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Margherita Furlan
May 17, 2026
© Photo: Public domain

Il sorpasso storico delle riserve auree sui titoli del Tesoro americano segna la fine dell’unipolarismo monetario. Dalle banche centrali di Pechino e Nuova Delhi al rimpatrio francese, anatomia di una transizione che nessun comunicato ufficiale ha il coraggio di chiamare per nome.

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Per la prima volta in trent’anni, le banche centrali del pianeta possiedono più oro che titoli del Tesoro americano. Non è un’oscillazione di mercato: è un verdetto. Mentre lo Stretto di Hormuz resta sostanzialmente chiuso dal 4 marzo, il dollaro registra il peggior anno in tre decenni e il debito federale americano supera i 39.000 miliardi, un nuovo ordine monetario prende forma nei caveau di Pechino, Nuova Delhi e Parigi. Questa è la storia di come il mondo ha smesso di fidarsi della carta americana e ha ricominciato a contare l’oro.

Il sorpasso: cinquemila miliardi d’oro contro tremilanovecento di carta americana

I numeri raccontano una storia che nessun comunicato ufficiale ha il coraggio di pronunciare per intero. Secondo il World Gold Council e i dati del Fondo Monetario Internazionale, il valore complessivo delle riserve auree detenute dalle banche centrali straniere ha raggiunto i quattromila miliardi di dollari nei primi mesi del 2026, superando i circa tremilanovecento miliardi in titoli del debito statunitense nelle mani delle stesse istituzioni. L’ultimo sorpasso risaliva al 1996. Allora il mondo usciva dalla Guerra Fredda e il dollaro sembrava invincibile; oggi il mondo entra in una guerra calda nel Golfo Persico e il biglietto verde vacilla.

L’oncia d’oro viaggia intorno ai 4.700 dollari, dopo aver toccato i 4.770 la settimana scorsa. Chi guarda solo il prezzo perde il senso del fenomeno. Il punto non è quanto costa l’oro, ma chi lo compra, perché lo compra, e che cosa questo racconta sulla fiducia residua nel sistema monetario costruito attorno al dollaro. Per tre decenni, i titoli del Tesoro americano sono stati la colonna vertebrale delle riserve valutarie globali: liquidi, denominati nella valuta egemone, garantiti dalla potenza economica e militare degli Stati Uniti. Possederli significava partecipare all’ordine. Liberarsene, o anche solo ridurne il peso, significava mettere in discussione l’architettura stessa del sistema internazionale.

Giovanni Arrighi, nel suo studio sui cicli di accumulazione del capitalismo storico, aveva identificato una costante: ogni transizione egemonica è preceduta da una fase in cui il centro dominante perde la capacità di attrarre capitali e il sistema finanziario che lo sostiene si svuota di credibilità. Non è il crollo improvviso; è l’erosione progressiva della fiducia nei titoli di debito del centro, accompagnata dalla ricerca di riserve di valore alternative. Il sorpasso oro-Treasury si inserisce in questa cornice con una precisione che dovrebbe inquietare Washington più di qualsiasi analisi congiunturale.

Chi compra e perché: l’oro come atto sovrano

La mappa degli acquisti è la mappa del mondo che viene. La People’s Bank of China ha esteso la sua striscia di acquisti a sedici mesi consecutivi fino a febbraio 2026, portando le riserve ufficiali a 2.308 tonnellate, per un valore stimato di 387,6 miliardi di dollari, circa il 10% delle riserve valutarie complessive. La Polonia ha aggiunto 102 tonnellate nel solo 2025, puntando a un obiettivo dichiarato di 700 tonnellate, riflesso di una percezione d’insicurezza che non riguarda solo la finanza ma la collocazione di Varsavia sul fianco orientale della NATO. L’India ne ha accumulate circa cento nello stesso periodo, rimpatriando 274 tonnellate nei propri caveau e riducendo del 18% le detenzioni di titoli del Tesoro americano. Uzbekistan e Kazakhstan seguono con acquisti costanti. In totale, le banche centrali del Sud globale hanno accumulato oltre 225 milioni di once troy dalla crisi del 2008, invertendo i flussi di vendita che avevano caratterizzato gli anni Novanta.

Questi non sono gestori di portafoglio alla ricerca del rendimento migliore. Sono banchieri centrali con mandati ventennali, insensibili al prezzo spot, orientati da calcoli strategici che poco hanno a che fare con la finanza e molto con la sovranità. Non fanno speculazione; fanno politica monetaria con orizzonte decennale. Carl Schmitt scriveva che «sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione». La scelta dell’oro fisico, custodito nei propri caveau, è precisamente una decisione sovrana che si sottrae all’eccezione decisa da altri: il congelamento unilaterale, la sanzione finanziaria, l’esclusione dal circuito di pagamento. Chi detiene oro non dipende dalla buona volontà di Washington. Chi detiene Treasury, sì.

Trecento miliardi congelati: la lezione che tutti hanno imparato

Se c’è una data in cui la corsa all’oro ha cambiato natura, è il 28 febbraio 2022. Quel giorno gli Stati Uniti e i loro alleati europei hanno congelato circa 300 miliardi di dollari di riserve della Banca Centrale russa, depositate in titoli e conti presso istituzioni occidentali. Il messaggio era destinato a Mosca, ma è stato ricevuto, forte e chiaro, da ogni istituto monetario del pianeta: i titoli del Tesoro americano e i depositi denominati in dollari o euro sono un’arma politica prima che uno strumento finanziario. Chi li detiene è esposto alle decisioni di un governo straniero. E non importa se quel governo oggi è un alleato: ciò che può essere congelato oggi a un nemico può essere congelato domani a un partner sgradito.

Susan Strange, nel suo lavoro fondativo sulle strutture del potere internazionale, distingueva fra potere relazionale (la capacità di un attore di ottenere che un altro faccia ciò che altrimenti non farebbe) e potere strutturale (la capacità di modellare le regole del gioco stesso). Il controllo della struttura creditizia e finanziaria, sosteneva Strange, conferisce un potere strutturale che prescinde dalla coercizione diretta: chi stabilisce le regole del credito determina chi può accedere alle risorse e a quali condizioni. Il congelamento delle riserve russe è stato l’esercizio più brutale di questo potere strutturale: non un atto di guerra convenzionale, ma l’attivazione di un interruttore interno all’architettura finanziaria che gli stessi russi avevano contribuito a costruire depositando i propri risparmi nei caveau altrui.

L’oro fisico, per definizione, non ha rischio di controparte. Non può essere sanzionato, non può essere disattivato con un click, non transita su reti che un governo terzo può interrompere. È l’unica riserva di valore che non dipende dalla continuità di un rapporto politico. Un’indagine di Invesco condotta nel 2025 sulle banche centrali ha rilevato che la quota di riserve auree conservate a livello nazionale è aumentata di diciotto punti percentuali dal 2022: una correlazione quasi perfetta con il congelamento russo. Il mondo non ha dimenticato. Ha preso appunti.

