Esiste un evidente divario tra gli obiettivi dichiarati e i risultati effettivi.
Profumo di follia
Per alcuni possono sembrare oramai demodée, ma per l’Unione Europea sono ancora l’ultimo grido. Il ventesimo pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia si è rivelato il più controverso nell’intera storia delle misure restrittive di Bruxelles. Doveva essere approvato già a febbraio, in coincidenza con un altro anniversario dell’Operazione Militare Speciale. In quell’occasione, però, fu bloccato nel Consiglio dell’Unione Europea da Ungheria e Slovacchia, che motivarono la loro decisione con il blocco del gasdotto Druzhba da parte dell’Ucraina. In seguito alle concessioni di Kiev su Druzhba, il ventesimo pacchetto ha infine ricevuto il via libera. Le nuove sanzioni sono numerose e presentano diversi dettagli rilevanti, ma modificano appena la natura complessiva del regime sanzionatorio.
Per comprendere i rischi legati alla partecipazione dei piccoli Paesi europei nel conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, è necessario fare un passo indietro e analizzare la situazione nel Golfo negli ultimi dieci anni. In un certo senso, gli europei sono stati “protetti” dalla loro stessa mancanza di visione strategica, che li ha tenuti lontani dal conflitto.
In primo luogo, si è assistito a un’ulteriore estensione delle liste di individui e organizzazioni sottoposti a sanzioni finanziarie con congelamento dei beni. Non si tratta di una novità: ancora una volta, queste misure riguardano aziende della difesa, dell’industria e del settore petrolifero, oltre ai loro dirigenti, proprietari e a figure pubbliche di rilievo. Tuttavia, l’impatto concreto resta limitato, poiché le transazioni con tali soggetti all’interno delle giurisdizioni UE erano già quasi inesistenti. L’Unione continua inoltre a imporre sanzioni finanziarie e commerciali secondarie ai partner delle imprese russe in Paesi terzi. Anche questa pratica era già presente nei pacchetti precedenti, ma resta molto meno incisiva rispetto a quella adottata dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Joe Biden. A essere colpite sono soprattutto piccole aziende intermediarie coinvolte nella fornitura di attrezzature industriali alla Russia, che vengono però rapidamente sostituite da altre.
I controlli sulle esportazioni di macchinari industriali sono stati ulteriormente ampliati. Tuttavia, già tra il 2022 e il 2023 tali restrizioni coprivano quasi tutti i beni a duplice uso e una vasta gamma di prodotti industriali, per cui le nuove aggiunte non comportano cambiamenti sostanziali. Lo stesso vale per le importazioni dalla Russia.
Proseguono anche gli sforzi per contrastare la cosiddetta “flotta ombra” russa: il numero di petroliere escluse dai servizi nell’UE è salito a 651. Questo può complicare la logistica, ma non la blocca. Sono state inoltre introdotte ulteriori procedure legali per rendere più difficile la vendita di petroliere alla Russia tramite intermediari e Paesi terzi. Le restrizioni sono state estese anche a due porti russi e a un terminal petrolifero in Indonesia. Il numero di banche russe soggette a divieti di transazione è aumentato fino a 50: per alcune di esse ciò potrebbe avere effetti sensibili sulle operazioni internazionali, limitando l’accesso al sistema SWIFT.
L’UE aveva già minacciato sanzioni secondarie per l’utilizzo del sistema SPFS russo nei pacchetti precedenti. Ora sono vietate anche le transazioni che coinvolgono strumenti finanziari digitali russi, sebbene tali operazioni da parte di soggetti europei fossero già rare. Continua inoltre la pressione contro le contromisure russe: anche le persone che traggono vantaggio dall’amministrazione temporanea di beni europei in Russia o dal loro trasferimento a proprietà russe possono essere sanzionate. Lo stesso vale per le aziende che operano o effettuano acquisti senza il consenso dei titolari europei dei diritti, incluse le importazioni parallele. Tuttavia, anche in questi casi, è improbabile che le sanzioni riescano a fermare tali attività, dato che non dipendono direttamente dall’UE.
Uno degli sviluppi più rilevanti è forse l’estensione dei controlli sulle esportazioni europee verso il Kirghizistan per alcuni beni industriali. Le autorità UE hanno infatti registrato un forte aumento delle importazioni e delle successive riesportazioni—cresciute di diverse centinaia di punti percentuali—dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale. Questa misura rappresenta anche un segnale per altri Paesi. Da segnalare inoltre la revoca delle sanzioni nei confronti di alcune banche straniere che avevano cessato le operazioni con la Russia contestate dall’UE, tra cui due banche agricole cinesi e tre istituti del Tagikistan. Bruxelles indica così la propria disponibilità a revocare le sanzioni in caso di “cambiamento di comportamento” da parte dei soggetti colpiti. Il problema, però, resta l’elevato numero di destinatari di tali misure, che potrebbe risultare eccessivo.
