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Giulio Chinappi
September 11, 2026
© Photo: Public domain

La visita di Vladimir Putin a Iturup ha riacceso una controversia che accompagna i rapporti russo-giapponesi dal 1945. Per comprenderla occorre ricostruire trattati, accordi alleati e pressioni statunitensi che hanno trasformato le Curili meridionali in uno degli ultimi contenziosi territoriali della Seconda guerra mondiale.

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La visita compiuta il 13 agosto dal presidente russo Vladimir Putin sull’isola di Iturup (Etorofu secondo la nomenclatura giapponese) ha provocato una nuova protesta di Tokyo sulla questione delle Curili meridionali. La prima ministra Sanae Takaichi ha definito la presenza del capo dello Stato russo «assolutamente inaccettabile», mentre Mosca ha replicato che gli spostamenti del presidente all’interno del territorio della Federazione Russa costituiscono una questione interna sulla quale nessun Paese straniero può esercitare un diritto di veto. Iturup, come Kunašir, Shikotan e l’arcipelago delle Habomai, è infatti amministrata dalla Russia dal 1945 e oggi appartiene all’oblast’ di Sachalin, mentre il Giappone rivendica le quattro isole con la denominazione di «Territori Settentrionali».

Presentando la controversia come se si trattasse semplicemente di «territori giapponesi occupati dalla Russia», la posizione ufficiale di Tokyo omette una parte decisiva della vicenda storica, che andremo a ricostruire a breve. La sovranità russa viene infatti effettivamente esercitata sin dal 1945, essendosi consolidata nell’ordine territoriale prodotto dalla Seconda guerra mondiale; dall’altra parte troviamo invece una rivendicazione giapponese sviluppatasi nel dopoguerra e progressivamente irrigiditasi anche nel contesto della Guerra fredda e dell’alleanza politico-militare tra Tokyo e Washington.

La storia delle Curili dimostra anzitutto che non esiste una linea di continuità semplice sulla quale fondare una pretesa di possesso «da sempre» dell’intero arcipelago da parte dell’una o dell’altra potenza. Il primo accordo che stabilì formalmente un confine tra l’Impero russo e il Giappone fu il Trattato di Shimoda del 7 febbraio 1855. In quell’occasione, il confine venne fissato nello stretto compreso fra Etorofu, l’attuale Iturup, assegnata al Giappone, e Uruppu, l’attuale Urup, appartenente alla Russia. Le isole poste più a nord di Urup erano dunque russe, mentre Sachalin rimaneva priva di una delimitazione territoriale definitiva tra i due Stati.

Tale assetto mutò appena vent’anni dopo. Con il Trattato di San Pietroburgo del 1875, il Giappone rinunciò alle proprie pretese su Sachalin in cambio delle diciotto isole dell’arcipelago delle Curili che fino ad allora appartenevano alla Russia, da Urup fino a Shumshu. Tokyo ottenne così il controllo dell’intera catena insulare. Questo precedente è frequentemente richiamato dal governo giapponese per sostenere la propria posizione di rivendicazione della parte meridionale dell’arcipelago, ignorando tuttavia i successivi sviluppi storici.

L’attuale assetto delle Curili non deriva infatti dai trattati ottocenteschi, bensì dalla sconfitta dell’Impero giapponese e dalla ridefinizione territoriale dell’Asia orientale conseguente alla Seconda guerra mondiale. In particolare, dobbiamo fare riferimento alla Conferenza di Jalta del febbraio 1945: nell’accordo concluso tra Iosif Stalin, Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill sulle condizioni dell’entrata sovietica nella guerra contro il Giappone venne stabilito espressamente che la parte meridionale di Sachalin, la cui metà meridionale era stata nel frattempo di nuovo occupata dal Giappone in seguito alla guerra russo-giapponese e al trattato di Portsmouth del 1905, sarebbe tornata all’Unione Sovietica, e che «le Isole Curili saranno consegnate all’Unione Sovietica». I tre capi delle grandi potenze aggiunsero che tali richieste sovietiche avrebbero dovuto essere «indiscutibilmente soddisfatte» dopo la sconfitta del Giappone.

Tokyo replica ancora oggi che il Giappone non era parte dell’accordo di Jalta e dunque non poteva esserne giuridicamente vincolato. Sebbene l’obiezione possa apparire pertinente sotto il profilo formale, va ricordato che Jalta era un accordo tra le potenze alleate, e non un trattato di pace sottoscritto dal Giappone, che successivamente avrebbe accettato le condizioni della Dichiarazione di Potsdam e sottoscritto l’atto di capitolazione. L’entrata sovietica nel conflitto contro il Giappone avvenne dunque precisamente nel quadro degli accordi interalleati e, dopo la capitolazione nipponica, le forze sovietiche occuparono l’arcipelago secondo quanto stabilito a Jalta. La Dichiarazione di Potsdam aveva inoltre stabilito che la sovranità giapponese sarebbe stata limitata a Honshu, Hokkaidō, Kyūshū, Shikoku «e alle isole minori che determineremo», lasciando quindi alle potenze vincitrici la definizione finale dei territori periferici dell’Impero.

