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Giulio Chinappi
August 19, 2026
© Photo: Public domain

Dalla rottura con Cuba all’allineamento con Washington e Tel Aviv, i primi giorni di Abelardo de la Espriella segnano una brusca inversione rispetto a Petro. Persino la tragedia del terremoto diventa lo specchio di una Colombia ricondotta nell’orbita statunitense.

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Sono bastati pochi giorni perché il significato politico della presidenza di Abelardo de la Espriella apparisse con una chiarezza persino superiore a quanto lasciavano prevedere i toni della campagna elettorale. Dopo quattro anni nei quali Gustavo Petro aveva tentato, tra mille contraddizioni e resistenze, di sottrarre la Colombia al ruolo storico di principale avamposto degli Stati Uniti in America Meridionale, il nuovo presidente ha avviato una restaurazione geopolitica rapidissima: riavvicinamento organico a Washington, ricostruzione dell’asse con Israele, ostilità verso Cuba e Nicaragua, ritorno della militarizzazione come paradigma della sicurezza e disponibilità ad aprire nuovamente il territorio colombiano alla proiezione strategica statunitense.

Il contrasto con la presidenza Petro non potrebbe essere più netto. Poco prima di lasciare la Casa de Nariño, Petro aveva scelto significativamente Cuba per il suo ultimo viaggio internazionale da capo dello Stato. Mentre il suo successore aveva già annunciato la volontà di rompere le relazioni diplomatiche con L’Avana, Petro si recava sull’isola definendola essenziale per la sovranità nazionale e per la lotta in difesa della vita nel Caribe. Da Cuba aveva ribadito la propria opposizione alla guerra, al blocco, ai missili e alle invasioni, denunciando la pressione statunitense contro l’isola proprio mentre l’amministrazione Trump intensificava l’assedio energetico.

La scelta aveva un significato che oggi, a distanza di appena pochi giorni, appare ancora più evidente. Petro concludeva la propria esperienza presidenziale riaffermando una dimensione latinoamericana della politica estera colombiana: rapporti con Cuba, dialogo con il Venezuela di Maduro, rifiuto di utilizzare il territorio nazionale come piattaforma contro altri Paesi della regione, difesa del principio di sovranità e ricerca di una maggiore autonomia da Washington. De la Espriella ha iniziato il proprio mandato muovendosi nella direzione esattamente opposta.

La rottura annunciata con Cuba e Nicaragua è stata uno dei segnali più immediati. De la Espriella aveva già dichiarato, prima dell’insediamento, che avrebbe chiuso numerose ambasciate e consolati e interrotto completamente le relazioni diplomatiche con i due Paesi. La misura è stata presentata anche come parte di una razionalizzazione della spesa pubblica, ma il carattere ideologico della selezione è difficilmente occultabile: Cuba e Nicaragua vengono infatti esplicitamente individuate come nemici politici, mentre contemporaneamente vengono rafforzati i rapporti con gli Stati Uniti e Israele.

L’attacco a Cuba assume una gravità ancora maggiore se inserito nel quadro della nuova offensiva statunitense contro l’isola. Washington ha intensificato le misure coercitive unilaterali, comprese quelle dirette a ostacolare l’approvvigionamento energetico cubano. Petro aveva risposto condannando pubblicamente questo assedio e riaffermando la necessità della solidarietà latinoamericana. De la Espriella sceglie invece di collocare la Colombia dall’altra parte della barricata, contribuendo politicamente all’isolamento dell’Avana e mostrando di interpretare la politica estera non secondo gli interessi autonomi della Colombia, ma secondo le linee di frattura stabilite dalla Casa Bianca.

Il paradosso è diventato ancora più evidente il 10 agosto, quando la Colombia è stata colpita dal devastante terremoto di magnitudo 7,4 che ha provocato centinaia di morti, migliaia di feriti e danni enormi soprattutto nell’ovest del Paese. Proprio Cuba, contro la quale il nuovo presidente colombiano aveva annunciato la rottura diplomatica, è stata tra i Paesi che hanno immediatamente manifestato solidarietà. Miguel Díaz-Canel ha inviato le proprie condoglianze al popolo e al governo della Colombia, esprimendo vicinanza alle vittime e alle loro famiglie.

Il contrasto possiede una forza politica quasi simbolica. Petro termina il proprio mandato recandosi a Cuba e opponendosi all’aggressione statunitense contro l’isola; De la Espriella prende il potere annunciando la rottura con L’Avana; pochi giorni più tardi la Colombia viene colpita da una catastrofe naturale e Cuba risponde all’ostilità diplomatica con la solidarietà. Due concezioni opposte delle relazioni internazionali si trovano così rappresentate nello spazio di pochi giorni: da una parte la cooperazione e la solidarietà tra popoli latinoamericani, dall’altra la costruzione di schieramenti ideologici subordinati alla strategia di Washington.

