Italiano
Lorenzo Maria Pacini
June 7, 2026
© Photo: Public domain

Tra slogan sulla “sovranità energetica”, mini-reattori e promesse di bollette leggere, il dibattito italiano sul nucleare sembra vivere in un eterno ritorno… ma dietro la retorica dell’indipendenza si nascondono costi, dipendenze esterne e problemi irrisolti che il Paese si porta dietro da quasi quarant’anni.

Segue nostro Telegram.

Premessa necessaria: non sarà un articolo “a favore” o “contro” il nucleare.

Tra slogan sulla “sovranità energetica”, mini-reattori e promesse di bollette leggere, il dibattito italiano sul nucleare sembra vivere in un eterno ritorno… ma dietro la retorica dell’indipendenza si nascondono costi, dipendenze esterne e problemi irrisolti che il Paese si porta dietro da quasi quarant’anni.

Ogni crisi energetica produce lo stesso riflesso condizionato: qualcuno rispolvera il nucleare come panacea universale. È accaduto con il gas russo, con l’impennata dei prezzi dell’elettricità e ora con il dibattito sui mini-reattori modulari. La narrazione è seducente e vede discorsi sul costruire centrali atomiche per liberarci dalla dipendenza estera. Peccato che il combustibile necessario, l’uranio, in Italia non ci sia. Non lo estraiamo, non lo arricchiamo, non possediamo una filiera autonoma. Dovremmo importarlo esattamente come importiamo il gas. Cambierebbe il fornitore, non la condizione: da dipendenti dal metano a dipendenti dall’uranio, spesso proveniente da aree geopoliticamente delicate. Chiamarla “sovranità energetica” è un esercizio di fantasia semantica più che un’analisi economica, o almeno così pare.

Il nucleare viene spesso presentato come uno strumento di indipendenza energetica, ma in realtà, allo stato attuale delle cose, per l’Italia significherebbe sostituire una dipendenza esterna con un’altra: il gas con l’uranio importato.

Il governo punta oggi sugli SMR (Small Modular Reactors) e sugli AMR (Advanced Modular Reactors), presentati come tecnologie moderne, flessibili e sicure. L’idea del “nucleare tascabile” funziona benissimo nei titoli dei giornali e sembra evocare reattori economici, veloci da costruire e quasi plug-and-play. La realtà industriale è meno entusiasmante. Gli SMR sono ancora pochissimi nel mondo e i progetti pilota hanno mostrato costi ben superiori alle stime iniziali. L’Agenzia Internazionale dell’Energia indica per gli SMR europei costi intorno ai 10.000 dollari per kilowatt installato, mentre il nucleare convenzionale si aggira intorno ai 6.600 dollari per kW. Non esattamente il paradiso del risparmio. In compenso, il lessico è irresistibile: “modulare”, “avanzato”, “quarta generazione”, “nucleare sostenibile”. Mancano solo “bio” e “artigianale” e il rebranding sarebbe completo.

C’è poi un dettaglio fastidioso che il dibattito tende a relegare in fondo alla pagina: i rifiuti radioattivi. L’Italia non dispone ancora di un deposito nazionale definitivo neppure per le scorie ereditate dalle centrali chiuse dopo il referendum del 1987. I materiali radioattivi sono custoditi in decine di siti temporanei sparsi sul territorio. Il progetto del Deposito Nazionale esiste da anni, ma nessuna regione si è mostrata entusiasta all’idea di ospitarlo. Strano: tutti vogliono il nucleare, purché stia nel cortile del vicino.

Se il Paese fatica a gestire le scorie del passato, viene spontaneo chiedersi dove finiranno quelle future. La risposta più probabile è: all’estero, pagando trasporto, trattamento e stoccaggio per decenni. Un’altra voce di spesa, un’altra dipendenza, un altro problema lasciato in eredità alle generazioni successive.