Il disperato tentativo di rendere utile ciò che è inutile
Fra le righe, si legge un inutile e disperato tentativo di rendere utile uno strumento ormai dimostrato come inutile. Che senso hanno le sanzioni? Dal punto di vista del soft power, nessuno, come è stato ampiamente dimostrato. L’unica spiegazione possibile, quindi, è che esse vengano usate per far credere ai cittadini europei che la Commissione abbia ancora una qualche capacità di incidere nelle vicende internazionali. O, se vogliamo essere più complottisti, potremmo dire che i leader europei cercano in tutti i modi di procurare il disastro economico definitivo dei Paesi membri dell’Unione, perché le sanzioni sono state capaci solo di distruggere le economie locali europee.
L’analisi dell’evoluzione dei regimi sanzionatori europei nei confronti della Russia solleva interrogativi rilevanti circa la loro efficacia, soprattutto se osservata alla luce delle categorie del soft power e dell’impatto economico interno all’Unione. Le sanzioni, concepite tradizionalmente come strumenti di pressione non militare volti a modificare il comportamento di un attore internazionale, sembrano in questo caso aver prodotto risultati quantomeno ambigui, se non controproducenti.
Dal punto di vista teorico, il soft power si fonda sulla capacità di attrazione e persuasione, piuttosto che sulla coercizione, e l’uso reiterato di sanzioni economiche rischia di rivelarsi intrinsecamente contraddittorio: invece di accrescere l’influenza normativa e politica dell’Unione Europea, esso può contribuire a eroderla, soprattutto se i destinatari sviluppano strategie di adattamento o rafforzano legami alternativi con altri attori globali. Numerosi studi empirici hanno evidenziato come le economie colpite da sanzioni tendano, nel medio-lungo periodo, a riorientare i propri flussi commerciali, riducendo la dipendenza dai Paesi sanzionatori e attenuando così l’impatto delle misure restrittive.
Emerge una possibile interpretazione politica interna delle sanzioni. Più che strumenti efficaci di politica estera, esse possono assumere una funzione simbolica e comunicativa, rivolta principalmente alle opinioni pubbliche europee. L’adozione di nuovi pacchetti sanzionatori, infatti, consente alle istituzioni europee di proiettare un’immagine di attivismo e rilevanza internazionale, anche in assenza di risultati tangibili sul piano geopolitico. In altre parole, le sanzioni possono servire a colmare un deficit percepito di capacità d’azione, offrendo una risposta visibile a crisi complesse che sfuggono a soluzioni rapide.
Tuttavia, questa dimensione performativa non è priva di costi. Le economie europee, fortemente integrate e dipendenti da catene di approvvigionamento globali, hanno subito effetti significativi dall’interruzione dei rapporti economici con la Russia, in particolare nei settori energetico e industriale. L’aumento dei prezzi dell’energia, le difficoltà di approvvigionamento e la perdita di mercati di sbocco hanno inciso sulla competitività di numerose imprese europee, alimentando tensioni sociali e politiche all’interno degli Stati membri. Chi può dire che le sanzioni hanno funzionato, al di là della propria posizione politica? Nessuno.
Ciò non implica necessariamente l’esistenza di un disegno deliberato volto a indebolire le economie europee, come suggerito da interpretazioni più radicali o complottistiche. Una simile lettura, pur esprimendo un malessere diffuso, tende a semplificare eccessivamente dinamiche complesse, trascurando il ruolo di fattori strutturali, vincoli geopolitici e divergenze interne all’Unione. Più plausibilmente, le sanzioni rappresentano il risultato di un compromesso politico tra Stati membri con interessi differenti, in cui la necessità di mantenere una posizione comune prevale talvolta su considerazioni di efficacia economica.
C’è una evidente tensione irrisolta tra finalità dichiarate e risultati effettivi. Le sanzioni sono risultate essere un meccanismo autoreferenziale, più funzionale alla legittimazione interna che al raggiungimento di obiettivi strategici concreti. E con questo ventesimo pacchetto, sarà chiaro anche per i “nemici” che l’Unione Europea è affetta da una psicopatologia in fase terminale, dalla quale forse è possibile uscire solo con una guerra.


