Italiano
Daniele Lanza
April 29, 2026
© Photo: Public domain

Solo i prossimi mesi potranno far comprendere la verità, ovvero se la crisi che attenaglia il continente può finire entro l’anno in corso oppure se occorrerà aspettarne ancora molti altri.

Segue nostro Telegram.

La notizia più rilevante delle ultime settimane – ma si dovrebbe dire, degli ultimi mesi – consiste nei ripetuti tentativi da parte del capo di stato ucraino di rivolgersi direttamente a quello russo, nel chiaro tentativo di stabilire, per la prima volta, un canale diretto di comunicazione tra le due nazioni. Sebbene i mezzi di informazione (per motivi di prudenza probabilmente) non abbiano dato un risalto particolare alla cosa, essa ha invece un singnificato del tutto particolare in quanto pressochè inedita: al tempo stesso però, malgrado le speranze, non può non suscitare le più profonde preplessità. Prima di proseguire tuttavia, occorre come sempre avere una visione chiara del quadro d’insieme: cosa sta veramente cambiando ?  Un paio di mesi orsono si è entrati ufficialmente nel quinto anno di guerra, ma tale definizione – alla luce di quanto si è visto nel corso di questo lasso di tempo – si comprende esser a dire poco semplicistica: più appropriato sarebbe parlare del quinto anno di una crisi politico militare che va molto oltre i confini dell’Ucraina, di un processo di vasta portata (coinvolgente ogni piano di valutazione, da quello diplomatico a quello psicologico e sociale) che ha ridefinito gli equilibri planetari ancor prima del suo termine. Labirinto imprevedibile, fatto di pesi e contrappesi, laddove una variazione in un settore può determinare conseguenze rilevanti in un altro settore, molto distante ed apparentemente non connesso.

L’anno 2026, per come si è sviluppato sino ad oggi dal suo esordio, è di certo la dimostrazione di questo, se si considera che la politica estera dell’amministrazione statunitense in carica è riuscita a mettere in subbuglio il quadro a livello globale e rimescolarne le carte come niente altro poteva: se fino al termine del 2025 il confronto diretto era essenzialmente quello tra l’asse euro-americano a supporto di Kiev e la Federazione Russa, ora il confronto assume un carattere assai più multidimensionale, arrivando ad assomigliare ad un “agglomerato” di conflitti che geograficamente spazia dall’Europa al vicino oriente “irano-arabo-israeliano” (col sempre latente potenziale di allargamento all’estremo oriente – Taiwan – come in America centrale, a partire dal caso venezuelano). Questa, in breve, la grande evoluzione dell’anno in corso, attuatasi nel giro di pochissimi mesi in realtà. Ci si può domandare se l’emergere di nuovi conflitti possa, indirettamente, innescare la risoluzione di altri, nell’impossibilità materiale da parte dell’egemone mondiale (Washington) di poterli gestire tutti, in contemporanea. In altre parole, ci si avvicina al limite economico (e politico) che persino la Casa Bianca ha, pur nel suo immenso potere: se già dall’elezione di Trump si era compreso come il nuovo rivale – in linea teorica – contro il quale rivolgere le proprie attenzioni fosse la Cina di Xi Jinping, adesso in pratica con l’aprirsi di un grande fronte mediorientale contro l’Iran, pone la superpotenza a stelle e strisce per la prima volta in un decennio a dover attuare una vera scelta. Concretamente l’interrogativo non apertamentee pronunciato che rimbalza per tutte le cancellerie e stanze di potere ai due lati dell’Atlantico sarebbe: può continuare l’appoggio alla causa ucraina in tali condizioni ? Ha un senso contribuire al proseguimento di un conflitto che non può essere risolto in alcun modo con le armi ? Può Kiev proseguire con un supporto ridotto ? Domande che i massimi livelli della politica europea non ha mai osato porsi sino ad oggi, ma che sono già una realtà: le reiterate minacce di Donlad Trump di abbandonare al proprio destino l’Ucraina potevano facilmente essere intepretate come una strategia di pressione sul governo Zelensky per portarlo al tavolo delle trattative, ma il repentino materializzarsi di un fronte iraniano rischia di trasformare in realtà lo spauracchio che finora è stato ipotetico.

