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Daniele Lanza
November 1, 2026
© SCF

I risultati non lasciano spazio al dubbio: Luis Lula da Silva conquista la guida del maggiore paese del continente sudamericano senza spazio al dubbio, malgrado l’immediato ricorso del rivale Bolsonaro per annullare le consultazioni

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I risultati non lasciano spazio al dubbio: Luis Lula da Silva conquista la guida del maggiore paese del continente sudamericano senza spazio al dubbio, malgrado l’immediato ricorso del rivale Bolsonaro per annullare le consultazioni; mossa praticamente inutile considerato il margine di vittoria di Lula: su quasi 160 milioni di elettori, circa il 60% si è recato alle urne (ossia più di quanti si fossero espressi al primo turno agli inizi di ottobre) e di questi quasi il 52% ha optato per Lula. Un risultato forte dunque, un segnale che il gigante brasiliano manda al resto del continente e al mondo intero: ma cosa significa realmente ? Che significato ha l’ennesima rielezione del presidente Lula ?

Lo scontro elettorale tra Lula e Bolsonaro ha in effetti visto due opposti estremi dello spettro politico confrontarsi faccia a faccia: da un lato la destra classica di Bolsonaro legata ad una visione liberista il cui modello preferenziale è quello nordamericano (con dirette connessioni alla destra estrema, come il padre Jair Bolsonaro – tuttora incarcerato per un tentato golpe – dimostra), mentre dall’altro Lula, ormai ottantenne, rappresenta una sinistra che cerca di mantenere un modello più autoctono ossia fatto di politica sociale sul piano interno e indipendente sul piano estero. Su questi ultimi punti occorre riflettere per comprendere l’ascesa di un uomo che ormai – considerando tutti i mandati conquistati – avrà alla fine governato il primo paese del sudamerica per 16 anni (anche se non consecutivi, sono il più lungo periodo al potere per un capo di stato in Brasile, sin dai tempi di Jetulio Vargas, che si considera il presidente più significativo di questa nazione): Lula, ormai a fine carriera politica per ragioni anagrafiche, lascia dunque a suo modo il segno nella storia contemporanea del Brasile, un segno ch va compreso nella sua totalità. Nato e cresciuto in uno strato sociale fortemente svantaggiato della società brasiliana, Luiz Lula compie una lunga e lenta ascesa – tra lavoro, lotte sindacali e infine politica – che lo porta ai massimi vertici della politica del proprio paese oltre 20 anni orsono: nel corso della sua lunga presidenza le politiche messa da lui in atto tirano fuori dalla miseria almeno 30 milioni di persone, ponendo al tempo stesso le basi per una ricostituzione della sovranità politico-economica brasiliana in opposizione a influenze esterne tese a introdurvi un modello di matrice liberista affine a quello statunitense. A buona ragione si può osservare proprio questo, ossia un rapporto stretto tra politica interna ed estera nell’azione di Lula: il “presidente del popolo” nella sua opera di supporto agli strati più svantaggiati della popolazione ha di fatto preservato la vocazione sociale e universale della cultura iberoamericana (lusitana nel caso brasiliano) contro l’avanzata inarrestabile del modello anglosassone negli ultimi 50 anni. Semplicemente non è possibile ignorare che quest’ultimo – il liberalismo turbocapitalistico – ha compiuto passi da gigante in tutto il contesto latinoamericano, con il supporto costante di Washington (che sin dagli inizi del XX secolo non ha interrotto per un momento il proprio piano di egemonia culturale ed economica dell’America centrale e meridionale): una penetrazione capillare tra le elite politiche dei tanti paesi che compongono il continente che dura da generazioni e che vede nel suo schema di influenza culturale persino una diffusione del protestantesimo evangelico (in enorme aumento in tutto il contesto latino americano nell’ultimo mezzo secolo) nel tentativo di formare classi dirigenti più convergenti alle politiche statunitensi per mentalità e stile di vita. Si sono potuti osservare gli effetti di questa conquista silenziosa in tutte le società ispaniche, dalle più vicine alle più lontane rispetto a Washington, che equivalgono a forti disparità sociali (andando ad esacerbare quelle già presenti da sempre in paesi generalmente meno avanzati rispetto all’America del nord): in questa macro-dinamica che vede una progressiva metamorfosi del tessuto culturale locale verso un adattamento al modello anglosassone, si intromette Lula con le sue politiche del tutto antitetiche rispetto a quanto si vorrebbe emulare.

