Con la Russia e la Cina che osservano e l’Asse della Resistenza in gioco, la firma tesa di Pezeshkian sembra suggerire: «Speriamo di aver fatto la cosa giusta».
Ombre fra Washington e Teheran
C’è qualcosa di strano in tutto quello che sta accadendo. Il nuovo assetto del Medio Oriente è potenzialmente destinato al successo, ma sono ancora troppi i punti interrogativi aperti che non hanno ricevuto risposta.
Analizzando gli scambi interni alla governance americana e a quella iraniana, emergono delle preoccupanti ombre.
Gli USA hanno di fatto lasciato che l’Iran ottenesse quasi tutto quello che voleva e come lo voleva, tanto che l’accordo viene commentato come una vittoria per l’Iran e una sconfitta per gli USA. In un accordo di pace, anche in forma di memorandum, non è tecnicamente appropriato parlare di “vincitori” e “vinti”, giacché la pace è il bene più prezioso per i popoli, e quando viene raggiunta da ambedue le parti, a vincere sono i popoli.
Sorvolando questi dettagli per gli addetti ai lavori, non è chiaro come mai si sia giunti ad un memorandum e non ad un accordo stabile. È una domanda che in molti si pongono. Una risposta probabile è la seguente: il memorandum è una trappola. La presidenza americana vuole vedere se, all’interno dell’Iran, qualcuno abboccherà all’esca. E chi è questo qualcuno? I leader del IRGC. Come mai? Perché, nella visione statunitense e coerentemente con quanto più volte ribadito alla stampa dallo stesso presidente, il problema non è l’Iran in sé, non è il suo popolo, non è nemmeno il suo governo, ma sono i Guardiani della Rivoluzione. Perché? Perché hanno troppo potere, perché gestiscono l’Asse della Resistenza, perché – dicono gli analisti americani – sono dei “criminali terroristi” e, quindi, gli USA hanno il dovere di combattere contro il terrorismo islamico.
Posto questo scenario, per quanto possa sembrare ad alcuni inverosimile, bisogna ragionare sulle possibile conseguenze. Se tutto ciò fosse vero, l’assetto di gioco diventerebbe il seguente: gli USA sono in attesa di vedere l’IRGC che cade nella trappola e decide di non portare avanti la pace, ma anzi di attaccare o di chiudere nuovamente Hormuz, o di non assecondare le condizione del memorandum; a quel punto, gli USA potrebbero rispondere con un serio impegno militare, l’Iran verrebbe messo sotto scacco, con anche il rischio di una guerra civile e di un ulteriore attacco da parte di Israele. Sarebbe una catastrofe.
Cosa farebbero allora gli altri spettatori da tutto il mondo? La domanda ricade su Russia e Cina. Entrambe hanno sostenuto il governo Pezeshkian e la sua volontà di trovare una soluzione pacifica e si sono fatte portavoce di soluzioni rapide e sicure. La garanzia di un nuovo assetto mediorientale equilibrato è una condizione ottimale per entrambe le superpotenze. Una “degenerazione” interna all’Iran farebbe perdere fiducia nel processo di pace e potrebbe significare, per Russia e Cina, di lasciar operare gli USA indisturbatamente (in buona parte è ciò che hanno fatto in più di 100 giorni di conflitto).
Non è chiara quale sia la reale situazione dentro all’Iran. Alcune fratture interne erano già presenti in precedenza e durante questi mesi di conflitto diretto erano emerse contraddizioni e dissidi fra IRGC e forze regolari. Quello che è noto, invece, è la faccia del presidente Masoud Pezeshkian quando ha firmato il memorandum: un volto teso e serio, che una fonte presente alle negoziazione ha riferito essere accompagnato da una frase del presidente “Speriamo di aver fatto la cosa giusta per l’Iran”.
L’eco regionale
Proviamo a immaginare cosa vorrebbe dire un simile scenario a livello regionale. Gli USA sono già presenti e potrebbero intervenire prontamente contro l’Iran – ma anche in forma deterrente nei confronti di qualche pazzia compiuta da Israele all’ultimo minuto. La detonazione di un’altra fase del conflitto è il grande timore di tutti coloro che stanno con gli occhi puntati sulla firma dell’accordo a Ginevra, dopo la firma digitale nel solco di Islamabad.
La maggior parte degli osservatori continua a leggere l’evento attraverso le lenti del passato, presumendo che le dinamiche pregresse debbano necessariamente riprodursi. Ma la geopolitica reale non funziona per inerzia. Quando due avversari strategici cominciano a dialogare in modo strutturato, gli effetti si propagano ben oltre i confini dei due Paesi coinvolti: investono l’intero Medio Oriente, l’Europa, l’Asia continentale e i delicati equilibri dell’economia globale.
Le altre potenze europee fremono per entrare in gioco, soprattutto la Francia, che anche al G7 ha manifestato, tramite il presidente Emmanuel Macron, la volontà di accaparrarsi una parte della fetta economica delle ricostruzioni. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati attaccati frontalmente da Trump durante la conferenza stampa del G7 e ora dovranno vedersela con gli altri player regionali, venendo di fatto messi in una posizione di svantaggio per il futuro, con un Iran già molto sospettoso nei suoi confronti e con una tensione accesa con Pakistan e Arabia Saudita. Israele, da parte sua, è al centro dalla contestazione generale e rischia di fare uno degli errori peggiori della sua storia boicottando l’accordo di pace. Tutto è teso fino all’estremo.
Quello che emerge con chiarezza, almeno dalla parte statunitense, è che gli USA non vogliono che l’Asse della Resistenza resti lì dov’è, e questo, almeno fino ad oggi, non è stato considerato come tollerabile da parte dei Guardiani della Rivoluzione. L’Asse della Resistenza ha permesso di contrastare l’imperialismo occidentale e di far sopravvivere direttamente non solo l’Iran, ma anche Libano, Palestina, Yemen, Iraq, Afghanistan e persino la Siria per un lungo periodo. Chiedere di smantellare l’Asse è come chiedere di rompere metà del cuore della Rivoluzione iraniana. Eppure, gli USA e con loro qualsiasi altra potenza occidentale, non possono restare serenamente in Medio Oriente fino a che ci sarà l’Asse pronta a combattere. Ecco perché la richiesta di distruggerla.
Ma tutto questo è davvero accettabile per la leadership iraniana? Questo accordo di pace vale davvero un cambiamento così radicale? La domanda resta, al momento, ancora aperta.