Ribadito questo, si può tornare alle mosse di Kiev da cui si era iniziato, tracciando un quadro completo della situazione alla data attuale. Il 2026 non si apre in maniera più favorevole per le forze ucraine di quanto non lo fosse stato l’anno precedente, ma piuttosto l’opposto: l’analista militare americano Stanislav Krapivnik ha di recente sottolineato come l’esercito continui a soffrire del medesimo male che lo accompagna da 2 anni a questa parte ovvero una costante carenza di coscritti, una piaga che a questo punto della guerra non è più congiunturale ma sistemica; stando a lui, ma soprattutto secondo la clamorosa rivelazione del ministro della difesa ucraino Mykhailo Fedorov, il numero dei disertori (parola che non si vuole usare preferendo l’espressione “allontanamento temporaneo dalla posizione al fronte”) sfiora ormai il mezzo milione, fenomeno che tuttavia impallidisce rispetto a quello dei renitenti alla leva e di tutti coloro che in qualche modo siano riusciti ad eludere le mobilitazioni ordinate dal governo in carica ovvero quasi 2 milioni di abili alle armi che rifiutano la chiamata, vivendo come fantasmi nelle città ucraine dove hanno imparato ad evitare le ronde di polizia e reclutatori. Questo lascia le linee del fronte in stato di drammatica carenza di uomini, la risorsa più insostituibile: è così sin dal 2024, senza alcun segno di miglioramento (piuttosto il contrario). Come se questo non bastasse, anche dal punto di vista materiale si intravede all’orizzonte una carenza di genere materiale – per la precisione nel vitale settore missilistico  e contraereo – che non potrà essere colmata dall’alleato americano: come sottolinea il Center for Strategic and International Studies (Csis) in una recente analisi, le forze USA hanno esaurito nell’arco di poche settimane circa il 45% dell’arsenale missilistico di precisione, più una buona metà delle riserve di intercettori per sistemi Patriot e Thaad. Si stima inoltre che siano stati impiegati quasi 1/3 delle scorte di missili Tomahawk, nonchè il 20% dei missili aria-terra a lungo raggio e circa il 20% degli intercettori Sm-3 e Sm-6. In pratica, stando alle stime del suddetto think tank, saranno necessari quasi 5 anni per ripristinare tutte le scorte (e questo senza nemmeno aver piegato l’Iran, che rimane pesantemente armato e ben lungi dall’essere sconfitto, come ha affermato di fronte al Congresso il direttore della Defense Intelligence Agency, generale James Adams).

Tutto questo mentre invece le forze di Mosca avanzano, in modo lento ma inarrestabile: Gerasimov, capo di stato maggiore russo, ha annunciato nei giorni scorsi che le avanguardie sono ormai vicinissime a Kramatorsk e Slaviansk (rispettivamente a 7 e 12 km, secondo i comunicati) e si preparano all’offensiva estiva. Sempre secondo Gerasimov, nel giro di 2/3 mesi l’intero settore in questione sarà strappato alle forze ucraine che si ritroveranno costrette a retrocedere di decine di km oppure subire perdite insostenibili. A questo proposito ricordiamo come le città fortificate di Kramatorsk e Slaviansk – assieme a Konstantinovka – formano un vero e proprio “anello di ferro”, forse il maggiore bastione fortificato al mondo in questo momento, costruito sin dal 2014 dal governo ucraino: una volta capitolata l’area, verrà meno la più spessa cintura difensiva ucraina il che significa non soltanto che quanto resta del Donbass sarà definitivamente perso, ma anche che si apriranno nuove vie all’avanzata delle forze avversarie e quindi – potenzialmente – la perdita di ulteriori territori per Kiev. Nel complesso abbiamo dunque un esercito ucraino nella forma peggiore per l’estate che viene, in un continuo deteriorarsi tanto degli approvvigionamenti militari da Washington quanto degli arruolamenti sempre più scarsi: una forza militare che non sarà oggettivamente in grado di reggere l’urto dell’offensiva avversaria da adesso sino alla fine dell’anno, configurandosi pertanto una nuova capitolazione, ancor più grave di quella di Pokrovsk l’autunno passato, che rischia di compromettere all’inverosimile la posizione negoziale di Kiev all’eventuale tavolo delle trattative e la stessa posizione del leader ucraino. In questo senso non si può dimenticare che la posizione rigida di V. Zelensky di fronte alla proposta di pace avanzata dal presidente Trump a fine settembre ha determinato un prolungamento (evitabile) delle ostilità: il rifiuto costante di scendere a qualsiasi compromesso in merito al Donbass ha significato la perdita di decine di migliaia di militari ucraini nell’area di Pokrovsk, e la medesima situazione probabilmente si ripeterà a Kramatorsk/Slaviansk dopo l’estate (allorchè l’area in questione sarà comunque persa); una responsabilità morale di grave portata per il presidente ucraino, il quale potrebbe ritrovarsi a dover fare concessioni che se fossero state fatte l’anno precedente avrebbero evitato le ulteriori gravi perdite da allora sino ad oggi.