L’oro torna a casa: la mossa francese e il fantasma di De Gaulle

La Francia ha compiuto un gesto che merita un’attenzione superiore a quella che la stampa finanziaria gli ha dedicato. Fra il luglio 2025 e il gennaio 2026, la Banque de France ha venduto 129 tonnellate d’oro depositate presso la Federal Reserve Bank di New York, in 26 transazioni separate, sostituendole con un volume identico di lingotti conformi alle specifiche LBMA acquistati sul mercato europeo e custoditi a Parigi. L’operazione ha generato una plusvalenza complessiva di 12,8 miliardi di euro, di cui 11 miliardi contabilizzati nel 2025 e 1,8 miliardi nel 2026, trasformando una perdita netta di 7,7 miliardi del 2024 in un utile di 8,1 miliardi. Il risultato è che tutte le 2.437 tonnellate di riserve auree francesi, la quarta riserva del pianeta, si trovano ora interamente sul suolo nazionale, nel caveau sotterraneo de La Souterraine.

Il Governatore François Villeroy de Galhau ha definito l’operazione «non politicamente motivata». Sarà. Ma il gesto parla un linguaggio che trascende le intenzioni dichiarate. L’ultima volta che la Francia aveva ritirato il proprio oro dall’America era il 1965. Charles de Gaulle, convinto che il sistema di Bretton Woods conferisse agli Stati Uniti un «privilegio esorbitante», sfidò Washington frontalmente. Nella celebre conferenza stampa del 4 febbraio 1965, il Generale sostenne che il valore di qualsiasi moneta è determinato dal suo legame, diretto o indiretto, con l’oro, e che il sistema che attribuiva al dollaro un ruolo trascendente non riposava più su basi reali. De Gaulle domandava: «Perché i Paesi più ricchi del mondo dovrebbero poter monopolizzare i benefici della creazione di riserve internazionali per finanziare i propri disavanzi?»

Sei anni dopo quella conferenza stampa, Richard Nixon chiuse la finestra dell’oro, ponendo fine alla convertibilità del dollaro e al sistema di Bretton Woods. A sessant’anni di distanza, la Francia ha nuovamente ritirato il proprio oro dalla Fed di New York. La nave da guerra del 1965 è stata sostituita da discrete transazioni finanziarie, e l’ideologia da un arbitraggio contabile. Ma la sostanza rimane la stessa: sfiducia sistemica nei meccanismi basati sul dollaro e spinta verso la sovranità monetaria. La storia, nei mercati dell’oro, fa rima con precisione sorprendente.

La direzione è tracciata

Il movimento globale verso l’oro non è lineare e la guerra ne espone le contraddizioni più aspre. La Russia, che per anni è stata fra i maggiori accumulatori di oro al mondo e che ha fatto della dedollarizzazione una bandiera politica, nel 2026 è diventata venditrice netta di metallo prezioso. Non per scelta strategica, ma per necessità fiscale: la pressione delle spese belliche e delle sanzioni costringe il Cremlino a monetizzare parte delle riserve che avrebbero dovuto garantire l’autonomia monetaria di lungo periodo. La Turchia segue un percorso analogo, vendendo oro per stabilizzare la lira e gestire la liquidità interna: circa 50 tonnellate utilizzate nel solo mese di marzo per operazioni di difesa valutaria.

È il paradosso di Clausewitz rovesciato. Il teorico prussiano insegnava che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Qui accade il contrario: la guerra divora gli strumenti della politica monetaria alternativa. Ma il movimento complessivo non si inverte. Oltre quaranta banche centrali stanno comprando. I compratori superano i venditori. E la composizione del movimento racconta la storia: chi compra sono Paesi che costruiscono sovranità (Cina, India, Polonia, Uzbekistan); chi vende sono Paesi che si difendono (Russia in guerra, Turchia in crisi valutaria); chi rimpatria sono Paesi che calibrano la fiducia (Francia e, prima di lei, Germania fra il 2013 e il 2017). Il 76% delle banche centrali intervistate dal World Gold Council prevede di aumentare le proprie riserve auree nei prossimi cinque anni; il 73% prevede una riduzione di quelle in dollari. La direzione è tracciata, anche se il percorso non è rettilineo.

Hormuz, inflazione, debito: il contesto che accelera la fuga

La transizione monetaria non avviene nel vuoto. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale, resta sostanzialmente chiuso dal 4 marzo 2026. L’Agenzia Internazionale dell’Energia l’ha definita la più grande interruzione di approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero. Il Brent ha superato i 126 dollari al barile nel picco di marzo, per poi oscillare intorno ai 114 nelle settimane successive. L’inflazione americana è salita al 3,8% in aprile, sopra le attese, e i mercati scontano ormai un rialzo dei tassi della Federal Reserve piuttosto che il taglio che ancora si sperava a inizio anno.

Il quadro del debito americano è il più eloquente indicatore strutturale della crisi. Il debito pubblico federale ha raggiunto i 38.910 miliardi di dollari ad aprile 2026, e il Joint Economic Committee del Senato stima il raggiungimento dei 39.000 miliardi entro il 18 maggio, fra pochi giorni. Il Congressional Budget Office prevede interessi netti sul debito per 1.040 miliardi nell’anno fiscale in corso: un trilione di dollari solo per pagare gli interessi, più della spesa per la difesa. Per ogni dollaro di entrate federali, 19 centesimi vanno al servizio del debito; entro il 2036, saranno 26. I deficit annuali sono previsti in crescita da 1.900 miliardi nel 2026 a 3.100 miliardi entro il 2036, con il rapporto debito/PIL destinato a raggiungere il 120%, superando il record della Seconda guerra mondiale.

L’indice del dollaro è crollato del 10% nel 2025, il peggior risultato in tre decenni. Ogni dato alimenta la stessa domanda, che le banche centrali del mondo si pongono ogni giorno con crescente urgenza: quanto a lungo il mondo può continuare a finanziare il debito di un Paese che spende più per gli interessi che per la difesa?

Immanuel Wallerstein, nella sua analisi dei cicli del sistema-mondo, descriveva le fasi terminali del centro egemonico come periodi in cui la struttura finanziaria del centro si espande in modo ipertrofico proprio mentre la base produttiva si contrae: il debito cresce, la rendita finanziaria sostituisce il profitto industriale, e il centro vive di credito finché regge. Il profilo del debito americano nel 2026 si sovrappone a quella descrizione con una coincidenza che sarebbe imprudente ignorare.

