dai sempre più ricorrenti episodi di mobilitazione forzata, e posto contestualmente l’accento sulla necessità che lo Stato adotti un approccio più costruttivo.

A tale scopo, il viceministro della Difesa Liubov Halan ha annunciato un’imminente riforma dei Centri territoriali di reclutamento che sembra tuttavia discostarsi profondamente dalle raccomandazioni dell’ex direttore del Gur.

Lo si evince dalle affermazioni di Roman Kostenko, che in qualità di segretario della Commissione Parlamentare per la Sicurezza Nazionale, la Difesa e l’Intelligence ha proclamato l’introduzione di “modifiche radicali” alle procedure di mobilitazione, comprendenti una possibile abbassamento dei requisiti per la coscrizione relativi all’età contestualmente al passaggio a un modello di reclutamento più “estensivo” reso impellente anche dalla portata sempre più imponente del fenomeno dei cosiddetti “imboscati”.

Già nel gennaio di quest’anno, l’allora ministro della Difesa Fedorov aveva dichiarato alla Verkhovna Rada di aver ereditato oltre 200.000 casi di “abbandono arbitrario del reparto” (un reato distinto dalla diserzione perché presuppone l’intenzione di tornare a combattere da parte dell’inosservante) e più di due milioni di cittadini ricercati per renitenza alla leva.

Le donne restano, quantomeno per ora, escluse dalla riforma del meccanismo di coscrizione, come specificato dalla Verkhovna Rada attraverso una nota che sottolineava l’assenza di iniziative legislative e perfino di discussioni interne riguardo la mobilitazione femminile. Il pronunciamento del Parlamento ucraino fa seguito alle dichiarazioni di Keith Kellogg, generale a riposo ed ex inviato speciale dell’amministrazione Trump per l’Ucraina e la Russia secondo cui Kiev dovrebbe procedere al coinvolgimento delle donne, in quanto «combattono bene quanto gli uomini». Negli stessi giorni in cui Kellogg forniva i suoi suggerimenti, il «Telegraph» descriveva il servizio militare femminile in Ucraina come una vittoria per il femminismo, riportando le dichiarazioni di un’operatrice di droni favorevole alla leva femminile.

La proposta di mobilitare la componente femminile della società ucraina era già stata discussa all’inizio del 2026, dopo che una donna comandante di unità di droni aveva appoggiato pubblicamente l’idea sull’onda del clamore popolare suscitato dalle convocazioni militari recapitate per errore a una decina abbondante di donne ucraine. Nei primi giorni di agosto, è stata presentata una petizione che sollecita la coscrizione delle donne senza figli, sponsorizzata dall’ex ministro della Difesa Alekseij Reznikov secondo cui, «così come Israele, possiamo sopravvivere solo se tutti accettano di dover difendere l’Ucraina […]. Il reclutamento delle donne, raddoppierebbe le nostre risorse per la mobilitazione».

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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