Volodymir Zelensky, consapevole di tutto questo, cerca di correre ai ripari pertanto, domandando un colloquio diretto col presidente Vladimir Putin: il ministro degli esteri ucraino, Andrij Sybiha, ha espresso il medesimo desiderio e come si sà il suo ministero si è dato molto da fare nelle ultime settimane nel cercare un luogo delle trattative adatto (sembra ci si orienti verso Istanbul, vista la non disponibilità di Zelensky di recarsi a Minsk o Mosca).

Certo a fronte di tutto questo, resta sospesa come una grande ombra la natura del colloquio medesimo: a quale scopo l’incontro ? Le condizioni del Cremlino sono state chiarite da molto tempo e prevedono un vero e proprio trattato di pace, qualcosa di definitivo che si differenzia molto dalla semplice tregua costantemente richiesta da Kiev (funzionale esclusivamente a prendere tempo per ricevere ulteriori finanziamenti ed armamenti da UE e USA): assurdo dunque, da parte ucraina, avanzare per l’ennesima volta tali richieste. A cosa punta dunque Volodymir Zelensky ? Aprire un autentico tavolo di trattative prima che si troppo tardi sul campo e risparmiare così altre vite ? Oppure uno stratagemma per prendere tempo (come spesso accaduto) ? Solo i prossimi mesi potranno far comprendere la verità, ovvero se la crisi che attenaglia il continente può finire entro l’anno in corso oppure se occorrerà aspettarne ancora molti altri.

Primavera 2026: si profila una pace all’orizzonte ? Potrebbe il fronte mediorientale porre involontariamente fine al conflitto in Europa?

Solo i prossimi mesi potranno far comprendere la verità, ovvero se la crisi che attenaglia il continente può finire entro l’anno in corso oppure se occorrerà aspettarne ancora molti altri.

Segue nostro Telegram.

La notizia più rilevante delle ultime settimane – ma si dovrebbe dire, degli ultimi mesi – consiste nei ripetuti tentativi da parte del capo di stato ucraino di rivolgersi direttamente a quello russo, nel chiaro tentativo di stabilire, per la prima volta, un canale diretto di comunicazione tra le due nazioni. Sebbene i mezzi di informazione (per motivi di prudenza probabilmente) non abbiano dato un risalto particolare alla cosa, essa ha invece un singnificato del tutto particolare in quanto pressochè inedita: al tempo stesso però, malgrado le speranze, non può non suscitare le più profonde preplessità. Prima di proseguire tuttavia, occorre come sempre avere una visione chiara del quadro d’insieme: cosa sta veramente cambiando ?  Un paio di mesi orsono si è entrati ufficialmente nel quinto anno di guerra, ma tale definizione – alla luce di quanto si è visto nel corso di questo lasso di tempo – si comprende esser a dire poco semplicistica: più appropriato sarebbe parlare del quinto anno di una crisi politico militare che va molto oltre i confini dell’Ucraina, di un processo di vasta portata (coinvolgente ogni piano di valutazione, da quello diplomatico a quello psicologico e sociale) che ha ridefinito gli equilibri planetari ancor prima del suo termine. Labirinto imprevedibile, fatto di pesi e contrappesi, laddove una variazione in un settore può determinare conseguenze rilevanti in un altro settore, molto distante ed apparentemente non connesso.