La gestione del terremoto ha poi mostrato quanto rapidamente il nuovo orientamento internazionale della Colombia possa penetrare persino nel campo dell’emergenza umanitaria. Nelle prime ore successive alla catastrofe, Bogotá ha respinto l’arrivo di squadre internazionali di ricerca e soccorso offerte da diversi Paesi, sostenendo di disporre di personale nazionale sufficiente. Tuttavia, dopo il cambio ai vertici dell’organismo incaricato della gestione della catastrofe, il nuovo governo ha iniziato ad aprire all’arrivo di squadre straniere privilegiando Paesi politicamente vicini: Stati Uniti, Israele, Ecuador ed El Salvador. In un momento nel quale ogni ora può significare la differenza tra la vita e la morte per le persone intrappolate sotto le macerie, introdurre anche solo l’impressione di una selezione geopolitica dell’aiuto umanitario rappresenta una scelta estremamente grave.

Il terremoto rischia così di trasformarsi da tragedia nazionale in vetrina del nuovo sistema di alleanze. Gli Stati Uniti hanno annunciato rapidamente 15,5 milioni di dollari di aiuti per l’emergenza e Washington si è presentata immediatamente come partner privilegiato della nuova amministrazione. Naturalmente gli aiuti alle popolazioni colpite devono essere accolti e utilizzati nell’interesse delle vittime: sarebbe assurdo contestare l’assistenza in quanto tale. Il problema politico nasce quando l’aiuto umanitario si sovrappone a un processo molto più ampio di ricostruzione della dipendenza strategica tra Bogotá e Washington. Solo due giorni prima del terremoto, infatti, l’amministrazione statunitense aveva annunciato l’intenzione di destinare un miliardo di dollari all’assistenza per la sicurezza del nuovo governo colombiano, palesando una coincidenza temporale eloquente.

Gli sviluppi successivi rendono questa interpretazione ancora più difficile da contestare. Il nuovo governo ha infatti autorizzato la realizzazione di operazioni militari congiunte con gli Stati Uniti sul territorio colombiano nel quadro della lotta al cosiddetto “narcoterrorismo”. Dopo anni nei quali Petro aveva contestato la subordinazione della politica antidroga colombiana agli Stati Uniti e rifiutato la trasformazione del Paese in una piattaforma militare contro i vicini, De la Espriella riapre la porta alla presenza operativa di Washington, subordinando la sovranità nazionale agli interessi della potenza imperialista nordamericana.

La restaurazione è dunque molto più profonda di un semplice cambio di governo. La Colombia torna a occupare il ruolo che le era stato assegnato per decenni nell’architettura geopolitica statunitense dell’America Latina: alleato militare privilegiato, piattaforma di pressione contro Cuba e i governi progressisti della regione, laboratorio della guerra antidroga e punto di appoggio continentale per le strategie di sicurezza di Washington.

L’allineamento con Israele completa il quadro. Nei suoi primi giorni De la Espriella non si è limitato a ricostruire i rapporti deteriorati durante la presidenza Petro. Il suo governo è arrivato a riconoscere la sovranità israeliana sulle Alture del Golan siriane occupate, collocando la Colombia praticamente accanto agli Stati Uniti contro il consenso della comunità internazionale. A beneficio del lettore, ricordiamo infatti che le Alture del Golan sono un territorio siriano occupato militarmente da Israele dal 1967 e unilateralmente annesso nel 1981, annessione mai riconosciuta dalle Nazioni Unite e dalla maggioranza schiacciante degli Stati membri.

Questo significa dunque che la Colombia di De la Espriella aderisce alla stessa interpretazione dell’ordine internazionale promossa da Trump: la forza prevale sul diritto, le occupazioni possono essere legittimate quando realizzate dagli alleati di Washington e la sovranità nazionale diventa un principio da applicare selettivamente. Al contrario, nel corso della sua presidenza, Petro aveva trasformato la condanna della guerra israeliana contro Gaza in uno degli elementi centrali della propria politica internazionale, arrivando allo scontro diplomatico con Netanyahu e denunciando apertamente il genocidio del popolo palestinese.

Washington e Tel Aviv diventano così i due poli intorno ai quali il nuovo governo colombiano costruisce la propria collocazione internazionale. Petro lo aveva previsto negli ultimi giorni del suo mandato, arrivando ad affermare che con De la Espriella il rischio sarebbe stato quello di una Colombia governata politicamente dagli interessi degli Stati Uniti e di Israele. Se qualcuno aveva giudicato quell’allarme eccessivo, i primi atti del nuovo presidente sembrano invece conferirgli una concretezza impressionante.