Il documento che pesa maggiormente contro la lettura giapponese è però il Trattato di pace di San Francisco dell’8 settembre 1951. L’articolo 2(c) stabilisce testualmente che «il Giappone rinuncia a ogni diritto, titolo e pretesa sulle Isole Curili», oltre che sulla parte di Sachalin acquisita in seguito al Trattato di Portsmouth del 1905. La rinuncia giapponese è dunque inequivocabile.

Tuttavia, esiste una ambiguità che il Giappone ha spesso impugnato per portare avanti le proprie rivendicazioni: il Trattato di San Francisco, infatti, non specificò che le Curili venivano attribuite all’Unione Sovietica e Mosca, in disaccordo con altre disposizioni dell’accordo di pace, non lo firmò. Il testo stabilisce quindi con certezza una rinuncia del Giappone, ma non costituisce da solo un atto bilaterale di cessione all’URSS. È precisamente in questo spazio interpretativo che Tokyo ha costruito buona parte della propria posizione successiva, sostenendo inoltre che le quattro isole meridionali non sarebbero comprese nella nozione di «Isole Curili» utilizzata dall’articolo 2(c).

Allo stesso tempo, sono i medesimi documenti giapponesi e statunitensi a rendere particolarmente problematica la posizione successivamente assunta da Tokyo per quanto riguarda Iturup e Kunašir. I documenti diplomatici statunitensi dell’epoca ricordano infatti che il primo ministro giapponese Shigeru Yoshida, intervenendo alla Conferenza di San Francisco il 7 settembre 1951, qualificò espressamente Etorofu (Iturup) e Kunashiri (Kunašir) come appartenenti alle «Curili meridionali». Un’analisi del Dipartimento di Stato del 1956 osservava inoltre che nella maggior parte dei documenti statunitensi entrambe le isole erano considerate parte delle Curili.

La posizione attuale di Tokyo, secondo cui le due grandi isole meridionali non sarebbero comprese nella rinuncia del 1951, appare quindi difficilmente conciliabile con almeno una parte delle formulazioni utilizzate dallo stesso governo giapponese al momento della firma del trattato. Il problema si presenta diversamente per Habomai e Shikotan, la cui assimilazione geografica e storica alla catena delle Curili è assai più discutibile. La documentazione americana già nel 1949 distingueva infatti queste due aree dalle Curili propriamente dette e riconosceva che non erano state oggetto delle sistemazioni russo-giapponesi del 1855 e del 1875.

Un primo tentativo di chiudere definitivamente il contenzioso ebbe luogo nel 1956, in particolare con la Dichiarazione congiunta sovietico-giapponese del 19 ottobre, che pose formalmente fine allo stato di guerra e ristabilì le relazioni diplomatiche. Il suo articolo 9 disponeva la prosecuzione dei negoziati per un trattato di pace e stabiliva che l’Unione Sovietica avrebbe trasferito al Giappone Habomai e Shikotan dopo la conclusione di tale trattato. Iturup e Kunašir, significativamente, non furono incluse nella prevista cessione sovietica.

La possibilità di un compromesso territoriale si scontrò inoltre con la struttura geopolitica della Guerra fredda, mettendo in evidenza un elemento troppo spesso marginalizzato nelle ricostruzioni contemporanee: il ruolo degli Stati Uniti nel dissuadere Tokyo dall’accettare una soluzione con Mosca. A tal proposito, i documenti oggi pubblicati nella raccolta ufficiale Foreign Relations of the United States sono particolarmente eloquenti. Nell’agosto 1956, il segretario di Stato John Foster Dulles disse al ministro degli Esteri giapponese Mamoru Shigemitsu che, se il Giappone avesse riconosciuto la sovranità sovietica sulle Curili, gli Stati Uniti avrebbero potuto a loro volta rivendicare la piena sovranità sulle Ryūkyū, compresa Okinawa. Dulles suggerì addirittura a Tokyo di far sapere a Mosca che, se l’URSS avesse mantenuto tutte le Curili, gli Stati Uniti avrebbero potuto rimanere «per sempre» a Okinawa, creando una situazione politicamente insostenibile per qualsiasi governo giapponese.

Pubblicamente Dulles cercò poi di presentare la questione in termini più prudenti, richiamandosi all’articolo 26 del Trattato di San Francisco e negando di aver formulato una vera e propria minaccia. Ma la documentazione diplomatica interna dimostra che Washington considerava il negoziato sovietico-giapponese anche attraverso il prisma dei propri interessi strategici nel Pacifico. Un documento del Dipartimento di Stato riconosce esplicitamente che la posizione esposta da Dulles non era stata neppure il risultato di una normale elaborazione interdipartimentale, ma un orientamento formulato personalmente dal segretario di Stato.

Sebbene le pretese territoriali giapponesi avessero radici storiche precedenti, i documenti citati mostrano che la trasformazione della controversia in una rivendicazione sulle quattro isole fu fortemente condizionata dal quadro strategico della Guerra fredda. Washington, infatti, non aveva alcun interesse a favorire una normalizzazione russo-giapponese che potesse ridurre la dipendenza di Tokyo dall’alleanza statunitense e al tempo stesso indebolire la posizione statunitense a Okinawa.