Il cantiere BRICS: dalle valute nazionali all’infrastruttura digitale

Mentre le banche centrali accumulano oro come riserva di valore, il blocco BRICS costruisce l’infrastruttura di pagamento che dovrebbe rendere operativa la dedollarizzazione negli scambi commerciali. Il 14 e 15 maggio Nuova Delhi ospita la Ministeriale Esteri del BRICS allargato, presieduta dal Ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar, con la partecipazione confermata di Sergej Lavrov per la Russia e Abbas Araghchi per l’Iran. Il blocco conta oggi dieci membri: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti.

La Reserve Bank of India ha proposto di mettere all’ordine del giorno del vertice di settembre l’interconnessione delle valute digitali delle banche centrali dei Paesi membri. Non una moneta unica, progetto politicamente e macroeconomicamente impraticabile, ma un’infrastruttura d’interoperabilità che colleghi la e-rupia indiana, lo yuan digitale cinese, il Drex brasiliano, il dirham digitale emiratino, permettendo regolamenti diretti senza passare per il dollaro e senza dipendere da SWIFT. L’architettura proposta evita il modello della decisione centralizzata e si basa sulla dipendenza reciproca fra le banche centrali partecipanti: ogni Paese mantiene la propria sovranità monetaria, ma condivide l’infrastruttura di regolamento.

Il cantiere ha già fondamenta concrete. La piattaforma mBridge, sviluppata dalle banche centrali di Cina, Hong Kong, Thailandia, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, ha processato volumi per 387,2 miliardi di renminbi, equivalenti a 55 miliardi di dollari, con regolamenti che si completano in quindici secondi senza passare per alcuna banca corrispondente occidentale. L’India ha già interconnesso il suo sistema di pagamenti UPI con quello emiratino. La e-rupia, lanciata nel dicembre 2022, conta sette milioni di utenti retail, e il governo sta testando una decina di programmi pilota per veicolare circa 80 miliardi di dollari di trasferimenti sociali attraverso la valuta digitale. Quasi il 95% del commercio India-Russia si regola già in valute nazionali.

Donald Trump ha reagito minacciando dazi del 100% sui Paesi BRICS che tentassero di sostituire il dollaro. Ma la minaccia, paradossalmente, accelera ciò che pretende di frenare: ogni sanzione, ogni dazio, ogni dimostrazione che Washington può usare la propria architettura finanziaria come arma rafforza la motivazione dei Paesi del Sud globale a costruirne una alternativa.

Giulietto Chiesa, nei suoi ultimi scritti, insisteva sulla necessità storica di un ordine post-atlantico, non come progetto ideologico ma come risposta strutturale all’insostenibilità di un sistema in cui una sola potenza può stampare la moneta di riserva globale e finanziare i propri deficit scaricandone il costo sul resto del mondo. Il cantiere BRICS è la risposta concreta, imperfetta, contraddittoria, ma operativa, a quella diagnosi. Non è ancora un sistema; è l’inizio di un’architettura parallela. Ma ogni tonnellata d’oro accumulata e ogni transazione regolata in valute nazionali riducono, di un millimetro alla volta, la dipendenza dal dollaro che ha retto l’ordine del secondo dopoguerra.

L’oro che non deve niente a nessuno

Attenzione, però, a non confondere il movimento con il traguardo. Il dollaro resta la valuta di riserva dominante, con circa il 57% delle riserve globali allocate. I mercati dei capitali americani sono ancora i più profondi e liquidi del pianeta. La dedollarizzazione non è un crollo: è un’erosione lenta, metodica, deliberata. Il passaggio dall’unipolarismo monetario a un sistema plurale sarà misurato in decenni, non in trimestri. Ma la direzione è tracciata, e il sorpasso oro-Treasury ne è la certificazione più eloquente.

Gramsci, analizzando i rapporti di forza internazionali nei Quaderni del carcere, avvertiva che le grandi trasformazioni non si riconoscono dal fragore con cui si annunciano, ma dalla tenacia silenziosa con cui erodono le strutture preesistenti: guerra di posizione, non di movimento. L’accumulazione di oro da parte delle banche centrali del Sud globale è esattamente questo: una guerra di posizione monetaria, combattuta tonnellata dopo tonnellata, caveau dopo caveau, senza comunicati roboanti e senza dichiarazioni di guerra.

La guerra, ancora una volta, è il prodotto. Il caos è la materia prima. E l’oro, il metallo che non ha nazionalità e non deve niente a nessuno, torna a essere ciò che è sempre stato in ogni transizione egemonica della storia: l’ultimo rifugio di chi non si fida delle promesse scritte sulla carta di un impero in declino.

L’oro che non deve niente a nessuno

Il sorpasso storico delle riserve auree sui titoli del Tesoro americano segna la fine dell’unipolarismo monetario. Dalle banche centrali di Pechino e Nuova Delhi al rimpatrio francese, anatomia di una transizione che nessun comunicato ufficiale ha il coraggio di chiamare per nome.

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Per la prima volta in trent’anni, le banche centrali del pianeta possiedono più oro che titoli del Tesoro americano. Non è un’oscillazione di mercato: è un verdetto. Mentre lo Stretto di Hormuz resta sostanzialmente chiuso dal 4 marzo, il dollaro registra il peggior anno in tre decenni e il debito federale americano supera i 39.000 miliardi, un nuovo ordine monetario prende forma nei caveau di Pechino, Nuova Delhi e Parigi. Questa è la storia di come il mondo ha smesso di fidarsi della carta americana e ha ricominciato a contare l’oro.

Il sorpasso: cinquemila miliardi d’oro contro tremilanovecento di carta americana

I numeri raccontano una storia che nessun comunicato ufficiale ha il coraggio di pronunciare per intero. Secondo il World Gold Council e i dati del Fondo Monetario Internazionale, il valore complessivo delle riserve auree detenute dalle banche centrali straniere ha raggiunto i quattromila miliardi di dollari nei primi mesi del 2026, superando i circa tremilanovecento miliardi in titoli del debito statunitense nelle mani delle stesse istituzioni. L’ultimo sorpasso risaliva al 1996. Allora il mondo usciva dalla Guerra Fredda e il dollaro sembrava invincibile; oggi il mondo entra in una guerra calda nel Golfo Persico e il biglietto verde vacilla.

L’oncia d’oro viaggia intorno ai 4.700 dollari, dopo aver toccato i 4.770 la settimana scorsa. Chi guarda solo il prezzo perde il senso del fenomeno. Il punto non è quanto costa l’oro, ma chi lo compra, perché lo compra, e che cosa questo racconta sulla fiducia residua nel sistema monetario costruito attorno al dollaro. Per tre decenni, i titoli del Tesoro americano sono stati la colonna vertebrale delle riserve valutarie globali: liquidi, denominati nella valuta egemone, garantiti dalla potenza economica e militare degli Stati Uniti. Possederli significava partecipare all’ordine. Liberarsene, o anche solo ridurne il peso, significava mettere in discussione l’architettura stessa del sistema internazionale.