Mentre si discute di reattori da costruire tra dieci o vent’anni, sole e vento sono disponibili oggi. La vera rivoluzione energetica non è necessariamente sostituire una grande centrale con un’altra grande centrale, ma produrre energia dove viene consumata. Un impianto fotovoltaico domestico da 6 kW può coprire gran parte del fabbisogno di una famiglia; impianti da 100-200 kW possono ridurre drasticamente i costi energetici di molte piccole e medie imprese. L’autoconsumo diffuso diminuisce le perdite di rete, attenua l’esposizione alla volatilità dei mercati internazionali e redistribuisce potere economico ai cittadini.

Naturalmente le rinnovabili non sono prive di limiti: servono accumuli, reti intelligenti, gestione della variabilità, ma sono limiti tecnologici e infrastrutturali sui quali si sta già investendo, non promesse affidate a prototipi ancora in fase di sviluppo.

La questione energetica è soprattutto una questione di potere. Il nucleare concentra investimenti, competenze e decisioni in poche mani: grandi aziende, grandi capitali, grandi autorizzazioni. Le rinnovabili diffuse, al contrario, moltiplicano i soggetti coinvolti: famiglie, cooperative, imprese locali, comunità energetiche. Per questo il dibattito non riguarda solo la tecnologia, ma il modello di società che si vuole costruire.

Si può scegliere un sistema centrato su poche infrastrutture gigantesche e altamente specializzate, oppure un sistema più distribuito e partecipato. Nel primo caso il cittadino resta consumatore; nel secondo può diventare anche produttore.

La questione energetica non può essere, poi, separata dalla struttura economica che la governa. Che l’elettricità venga prodotta da una centrale nucleare, da un parco eolico o da milioni di pannelli fotovoltaici, il nodo fondamentale resta il controllo dei mezzi di produzione e degli strumenti finanziari che regolano l’economia. In un contesto in cui lo Stato non dispone di piena sovranità monetaria e deve operare all’interno di vincoli imposti dai mercati finanziari e dalle istituzioni sovranazionali, qualsiasi politica energetica rischia di essere subordinata agli interessi del capitale piuttosto che a quelli della collettività. Le grandi opere nucleari rappresentano in modo evidente questa dinamica: richiedono enormi investimenti, favoriscono la concentrazione del capitale e garantiscono rendite a pochi grandi gruppi industriali e finanziari. Ma anche la transizione alle rinnovabili può trasformarsi in una nuova occasione di accumulazione privata se non viene accompagnata da un reale controllo pubblico e popolare. Senza una politica industriale autonoma, senza il controllo dei principali strumenti del credito e soprattutto senza una moneta pienamente governata nell’interesse nazionale, parlare di indipendenza energetica diventa una formula vuota. Nessuna nazione può dirsi veramente sovrana se deve finanziare la propria transizione energetica ricorrendo a capitali esteri, sottostando ai giudizi delle agenzie di rating o ai vincoli della finanza internazionale. La vera indipendenza richiede quindi non soltanto la produzione locale dell’energia, ma anche la capacità di orientare gli investimenti, pianificare lo sviluppo e governare la moneta in funzione dell’interesse collettivo. In assenza di questa sovranità economica, il rischio è quello di sostituire una dipendenza con un’altra, cambiando tecnologia ma lasciando intatti i rapporti di potere che determinano chi controlla la ricchezza e chi ne sopporta i costi.

Il governo presenta il ritorno al nucleare come una scelta pragmatica e orientata al futuro. I critici lo considerano invece un ritorno a un modello costoso, lento e centralizzato, mascherato da innovazione grazie all’etichetta dei mini-reattori.  Forse la domanda più semplice è questa: se l’obiettivo è ridurre la dipendenza estera, abbassare le bollette e accelerare la transizione ecologica, conviene puntare su una tecnologia che richiede decenni, capitali enormi e combustibile importato, oppure su soluzioni che possono essere installate subito e sfruttano risorse disponibili sul territorio?

Il sole non vota nei consigli di amministrazione, non impone sanzioni geopolitiche e non chiede contratti di approvvigionamento pluridecennali. Sorge ogni mattina sui tetti italiani. E forse è proprio questo il motivo per cui l’energia distribuita spaventa più del nucleare: rende i cittadini un po’ meno dipendenti e un po’ più autonomi.