Proprio per queste ragioni, nel 1960, in seguito al rinnovo del trattato di sicurezza nippo-statunitense, Mosca aggiunse la condizione del ritiro delle truppe straniere dal territorio giapponese, provocando la contestazione di Tokyo, che sostenne che le condizioni di un accordo internazionale già ratificato non potessero essere modificate unilateralmente.

Dopo il crollo dell’URSS, i governi russi continuarono per molti anni a discutere con il Giappone sulla possibilità di un trattato di pace, senza tuttavia giungere a una soluzione territoriale. Il tentativo più significativo dell’epoca recente ebbe luogo durante il lungo dialogo tra Vladimir Putin e Shinzō Abe, quando fu nuovamente presa in considerazione la Dichiarazione del 1956 come possibile punto di partenza. Tuttavia, il 2022 ha segnato un deterioramento definitivo delle relazioni russo-giapponesi: con l’adesione del Giappone alle sanzioni occidentali contro Mosca, la Russia ha sospeso i negoziati sul trattato di pace, gli scambi senza visto relativi alle Curili meridionali e il dialogo sulle attività economiche congiunte. Nel febbraio 2026, il Cremlino ha ribadito che, nelle condizioni politiche attuali, non esiste alcun dialogo sulla questione.

Chiarito il quadro storico-giuridico, la visita di Putin a Iturup assume un significato politico molto maggiore. La protesta giapponese è comprensibile alla luce della posizione territoriale sostenuta da Tokyo, ma non produce alcun effetto sulla facoltà delle autorità russe di operare nelle isole che amministrano. Sul piano dell’esercizio effettivo della sovranità, quindi, Putin si è recato in un territorio sottoposto integralmente all’ordinamento russo, ed il Giappone non ha nessun diritto di intervenire su tale questione.

Tirando le somme, la sovranità russa sulle Curili costituisce una realtà territoriale consolidata dal 1945, fondata sull’esito della guerra e sull’interpretazione russa degli accordi interalleati, mentre il Giappone mantiene una rivendicazione sulle quattro isole più meridionali la cui solidità giuridica non è uniforme. Soprattutto, non si può cancellare selettivamente l’ordine internazionale emerso dalla Seconda guerra mondiale. Il Giappone accettò la Dichiarazione di Potsdam, sottoscrisse il Trattato di San Francisco e rinunciò formalmente alle Curili. Gli Stati Uniti, dopo aver sottoscritto a Jalta l’impegno a trasferire le Curili all’Unione Sovietica, modificarono progressivamente la propria posizione quando la Guerra fredda trasformò il Giappone sconfitto in uno dei principali avamposti della strategia statunitense in Asia orientale. La disputa sulle Curili non può quindi essere separata dalla più ampia storia della costruzione dell’egemonia statunitense nel Pacifico.

Ottantuno anni dopo la fine della guerra, le isole sono abitate, amministrate, difese e integrate economicamente nella Federazione Russa. Tokyo può continuare a formulare le proprie rivendicazioni e Mosca può decidere se un giorno esisteranno nuovamente le condizioni politiche per negoziare. Ma la visita di Putin rappresenta la riaffermazione di una sovranità che la Russia esercita ininterrottamente dal dopoguerra e che considera parte non negoziabile dei risultati della vittoria sul militarismo giapponese. Ed è precisamente questo dato storico, prima ancora delle dichiarazioni diplomatiche contemporanee, che occorre tenere presente per comprendere la questione delle Curili.

Le Curili e l’ordine del dopoguerra: le radici storiche e giuridiche della sovranità russa

La visita di Vladimir Putin a Iturup ha riacceso una controversia che accompagna i rapporti russo-giapponesi dal 1945. Per comprenderla occorre ricostruire trattati, accordi alleati e pressioni statunitensi che hanno trasformato le Curili meridionali in uno degli ultimi contenziosi territoriali della Seconda guerra mondiale.

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Escríbenos: info@strategic-culture.su

La visita compiuta il 13 agosto dal presidente russo Vladimir Putin sull’isola di Iturup (Etorofu secondo la nomenclatura giapponese) ha provocato una nuova protesta di Tokyo sulla questione delle Curili meridionali. La prima ministra Sanae Takaichi ha definito la presenza del capo dello Stato russo «assolutamente inaccettabile», mentre Mosca ha replicato che gli spostamenti del presidente all’interno del territorio della Federazione Russa costituiscono una questione interna sulla quale nessun Paese straniero può esercitare un diritto di veto. Iturup, come Kunašir, Shikotan e l’arcipelago delle Habomai, è infatti amministrata dalla Russia dal 1945 e oggi appartiene all’oblast’ di Sachalin, mentre il Giappone rivendica le quattro isole con la denominazione di «Territori Settentrionali».

Presentando la controversia come se si trattasse semplicemente di «territori giapponesi occupati dalla Russia», la posizione ufficiale di Tokyo omette una parte decisiva della vicenda storica, che andremo a ricostruire a breve. La sovranità russa viene infatti effettivamente esercitata sin dal 1945, essendosi consolidata nell’ordine territoriale prodotto dalla Seconda guerra mondiale; dall’altra parte troviamo invece una rivendicazione giapponese sviluppatasi nel dopoguerra e progressivamente irrigiditasi anche nel contesto della Guerra fredda e dell’alleanza politico-militare tra Tokyo e Washington.