L’anno 2026, per come si è sviluppato sino ad oggi dal suo esordio, è di certo la dimostrazione di questo, se si considera che la politica estera dell’amministrazione statunitense in carica è riuscita a mettere in subbuglio il quadro a livello globale e rimescolarne le carte come niente altro poteva: se fino al termine del 2025 il confronto diretto era essenzialmente quello tra l’asse euro-americano a supporto di Kiev e la Federazione Russa, ora il confronto assume un carattere assai più multidimensionale, arrivando ad assomigliare ad un “agglomerato” di conflitti che geograficamente spazia dall’Europa al vicino oriente “irano-arabo-israeliano” (col sempre latente potenziale di allargamento all’estremo oriente – Taiwan – come in America centrale, a partire dal caso venezuelano). Questa, in breve, la grande evoluzione dell’anno in corso, attuatasi nel giro di pochissimi mesi in realtà. Ci si può domandare se l’emergere di nuovi conflitti possa, indirettamente, innescare la risoluzione di altri, nell’impossibilità materiale da parte dell’egemone mondiale (Washington) di poterli gestire tutti, in contemporanea. In altre parole, ci si avvicina al limite economico (e politico) che persino la Casa Bianca ha, pur nel suo immenso potere: se già dall’elezione di Trump si era compreso come il nuovo rivale – in linea teorica – contro il quale rivolgere le proprie attenzioni fosse la Cina di Xi Jinping, adesso in pratica con l’aprirsi di un grande fronte mediorientale contro l’Iran, pone la superpotenza a stelle e strisce per la prima volta in un decennio a dover attuare una vera scelta. Concretamente l’interrogativo non apertamentee pronunciato che rimbalza per tutte le cancellerie e stanze di potere ai due lati dell’Atlantico sarebbe: può continuare l’appoggio alla causa ucraina in tali condizioni ? Ha un senso contribuire al proseguimento di un conflitto che non può essere risolto in alcun modo con le armi ? Può Kiev proseguire con un supporto ridotto ? Domande che i massimi livelli della politica europea non ha mai osato porsi sino ad oggi, ma che sono già una realtà: le reiterate minacce di Donlad Trump di abbandonare al proprio destino l’Ucraina potevano facilmente essere intepretate come una strategia di pressione sul governo Zelensky per portarlo al tavolo delle trattative, ma il repentino materializzarsi di un fronte iraniano rischia di trasformare in realtà lo spauracchio che finora è stato ipotetico.