Italia nucleare tascabile

Tra slogan sulla “sovranità energetica”, mini-reattori e promesse di bollette leggere, il dibattito italiano sul nucleare sembra vivere in un eterno ritorno… ma dietro la retorica dell’indipendenza si nascondono costi, dipendenze esterne e problemi irrisolti che il Paese si porta dietro da quasi quarant’anni.

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Premessa necessaria: non sarà un articolo “a favore” o “contro” il nucleare.

Tra slogan sulla “sovranità energetica”, mini-reattori e promesse di bollette leggere, il dibattito italiano sul nucleare sembra vivere in un eterno ritorno… ma dietro la retorica dell’indipendenza si nascondono costi, dipendenze esterne e problemi irrisolti che il Paese si porta dietro da quasi quarant’anni.

Ogni crisi energetica produce lo stesso riflesso condizionato: qualcuno rispolvera il nucleare come panacea universale. È accaduto con il gas russo, con l’impennata dei prezzi dell’elettricità e ora con il dibattito sui mini-reattori modulari. La narrazione è seducente e vede discorsi sul costruire centrali atomiche per liberarci dalla dipendenza estera. Peccato che il combustibile necessario, l’uranio, in Italia non ci sia. Non lo estraiamo, non lo arricchiamo, non possediamo una filiera autonoma. Dovremmo importarlo esattamente come importiamo il gas. Cambierebbe il fornitore, non la condizione: da dipendenti dal metano a dipendenti dall’uranio, spesso proveniente da aree geopoliticamente delicate. Chiamarla “sovranità energetica” è un esercizio di fantasia semantica più che un’analisi economica, o almeno così pare.

Il nucleare viene spesso presentato come uno strumento di indipendenza energetica, ma in realtà, allo stato attuale delle cose, per l’Italia significherebbe sostituire una dipendenza esterna con un’altra: il gas con l’uranio importato.

Il governo punta oggi sugli SMR (Small Modular Reactors) e sugli AMR (Advanced Modular Reactors), presentati come tecnologie moderne, flessibili e sicure. L’idea del “nucleare tascabile” funziona benissimo nei titoli dei giornali e sembra evocare reattori economici, veloci da costruire e quasi plug-and-play. La realtà industriale è meno entusiasmante. Gli SMR sono ancora pochissimi nel mondo e i progetti pilota hanno mostrato costi ben superiori alle stime iniziali. L’Agenzia Internazionale dell’Energia indica per gli SMR europei costi intorno ai 10.000 dollari per kilowatt installato, mentre il nucleare convenzionale si aggira intorno ai 6.600 dollari per kW. Non esattamente il paradiso del risparmio. In compenso, il lessico è irresistibile: “modulare”, “avanzato”, “quarta generazione”, “nucleare sostenibile”. Mancano solo “bio” e “artigianale” e il rebranding sarebbe completo.

C’è poi un dettaglio fastidioso che il dibattito tende a relegare in fondo alla pagina: i rifiuti radioattivi. L’Italia non dispone ancora di un deposito nazionale definitivo neppure per le scorie ereditate dalle centrali chiuse dopo il referendum del 1987. I materiali radioattivi sono custoditi in decine di siti temporanei sparsi sul territorio. Il progetto del Deposito Nazionale esiste da anni, ma nessuna regione si è mostrata entusiasta all’idea di ospitarlo. Strano: tutti vogliono il nucleare, purché stia nel cortile del vicino.

Se il Paese fatica a gestire le scorie del passato, viene spontaneo chiedersi dove finiranno quelle future. La risposta più probabile è: all’estero, pagando trasporto, trattamento e stoccaggio per decenni. Un’altra voce di spesa, un’altra dipendenza, un altro problema lasciato in eredità alle generazioni successive.