Anche sul piano interno, il terremoto ha esposto una contraddizione fondamentale del programma della nuova destra. De la Espriella è arrivato al potere promettendo una drastica riduzione della spesa pubblica e dello Stato, secondo un modello neoliberale e libertario che vede l’apparato pubblico essenzialmente come un costo da comprimere, salvo quando si tratta di sicurezza e repressione. Ma sono bastati tre giorni di governo e una catastrofe naturale per dover fare i conti con la realtà.

Soccorso, protezione civile, ospedali, infrastrutture, ricostruzione, sostegno alle famiglie, alloggi temporanei, servizi essenziali: tutto ciò che diventa improvvisamente indispensabile dopo un terremoto richiede precisamente ciò che il nuovo governo vuole ridimensionare, ossia capacità statale, spesa pubblica, pianificazione, apparati tecnici e risorse collettive. De la Espriella è stato costretto a dichiarare l’emergenza economica, predisporre fondi straordinari e promettere sussidi e interventi pubblici. La tragedia ha quindi dimostrato in pochi giorni l’inconsistenza ideologica di chi proclama che lo Stato è superfluo finché non arriva il momento nel quale migliaia di cittadini dipendono proprio dallo Stato per sopravvivere.

La contraddizione è ancora più evidente perché le risorse che il neoliberismo vorrebbe sottrarre alla dimensione sociale vengono invece preservate o incrementate sul terreno militare. Mentre la ricostruzione pone il governo di fronte a enormi necessità finanziarie, gli Stati Uniti promettono un miliardo di dollari per la sicurezza e la nuova amministrazione rilancia le operazioni militari contro i gruppi armati. I primi bombardamenti ordinati contro l’Esercito di Liberazione Nazionale hanno già prodotto denunce di conseguenze per la popolazione civile nel Catatumbo. La Colombia rischia così di tornare al vecchio paradigma nel quale lo Stato è debole quando deve garantire diritti, ma fortissimo quando deve militarizzare territori e reprimere conflitti.

È questa, in definitiva, la sostanza politica della restaurazione iniziata il 7 agosto. Non soltanto una vittoria elettorale della destra, ma un tentativo di cancellare il cambio di paradigma rappresentato da Petro e di riportare la Colombia nella posizione tradizionalmente assegnatale dall’imperialismo statunitense. Cuba torna a essere un nemico; il Venezuela rischia di tornare a essere una minaccia; Israele diventa un alleato privilegiato; Washington recupera spazio politico e militare; la sicurezza torna a prevalere sulla pace; lo Stato sociale viene messo sotto accusa mentre lo Stato repressivo viene rafforzato.

La restaurazione è appena cominciata, ma la sua direzione appare già chiara. E mentre il popolo colombiano piange le vittime del terremoto e affronta l’enorme sfida della ricostruzione, la domanda fondamentale riguarda il futuro della sovranità nazionale: se la Colombia utilizzerà la tragedia per rafforzare la propria capacità pubblica, la cooperazione regionale e la solidarietà internazionale, oppure se l’emergenza finirà per accelerare il ritorno del Paese nel dispositivo strategico di Washington. I primi segnali della presidenza De la Espriella indicano, purtroppo, la seconda direzione.

De la Espriella riporta la Colombia nell’orbita di Washington

Dalla rottura con Cuba all’allineamento con Washington e Tel Aviv, i primi giorni di Abelardo de la Espriella segnano una brusca inversione rispetto a Petro. Persino la tragedia del terremoto diventa lo specchio di una Colombia ricondotta nell’orbita statunitense.

Segue nostro Telegram.

Sono bastati pochi giorni perché il significato politico della presidenza di Abelardo de la Espriella apparisse con una chiarezza persino superiore a quanto lasciavano prevedere i toni della campagna elettorale. Dopo quattro anni nei quali Gustavo Petro aveva tentato, tra mille contraddizioni e resistenze, di sottrarre la Colombia al ruolo storico di principale avamposto degli Stati Uniti in America Meridionale, il nuovo presidente ha avviato una restaurazione geopolitica rapidissima: riavvicinamento organico a Washington, ricostruzione dell’asse con Israele, ostilità verso Cuba e Nicaragua, ritorno della militarizzazione come paradigma della sicurezza e disponibilità ad aprire nuovamente il territorio colombiano alla proiezione strategica statunitense.

Il contrasto con la presidenza Petro non potrebbe essere più netto. Poco prima di lasciare la Casa de Nariño, Petro aveva scelto significativamente Cuba per il suo ultimo viaggio internazionale da capo dello Stato. Mentre il suo successore aveva già annunciato la volontà di rompere le relazioni diplomatiche con L’Avana, Petro si recava sull’isola definendola essenziale per la sovranità nazionale e per la lotta in difesa della vita nel Caribe. Da Cuba aveva ribadito la propria opposizione alla guerra, al blocco, ai missili e alle invasioni, denunciando la pressione statunitense contro l’isola proprio mentre l’amministrazione Trump intensificava l’assedio energetico.