Ribadito questo, si può tornare alle mosse di Kiev da cui si era iniziato, tracciando un quadro completo della situazione alla data attuale. Il 2026 non si apre in maniera più favorevole per le forze ucraine di quanto non lo fosse stato l’anno precedente, ma piuttosto l’opposto: l’analista militare americano Stanislav Krapivnik ha di recente sottolineato come l’esercito continui a soffrire del medesimo male che lo accompagna da 2 anni a questa parte ovvero una costante carenza di coscritti, una piaga che a questo punto della guerra non è più congiunturale ma sistemica; stando a lui, ma soprattutto secondo la clamorosa rivelazione del ministro della difesa ucraino Mykhailo Fedorov, il numero dei disertori (parola che non si vuole usare preferendo l’espressione “allontanamento temporaneo dalla posizione al fronte”) sfiora ormai il mezzo milione, fenomeno che tuttavia impallidisce rispetto a quello dei renitenti alla leva e di tutti coloro che in qualche modo siano riusciti ad eludere le mobilitazioni ordinate dal governo in carica ovvero quasi 2 milioni di abili alle armi che rifiutano la chiamata, vivendo come fantasmi nelle città ucraine dove hanno imparato ad evitare le ronde di polizia e reclutatori. Questo lascia le linee del fronte in stato di drammatica carenza di uomini, la risorsa più insostituibile: è così sin dal 2024, senza alcun segno di miglioramento (piuttosto il contrario). Come se questo non bastasse, anche dal punto di vista materiale si intravede all’orizzonte una carenza di genere materiale – per la precisione nel vitale settore missilistico  e contraereo – che non potrà essere colmata dall’alleato americano: come sottolinea il Center for Strategic and International Studies (Csis) in una recente analisi, le forze USA hanno esaurito nell’arco di poche settimane circa il 45% dell’arsenale missilistico di precisione, più una buona metà delle riserve di intercettori per sistemi Patriot e Thaad. Si stima inoltre che siano stati impiegati quasi 1/3 delle scorte di missili Tomahawk, nonchè il 20% dei missili aria-terra a lungo raggio e circa il 20% degli intercettori Sm-3 e Sm-6. In pratica, stando alle stime del suddetto think tank, saranno necessari quasi 5 anni per ripristinare tutte le scorte (e questo senza nemmeno aver piegato l’Iran, che rimane pesantemente armato e ben lungi dall’essere sconfitto, come ha affermato di fronte al Congresso il direttore della Defense Intelligence Agency, generale James Adams).

Tutto questo mentre invece le forze di Mosca avanzano, in modo lento ma inarrestabile: Gerasimov, capo di stato maggiore russo, ha annunciato nei giorni scorsi che le avanguardie sono ormai vicinissime a Kramatorsk e Slaviansk (rispettivamente a 7 e 12 km, secondo i comunicati) e si preparano all’offensiva estiva. Sempre secondo Gerasimov, nel giro di 2/3 mesi l’intero settore in questione sarà strappato alle forze ucraine che si ritroveranno costrette a retrocedere di decine di km oppure subire perdite insostenibili. A questo proposito ricordiamo come le città fortificate di Kramatorsk e Slaviansk – assieme a Konstantinovka – formano un vero e proprio “anello di ferro”, forse il maggiore bastione fortificato al mondo in questo momento, costruito sin dal 2014 dal governo ucraino: una volta capitolata l’area, verrà meno la più spessa cintura difensiva ucraina il che significa non soltanto che quanto resta del Donbass sarà definitivamente perso, ma anche che si apriranno nuove vie all’avanzata delle forze avversarie e quindi – potenzialmente – la perdita di ulteriori territori per Kiev. Nel complesso abbiamo dunque un esercito ucraino nella forma peggiore per l’estate che viene, in un continuo deteriorarsi tanto degli approvvigionamenti militari da Washington quanto degli arruolamenti sempre più scarsi: una forza militare che non sarà oggettivamente in grado di reggere l’urto dell’offensiva avversaria da adesso sino alla fine dell’anno, configurandosi pertanto una nuova capitolazione, ancor più grave di quella di Pokrovsk l’autunno passato, che rischia di compromettere all’inverosimile la posizione negoziale di Kiev all’eventuale tavolo delle trattative e la stessa posizione del leader ucraino. In questo senso non si può dimenticare che la posizione rigida di V. Zelensky di fronte alla proposta di pace avanzata dal presidente Trump a fine settembre ha determinato un prolungamento (evitabile) delle ostilità: il rifiuto costante di scendere a qualsiasi compromesso in merito al Donbass ha significato la perdita di decine di migliaia di militari ucraini nell’area di Pokrovsk, e la medesima situazione probabilmente si ripeterà a Kramatorsk/Slaviansk dopo l’estate (allorchè l’area in questione sarà comunque persa); una responsabilità morale di grave portata per il presidente ucraino, il quale potrebbe ritrovarsi a dover fare concessioni che se fossero state fatte l’anno precedente avrebbero evitato le ulteriori gravi perdite da allora sino ad oggi.