La storia delle Curili dimostra anzitutto che non esiste una linea di continuità semplice sulla quale fondare una pretesa di possesso «da sempre» dell’intero arcipelago da parte dell’una o dell’altra potenza. Il primo accordo che stabilì formalmente un confine tra l’Impero russo e il Giappone fu il Trattato di Shimoda del 7 febbraio 1855. In quell’occasione, il confine venne fissato nello stretto compreso fra Etorofu, l’attuale Iturup, assegnata al Giappone, e Uruppu, l’attuale Urup, appartenente alla Russia. Le isole poste più a nord di Urup erano dunque russe, mentre Sachalin rimaneva priva di una delimitazione territoriale definitiva tra i due Stati.

Tale assetto mutò appena vent’anni dopo. Con il Trattato di San Pietroburgo del 1875, il Giappone rinunciò alle proprie pretese su Sachalin in cambio delle diciotto isole dell’arcipelago delle Curili che fino ad allora appartenevano alla Russia, da Urup fino a Shumshu. Tokyo ottenne così il controllo dell’intera catena insulare. Questo precedente è frequentemente richiamato dal governo giapponese per sostenere la propria posizione di rivendicazione della parte meridionale dell’arcipelago, ignorando tuttavia i successivi sviluppi storici.

L’attuale assetto delle Curili non deriva infatti dai trattati ottocenteschi, bensì dalla sconfitta dell’Impero giapponese e dalla ridefinizione territoriale dell’Asia orientale conseguente alla Seconda guerra mondiale. In particolare, dobbiamo fare riferimento alla Conferenza di Jalta del febbraio 1945: nell’accordo concluso tra Iosif Stalin, Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill sulle condizioni dell’entrata sovietica nella guerra contro il Giappone venne stabilito espressamente che la parte meridionale di Sachalin, la cui metà meridionale era stata nel frattempo di nuovo occupata dal Giappone in seguito alla guerra russo-giapponese e al trattato di Portsmouth del 1905, sarebbe tornata all’Unione Sovietica, e che «le Isole Curili saranno consegnate all’Unione Sovietica». I tre capi delle grandi potenze aggiunsero che tali richieste sovietiche avrebbero dovuto essere «indiscutibilmente soddisfatte» dopo la sconfitta del Giappone.

Tokyo replica ancora oggi che il Giappone non era parte dell’accordo di Jalta e dunque non poteva esserne giuridicamente vincolato. Sebbene l’obiezione possa apparire pertinente sotto il profilo formale, va ricordato che Jalta era un accordo tra le potenze alleate, e non un trattato di pace sottoscritto dal Giappone, che successivamente avrebbe accettato le condizioni della Dichiarazione di Potsdam e sottoscritto l’atto di capitolazione. L’entrata sovietica nel conflitto contro il Giappone avvenne dunque precisamente nel quadro degli accordi interalleati e, dopo la capitolazione nipponica, le forze sovietiche occuparono l’arcipelago secondo quanto stabilito a Jalta. La Dichiarazione di Potsdam aveva inoltre stabilito che la sovranità giapponese sarebbe stata limitata a Honshu, Hokkaidō, Kyūshū, Shikoku «e alle isole minori che determineremo», lasciando quindi alle potenze vincitrici la definizione finale dei territori periferici dell’Impero.

Il documento che pesa maggiormente contro la lettura giapponese è però il Trattato di pace di San Francisco dell’8 settembre 1951. L’articolo 2(c) stabilisce testualmente che «il Giappone rinuncia a ogni diritto, titolo e pretesa sulle Isole Curili», oltre che sulla parte di Sachalin acquisita in seguito al Trattato di Portsmouth del 1905. La rinuncia giapponese è dunque inequivocabile.

Tuttavia, esiste una ambiguità che il Giappone ha spesso impugnato per portare avanti le proprie rivendicazioni: il Trattato di San Francisco, infatti, non specificò che le Curili venivano attribuite all’Unione Sovietica e Mosca, in disaccordo con altre disposizioni dell’accordo di pace, non lo firmò. Il testo stabilisce quindi con certezza una rinuncia del Giappone, ma non costituisce da solo un atto bilaterale di cessione all’URSS. È precisamente in questo spazio interpretativo che Tokyo ha costruito buona parte della propria posizione successiva, sostenendo inoltre che le quattro isole meridionali non sarebbero comprese nella nozione di «Isole Curili» utilizzata dall’articolo 2(c).

Allo stesso tempo, sono i medesimi documenti giapponesi e statunitensi a rendere particolarmente problematica la posizione successivamente assunta da Tokyo per quanto riguarda Iturup e Kunašir. I documenti diplomatici statunitensi dell’epoca ricordano infatti che il primo ministro giapponese Shigeru Yoshida, intervenendo alla Conferenza di San Francisco il 7 settembre 1951, qualificò espressamente Etorofu (Iturup) e Kunashiri (Kunašir) come appartenenti alle «Curili meridionali». Un’analisi del Dipartimento di Stato del 1956 osservava inoltre che nella maggior parte dei documenti statunitensi entrambe le isole erano considerate parte delle Curili.

