In un momento in cui la popolazione di Gaza continua a subire gli attacchi delle forze armate israeliane, distinguere tra chi tace e chi denuncia non è un esercizio di parte.È la condizione minima perché la parola responsabilità conservi un significato.
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Una domanda ancora oggi senza risposta
Il 30 luglio 2025, nell’Aula di Palazzo Madama, la senatrice Alessandra Maiorino ha preso la parola durante il question time per rivolgersi direttamente al ministro degli Affari esteri Antonio Tajani. Non era un intervento di rito. La replica conteneva un’accusa che raramente viene formulata con tale nettezza dentro le istituzioni italiane: che il Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, di fronte al massacro dei civili palestinesi nella Striscia di Gaza, sceglie l’immobilismo, e lo maschera dietro il linguaggio prudente della diplomazia.
L’episodio merita attenzione oltre la cronaca parlamentare. Restituisce l’immagine di un Paese in cui una parte della rappresentanza politica rifiuta di accettare come inevitabile la distanza tra le dichiarazioni di principio del governo e ciò che accade, materialmente, alle persone intrappolate a Gaza. È su quella distanza che si gioca la questione dell’ipocrisia.
Il nucleo dell’intervento di Maiorino è una domanda concreta, quasi burocratica nella sua precisione: quanti palestinesi sono usciti dalla Striscia di Gaza dal momento in cui Stati Uniti e Israele hanno rivolto le proprie operazioni contro l’Iran? La senatrice ha dichiarato di ricevere quotidianamente richieste di aiuto da parte di cittadini di Gaza che chiedono di lasciare la Striscia, e di trasmetterle regolarmente alla Farnesina. La risposta che riferisce di aver ottenuto dal ministero è lapidaria: da lì «non esce più nessuno».
La forza politica di questo passaggio sta nel suo carattere verificabile. Non si tratta di un giudizio ideologico sul conflitto, ma di un fatto amministrativo: un canale di evacuazione umanitaria che dovrebbe esistere e che, secondo la testimonianza della senatrice, non funziona. Quando ha accusato il ministro di venire in Aula «a occultare delle verità», Maiorino non stava usando una formula retorica: stava contestando al governo di non dire pubblicamente ciò che i suoi stessi uffici comunicano privatamente.
Il ministro non ha risposto al quesito numerico. Questo silenzio, in sede parlamentare, non è neutro. In un sistema di controllo democratico, la mancata risposta a un’interrogazione puntuale sul destino di vite umane equivale a una scelta politica, non a una dimenticanza procedurale.
Uno degli aspetti più acuti dell’intervento è il modo in cui Maiorino ha costruito la propria critica, non ha dipinto Tajani come un cinico ma, al contrario, gli ha riconosciuto di essere «fondamentalmente una brava persona», sinceramente addolorata per la sofferenza del popolo palestinese. Il rimprovero è di altra natura: gli manca «il coraggio di opporsi». E ha aggiunto un’osservazione che vale come tesi storica generale: la Storia è piena di brave persone che non hanno avuto il coraggio di agire, lasciando che gli orrori si compissero.
Qui la critica si fa più insidiosa dell’accusa frontale. Sostenere che un ministro sia in malafede è facile da respingere; sostenere che sia sincero ma inerte colpisce il punto esatto in cui la diplomazia italiana è più vulnerabile. L’Italia ha effettivamente moltiplicato, nel tempo, le dichiarazioni di preoccupazione: il governo ha invitato Israele a fermare l’offensiva e in altre occasioni ha definito «sproporzionata» la reazione contro i civili. Il divario tra queste parole e l’assenza di conseguenze concrete è precisamente ciò che Maiorino chiama ipocrisia: non la menzogna, ma la buona coscienza che si autoassolve con il proprio dispiacere.
Dissenso motivato
L’intervento del 30 luglio non è un episodio isolato. La stessa senatrice era stata prima firmataria di un’interrogazione parlamentare sulla posizione dell’esecutivo riguardo agli attacchi e alle sanzioni dell’amministrazione statunitense contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati (che di recente ha aggiornato il suo rapporto sui crimini di Israele). La risposta ricevuta era stata letta, da chi quella iniziativa aveva promosso, come conferma di una linea di sostanziale allineamento del governo italiano alle posizioni di Washington e Tel Aviv.
Ricostruire questa continuità è importante per non ridurre la vicenda a uno scontro d’aula. Esiste in Italia una minoranza politica che, con costanza e attraverso gli strumenti ordinari del sindacato ispettivo parlamentare — interrogazioni, question time, dichiarazioni di voto — mantiene aperta la contestazione della condotta del MAECI. Che questa minoranza sia numericamente esigua non ne diminuisce il rilievo istituzionale: è la prova che l’immobilismo del governo è una scelta, non un obbligo, perché esiste chi, dagli stessi banchi, indica un’alternativa.
La posizione dell’Italia non è quella di un attore marginale. Maiorino lo ha ricordato con freddezza: Tajani è ministro degli Esteri «di un governo molto influente», dotato del «potere di fare qualcosa». È questa la premessa che trasforma l’inerzia in responsabilità. Un piccolo Stato privo di leve può invocare l’impotenza; una media potenza europea, membro del G7 e interlocutore diretto degli Stati Uniti, non può.
Il diritto internazionale rende questa responsabilità ancora più stringente. Gli obblighi derivanti dalla Convenzione contro il genocidio e i principi richiamati dalla Corte internazionale di giustizia nel procedimento avviato dal Sudafrica non gravano soltanto sulle parti in conflitto, ma su tutti gli Stati chiamati a prevenire crimini di tale gravità. In questa cornice, la scelta di limitarsi a dichiarazioni di rammarico mentre si mantiene inalterata la cooperazione politica e militare con il responsabile degli attacchi assume un peso giuridico, oltre che morale.
Ciò che rende memorabile l’intervento della senatrice è la parola attorno a cui lo ha costruito: coraggio. Non ha chiesto a Tajani di cambiare convinzioni, ma di agire in coerenza con quelle che dice di avere. È una domanda scomoda perché non ammette la scappatoia della differenza di opinioni. Se il ministro è davvero addolorato, allora l’inazione lo contraddice; se non agisce, allora il dolore dichiarato resta un ornamento verbale.
La testimonianza di Maiorino vale come smentita di una narrazione consolante, quella secondo cui l’Italia farebbe «tutto il possibile». Le richieste di evacuazione che si arenano alla Farnesina, la domanda numerica lasciata senza risposta, la continuità di un dissenso parlamentare documentato dicono l’opposto. Dicono che il possibile non è stato fatto, e che qualcuno, dentro le istituzioni, ha deciso di dirlo ad alta voce.
No, l’Italia non fa ciò che è giusto ma ciò che gli viene ordinato, perché la sudditanza a padroni che siedono sui troni al di fuori del Paese è ormai un’abitudine consolidata. In un momento in cui la popolazione di Gaza continua a subire gli attacchi delle forze armate israeliane, distinguere tra chi tace e chi denuncia non è un esercizio di parte.
È la condizione minima perché la parola responsabilità conservi un significato.