Giovanni Arrighi, nel suo studio sui cicli di accumulazione del capitalismo storico, aveva identificato una costante: ogni transizione egemonica è preceduta da una fase in cui il centro dominante perde la capacità di attrarre capitali e il sistema finanziario che lo sostiene si svuota di credibilità. Non è il crollo improvviso; è l’erosione progressiva della fiducia nei titoli di debito del centro, accompagnata dalla ricerca di riserve di valore alternative. Il sorpasso oro-Treasury si inserisce in questa cornice con una precisione che dovrebbe inquietare Washington più di qualsiasi analisi congiunturale.

Chi compra e perché: l’oro come atto sovrano

La mappa degli acquisti è la mappa del mondo che viene. La People’s Bank of China ha esteso la sua striscia di acquisti a sedici mesi consecutivi fino a febbraio 2026, portando le riserve ufficiali a 2.308 tonnellate, per un valore stimato di 387,6 miliardi di dollari, circa il 10% delle riserve valutarie complessive. La Polonia ha aggiunto 102 tonnellate nel solo 2025, puntando a un obiettivo dichiarato di 700 tonnellate, riflesso di una percezione d’insicurezza che non riguarda solo la finanza ma la collocazione di Varsavia sul fianco orientale della NATO. L’India ne ha accumulate circa cento nello stesso periodo, rimpatriando 274 tonnellate nei propri caveau e riducendo del 18% le detenzioni di titoli del Tesoro americano. Uzbekistan e Kazakhstan seguono con acquisti costanti. In totale, le banche centrali del Sud globale hanno accumulato oltre 225 milioni di once troy dalla crisi del 2008, invertendo i flussi di vendita che avevano caratterizzato gli anni Novanta.

Questi non sono gestori di portafoglio alla ricerca del rendimento migliore. Sono banchieri centrali con mandati ventennali, insensibili al prezzo spot, orientati da calcoli strategici che poco hanno a che fare con la finanza e molto con la sovranità. Non fanno speculazione; fanno politica monetaria con orizzonte decennale. Carl Schmitt scriveva che «sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione». La scelta dell’oro fisico, custodito nei propri caveau, è precisamente una decisione sovrana che si sottrae all’eccezione decisa da altri: il congelamento unilaterale, la sanzione finanziaria, l’esclusione dal circuito di pagamento. Chi detiene oro non dipende dalla buona volontà di Washington. Chi detiene Treasury, sì.

Trecento miliardi congelati: la lezione che tutti hanno imparato

Se c’è una data in cui la corsa all’oro ha cambiato natura, è il 28 febbraio 2022. Quel giorno gli Stati Uniti e i loro alleati europei hanno congelato circa 300 miliardi di dollari di riserve della Banca Centrale russa, depositate in titoli e conti presso istituzioni occidentali. Il messaggio era destinato a Mosca, ma è stato ricevuto, forte e chiaro, da ogni istituto monetario del pianeta: i titoli del Tesoro americano e i depositi denominati in dollari o euro sono un’arma politica prima che uno strumento finanziario. Chi li detiene è esposto alle decisioni di un governo straniero. E non importa se quel governo oggi è un alleato: ciò che può essere congelato oggi a un nemico può essere congelato domani a un partner sgradito.

Susan Strange, nel suo lavoro fondativo sulle strutture del potere internazionale, distingueva fra potere relazionale (la capacità di un attore di ottenere che un altro faccia ciò che altrimenti non farebbe) e potere strutturale (la capacità di modellare le regole del gioco stesso). Il controllo della struttura creditizia e finanziaria, sosteneva Strange, conferisce un potere strutturale che prescinde dalla coercizione diretta: chi stabilisce le regole del credito determina chi può accedere alle risorse e a quali condizioni. Il congelamento delle riserve russe è stato l’esercizio più brutale di questo potere strutturale: non un atto di guerra convenzionale, ma l’attivazione di un interruttore interno all’architettura finanziaria che gli stessi russi avevano contribuito a costruire depositando i propri risparmi nei caveau altrui.

L’oro fisico, per definizione, non ha rischio di controparte. Non può essere sanzionato, non può essere disattivato con un click, non transita su reti che un governo terzo può interrompere. È l’unica riserva di valore che non dipende dalla continuità di un rapporto politico. Un’indagine di Invesco condotta nel 2025 sulle banche centrali ha rilevato che la quota di riserve auree conservate a livello nazionale è aumentata di diciotto punti percentuali dal 2022: una correlazione quasi perfetta con il congelamento russo. Il mondo non ha dimenticato. Ha preso appunti.

L’oro torna a casa: la mossa francese e il fantasma di De Gaulle

La Francia ha compiuto un gesto che merita un’attenzione superiore a quella che la stampa finanziaria gli ha dedicato. Fra il luglio 2025 e il gennaio 2026, la Banque de France ha venduto 129 tonnellate d’oro depositate presso la Federal Reserve Bank di New York, in 26 transazioni separate, sostituendole con un volume identico di lingotti conformi alle specifiche LBMA acquistati sul mercato europeo e custoditi a Parigi. L’operazione ha generato una plusvalenza complessiva di 12,8 miliardi di euro, di cui 11 miliardi contabilizzati nel 2025 e 1,8 miliardi nel 2026, trasformando una perdita netta di 7,7 miliardi del 2024 in un utile di 8,1 miliardi. Il risultato è che tutte le 2.437 tonnellate di riserve auree francesi, la quarta riserva del pianeta, si trovano ora interamente sul suolo nazionale, nel caveau sotterraneo de La Souterraine.

Il Governatore François Villeroy de Galhau ha definito l’operazione «non politicamente motivata». Sarà. Ma il gesto parla un linguaggio che trascende le intenzioni dichiarate. L’ultima volta che la Francia aveva ritirato il proprio oro dall’America era il 1965. Charles de Gaulle, convinto che il sistema di Bretton Woods conferisse agli Stati Uniti un «privilegio esorbitante», sfidò Washington frontalmente. Nella celebre conferenza stampa del 4 febbraio 1965, il Generale sostenne che il valore di qualsiasi moneta è determinato dal suo legame, diretto o indiretto, con l’oro, e che il sistema che attribuiva al dollaro un ruolo trascendente non riposava più su basi reali. De Gaulle domandava: «Perché i Paesi più ricchi del mondo dovrebbero poter monopolizzare i benefici della creazione di riserve internazionali per finanziare i propri disavanzi?»