La scelta aveva un significato che oggi, a distanza di appena pochi giorni, appare ancora più evidente. Petro concludeva la propria esperienza presidenziale riaffermando una dimensione latinoamericana della politica estera colombiana: rapporti con Cuba, dialogo con il Venezuela di Maduro, rifiuto di utilizzare il territorio nazionale come piattaforma contro altri Paesi della regione, difesa del principio di sovranità e ricerca di una maggiore autonomia da Washington. De la Espriella ha iniziato il proprio mandato muovendosi nella direzione esattamente opposta.

La rottura annunciata con Cuba e Nicaragua è stata uno dei segnali più immediati. De la Espriella aveva già dichiarato, prima dell’insediamento, che avrebbe chiuso numerose ambasciate e consolati e interrotto completamente le relazioni diplomatiche con i due Paesi. La misura è stata presentata anche come parte di una razionalizzazione della spesa pubblica, ma il carattere ideologico della selezione è difficilmente occultabile: Cuba e Nicaragua vengono infatti esplicitamente individuate come nemici politici, mentre contemporaneamente vengono rafforzati i rapporti con gli Stati Uniti e Israele.

L’attacco a Cuba assume una gravità ancora maggiore se inserito nel quadro della nuova offensiva statunitense contro l’isola. Washington ha intensificato le misure coercitive unilaterali, comprese quelle dirette a ostacolare l’approvvigionamento energetico cubano. Petro aveva risposto condannando pubblicamente questo assedio e riaffermando la necessità della solidarietà latinoamericana. De la Espriella sceglie invece di collocare la Colombia dall’altra parte della barricata, contribuendo politicamente all’isolamento dell’Avana e mostrando di interpretare la politica estera non secondo gli interessi autonomi della Colombia, ma secondo le linee di frattura stabilite dalla Casa Bianca.

Il paradosso è diventato ancora più evidente il 10 agosto, quando la Colombia è stata colpita dal devastante terremoto di magnitudo 7,4 che ha provocato centinaia di morti, migliaia di feriti e danni enormi soprattutto nell’ovest del Paese. Proprio Cuba, contro la quale il nuovo presidente colombiano aveva annunciato la rottura diplomatica, è stata tra i Paesi che hanno immediatamente manifestato solidarietà. Miguel Díaz-Canel ha inviato le proprie condoglianze al popolo e al governo della Colombia, esprimendo vicinanza alle vittime e alle loro famiglie.

Il contrasto possiede una forza politica quasi simbolica. Petro termina il proprio mandato recandosi a Cuba e opponendosi all’aggressione statunitense contro l’isola; De la Espriella prende il potere annunciando la rottura con L’Avana; pochi giorni più tardi la Colombia viene colpita da una catastrofe naturale e Cuba risponde all’ostilità diplomatica con la solidarietà. Due concezioni opposte delle relazioni internazionali si trovano così rappresentate nello spazio di pochi giorni: da una parte la cooperazione e la solidarietà tra popoli latinoamericani, dall’altra la costruzione di schieramenti ideologici subordinati alla strategia di Washington.

La gestione del terremoto ha poi mostrato quanto rapidamente il nuovo orientamento internazionale della Colombia possa penetrare persino nel campo dell’emergenza umanitaria. Nelle prime ore successive alla catastrofe, Bogotá ha respinto l’arrivo di squadre internazionali di ricerca e soccorso offerte da diversi Paesi, sostenendo di disporre di personale nazionale sufficiente. Tuttavia, dopo il cambio ai vertici dell’organismo incaricato della gestione della catastrofe, il nuovo governo ha iniziato ad aprire all’arrivo di squadre straniere privilegiando Paesi politicamente vicini: Stati Uniti, Israele, Ecuador ed El Salvador. In un momento nel quale ogni ora può significare la differenza tra la vita e la morte per le persone intrappolate sotto le macerie, introdurre anche solo l’impressione di una selezione geopolitica dell’aiuto umanitario rappresenta una scelta estremamente grave.

Il terremoto rischia così di trasformarsi da tragedia nazionale in vetrina del nuovo sistema di alleanze. Gli Stati Uniti hanno annunciato rapidamente 15,5 milioni di dollari di aiuti per l’emergenza e Washington si è presentata immediatamente come partner privilegiato della nuova amministrazione. Naturalmente gli aiuti alle popolazioni colpite devono essere accolti e utilizzati nell’interesse delle vittime: sarebbe assurdo contestare l’assistenza in quanto tale. Il problema politico nasce quando l’aiuto umanitario si sovrappone a un processo molto più ampio di ricostruzione della dipendenza strategica tra Bogotá e Washington. Solo due giorni prima del terremoto, infatti, l’amministrazione statunitense aveva annunciato l’intenzione di destinare un miliardo di dollari all’assistenza per la sicurezza del nuovo governo colombiano, palesando una coincidenza temporale eloquente.