Mentre si discute di reattori da costruire tra dieci o vent’anni, sole e vento sono disponibili oggi. La vera rivoluzione energetica non è necessariamente sostituire una grande centrale con un’altra grande centrale, ma produrre energia dove viene consumata. Un impianto fotovoltaico domestico da 6 kW può coprire gran parte del fabbisogno di una famiglia; impianti da 100-200 kW possono ridurre drasticamente i costi energetici di molte piccole e medie imprese. L’autoconsumo diffuso diminuisce le perdite di rete, attenua l’esposizione alla volatilità dei mercati internazionali e redistribuisce potere economico ai cittadini.

Naturalmente le rinnovabili non sono prive di limiti: servono accumuli, reti intelligenti, gestione della variabilità, ma sono limiti tecnologici e infrastrutturali sui quali si sta già investendo, non promesse affidate a prototipi ancora in fase di sviluppo.

La questione energetica è soprattutto una questione di potere. Il nucleare concentra investimenti, competenze e decisioni in poche mani: grandi aziende, grandi capitali, grandi autorizzazioni. Le rinnovabili diffuse, al contrario, moltiplicano i soggetti coinvolti: famiglie, cooperative, imprese locali, comunità energetiche. Per questo il dibattito non riguarda solo la tecnologia, ma il modello di società che si vuole costruire.

Si può scegliere un sistema centrato su poche infrastrutture gigantesche e altamente specializzate, oppure un sistema più distribuito e partecipato. Nel primo caso il cittadino resta consumatore; nel secondo può diventare anche produttore.

La questione energetica non può essere, poi, separata dalla struttura economica che la governa. Che l’elettricità venga prodotta da una centrale nucleare, da un parco eolico o da milioni di pannelli fotovoltaici, il nodo fondamentale resta il controllo dei mezzi di produzione e degli strumenti finanziari che regolano l’economia. In un contesto in cui lo Stato non dispone di piena sovranità monetaria e deve operare all’interno di vincoli imposti dai mercati finanziari e dalle istituzioni sovranazionali, qualsiasi politica energetica rischia di essere subordinata agli interessi del capitale piuttosto che a quelli della collettività. Le grandi opere nucleari rappresentano in modo evidente questa dinamica: richiedono enormi investimenti, favoriscono la concentrazione del capitale e garantiscono rendite a pochi grandi gruppi industriali e finanziari. Ma anche la transizione alle rinnovabili può trasformarsi in una nuova occasione di accumulazione privata se non viene accompagnata da un reale controllo pubblico e popolare. Senza una politica industriale autonoma, senza il controllo dei principali strumenti del credito e soprattutto senza una moneta pienamente governata nell’interesse nazionale, parlare di indipendenza energetica diventa una formula vuota. Nessuna nazione può dirsi veramente sovrana se deve finanziare la propria transizione energetica ricorrendo a capitali esteri, sottostando ai giudizi delle agenzie di rating o ai vincoli della finanza internazionale. La vera indipendenza richiede quindi non soltanto la produzione locale dell’energia, ma anche la capacità di orientare gli investimenti, pianificare lo sviluppo e governare la moneta in funzione dell’interesse collettivo. In assenza di questa sovranità economica, il rischio è quello di sostituire una dipendenza con un’altra, cambiando tecnologia ma lasciando intatti i rapporti di potere che determinano chi controlla la ricchezza e chi ne sopporta i costi.

Il governo presenta il ritorno al nucleare come una scelta pragmatica e orientata al futuro. I critici lo considerano invece un ritorno a un modello costoso, lento e centralizzato, mascherato da innovazione grazie all’etichetta dei mini-reattori.  Forse la domanda più semplice è questa: se l’obiettivo è ridurre la dipendenza estera, abbassare le bollette e accelerare la transizione ecologica, conviene puntare su una tecnologia che richiede decenni, capitali enormi e combustibile importato, oppure su soluzioni che possono essere installate subito e sfruttano risorse disponibili sul territorio?

Il sole non vota nei consigli di amministrazione, non impone sanzioni geopolitiche e non chiede contratti di approvvigionamento pluridecennali. Sorge ogni mattina sui tetti italiani. E forse è proprio questo il motivo per cui l’energia distribuita spaventa più del nucleare: rende i cittadini un po’ meno dipendenti e un po’ più autonomi.