La posizione attuale di Tokyo, secondo cui le due grandi isole meridionali non sarebbero comprese nella rinuncia del 1951, appare quindi difficilmente conciliabile con almeno una parte delle formulazioni utilizzate dallo stesso governo giapponese al momento della firma del trattato. Il problema si presenta diversamente per Habomai e Shikotan, la cui assimilazione geografica e storica alla catena delle Curili è assai più discutibile. La documentazione americana già nel 1949 distingueva infatti queste due aree dalle Curili propriamente dette e riconosceva che non erano state oggetto delle sistemazioni russo-giapponesi del 1855 e del 1875.

Un primo tentativo di chiudere definitivamente il contenzioso ebbe luogo nel 1956, in particolare con la Dichiarazione congiunta sovietico-giapponese del 19 ottobre, che pose formalmente fine allo stato di guerra e ristabilì le relazioni diplomatiche. Il suo articolo 9 disponeva la prosecuzione dei negoziati per un trattato di pace e stabiliva che l’Unione Sovietica avrebbe trasferito al Giappone Habomai e Shikotan dopo la conclusione di tale trattato. Iturup e Kunašir, significativamente, non furono incluse nella prevista cessione sovietica.

La possibilità di un compromesso territoriale si scontrò inoltre con la struttura geopolitica della Guerra fredda, mettendo in evidenza un elemento troppo spesso marginalizzato nelle ricostruzioni contemporanee: il ruolo degli Stati Uniti nel dissuadere Tokyo dall’accettare una soluzione con Mosca. A tal proposito, i documenti oggi pubblicati nella raccolta ufficiale Foreign Relations of the United States sono particolarmente eloquenti. Nell’agosto 1956, il segretario di Stato John Foster Dulles disse al ministro degli Esteri giapponese Mamoru Shigemitsu che, se il Giappone avesse riconosciuto la sovranità sovietica sulle Curili, gli Stati Uniti avrebbero potuto a loro volta rivendicare la piena sovranità sulle Ryūkyū, compresa Okinawa. Dulles suggerì addirittura a Tokyo di far sapere a Mosca che, se l’URSS avesse mantenuto tutte le Curili, gli Stati Uniti avrebbero potuto rimanere «per sempre» a Okinawa, creando una situazione politicamente insostenibile per qualsiasi governo giapponese.

Pubblicamente Dulles cercò poi di presentare la questione in termini più prudenti, richiamandosi all’articolo 26 del Trattato di San Francisco e negando di aver formulato una vera e propria minaccia. Ma la documentazione diplomatica interna dimostra che Washington considerava il negoziato sovietico-giapponese anche attraverso il prisma dei propri interessi strategici nel Pacifico. Un documento del Dipartimento di Stato riconosce esplicitamente che la posizione esposta da Dulles non era stata neppure il risultato di una normale elaborazione interdipartimentale, ma un orientamento formulato personalmente dal segretario di Stato.

Sebbene le pretese territoriali giapponesi avessero radici storiche precedenti, i documenti citati mostrano che la trasformazione della controversia in una rivendicazione sulle quattro isole fu fortemente condizionata dal quadro strategico della Guerra fredda. Washington, infatti, non aveva alcun interesse a favorire una normalizzazione russo-giapponese che potesse ridurre la dipendenza di Tokyo dall’alleanza statunitense e al tempo stesso indebolire la posizione statunitense a Okinawa.

Proprio per queste ragioni, nel 1960, in seguito al rinnovo del trattato di sicurezza nippo-statunitense, Mosca aggiunse la condizione del ritiro delle truppe straniere dal territorio giapponese, provocando la contestazione di Tokyo, che sostenne che le condizioni di un accordo internazionale già ratificato non potessero essere modificate unilateralmente.

Dopo il crollo dell’URSS, i governi russi continuarono per molti anni a discutere con il Giappone sulla possibilità di un trattato di pace, senza tuttavia giungere a una soluzione territoriale. Il tentativo più significativo dell’epoca recente ebbe luogo durante il lungo dialogo tra Vladimir Putin e Shinzō Abe, quando fu nuovamente presa in considerazione la Dichiarazione del 1956 come possibile punto di partenza. Tuttavia, il 2022 ha segnato un deterioramento definitivo delle relazioni russo-giapponesi: con l’adesione del Giappone alle sanzioni occidentali contro Mosca, la Russia ha sospeso i negoziati sul trattato di pace, gli scambi senza visto relativi alle Curili meridionali e il dialogo sulle attività economiche congiunte. Nel febbraio 2026, il Cremlino ha ribadito che, nelle condizioni politiche attuali, non esiste alcun dialogo sulla questione.

Chiarito il quadro storico-giuridico, la visita di Putin a Iturup assume un significato politico molto maggiore. La protesta giapponese è comprensibile alla luce della posizione territoriale sostenuta da Tokyo, ma non produce alcun effetto sulla facoltà delle autorità russe di operare nelle isole che amministrano. Sul piano dell’esercizio effettivo della sovranità, quindi, Putin si è recato in un territorio sottoposto integralmente all’ordinamento russo, ed il Giappone non ha nessun diritto di intervenire su tale questione.