Gli sviluppi successivi rendono questa interpretazione ancora più difficile da contestare. Il nuovo governo ha infatti autorizzato la realizzazione di operazioni militari congiunte con gli Stati Uniti sul territorio colombiano nel quadro della lotta al cosiddetto “narcoterrorismo”. Dopo anni nei quali Petro aveva contestato la subordinazione della politica antidroga colombiana agli Stati Uniti e rifiutato la trasformazione del Paese in una piattaforma militare contro i vicini, De la Espriella riapre la porta alla presenza operativa di Washington, subordinando la sovranità nazionale agli interessi della potenza imperialista nordamericana.

La restaurazione è dunque molto più profonda di un semplice cambio di governo. La Colombia torna a occupare il ruolo che le era stato assegnato per decenni nell’architettura geopolitica statunitense dell’America Latina: alleato militare privilegiato, piattaforma di pressione contro Cuba e i governi progressisti della regione, laboratorio della guerra antidroga e punto di appoggio continentale per le strategie di sicurezza di Washington.

L’allineamento con Israele completa il quadro. Nei suoi primi giorni De la Espriella non si è limitato a ricostruire i rapporti deteriorati durante la presidenza Petro. Il suo governo è arrivato a riconoscere la sovranità israeliana sulle Alture del Golan siriane occupate, collocando la Colombia praticamente accanto agli Stati Uniti contro il consenso della comunità internazionale. A beneficio del lettore, ricordiamo infatti che le Alture del Golan sono un territorio siriano occupato militarmente da Israele dal 1967 e unilateralmente annesso nel 1981, annessione mai riconosciuta dalle Nazioni Unite e dalla maggioranza schiacciante degli Stati membri.

Questo significa dunque che la Colombia di De la Espriella aderisce alla stessa interpretazione dell’ordine internazionale promossa da Trump: la forza prevale sul diritto, le occupazioni possono essere legittimate quando realizzate dagli alleati di Washington e la sovranità nazionale diventa un principio da applicare selettivamente. Al contrario, nel corso della sua presidenza, Petro aveva trasformato la condanna della guerra israeliana contro Gaza in uno degli elementi centrali della propria politica internazionale, arrivando allo scontro diplomatico con Netanyahu e denunciando apertamente il genocidio del popolo palestinese.

Washington e Tel Aviv diventano così i due poli intorno ai quali il nuovo governo colombiano costruisce la propria collocazione internazionale. Petro lo aveva previsto negli ultimi giorni del suo mandato, arrivando ad affermare che con De la Espriella il rischio sarebbe stato quello di una Colombia governata politicamente dagli interessi degli Stati Uniti e di Israele. Se qualcuno aveva giudicato quell’allarme eccessivo, i primi atti del nuovo presidente sembrano invece conferirgli una concretezza impressionante.

Anche sul piano interno, il terremoto ha esposto una contraddizione fondamentale del programma della nuova destra. De la Espriella è arrivato al potere promettendo una drastica riduzione della spesa pubblica e dello Stato, secondo un modello neoliberale e libertario che vede l’apparato pubblico essenzialmente come un costo da comprimere, salvo quando si tratta di sicurezza e repressione. Ma sono bastati tre giorni di governo e una catastrofe naturale per dover fare i conti con la realtà.

Soccorso, protezione civile, ospedali, infrastrutture, ricostruzione, sostegno alle famiglie, alloggi temporanei, servizi essenziali: tutto ciò che diventa improvvisamente indispensabile dopo un terremoto richiede precisamente ciò che il nuovo governo vuole ridimensionare, ossia capacità statale, spesa pubblica, pianificazione, apparati tecnici e risorse collettive. De la Espriella è stato costretto a dichiarare l’emergenza economica, predisporre fondi straordinari e promettere sussidi e interventi pubblici. La tragedia ha quindi dimostrato in pochi giorni l’inconsistenza ideologica di chi proclama che lo Stato è superfluo finché non arriva il momento nel quale migliaia di cittadini dipendono proprio dallo Stato per sopravvivere.