Volodymir Zelensky, consapevole di tutto questo, cerca di correre ai ripari pertanto, domandando un colloquio diretto col presidente Vladimir Putin: il ministro degli esteri ucraino, Andrij Sybiha, ha espresso il medesimo desiderio e come si sà il suo ministero si è dato molto da fare nelle ultime settimane nel cercare un luogo delle trattative adatto (sembra ci si orienti verso Istanbul, vista la non disponibilità di Zelensky di recarsi a Minsk o Mosca).

Certo a fronte di tutto questo, resta sospesa come una grande ombra la natura del colloquio medesimo: a quale scopo l’incontro ? Le condizioni del Cremlino sono state chiarite da molto tempo e prevedono un vero e proprio trattato di pace, qualcosa di definitivo che si differenzia molto dalla semplice tregua costantemente richiesta da Kiev (funzionale esclusivamente a prendere tempo per ricevere ulteriori finanziamenti ed armamenti da UE e USA): assurdo dunque, da parte ucraina, avanzare per l’ennesima volta tali richieste. A cosa punta dunque Volodymir Zelensky ? Aprire un autentico tavolo di trattative prima che si troppo tardi sul campo e risparmiare così altre vite ? Oppure uno stratagemma per prendere tempo (come spesso accaduto) ? Solo i prossimi mesi potranno far comprendere la verità, ovvero se la crisi che attenaglia il continente può finire entro l’anno in corso oppure se occorrerà aspettarne ancora molti altri.

Solo i prossimi mesi potranno far comprendere la verità, ovvero se la crisi che attenaglia il continente può finire entro l’anno in corso oppure se occorrerà aspettarne ancora molti altri.

Segue nostro Telegram.

La notizia più rilevante delle ultime settimane – ma si dovrebbe dire, degli ultimi mesi – consiste nei ripetuti tentativi da parte del capo di stato ucraino di rivolgersi direttamente a quello russo, nel chiaro tentativo di stabilire, per la prima volta, un canale diretto di comunicazione tra le due nazioni. Sebbene i mezzi di informazione (per motivi di prudenza probabilmente) non abbiano dato un risalto particolare alla cosa, essa ha invece un singnificato del tutto particolare in quanto pressochè inedita: al tempo stesso però, malgrado le speranze, non può non suscitare le più profonde preplessità. Prima di proseguire tuttavia, occorre come sempre avere una visione chiara del quadro d’insieme: cosa sta veramente cambiando ?  Un paio di mesi orsono si è entrati ufficialmente nel quinto anno di guerra, ma tale definizione – alla luce di quanto si è visto nel corso di questo lasso di tempo – si comprende esser a dire poco semplicistica: più appropriato sarebbe parlare del quinto anno di una crisi politico militare che va molto oltre i confini dell’Ucraina, di un processo di vasta portata (coinvolgente ogni piano di valutazione, da quello diplomatico a quello psicologico e sociale) che ha ridefinito gli equilibri planetari ancor prima del suo termine. Labirinto imprevedibile, fatto di pesi e contrappesi, laddove una variazione in un settore può determinare conseguenze rilevanti in un altro settore, molto distante ed apparentemente non connesso.