Tirando le somme, la sovranità russa sulle Curili costituisce una realtà territoriale consolidata dal 1945, fondata sull’esito della guerra e sull’interpretazione russa degli accordi interalleati, mentre il Giappone mantiene una rivendicazione sulle quattro isole più meridionali la cui solidità giuridica non è uniforme. Soprattutto, non si può cancellare selettivamente l’ordine internazionale emerso dalla Seconda guerra mondiale. Il Giappone accettò la Dichiarazione di Potsdam, sottoscrisse il Trattato di San Francisco e rinunciò formalmente alle Curili. Gli Stati Uniti, dopo aver sottoscritto a Jalta l’impegno a trasferire le Curili all’Unione Sovietica, modificarono progressivamente la propria posizione quando la Guerra fredda trasformò il Giappone sconfitto in uno dei principali avamposti della strategia statunitense in Asia orientale. La disputa sulle Curili non può quindi essere separata dalla più ampia storia della costruzione dell’egemonia statunitense nel Pacifico.

Ottantuno anni dopo la fine della guerra, le isole sono abitate, amministrate, difese e integrate economicamente nella Federazione Russa. Tokyo può continuare a formulare le proprie rivendicazioni e Mosca può decidere se un giorno esisteranno nuovamente le condizioni politiche per negoziare. Ma la visita di Putin rappresenta la riaffermazione di una sovranità che la Russia esercita ininterrottamente dal dopoguerra e che considera parte non negoziabile dei risultati della vittoria sul militarismo giapponese. Ed è precisamente questo dato storico, prima ancora delle dichiarazioni diplomatiche contemporanee, che occorre tenere presente per comprendere la questione delle Curili.

La visita di Vladimir Putin a Iturup ha riacceso una controversia che accompagna i rapporti russo-giapponesi dal 1945. Per comprenderla occorre ricostruire trattati, accordi alleati e pressioni statunitensi che hanno trasformato le Curili meridionali in uno degli ultimi contenziosi territoriali della Seconda guerra mondiale.

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Escríbenos: info@strategic-culture.su

La visita compiuta il 13 agosto dal presidente russo Vladimir Putin sull’isola di Iturup (Etorofu secondo la nomenclatura giapponese) ha provocato una nuova protesta di Tokyo sulla questione delle Curili meridionali. La prima ministra Sanae Takaichi ha definito la presenza del capo dello Stato russo «assolutamente inaccettabile», mentre Mosca ha replicato che gli spostamenti del presidente all’interno del territorio della Federazione Russa costituiscono una questione interna sulla quale nessun Paese straniero può esercitare un diritto di veto. Iturup, come Kunašir, Shikotan e l’arcipelago delle Habomai, è infatti amministrata dalla Russia dal 1945 e oggi appartiene all’oblast’ di Sachalin, mentre il Giappone rivendica le quattro isole con la denominazione di «Territori Settentrionali».

Presentando la controversia come se si trattasse semplicemente di «territori giapponesi occupati dalla Russia», la posizione ufficiale di Tokyo omette una parte decisiva della vicenda storica, che andremo a ricostruire a breve. La sovranità russa viene infatti effettivamente esercitata sin dal 1945, essendosi consolidata nell’ordine territoriale prodotto dalla Seconda guerra mondiale; dall’altra parte troviamo invece una rivendicazione giapponese sviluppatasi nel dopoguerra e progressivamente irrigiditasi anche nel contesto della Guerra fredda e dell’alleanza politico-militare tra Tokyo e Washington.

La storia delle Curili dimostra anzitutto che non esiste una linea di continuità semplice sulla quale fondare una pretesa di possesso «da sempre» dell’intero arcipelago da parte dell’una o dell’altra potenza. Il primo accordo che stabilì formalmente un confine tra l’Impero russo e il Giappone fu il Trattato di Shimoda del 7 febbraio 1855. In quell’occasione, il confine venne fissato nello stretto compreso fra Etorofu, l’attuale Iturup, assegnata al Giappone, e Uruppu, l’attuale Urup, appartenente alla Russia. Le isole poste più a nord di Urup erano dunque russe, mentre Sachalin rimaneva priva di una delimitazione territoriale definitiva tra i due Stati.

Tale assetto mutò appena vent’anni dopo. Con il Trattato di San Pietroburgo del 1875, il Giappone rinunciò alle proprie pretese su Sachalin in cambio delle diciotto isole dell’arcipelago delle Curili che fino ad allora appartenevano alla Russia, da Urup fino a Shumshu. Tokyo ottenne così il controllo dell’intera catena insulare. Questo precedente è frequentemente richiamato dal governo giapponese per sostenere la propria posizione di rivendicazione della parte meridionale dell’arcipelago, ignorando tuttavia i successivi sviluppi storici.