Sei anni dopo quella conferenza stampa, Richard Nixon chiuse la finestra dell’oro, ponendo fine alla convertibilità del dollaro e al sistema di Bretton Woods. A sessant’anni di distanza, la Francia ha nuovamente ritirato il proprio oro dalla Fed di New York. La nave da guerra del 1965 è stata sostituita da discrete transazioni finanziarie, e l’ideologia da un arbitraggio contabile. Ma la sostanza rimane la stessa: sfiducia sistemica nei meccanismi basati sul dollaro e spinta verso la sovranità monetaria. La storia, nei mercati dell’oro, fa rima con precisione sorprendente.

La direzione è tracciata

Il movimento globale verso l’oro non è lineare e la guerra ne espone le contraddizioni più aspre. La Russia, che per anni è stata fra i maggiori accumulatori di oro al mondo e che ha fatto della dedollarizzazione una bandiera politica, nel 2026 è diventata venditrice netta di metallo prezioso. Non per scelta strategica, ma per necessità fiscale: la pressione delle spese belliche e delle sanzioni costringe il Cremlino a monetizzare parte delle riserve che avrebbero dovuto garantire l’autonomia monetaria di lungo periodo. La Turchia segue un percorso analogo, vendendo oro per stabilizzare la lira e gestire la liquidità interna: circa 50 tonnellate utilizzate nel solo mese di marzo per operazioni di difesa valutaria.

È il paradosso di Clausewitz rovesciato. Il teorico prussiano insegnava che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Qui accade il contrario: la guerra divora gli strumenti della politica monetaria alternativa. Ma il movimento complessivo non si inverte. Oltre quaranta banche centrali stanno comprando. I compratori superano i venditori. E la composizione del movimento racconta la storia: chi compra sono Paesi che costruiscono sovranità (Cina, India, Polonia, Uzbekistan); chi vende sono Paesi che si difendono (Russia in guerra, Turchia in crisi valutaria); chi rimpatria sono Paesi che calibrano la fiducia (Francia e, prima di lei, Germania fra il 2013 e il 2017). Il 76% delle banche centrali intervistate dal World Gold Council prevede di aumentare le proprie riserve auree nei prossimi cinque anni; il 73% prevede una riduzione di quelle in dollari. La direzione è tracciata, anche se il percorso non è rettilineo.

Hormuz, inflazione, debito: il contesto che accelera la fuga

La transizione monetaria non avviene nel vuoto. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale, resta sostanzialmente chiuso dal 4 marzo 2026. L’Agenzia Internazionale dell’Energia l’ha definita la più grande interruzione di approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero. Il Brent ha superato i 126 dollari al barile nel picco di marzo, per poi oscillare intorno ai 114 nelle settimane successive. L’inflazione americana è salita al 3,8% in aprile, sopra le attese, e i mercati scontano ormai un rialzo dei tassi della Federal Reserve piuttosto che il taglio che ancora si sperava a inizio anno.

Il quadro del debito americano è il più eloquente indicatore strutturale della crisi. Il debito pubblico federale ha raggiunto i 38.910 miliardi di dollari ad aprile 2026, e il Joint Economic Committee del Senato stima il raggiungimento dei 39.000 miliardi entro il 18 maggio, fra pochi giorni. Il Congressional Budget Office prevede interessi netti sul debito per 1.040 miliardi nell’anno fiscale in corso: un trilione di dollari solo per pagare gli interessi, più della spesa per la difesa. Per ogni dollaro di entrate federali, 19 centesimi vanno al servizio del debito; entro il 2036, saranno 26. I deficit annuali sono previsti in crescita da 1.900 miliardi nel 2026 a 3.100 miliardi entro il 2036, con il rapporto debito/PIL destinato a raggiungere il 120%, superando il record della Seconda guerra mondiale.

L’indice del dollaro è crollato del 10% nel 2025, il peggior risultato in tre decenni. Ogni dato alimenta la stessa domanda, che le banche centrali del mondo si pongono ogni giorno con crescente urgenza: quanto a lungo il mondo può continuare a finanziare il debito di un Paese che spende più per gli interessi che per la difesa?

Immanuel Wallerstein, nella sua analisi dei cicli del sistema-mondo, descriveva le fasi terminali del centro egemonico come periodi in cui la struttura finanziaria del centro si espande in modo ipertrofico proprio mentre la base produttiva si contrae: il debito cresce, la rendita finanziaria sostituisce il profitto industriale, e il centro vive di credito finché regge. Il profilo del debito americano nel 2026 si sovrappone a quella descrizione con una coincidenza che sarebbe imprudente ignorare.

Il cantiere BRICS: dalle valute nazionali all’infrastruttura digitale

Mentre le banche centrali accumulano oro come riserva di valore, il blocco BRICS costruisce l’infrastruttura di pagamento che dovrebbe rendere operativa la dedollarizzazione negli scambi commerciali. Il 14 e 15 maggio Nuova Delhi ospita la Ministeriale Esteri del BRICS allargato, presieduta dal Ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar, con la partecipazione confermata di Sergej Lavrov per la Russia e Abbas Araghchi per l’Iran. Il blocco conta oggi dieci membri: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti.

La Reserve Bank of India ha proposto di mettere all’ordine del giorno del vertice di settembre l’interconnessione delle valute digitali delle banche centrali dei Paesi membri. Non una moneta unica, progetto politicamente e macroeconomicamente impraticabile, ma un’infrastruttura d’interoperabilità che colleghi la e-rupia indiana, lo yuan digitale cinese, il Drex brasiliano, il dirham digitale emiratino, permettendo regolamenti diretti senza passare per il dollaro e senza dipendere da SWIFT. L’architettura proposta evita il modello della decisione centralizzata e si basa sulla dipendenza reciproca fra le banche centrali partecipanti: ogni Paese mantiene la propria sovranità monetaria, ma condivide l’infrastruttura di regolamento.

Il cantiere ha già fondamenta concrete. La piattaforma mBridge, sviluppata dalle banche centrali di Cina, Hong Kong, Thailandia, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, ha processato volumi per 387,2 miliardi di renminbi, equivalenti a 55 miliardi di dollari, con regolamenti che si completano in quindici secondi senza passare per alcuna banca corrispondente occidentale. L’India ha già interconnesso il suo sistema di pagamenti UPI con quello emiratino. La e-rupia, lanciata nel dicembre 2022, conta sette milioni di utenti retail, e il governo sta testando una decina di programmi pilota per veicolare circa 80 miliardi di dollari di trasferimenti sociali attraverso la valuta digitale. Quasi il 95% del commercio India-Russia si regola già in valute nazionali.

Donald Trump ha reagito minacciando dazi del 100% sui Paesi BRICS che tentassero di sostituire il dollaro. Ma la minaccia, paradossalmente, accelera ciò che pretende di frenare: ogni sanzione, ogni dazio, ogni dimostrazione che Washington può usare la propria architettura finanziaria come arma rafforza la motivazione dei Paesi del Sud globale a costruirne una alternativa.