La contraddizione è ancora più evidente perché le risorse che il neoliberismo vorrebbe sottrarre alla dimensione sociale vengono invece preservate o incrementate sul terreno militare. Mentre la ricostruzione pone il governo di fronte a enormi necessità finanziarie, gli Stati Uniti promettono un miliardo di dollari per la sicurezza e la nuova amministrazione rilancia le operazioni militari contro i gruppi armati. I primi bombardamenti ordinati contro l’Esercito di Liberazione Nazionale hanno già prodotto denunce di conseguenze per la popolazione civile nel Catatumbo. La Colombia rischia così di tornare al vecchio paradigma nel quale lo Stato è debole quando deve garantire diritti, ma fortissimo quando deve militarizzare territori e reprimere conflitti.

È questa, in definitiva, la sostanza politica della restaurazione iniziata il 7 agosto. Non soltanto una vittoria elettorale della destra, ma un tentativo di cancellare il cambio di paradigma rappresentato da Petro e di riportare la Colombia nella posizione tradizionalmente assegnatale dall’imperialismo statunitense. Cuba torna a essere un nemico; il Venezuela rischia di tornare a essere una minaccia; Israele diventa un alleato privilegiato; Washington recupera spazio politico e militare; la sicurezza torna a prevalere sulla pace; lo Stato sociale viene messo sotto accusa mentre lo Stato repressivo viene rafforzato.

La restaurazione è appena cominciata, ma la sua direzione appare già chiara. E mentre il popolo colombiano piange le vittime del terremoto e affronta l’enorme sfida della ricostruzione, la domanda fondamentale riguarda il futuro della sovranità nazionale: se la Colombia utilizzerà la tragedia per rafforzare la propria capacità pubblica, la cooperazione regionale e la solidarietà internazionale, oppure se l’emergenza finirà per accelerare il ritorno del Paese nel dispositivo strategico di Washington. I primi segnali della presidenza De la Espriella indicano, purtroppo, la seconda direzione.

Dalla rottura con Cuba all’allineamento con Washington e Tel Aviv, i primi giorni di Abelardo de la Espriella segnano una brusca inversione rispetto a Petro. Persino la tragedia del terremoto diventa lo specchio di una Colombia ricondotta nell’orbita statunitense.

Segue nostro Telegram.

Sono bastati pochi giorni perché il significato politico della presidenza di Abelardo de la Espriella apparisse con una chiarezza persino superiore a quanto lasciavano prevedere i toni della campagna elettorale. Dopo quattro anni nei quali Gustavo Petro aveva tentato, tra mille contraddizioni e resistenze, di sottrarre la Colombia al ruolo storico di principale avamposto degli Stati Uniti in America Meridionale, il nuovo presidente ha avviato una restaurazione geopolitica rapidissima: riavvicinamento organico a Washington, ricostruzione dell’asse con Israele, ostilità verso Cuba e Nicaragua, ritorno della militarizzazione come paradigma della sicurezza e disponibilità ad aprire nuovamente il territorio colombiano alla proiezione strategica statunitense.

Il contrasto con la presidenza Petro non potrebbe essere più netto. Poco prima di lasciare la Casa de Nariño, Petro aveva scelto significativamente Cuba per il suo ultimo viaggio internazionale da capo dello Stato. Mentre il suo successore aveva già annunciato la volontà di rompere le relazioni diplomatiche con L’Avana, Petro si recava sull’isola definendola essenziale per la sovranità nazionale e per la lotta in difesa della vita nel Caribe. Da Cuba aveva ribadito la propria opposizione alla guerra, al blocco, ai missili e alle invasioni, denunciando la pressione statunitense contro l’isola proprio mentre l’amministrazione Trump intensificava l’assedio energetico.

La scelta aveva un significato che oggi, a distanza di appena pochi giorni, appare ancora più evidente. Petro concludeva la propria esperienza presidenziale riaffermando una dimensione latinoamericana della politica estera colombiana: rapporti con Cuba, dialogo con il Venezuela di Maduro, rifiuto di utilizzare il territorio nazionale come piattaforma contro altri Paesi della regione, difesa del principio di sovranità e ricerca di una maggiore autonomia da Washington. De la Espriella ha iniziato il proprio mandato muovendosi nella direzione esattamente opposta.

La rottura annunciata con Cuba e Nicaragua è stata uno dei segnali più immediati. De la Espriella aveva già dichiarato, prima dell’insediamento, che avrebbe chiuso numerose ambasciate e consolati e interrotto completamente le relazioni diplomatiche con i due Paesi. La misura è stata presentata anche come parte di una razionalizzazione della spesa pubblica, ma il carattere ideologico della selezione è difficilmente occultabile: Cuba e Nicaragua vengono infatti esplicitamente individuate come nemici politici, mentre contemporaneamente vengono rafforzati i rapporti con gli Stati Uniti e Israele.