L’attuale assetto delle Curili non deriva infatti dai trattati ottocenteschi, bensì dalla sconfitta dell’Impero giapponese e dalla ridefinizione territoriale dell’Asia orientale conseguente alla Seconda guerra mondiale. In particolare, dobbiamo fare riferimento alla Conferenza di Jalta del febbraio 1945: nell’accordo concluso tra Iosif Stalin, Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill sulle condizioni dell’entrata sovietica nella guerra contro il Giappone venne stabilito espressamente che la parte meridionale di Sachalin, la cui metà meridionale era stata nel frattempo di nuovo occupata dal Giappone in seguito alla guerra russo-giapponese e al trattato di Portsmouth del 1905, sarebbe tornata all’Unione Sovietica, e che «le Isole Curili saranno consegnate all’Unione Sovietica». I tre capi delle grandi potenze aggiunsero che tali richieste sovietiche avrebbero dovuto essere «indiscutibilmente soddisfatte» dopo la sconfitta del Giappone.

Tokyo replica ancora oggi che il Giappone non era parte dell’accordo di Jalta e dunque non poteva esserne giuridicamente vincolato. Sebbene l’obiezione possa apparire pertinente sotto il profilo formale, va ricordato che Jalta era un accordo tra le potenze alleate, e non un trattato di pace sottoscritto dal Giappone, che successivamente avrebbe accettato le condizioni della Dichiarazione di Potsdam e sottoscritto l’atto di capitolazione. L’entrata sovietica nel conflitto contro il Giappone avvenne dunque precisamente nel quadro degli accordi interalleati e, dopo la capitolazione nipponica, le forze sovietiche occuparono l’arcipelago secondo quanto stabilito a Jalta. La Dichiarazione di Potsdam aveva inoltre stabilito che la sovranità giapponese sarebbe stata limitata a Honshu, Hokkaidō, Kyūshū, Shikoku «e alle isole minori che determineremo», lasciando quindi alle potenze vincitrici la definizione finale dei territori periferici dell’Impero.

Il documento che pesa maggiormente contro la lettura giapponese è però il Trattato di pace di San Francisco dell’8 settembre 1951. L’articolo 2(c) stabilisce testualmente che «il Giappone rinuncia a ogni diritto, titolo e pretesa sulle Isole Curili», oltre che sulla parte di Sachalin acquisita in seguito al Trattato di Portsmouth del 1905. La rinuncia giapponese è dunque inequivocabile.

Tuttavia, esiste una ambiguità che il Giappone ha spesso impugnato per portare avanti le proprie rivendicazioni: il Trattato di San Francisco, infatti, non specificò che le Curili venivano attribuite all’Unione Sovietica e Mosca, in disaccordo con altre disposizioni dell’accordo di pace, non lo firmò. Il testo stabilisce quindi con certezza una rinuncia del Giappone, ma non costituisce da solo un atto bilaterale di cessione all’URSS. È precisamente in questo spazio interpretativo che Tokyo ha costruito buona parte della propria posizione successiva, sostenendo inoltre che le quattro isole meridionali non sarebbero comprese nella nozione di «Isole Curili» utilizzata dall’articolo 2(c).

Allo stesso tempo, sono i medesimi documenti giapponesi e statunitensi a rendere particolarmente problematica la posizione successivamente assunta da Tokyo per quanto riguarda Iturup e Kunašir. I documenti diplomatici statunitensi dell’epoca ricordano infatti che il primo ministro giapponese Shigeru Yoshida, intervenendo alla Conferenza di San Francisco il 7 settembre 1951, qualificò espressamente Etorofu (Iturup) e Kunashiri (Kunašir) come appartenenti alle «Curili meridionali». Un’analisi del Dipartimento di Stato del 1956 osservava inoltre che nella maggior parte dei documenti statunitensi entrambe le isole erano considerate parte delle Curili.

La posizione attuale di Tokyo, secondo cui le due grandi isole meridionali non sarebbero comprese nella rinuncia del 1951, appare quindi difficilmente conciliabile con almeno una parte delle formulazioni utilizzate dallo stesso governo giapponese al momento della firma del trattato. Il problema si presenta diversamente per Habomai e Shikotan, la cui assimilazione geografica e storica alla catena delle Curili è assai più discutibile. La documentazione americana già nel 1949 distingueva infatti queste due aree dalle Curili propriamente dette e riconosceva che non erano state oggetto delle sistemazioni russo-giapponesi del 1855 e del 1875.

Un primo tentativo di chiudere definitivamente il contenzioso ebbe luogo nel 1956, in particolare con la Dichiarazione congiunta sovietico-giapponese del 19 ottobre, che pose formalmente fine allo stato di guerra e ristabilì le relazioni diplomatiche. Il suo articolo 9 disponeva la prosecuzione dei negoziati per un trattato di pace e stabiliva che l’Unione Sovietica avrebbe trasferito al Giappone Habomai e Shikotan dopo la conclusione di tale trattato. Iturup e Kunašir, significativamente, non furono incluse nella prevista cessione sovietica.