Giulietto Chiesa, nei suoi ultimi scritti, insisteva sulla necessità storica di un ordine post-atlantico, non come progetto ideologico ma come risposta strutturale all’insostenibilità di un sistema in cui una sola potenza può stampare la moneta di riserva globale e finanziare i propri deficit scaricandone il costo sul resto del mondo. Il cantiere BRICS è la risposta concreta, imperfetta, contraddittoria, ma operativa, a quella diagnosi. Non è ancora un sistema; è l’inizio di un’architettura parallela. Ma ogni tonnellata d’oro accumulata e ogni transazione regolata in valute nazionali riducono, di un millimetro alla volta, la dipendenza dal dollaro che ha retto l’ordine del secondo dopoguerra.

L’oro che non deve niente a nessuno

Attenzione, però, a non confondere il movimento con il traguardo. Il dollaro resta la valuta di riserva dominante, con circa il 57% delle riserve globali allocate. I mercati dei capitali americani sono ancora i più profondi e liquidi del pianeta. La dedollarizzazione non è un crollo: è un’erosione lenta, metodica, deliberata. Il passaggio dall’unipolarismo monetario a un sistema plurale sarà misurato in decenni, non in trimestri. Ma la direzione è tracciata, e il sorpasso oro-Treasury ne è la certificazione più eloquente.

Gramsci, analizzando i rapporti di forza internazionali nei Quaderni del carcere, avvertiva che le grandi trasformazioni non si riconoscono dal fragore con cui si annunciano, ma dalla tenacia silenziosa con cui erodono le strutture preesistenti: guerra di posizione, non di movimento. L’accumulazione di oro da parte delle banche centrali del Sud globale è esattamente questo: una guerra di posizione monetaria, combattuta tonnellata dopo tonnellata, caveau dopo caveau, senza comunicati roboanti e senza dichiarazioni di guerra.

La guerra, ancora una volta, è il prodotto. Il caos è la materia prima. E l’oro, il metallo che non ha nazionalità e non deve niente a nessuno, torna a essere ciò che è sempre stato in ogni transizione egemonica della storia: l’ultimo rifugio di chi non si fida delle promesse scritte sulla carta di un impero in declino.

Il sorpasso storico delle riserve auree sui titoli del Tesoro americano segna la fine dell’unipolarismo monetario. Dalle banche centrali di Pechino e Nuova Delhi al rimpatrio francese, anatomia di una transizione che nessun comunicato ufficiale ha il coraggio di chiamare per nome.

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Per la prima volta in trent’anni, le banche centrali del pianeta possiedono più oro che titoli del Tesoro americano. Non è un’oscillazione di mercato: è un verdetto. Mentre lo Stretto di Hormuz resta sostanzialmente chiuso dal 4 marzo, il dollaro registra il peggior anno in tre decenni e il debito federale americano supera i 39.000 miliardi, un nuovo ordine monetario prende forma nei caveau di Pechino, Nuova Delhi e Parigi. Questa è la storia di come il mondo ha smesso di fidarsi della carta americana e ha ricominciato a contare l’oro.

Il sorpasso: cinquemila miliardi d’oro contro tremilanovecento di carta americana

I numeri raccontano una storia che nessun comunicato ufficiale ha il coraggio di pronunciare per intero. Secondo il World Gold Council e i dati del Fondo Monetario Internazionale, il valore complessivo delle riserve auree detenute dalle banche centrali straniere ha raggiunto i quattromila miliardi di dollari nei primi mesi del 2026, superando i circa tremilanovecento miliardi in titoli del debito statunitense nelle mani delle stesse istituzioni. L’ultimo sorpasso risaliva al 1996. Allora il mondo usciva dalla Guerra Fredda e il dollaro sembrava invincibile; oggi il mondo entra in una guerra calda nel Golfo Persico e il biglietto verde vacilla.

L’oncia d’oro viaggia intorno ai 4.700 dollari, dopo aver toccato i 4.770 la settimana scorsa. Chi guarda solo il prezzo perde il senso del fenomeno. Il punto non è quanto costa l’oro, ma chi lo compra, perché lo compra, e che cosa questo racconta sulla fiducia residua nel sistema monetario costruito attorno al dollaro. Per tre decenni, i titoli del Tesoro americano sono stati la colonna vertebrale delle riserve valutarie globali: liquidi, denominati nella valuta egemone, garantiti dalla potenza economica e militare degli Stati Uniti. Possederli significava partecipare all’ordine. Liberarsene, o anche solo ridurne il peso, significava mettere in discussione l’architettura stessa del sistema internazionale.

Giovanni Arrighi, nel suo studio sui cicli di accumulazione del capitalismo storico, aveva identificato una costante: ogni transizione egemonica è preceduta da una fase in cui il centro dominante perde la capacità di attrarre capitali e il sistema finanziario che lo sostiene si svuota di credibilità. Non è il crollo improvviso; è l’erosione progressiva della fiducia nei titoli di debito del centro, accompagnata dalla ricerca di riserve di valore alternative. Il sorpasso oro-Treasury si inserisce in questa cornice con una precisione che dovrebbe inquietare Washington più di qualsiasi analisi congiunturale.

Chi compra e perché: l’oro come atto sovrano

La mappa degli acquisti è la mappa del mondo che viene. La People’s Bank of China ha esteso la sua striscia di acquisti a sedici mesi consecutivi fino a febbraio 2026, portando le riserve ufficiali a 2.308 tonnellate, per un valore stimato di 387,6 miliardi di dollari, circa il 10% delle riserve valutarie complessive. La Polonia ha aggiunto 102 tonnellate nel solo 2025, puntando a un obiettivo dichiarato di 700 tonnellate, riflesso di una percezione d’insicurezza che non riguarda solo la finanza ma la collocazione di Varsavia sul fianco orientale della NATO. L’India ne ha accumulate circa cento nello stesso periodo, rimpatriando 274 tonnellate nei propri caveau e riducendo del 18% le detenzioni di titoli del Tesoro americano. Uzbekistan e Kazakhstan seguono con acquisti costanti. In totale, le banche centrali del Sud globale hanno accumulato oltre 225 milioni di once troy dalla crisi del 2008, invertendo i flussi di vendita che avevano caratterizzato gli anni Novanta.

Questi non sono gestori di portafoglio alla ricerca del rendimento migliore. Sono banchieri centrali con mandati ventennali, insensibili al prezzo spot, orientati da calcoli strategici che poco hanno a che fare con la finanza e molto con la sovranità. Non fanno speculazione; fanno politica monetaria con orizzonte decennale. Carl Schmitt scriveva che «sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione». La scelta dell’oro fisico, custodito nei propri caveau, è precisamente una decisione sovrana che si sottrae all’eccezione decisa da altri: il congelamento unilaterale, la sanzione finanziaria, l’esclusione dal circuito di pagamento. Chi detiene oro non dipende dalla buona volontà di Washington. Chi detiene Treasury, sì.