Tra slogan sulla “sovranità energetica”, mini-reattori e promesse di bollette leggere, il dibattito italiano sul nucleare sembra vivere in un eterno ritorno… ma dietro la retorica dell’indipendenza si nascondono costi, dipendenze esterne e problemi irrisolti che il Paese si porta dietro da quasi quarant’anni.

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Premessa necessaria: non sarà un articolo “a favore” o “contro” il nucleare.

Tra slogan sulla “sovranità energetica”, mini-reattori e promesse di bollette leggere, il dibattito italiano sul nucleare sembra vivere in un eterno ritorno… ma dietro la retorica dell’indipendenza si nascondono costi, dipendenze esterne e problemi irrisolti che il Paese si porta dietro da quasi quarant’anni.

Ogni crisi energetica produce lo stesso riflesso condizionato: qualcuno rispolvera il nucleare come panacea universale. È accaduto con il gas russo, con l’impennata dei prezzi dell’elettricità e ora con il dibattito sui mini-reattori modulari. La narrazione è seducente e vede discorsi sul costruire centrali atomiche per liberarci dalla dipendenza estera. Peccato che il combustibile necessario, l’uranio, in Italia non ci sia. Non lo estraiamo, non lo arricchiamo, non possediamo una filiera autonoma. Dovremmo importarlo esattamente come importiamo il gas. Cambierebbe il fornitore, non la condizione: da dipendenti dal metano a dipendenti dall’uranio, spesso proveniente da aree geopoliticamente delicate. Chiamarla “sovranità energetica” è un esercizio di fantasia semantica più che un’analisi economica, o almeno così pare.

Il nucleare viene spesso presentato come uno strumento di indipendenza energetica, ma in realtà, allo stato attuale delle cose, per l’Italia significherebbe sostituire una dipendenza esterna con un’altra: il gas con l’uranio importato.

Il governo punta oggi sugli SMR (Small Modular Reactors) e sugli AMR (Advanced Modular Reactors), presentati come tecnologie moderne, flessibili e sicure. L’idea del “nucleare tascabile” funziona benissimo nei titoli dei giornali e sembra evocare reattori economici, veloci da costruire e quasi plug-and-play. La realtà industriale è meno entusiasmante. Gli SMR sono ancora pochissimi nel mondo e i progetti pilota hanno mostrato costi ben superiori alle stime iniziali. L’Agenzia Internazionale dell’Energia indica per gli SMR europei costi intorno ai 10.000 dollari per kilowatt installato, mentre il nucleare convenzionale si aggira intorno ai 6.600 dollari per kW. Non esattamente il paradiso del risparmio. In compenso, il lessico è irresistibile: “modulare”, “avanzato”, “quarta generazione”, “nucleare sostenibile”. Mancano solo “bio” e “artigianale” e il rebranding sarebbe completo.

C’è poi un dettaglio fastidioso che il dibattito tende a relegare in fondo alla pagina: i rifiuti radioattivi. L’Italia non dispone ancora di un deposito nazionale definitivo neppure per le scorie ereditate dalle centrali chiuse dopo il referendum del 1987. I materiali radioattivi sono custoditi in decine di siti temporanei sparsi sul territorio. Il progetto del Deposito Nazionale esiste da anni, ma nessuna regione si è mostrata entusiasta all’idea di ospitarlo. Strano: tutti vogliono il nucleare, purché stia nel cortile del vicino.

Se il Paese fatica a gestire le scorie del passato, viene spontaneo chiedersi dove finiranno quelle future. La risposta più probabile è: all’estero, pagando trasporto, trattamento e stoccaggio per decenni. Un’altra voce di spesa, un’altra dipendenza, un altro problema lasciato in eredità alle generazioni successive.