L’anno 2026, per come si è sviluppato sino ad oggi dal suo esordio, è di certo la dimostrazione di questo, se si considera che la politica estera dell’amministrazione statunitense in carica è riuscita a mettere in subbuglio il quadro a livello globale e rimescolarne le carte come niente altro poteva: se fino al termine del 2025 il confronto diretto era essenzialmente quello tra l’asse euro-americano a supporto di Kiev e la Federazione Russa, ora il confronto assume un carattere assai più multidimensionale, arrivando ad assomigliare ad un “agglomerato” di conflitti che geograficamente spazia dall’Europa al vicino oriente “irano-arabo-israeliano” (col sempre latente potenziale di allargamento all’estremo oriente – Taiwan – come in America centrale, a partire dal caso venezuelano). Questa, in breve, la grande evoluzione dell’anno in corso, attuatasi nel giro di pochissimi mesi in realtà. Ci si può domandare se l’emergere di nuovi conflitti possa, indirettamente, innescare la risoluzione di altri, nell’impossibilità materiale da parte dell’egemone mondiale (Washington) di poterli gestire tutti, in contemporanea. In altre parole, ci si avvicina al limite economico (e politico) che persino la Casa Bianca ha, pur nel suo immenso potere: se già dall’elezione di Trump si era compreso come il nuovo rivale – in linea teorica – contro il quale rivolgere le proprie attenzioni fosse la Cina di Xi Jinping, adesso in pratica con l’aprirsi di un grande fronte mediorientale contro l’Iran, pone la superpotenza a stelle e strisce per la prima volta in un decennio a dover attuare una vera scelta. Concretamente l’interrogativo non apertamentee pronunciato che rimbalza per tutte le cancellerie e stanze di potere ai due lati dell’Atlantico sarebbe: può continuare l’appoggio alla causa ucraina in tali condizioni ? Ha un senso contribuire al proseguimento di un conflitto che non può essere risolto in alcun modo con le armi ? Può Kiev proseguire con un supporto ridotto ? Domande che i massimi livelli della politica europea non ha mai osato porsi sino ad oggi, ma che sono già una realtà: le reiterate minacce di Donlad Trump di abbandonare al proprio destino l’Ucraina potevano facilmente essere intepretate come una strategia di pressione sul governo Zelensky per portarlo al tavolo delle trattative, ma il repentino materializzarsi di un fronte iraniano rischia di trasformare in realtà lo spauracchio che finora è stato ipotetico.

Ribadito questo, si può tornare alle mosse di Kiev da cui si era iniziato, tracciando un quadro completo della situazione alla data attuale. Il 2026 non si apre in maniera più favorevole per le forze ucraine di quanto non lo fosse stato l’anno precedente, ma piuttosto l’opposto: l’analista militare americano Stanislav Krapivnik ha di recente sottolineato come l’esercito continui a soffrire del medesimo male che lo accompagna da 2 anni a questa parte ovvero una costante carenza di coscritti, una piaga che a questo punto della guerra non è più congiunturale ma sistemica; stando a lui, ma soprattutto secondo la clamorosa rivelazione del ministro della difesa ucraino Mykhailo Fedorov, il numero dei disertori (parola che non si vuole usare preferendo l’espressione “allontanamento temporaneo dalla posizione al fronte”) sfiora ormai il mezzo milione, fenomeno che tuttavia impallidisce rispetto a quello dei renitenti alla leva e di tutti coloro che in qualche modo siano riusciti ad eludere le mobilitazioni ordinate dal governo in carica ovvero quasi 2 milioni di abili alle armi che rifiutano la chiamata, vivendo come fantasmi nelle città ucraine dove hanno imparato ad evitare le ronde di polizia e reclutatori. Questo lascia le linee del fronte in stato di drammatica carenza di uomini, la risorsa più insostituibile: è così sin dal 2024, senza alcun segno di miglioramento (piuttosto il contrario). Come se questo non bastasse, anche dal punto di vista materiale si intravede all’orizzonte una carenza di genere materiale – per la precisione nel vitale settore missilistico  e contraereo – che non potrà essere colmata dall’alleato americano: come sottolinea il Center for Strategic and International Studies (Csis) in una recente analisi, le forze USA hanno esaurito nell’arco di poche settimane circa il 45% dell’arsenale missilistico di precisione, più una buona metà delle riserve di intercettori per sistemi Patriot e Thaad. Si stima inoltre che siano stati impiegati quasi 1/3 delle scorte di missili Tomahawk, nonchè il 20% dei missili aria-terra a lungo raggio e circa il 20% degli intercettori Sm-3 e Sm-6. In pratica, stando alle stime del suddetto think tank, saranno necessari quasi 5 anni per ripristinare tutte le scorte (e questo senza nemmeno aver piegato l’Iran, che rimane pesantemente armato e ben lungi dall’essere sconfitto, come ha affermato di fronte al Congresso il direttore della Defense Intelligence Agency, generale James Adams).