La possibilità di un compromesso territoriale si scontrò inoltre con la struttura geopolitica della Guerra fredda, mettendo in evidenza un elemento troppo spesso marginalizzato nelle ricostruzioni contemporanee: il ruolo degli Stati Uniti nel dissuadere Tokyo dall’accettare una soluzione con Mosca. A tal proposito, i documenti oggi pubblicati nella raccolta ufficiale Foreign Relations of the United States sono particolarmente eloquenti. Nell’agosto 1956, il segretario di Stato John Foster Dulles disse al ministro degli Esteri giapponese Mamoru Shigemitsu che, se il Giappone avesse riconosciuto la sovranità sovietica sulle Curili, gli Stati Uniti avrebbero potuto a loro volta rivendicare la piena sovranità sulle Ryūkyū, compresa Okinawa. Dulles suggerì addirittura a Tokyo di far sapere a Mosca che, se l’URSS avesse mantenuto tutte le Curili, gli Stati Uniti avrebbero potuto rimanere «per sempre» a Okinawa, creando una situazione politicamente insostenibile per qualsiasi governo giapponese.

Pubblicamente Dulles cercò poi di presentare la questione in termini più prudenti, richiamandosi all’articolo 26 del Trattato di San Francisco e negando di aver formulato una vera e propria minaccia. Ma la documentazione diplomatica interna dimostra che Washington considerava il negoziato sovietico-giapponese anche attraverso il prisma dei propri interessi strategici nel Pacifico. Un documento del Dipartimento di Stato riconosce esplicitamente che la posizione esposta da Dulles non era stata neppure il risultato di una normale elaborazione interdipartimentale, ma un orientamento formulato personalmente dal segretario di Stato.

Sebbene le pretese territoriali giapponesi avessero radici storiche precedenti, i documenti citati mostrano che la trasformazione della controversia in una rivendicazione sulle quattro isole fu fortemente condizionata dal quadro strategico della Guerra fredda. Washington, infatti, non aveva alcun interesse a favorire una normalizzazione russo-giapponese che potesse ridurre la dipendenza di Tokyo dall’alleanza statunitense e al tempo stesso indebolire la posizione statunitense a Okinawa.

Proprio per queste ragioni, nel 1960, in seguito al rinnovo del trattato di sicurezza nippo-statunitense, Mosca aggiunse la condizione del ritiro delle truppe straniere dal territorio giapponese, provocando la contestazione di Tokyo, che sostenne che le condizioni di un accordo internazionale già ratificato non potessero essere modificate unilateralmente.

Dopo il crollo dell’URSS, i governi russi continuarono per molti anni a discutere con il Giappone sulla possibilità di un trattato di pace, senza tuttavia giungere a una soluzione territoriale. Il tentativo più significativo dell’epoca recente ebbe luogo durante il lungo dialogo tra Vladimir Putin e Shinzō Abe, quando fu nuovamente presa in considerazione la Dichiarazione del 1956 come possibile punto di partenza. Tuttavia, il 2022 ha segnato un deterioramento definitivo delle relazioni russo-giapponesi: con l’adesione del Giappone alle sanzioni occidentali contro Mosca, la Russia ha sospeso i negoziati sul trattato di pace, gli scambi senza visto relativi alle Curili meridionali e il dialogo sulle attività economiche congiunte. Nel febbraio 2026, il Cremlino ha ribadito che, nelle condizioni politiche attuali, non esiste alcun dialogo sulla questione.

Chiarito il quadro storico-giuridico, la visita di Putin a Iturup assume un significato politico molto maggiore. La protesta giapponese è comprensibile alla luce della posizione territoriale sostenuta da Tokyo, ma non produce alcun effetto sulla facoltà delle autorità russe di operare nelle isole che amministrano. Sul piano dell’esercizio effettivo della sovranità, quindi, Putin si è recato in un territorio sottoposto integralmente all’ordinamento russo, ed il Giappone non ha nessun diritto di intervenire su tale questione.

Tirando le somme, la sovranità russa sulle Curili costituisce una realtà territoriale consolidata dal 1945, fondata sull’esito della guerra e sull’interpretazione russa degli accordi interalleati, mentre il Giappone mantiene una rivendicazione sulle quattro isole più meridionali la cui solidità giuridica non è uniforme. Soprattutto, non si può cancellare selettivamente l’ordine internazionale emerso dalla Seconda guerra mondiale. Il Giappone accettò la Dichiarazione di Potsdam, sottoscrisse il Trattato di San Francisco e rinunciò formalmente alle Curili. Gli Stati Uniti, dopo aver sottoscritto a Jalta l’impegno a trasferire le Curili all’Unione Sovietica, modificarono progressivamente la propria posizione quando la Guerra fredda trasformò il Giappone sconfitto in uno dei principali avamposti della strategia statunitense in Asia orientale. La disputa sulle Curili non può quindi essere separata dalla più ampia storia della costruzione dell’egemonia statunitense nel Pacifico.

Ottantuno anni dopo la fine della guerra, le isole sono abitate, amministrate, difese e integrate economicamente nella Federazione Russa. Tokyo può continuare a formulare le proprie rivendicazioni e Mosca può decidere se un giorno esisteranno nuovamente le condizioni politiche per negoziare. Ma la visita di Putin rappresenta la riaffermazione di una sovranità che la Russia esercita ininterrottamente dal dopoguerra e che considera parte non negoziabile dei risultati della vittoria sul militarismo giapponese. Ed è precisamente questo dato storico, prima ancora delle dichiarazioni diplomatiche contemporanee, che occorre tenere presente per comprendere la questione delle Curili.

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September 6, 2026

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