Mentre si discute di reattori da costruire tra dieci o vent’anni, sole e vento sono disponibili oggi. La vera rivoluzione energetica non è necessariamente sostituire una grande centrale con un’altra grande centrale, ma produrre energia dove viene consumata. Un impianto fotovoltaico domestico da 6 kW può coprire gran parte del fabbisogno di una famiglia; impianti da 100-200 kW possono ridurre drasticamente i costi energetici di molte piccole e medie imprese. L’autoconsumo diffuso diminuisce le perdite di rete, attenua l’esposizione alla volatilità dei mercati internazionali e redistribuisce potere economico ai cittadini.

Naturalmente le rinnovabili non sono prive di limiti: servono accumuli, reti intelligenti, gestione della variabilità, ma sono limiti tecnologici e infrastrutturali sui quali si sta già investendo, non promesse affidate a prototipi ancora in fase di sviluppo.

La questione energetica è soprattutto una questione di potere. Il nucleare concentra investimenti, competenze e decisioni in poche mani: grandi aziende, grandi capitali, grandi autorizzazioni. Le rinnovabili diffuse, al contrario, moltiplicano i soggetti coinvolti: famiglie, cooperative, imprese locali, comunità energetiche. Per questo il dibattito non riguarda solo la tecnologia, ma il modello di società che si vuole costruire.

Si può scegliere un sistema centrato su poche infrastrutture gigantesche e altamente specializzate, oppure un sistema più distribuito e partecipato. Nel primo caso il cittadino resta consumatore; nel secondo può diventare anche produttore.

La questione energetica non può essere, poi, separata dalla struttura economica che la governa. Che l’elettricità venga prodotta da una centrale nucleare, da un parco eolico o da milioni di pannelli fotovoltaici, il nodo fondamentale resta il controllo dei mezzi di produzione e degli strumenti finanziari che regolano l’economia. In un contesto in cui lo Stato non dispone di piena sovranità monetaria e deve operare all’interno di vincoli imposti dai mercati finanziari e dalle istituzioni sovranazionali, qualsiasi politica energetica rischia di essere subordinata agli interessi del capitale piuttosto che a quelli della collettività. Le grandi opere nucleari rappresentano in modo evidente questa dinamica: richiedono enormi investimenti, favoriscono la concentrazione del capitale e garantiscono rendite a pochi grandi gruppi industriali e finanziari. Ma anche la transizione alle rinnovabili può trasformarsi in una nuova occasione di accumulazione privata se non viene accompagnata da un reale controllo pubblico e popolare. Senza una politica industriale autonoma, senza il controllo dei principali strumenti del credito e soprattutto senza una moneta pienamente governata nell’interesse nazionale, parlare di indipendenza energetica diventa una formula vuota. Nessuna nazione può dirsi veramente sovrana se deve finanziare la propria transizione energetica ricorrendo a capitali esteri, sottostando ai giudizi delle agenzie di rating o ai vincoli della finanza internazionale. La vera indipendenza richiede quindi non soltanto la produzione locale dell’energia, ma anche la capacità di orientare gli investimenti, pianificare lo sviluppo e governare la moneta in funzione dell’interesse collettivo. In assenza di questa sovranità economica, il rischio è quello di sostituire una dipendenza con un’altra, cambiando tecnologia ma lasciando intatti i rapporti di potere che determinano chi controlla la ricchezza e chi ne sopporta i costi.

Il governo presenta il ritorno al nucleare come una scelta pragmatica e orientata al futuro. I critici lo considerano invece un ritorno a un modello costoso, lento e centralizzato, mascherato da innovazione grazie all’etichetta dei mini-reattori.  Forse la domanda più semplice è questa: se l’obiettivo è ridurre la dipendenza estera, abbassare le bollette e accelerare la transizione ecologica, conviene puntare su una tecnologia che richiede decenni, capitali enormi e combustibile importato, oppure su soluzioni che possono essere installate subito e sfruttano risorse disponibili sul territorio?

Il sole non vota nei consigli di amministrazione, non impone sanzioni geopolitiche e non chiede contratti di approvvigionamento pluridecennali. Sorge ogni mattina sui tetti italiani. E forse è proprio questo il motivo per cui l’energia distribuita spaventa più del nucleare: rende i cittadini un po’ meno dipendenti e un po’ più autonomi.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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