Tutto questo mentre invece le forze di Mosca avanzano, in modo lento ma inarrestabile: Gerasimov, capo di stato maggiore russo, ha annunciato nei giorni scorsi che le avanguardie sono ormai vicinissime a Kramatorsk e Slaviansk (rispettivamente a 7 e 12 km, secondo i comunicati) e si preparano all’offensiva estiva. Sempre secondo Gerasimov, nel giro di 2/3 mesi l’intero settore in questione sarà strappato alle forze ucraine che si ritroveranno costrette a retrocedere di decine di km oppure subire perdite insostenibili. A questo proposito ricordiamo come le città fortificate di Kramatorsk e Slaviansk – assieme a Konstantinovka – formano un vero e proprio “anello di ferro”, forse il maggiore bastione fortificato al mondo in questo momento, costruito sin dal 2014 dal governo ucraino: una volta capitolata l’area, verrà meno la più spessa cintura difensiva ucraina il che significa non soltanto che quanto resta del Donbass sarà definitivamente perso, ma anche che si apriranno nuove vie all’avanzata delle forze avversarie e quindi – potenzialmente – la perdita di ulteriori territori per Kiev. Nel complesso abbiamo dunque un esercito ucraino nella forma peggiore per l’estate che viene, in un continuo deteriorarsi tanto degli approvvigionamenti militari da Washington quanto degli arruolamenti sempre più scarsi: una forza militare che non sarà oggettivamente in grado di reggere l’urto dell’offensiva avversaria da adesso sino alla fine dell’anno, configurandosi pertanto una nuova capitolazione, ancor più grave di quella di Pokrovsk l’autunno passato, che rischia di compromettere all’inverosimile la posizione negoziale di Kiev all’eventuale tavolo delle trattative e la stessa posizione del leader ucraino. In questo senso non si può dimenticare che la posizione rigida di V. Zelensky di fronte alla proposta di pace avanzata dal presidente Trump a fine settembre ha determinato un prolungamento (evitabile) delle ostilità: il rifiuto costante di scendere a qualsiasi compromesso in merito al Donbass ha significato la perdita di decine di migliaia di militari ucraini nell’area di Pokrovsk, e la medesima situazione probabilmente si ripeterà a Kramatorsk/Slaviansk dopo l’estate (allorchè l’area in questione sarà comunque persa); una responsabilità morale di grave portata per il presidente ucraino, il quale potrebbe ritrovarsi a dover fare concessioni che se fossero state fatte l’anno precedente avrebbero evitato le ulteriori gravi perdite da allora sino ad oggi.

Volodymir Zelensky, consapevole di tutto questo, cerca di correre ai ripari pertanto, domandando un colloquio diretto col presidente Vladimir Putin: il ministro degli esteri ucraino, Andrij Sybiha, ha espresso il medesimo desiderio e come si sà il suo ministero si è dato molto da fare nelle ultime settimane nel cercare un luogo delle trattative adatto (sembra ci si orienti verso Istanbul, vista la non disponibilità di Zelensky di recarsi a Minsk o Mosca).

Certo a fronte di tutto questo, resta sospesa come una grande ombra la natura del colloquio medesimo: a quale scopo l’incontro ? Le condizioni del Cremlino sono state chiarite da molto tempo e prevedono un vero e proprio trattato di pace, qualcosa di definitivo che si differenzia molto dalla semplice tregua costantemente richiesta da Kiev (funzionale esclusivamente a prendere tempo per ricevere ulteriori finanziamenti ed armamenti da UE e USA): assurdo dunque, da parte ucraina, avanzare per l’ennesima volta tali richieste. A cosa punta dunque Volodymir Zelensky ? Aprire un autentico tavolo di trattative prima che si troppo tardi sul campo e risparmiare così altre vite ? Oppure uno stratagemma per prendere tempo (come spesso accaduto) ? Solo i prossimi mesi potranno far comprendere la verità, ovvero se la crisi che attenaglia il continente può finire entro l’anno in corso oppure se occorrerà aspettarne ancora molti altri.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

See also

April 19, 2026
April 14, 2026

See also

April 19, 2026
April 14, 2026
The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.