L’attacco a Cuba assume una gravità ancora maggiore se inserito nel quadro della nuova offensiva statunitense contro l’isola. Washington ha intensificato le misure coercitive unilaterali, comprese quelle dirette a ostacolare l’approvvigionamento energetico cubano. Petro aveva risposto condannando pubblicamente questo assedio e riaffermando la necessità della solidarietà latinoamericana. De la Espriella sceglie invece di collocare la Colombia dall’altra parte della barricata, contribuendo politicamente all’isolamento dell’Avana e mostrando di interpretare la politica estera non secondo gli interessi autonomi della Colombia, ma secondo le linee di frattura stabilite dalla Casa Bianca.

Il paradosso è diventato ancora più evidente il 10 agosto, quando la Colombia è stata colpita dal devastante terremoto di magnitudo 7,4 che ha provocato centinaia di morti, migliaia di feriti e danni enormi soprattutto nell’ovest del Paese. Proprio Cuba, contro la quale il nuovo presidente colombiano aveva annunciato la rottura diplomatica, è stata tra i Paesi che hanno immediatamente manifestato solidarietà. Miguel Díaz-Canel ha inviato le proprie condoglianze al popolo e al governo della Colombia, esprimendo vicinanza alle vittime e alle loro famiglie.

Il contrasto possiede una forza politica quasi simbolica. Petro termina il proprio mandato recandosi a Cuba e opponendosi all’aggressione statunitense contro l’isola; De la Espriella prende il potere annunciando la rottura con L’Avana; pochi giorni più tardi la Colombia viene colpita da una catastrofe naturale e Cuba risponde all’ostilità diplomatica con la solidarietà. Due concezioni opposte delle relazioni internazionali si trovano così rappresentate nello spazio di pochi giorni: da una parte la cooperazione e la solidarietà tra popoli latinoamericani, dall’altra la costruzione di schieramenti ideologici subordinati alla strategia di Washington.

La gestione del terremoto ha poi mostrato quanto rapidamente il nuovo orientamento internazionale della Colombia possa penetrare persino nel campo dell’emergenza umanitaria. Nelle prime ore successive alla catastrofe, Bogotá ha respinto l’arrivo di squadre internazionali di ricerca e soccorso offerte da diversi Paesi, sostenendo di disporre di personale nazionale sufficiente. Tuttavia, dopo il cambio ai vertici dell’organismo incaricato della gestione della catastrofe, il nuovo governo ha iniziato ad aprire all’arrivo di squadre straniere privilegiando Paesi politicamente vicini: Stati Uniti, Israele, Ecuador ed El Salvador. In un momento nel quale ogni ora può significare la differenza tra la vita e la morte per le persone intrappolate sotto le macerie, introdurre anche solo l’impressione di una selezione geopolitica dell’aiuto umanitario rappresenta una scelta estremamente grave.

Il terremoto rischia così di trasformarsi da tragedia nazionale in vetrina del nuovo sistema di alleanze. Gli Stati Uniti hanno annunciato rapidamente 15,5 milioni di dollari di aiuti per l’emergenza e Washington si è presentata immediatamente come partner privilegiato della nuova amministrazione. Naturalmente gli aiuti alle popolazioni colpite devono essere accolti e utilizzati nell’interesse delle vittime: sarebbe assurdo contestare l’assistenza in quanto tale. Il problema politico nasce quando l’aiuto umanitario si sovrappone a un processo molto più ampio di ricostruzione della dipendenza strategica tra Bogotá e Washington. Solo due giorni prima del terremoto, infatti, l’amministrazione statunitense aveva annunciato l’intenzione di destinare un miliardo di dollari all’assistenza per la sicurezza del nuovo governo colombiano, palesando una coincidenza temporale eloquente.

Gli sviluppi successivi rendono questa interpretazione ancora più difficile da contestare. Il nuovo governo ha infatti autorizzato la realizzazione di operazioni militari congiunte con gli Stati Uniti sul territorio colombiano nel quadro della lotta al cosiddetto “narcoterrorismo”. Dopo anni nei quali Petro aveva contestato la subordinazione della politica antidroga colombiana agli Stati Uniti e rifiutato la trasformazione del Paese in una piattaforma militare contro i vicini, De la Espriella riapre la porta alla presenza operativa di Washington, subordinando la sovranità nazionale agli interessi della potenza imperialista nordamericana.

La restaurazione è dunque molto più profonda di un semplice cambio di governo. La Colombia torna a occupare il ruolo che le era stato assegnato per decenni nell’architettura geopolitica statunitense dell’America Latina: alleato militare privilegiato, piattaforma di pressione contro Cuba e i governi progressisti della regione, laboratorio della guerra antidroga e punto di appoggio continentale per le strategie di sicurezza di Washington.