Trecento miliardi congelati: la lezione che tutti hanno imparato

Se c’è una data in cui la corsa all’oro ha cambiato natura, è il 28 febbraio 2022. Quel giorno gli Stati Uniti e i loro alleati europei hanno congelato circa 300 miliardi di dollari di riserve della Banca Centrale russa, depositate in titoli e conti presso istituzioni occidentali. Il messaggio era destinato a Mosca, ma è stato ricevuto, forte e chiaro, da ogni istituto monetario del pianeta: i titoli del Tesoro americano e i depositi denominati in dollari o euro sono un’arma politica prima che uno strumento finanziario. Chi li detiene è esposto alle decisioni di un governo straniero. E non importa se quel governo oggi è un alleato: ciò che può essere congelato oggi a un nemico può essere congelato domani a un partner sgradito.

Susan Strange, nel suo lavoro fondativo sulle strutture del potere internazionale, distingueva fra potere relazionale (la capacità di un attore di ottenere che un altro faccia ciò che altrimenti non farebbe) e potere strutturale (la capacità di modellare le regole del gioco stesso). Il controllo della struttura creditizia e finanziaria, sosteneva Strange, conferisce un potere strutturale che prescinde dalla coercizione diretta: chi stabilisce le regole del credito determina chi può accedere alle risorse e a quali condizioni. Il congelamento delle riserve russe è stato l’esercizio più brutale di questo potere strutturale: non un atto di guerra convenzionale, ma l’attivazione di un interruttore interno all’architettura finanziaria che gli stessi russi avevano contribuito a costruire depositando i propri risparmi nei caveau altrui.

L’oro fisico, per definizione, non ha rischio di controparte. Non può essere sanzionato, non può essere disattivato con un click, non transita su reti che un governo terzo può interrompere. È l’unica riserva di valore che non dipende dalla continuità di un rapporto politico. Un’indagine di Invesco condotta nel 2025 sulle banche centrali ha rilevato che la quota di riserve auree conservate a livello nazionale è aumentata di diciotto punti percentuali dal 2022: una correlazione quasi perfetta con il congelamento russo. Il mondo non ha dimenticato. Ha preso appunti.

L’oro torna a casa: la mossa francese e il fantasma di De Gaulle

La Francia ha compiuto un gesto che merita un’attenzione superiore a quella che la stampa finanziaria gli ha dedicato. Fra il luglio 2025 e il gennaio 2026, la Banque de France ha venduto 129 tonnellate d’oro depositate presso la Federal Reserve Bank di New York, in 26 transazioni separate, sostituendole con un volume identico di lingotti conformi alle specifiche LBMA acquistati sul mercato europeo e custoditi a Parigi. L’operazione ha generato una plusvalenza complessiva di 12,8 miliardi di euro, di cui 11 miliardi contabilizzati nel 2025 e 1,8 miliardi nel 2026, trasformando una perdita netta di 7,7 miliardi del 2024 in un utile di 8,1 miliardi. Il risultato è che tutte le 2.437 tonnellate di riserve auree francesi, la quarta riserva del pianeta, si trovano ora interamente sul suolo nazionale, nel caveau sotterraneo de La Souterraine.

Il Governatore François Villeroy de Galhau ha definito l’operazione «non politicamente motivata». Sarà. Ma il gesto parla un linguaggio che trascende le intenzioni dichiarate. L’ultima volta che la Francia aveva ritirato il proprio oro dall’America era il 1965. Charles de Gaulle, convinto che il sistema di Bretton Woods conferisse agli Stati Uniti un «privilegio esorbitante», sfidò Washington frontalmente. Nella celebre conferenza stampa del 4 febbraio 1965, il Generale sostenne che il valore di qualsiasi moneta è determinato dal suo legame, diretto o indiretto, con l’oro, e che il sistema che attribuiva al dollaro un ruolo trascendente non riposava più su basi reali. De Gaulle domandava: «Perché i Paesi più ricchi del mondo dovrebbero poter monopolizzare i benefici della creazione di riserve internazionali per finanziare i propri disavanzi?»

Sei anni dopo quella conferenza stampa, Richard Nixon chiuse la finestra dell’oro, ponendo fine alla convertibilità del dollaro e al sistema di Bretton Woods. A sessant’anni di distanza, la Francia ha nuovamente ritirato il proprio oro dalla Fed di New York. La nave da guerra del 1965 è stata sostituita da discrete transazioni finanziarie, e l’ideologia da un arbitraggio contabile. Ma la sostanza rimane la stessa: sfiducia sistemica nei meccanismi basati sul dollaro e spinta verso la sovranità monetaria. La storia, nei mercati dell’oro, fa rima con precisione sorprendente.

La direzione è tracciata

Il movimento globale verso l’oro non è lineare e la guerra ne espone le contraddizioni più aspre. La Russia, che per anni è stata fra i maggiori accumulatori di oro al mondo e che ha fatto della dedollarizzazione una bandiera politica, nel 2026 è diventata venditrice netta di metallo prezioso. Non per scelta strategica, ma per necessità fiscale: la pressione delle spese belliche e delle sanzioni costringe il Cremlino a monetizzare parte delle riserve che avrebbero dovuto garantire l’autonomia monetaria di lungo periodo. La Turchia segue un percorso analogo, vendendo oro per stabilizzare la lira e gestire la liquidità interna: circa 50 tonnellate utilizzate nel solo mese di marzo per operazioni di difesa valutaria.

È il paradosso di Clausewitz rovesciato. Il teorico prussiano insegnava che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Qui accade il contrario: la guerra divora gli strumenti della politica monetaria alternativa. Ma il movimento complessivo non si inverte. Oltre quaranta banche centrali stanno comprando. I compratori superano i venditori. E la composizione del movimento racconta la storia: chi compra sono Paesi che costruiscono sovranità (Cina, India, Polonia, Uzbekistan); chi vende sono Paesi che si difendono (Russia in guerra, Turchia in crisi valutaria); chi rimpatria sono Paesi che calibrano la fiducia (Francia e, prima di lei, Germania fra il 2013 e il 2017). Il 76% delle banche centrali intervistate dal World Gold Council prevede di aumentare le proprie riserve auree nei prossimi cinque anni; il 73% prevede una riduzione di quelle in dollari. La direzione è tracciata, anche se il percorso non è rettilineo.