L’allineamento con Israele completa il quadro. Nei suoi primi giorni De la Espriella non si è limitato a ricostruire i rapporti deteriorati durante la presidenza Petro. Il suo governo è arrivato a riconoscere la sovranità israeliana sulle Alture del Golan siriane occupate, collocando la Colombia praticamente accanto agli Stati Uniti contro il consenso della comunità internazionale. A beneficio del lettore, ricordiamo infatti che le Alture del Golan sono un territorio siriano occupato militarmente da Israele dal 1967 e unilateralmente annesso nel 1981, annessione mai riconosciuta dalle Nazioni Unite e dalla maggioranza schiacciante degli Stati membri.

Questo significa dunque che la Colombia di De la Espriella aderisce alla stessa interpretazione dell’ordine internazionale promossa da Trump: la forza prevale sul diritto, le occupazioni possono essere legittimate quando realizzate dagli alleati di Washington e la sovranità nazionale diventa un principio da applicare selettivamente. Al contrario, nel corso della sua presidenza, Petro aveva trasformato la condanna della guerra israeliana contro Gaza in uno degli elementi centrali della propria politica internazionale, arrivando allo scontro diplomatico con Netanyahu e denunciando apertamente il genocidio del popolo palestinese.

Washington e Tel Aviv diventano così i due poli intorno ai quali il nuovo governo colombiano costruisce la propria collocazione internazionale. Petro lo aveva previsto negli ultimi giorni del suo mandato, arrivando ad affermare che con De la Espriella il rischio sarebbe stato quello di una Colombia governata politicamente dagli interessi degli Stati Uniti e di Israele. Se qualcuno aveva giudicato quell’allarme eccessivo, i primi atti del nuovo presidente sembrano invece conferirgli una concretezza impressionante.

Anche sul piano interno, il terremoto ha esposto una contraddizione fondamentale del programma della nuova destra. De la Espriella è arrivato al potere promettendo una drastica riduzione della spesa pubblica e dello Stato, secondo un modello neoliberale e libertario che vede l’apparato pubblico essenzialmente come un costo da comprimere, salvo quando si tratta di sicurezza e repressione. Ma sono bastati tre giorni di governo e una catastrofe naturale per dover fare i conti con la realtà.

Soccorso, protezione civile, ospedali, infrastrutture, ricostruzione, sostegno alle famiglie, alloggi temporanei, servizi essenziali: tutto ciò che diventa improvvisamente indispensabile dopo un terremoto richiede precisamente ciò che il nuovo governo vuole ridimensionare, ossia capacità statale, spesa pubblica, pianificazione, apparati tecnici e risorse collettive. De la Espriella è stato costretto a dichiarare l’emergenza economica, predisporre fondi straordinari e promettere sussidi e interventi pubblici. La tragedia ha quindi dimostrato in pochi giorni l’inconsistenza ideologica di chi proclama che lo Stato è superfluo finché non arriva il momento nel quale migliaia di cittadini dipendono proprio dallo Stato per sopravvivere.

La contraddizione è ancora più evidente perché le risorse che il neoliberismo vorrebbe sottrarre alla dimensione sociale vengono invece preservate o incrementate sul terreno militare. Mentre la ricostruzione pone il governo di fronte a enormi necessità finanziarie, gli Stati Uniti promettono un miliardo di dollari per la sicurezza e la nuova amministrazione rilancia le operazioni militari contro i gruppi armati. I primi bombardamenti ordinati contro l’Esercito di Liberazione Nazionale hanno già prodotto denunce di conseguenze per la popolazione civile nel Catatumbo. La Colombia rischia così di tornare al vecchio paradigma nel quale lo Stato è debole quando deve garantire diritti, ma fortissimo quando deve militarizzare territori e reprimere conflitti.

È questa, in definitiva, la sostanza politica della restaurazione iniziata il 7 agosto. Non soltanto una vittoria elettorale della destra, ma un tentativo di cancellare il cambio di paradigma rappresentato da Petro e di riportare la Colombia nella posizione tradizionalmente assegnatale dall’imperialismo statunitense. Cuba torna a essere un nemico; il Venezuela rischia di tornare a essere una minaccia; Israele diventa un alleato privilegiato; Washington recupera spazio politico e militare; la sicurezza torna a prevalere sulla pace; lo Stato sociale viene messo sotto accusa mentre lo Stato repressivo viene rafforzato.

La restaurazione è appena cominciata, ma la sua direzione appare già chiara. E mentre il popolo colombiano piange le vittime del terremoto e affronta l’enorme sfida della ricostruzione, la domanda fondamentale riguarda il futuro della sovranità nazionale: se la Colombia utilizzerà la tragedia per rafforzare la propria capacità pubblica, la cooperazione regionale e la solidarietà internazionale, oppure se l’emergenza finirà per accelerare il ritorno del Paese nel dispositivo strategico di Washington. I primi segnali della presidenza De la Espriella indicano, purtroppo, la seconda direzione.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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