Hormuz, inflazione, debito: il contesto che accelera la fuga

La transizione monetaria non avviene nel vuoto. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale, resta sostanzialmente chiuso dal 4 marzo 2026. L’Agenzia Internazionale dell’Energia l’ha definita la più grande interruzione di approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero. Il Brent ha superato i 126 dollari al barile nel picco di marzo, per poi oscillare intorno ai 114 nelle settimane successive. L’inflazione americana è salita al 3,8% in aprile, sopra le attese, e i mercati scontano ormai un rialzo dei tassi della Federal Reserve piuttosto che il taglio che ancora si sperava a inizio anno.

Il quadro del debito americano è il più eloquente indicatore strutturale della crisi. Il debito pubblico federale ha raggiunto i 38.910 miliardi di dollari ad aprile 2026, e il Joint Economic Committee del Senato stima il raggiungimento dei 39.000 miliardi entro il 18 maggio, fra pochi giorni. Il Congressional Budget Office prevede interessi netti sul debito per 1.040 miliardi nell’anno fiscale in corso: un trilione di dollari solo per pagare gli interessi, più della spesa per la difesa. Per ogni dollaro di entrate federali, 19 centesimi vanno al servizio del debito; entro il 2036, saranno 26. I deficit annuali sono previsti in crescita da 1.900 miliardi nel 2026 a 3.100 miliardi entro il 2036, con il rapporto debito/PIL destinato a raggiungere il 120%, superando il record della Seconda guerra mondiale.

L’indice del dollaro è crollato del 10% nel 2025, il peggior risultato in tre decenni. Ogni dato alimenta la stessa domanda, che le banche centrali del mondo si pongono ogni giorno con crescente urgenza: quanto a lungo il mondo può continuare a finanziare il debito di un Paese che spende più per gli interessi che per la difesa?

Immanuel Wallerstein, nella sua analisi dei cicli del sistema-mondo, descriveva le fasi terminali del centro egemonico come periodi in cui la struttura finanziaria del centro si espande in modo ipertrofico proprio mentre la base produttiva si contrae: il debito cresce, la rendita finanziaria sostituisce il profitto industriale, e il centro vive di credito finché regge. Il profilo del debito americano nel 2026 si sovrappone a quella descrizione con una coincidenza che sarebbe imprudente ignorare.

Il cantiere BRICS: dalle valute nazionali all’infrastruttura digitale

Mentre le banche centrali accumulano oro come riserva di valore, il blocco BRICS costruisce l’infrastruttura di pagamento che dovrebbe rendere operativa la dedollarizzazione negli scambi commerciali. Il 14 e 15 maggio Nuova Delhi ospita la Ministeriale Esteri del BRICS allargato, presieduta dal Ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar, con la partecipazione confermata di Sergej Lavrov per la Russia e Abbas Araghchi per l’Iran. Il blocco conta oggi dieci membri: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti.

La Reserve Bank of India ha proposto di mettere all’ordine del giorno del vertice di settembre l’interconnessione delle valute digitali delle banche centrali dei Paesi membri. Non una moneta unica, progetto politicamente e macroeconomicamente impraticabile, ma un’infrastruttura d’interoperabilità che colleghi la e-rupia indiana, lo yuan digitale cinese, il Drex brasiliano, il dirham digitale emiratino, permettendo regolamenti diretti senza passare per il dollaro e senza dipendere da SWIFT. L’architettura proposta evita il modello della decisione centralizzata e si basa sulla dipendenza reciproca fra le banche centrali partecipanti: ogni Paese mantiene la propria sovranità monetaria, ma condivide l’infrastruttura di regolamento.

Il cantiere ha già fondamenta concrete. La piattaforma mBridge, sviluppata dalle banche centrali di Cina, Hong Kong, Thailandia, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, ha processato volumi per 387,2 miliardi di renminbi, equivalenti a 55 miliardi di dollari, con regolamenti che si completano in quindici secondi senza passare per alcuna banca corrispondente occidentale. L’India ha già interconnesso il suo sistema di pagamenti UPI con quello emiratino. La e-rupia, lanciata nel dicembre 2022, conta sette milioni di utenti retail, e il governo sta testando una decina di programmi pilota per veicolare circa 80 miliardi di dollari di trasferimenti sociali attraverso la valuta digitale. Quasi il 95% del commercio India-Russia si regola già in valute nazionali.

Donald Trump ha reagito minacciando dazi del 100% sui Paesi BRICS che tentassero di sostituire il dollaro. Ma la minaccia, paradossalmente, accelera ciò che pretende di frenare: ogni sanzione, ogni dazio, ogni dimostrazione che Washington può usare la propria architettura finanziaria come arma rafforza la motivazione dei Paesi del Sud globale a costruirne una alternativa.

Giulietto Chiesa, nei suoi ultimi scritti, insisteva sulla necessità storica di un ordine post-atlantico, non come progetto ideologico ma come risposta strutturale all’insostenibilità di un sistema in cui una sola potenza può stampare la moneta di riserva globale e finanziare i propri deficit scaricandone il costo sul resto del mondo. Il cantiere BRICS è la risposta concreta, imperfetta, contraddittoria, ma operativa, a quella diagnosi. Non è ancora un sistema; è l’inizio di un’architettura parallela. Ma ogni tonnellata d’oro accumulata e ogni transazione regolata in valute nazionali riducono, di un millimetro alla volta, la dipendenza dal dollaro che ha retto l’ordine del secondo dopoguerra.

L’oro che non deve niente a nessuno

Attenzione, però, a non confondere il movimento con il traguardo. Il dollaro resta la valuta di riserva dominante, con circa il 57% delle riserve globali allocate. I mercati dei capitali americani sono ancora i più profondi e liquidi del pianeta. La dedollarizzazione non è un crollo: è un’erosione lenta, metodica, deliberata. Il passaggio dall’unipolarismo monetario a un sistema plurale sarà misurato in decenni, non in trimestri. Ma la direzione è tracciata, e il sorpasso oro-Treasury ne è la certificazione più eloquente.

Gramsci, analizzando i rapporti di forza internazionali nei Quaderni del carcere, avvertiva che le grandi trasformazioni non si riconoscono dal fragore con cui si annunciano, ma dalla tenacia silenziosa con cui erodono le strutture preesistenti: guerra di posizione, non di movimento. L’accumulazione di oro da parte delle banche centrali del Sud globale è esattamente questo: una guerra di posizione monetaria, combattuta tonnellata dopo tonnellata, caveau dopo caveau, senza comunicati roboanti e senza dichiarazioni di guerra.

La guerra, ancora una volta, è il prodotto. Il caos è la materia prima. E l’oro, il metallo che non ha nazionalità e non deve niente a nessuno, torna a essere ciò che è sempre stato in ogni transizione egemonica della storia: l’ultimo rifugio di chi non si fida delle promesse scritte sulla carta di un impero in declino.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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