L’essenza di tutto in fondo è questa: il presidente brasiliano ha costituito – e costituisce tuttora – una vistosa anomalia rispetto alla norma instauratasi in tutto il sud dell’America ossia una forza che resiste a tale sostituzione culturale promuovendo al contrario un approccio più sociale, più tipico della latinità. Una filosofia che, partendo dalle strade e dalle “favelas” brasiliane ha importanti diramazioni anche al di fuori del paese, nella misura in cui il rifiuto del modello liberista a stelle e strisce comporta parimenti un allontanamento, una divergenza di livello geopolitico rispetto a Washington (che ha avuto un quasi monopolio della politica estera del paese sin dai tempi dell’ultima guerra mondiale). Il Brasile di Lula – caso eclatante per le dimensioni e il peso del paese in questione – è un paese che in nome della propria dottrina sociale, alternativa al turbocapitalismo, si è allontanato dal cammino comune delle democrazie latinoamericane, difendendo a spada tratta il proprio modello di vita indipendente rispetto al grande fratello statunitense. Paradossalmente, a detta di alcuni, proprio dalla sinistra sociale – generalmente poco interessata a temi di natura patriottica – arriva la massima dimostrazione di difesa dell’identità e quindi della sovranità nazionale contro il modello unico che lega tutto l’occidente euro-americano. Una filosofia che ha condotto il paese a legarsi profondamente al blocco globale dei BRICS, costituendone ora uno dei pilastri essenziali e sulla quale il presidente seguiterà ad impegnarsi. In ultima istanza, il Brasile è di per sè contraddizione sotto svariati punti di vista (come è sempre stato): una profonda vocazione di sinistra che respinge gli estremismi di destra in ascesa soprattutto in Europa, ma che al tempo stesso ne condivide il sovranismo antiliberale, sebbene per motivazioni di fondo differenti (i sovranisti europei sono mossi da una questione di identità, mentre il sovranismo brasiliano è tale più per una questione di protezione sociale).

Detto tutto questo, assodato il significato storico di questa “ribellione democratica” del paese attraverso Lula,  è anche doveroso aggiungere che rimane una realtà profondamente divisa: se è vero che la vittoria alle elezioni non è contestabile, e altrettanto corretto sottolineare che governa su un paese in cui poco meno dell’elettorato ha comunque votato l’altro candidato con foga, al punto che Bolsonaro non ha riconosciuto l’esito della consultazione almeno per il momento. A questo si aggiunge il fatto che seppure il presidente  eletto risulta essere Lula, l’opposizione conservatrice gode di una salda maggioranza al parlamento, inoltre il sistema federale contribuisce ad inasprire tale inaderenza se si considera che almeno una dozzina di governatori di stato appartengono allo schieramento opposto a quello del nuovo capo di stato: premesse queste, di un contesto pesantemente polarizzato che risulterà difficoltoso da gestire. Gestire quindi la polarizzazione (in parte nutrita dall’estero, come si vede dal sostegno indiretto che Trump ha dato a Bolsonaro) pur dovendo comunque dare una risposta ai numerosi problemi che oggettivamente ha il Brasile, come il ricambio della propria classe dirigente, lo stato dell’economia ed altri ancora come quello ecologico.

Insomma, in ultima istanza il maggiore paese dell’intero continente sudamericano fa parlare di sè, o meglio quella parte della società brasiliana che ha deciso di confermare Luiz Lula come capo di stato credendo nelle sue politiche a protezione della sua peculiare identità socio-economica; il percorso che si presenta da ora in avanti tuttavia è tutt’altro che scontato e si presenta con più incognite che mai: si intravede la sagoma immensa di un paese diviso tra due differenti mondi, che prosegue verso una direzione malgrado una consistente parte di esso le resista, rendendo tale cammino tortuoso ed imprevedibile. Come detto, questo è probabilmente l’ultimo mandato di questo presidente per comprensibili limiti di età: si vedrà nel corso dei 4 anni che seguiranno, quanto e come Luiz Lula da Silva riuscirà ancora ad incidere sul cammino della propria nazione nel contesto vorticoso che dall’Europa orientale sta vedendo ridisegnare l’ordine geopolitico planetario. Come si inserirà il Brasile nel nuovo ordine mondiale ? Solo il tempo potrà dirlo.

La stella del sud alla grande prova: la vittoria di Lula porta il gigante brasiliano a continuare il proprio cammino verso il mondo multipolare.

I risultati non lasciano spazio al dubbio: Luis Lula da Silva conquista la guida del maggiore paese del continente sudamericano senza spazio al dubbio, malgrado l’immediato ricorso del rivale Bolsonaro per annullare le consultazioni

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I risultati non lasciano spazio al dubbio: Luis Lula da Silva conquista la guida del maggiore paese del continente sudamericano senza spazio al dubbio, malgrado l’immediato ricorso del rivale Bolsonaro per annullare le consultazioni; mossa praticamente inutile considerato il margine di vittoria di Lula: su quasi 160 milioni di elettori, circa il 60% si è recato alle urne (ossia più di quanti si fossero espressi al primo turno agli inizi di ottobre) e di questi quasi il 52% ha optato per Lula. Un risultato forte dunque, un segnale che il gigante brasiliano manda al resto del continente e al mondo intero: ma cosa significa realmente ? Che significato ha l’ennesima rielezione del presidente Lula ?

Lo scontro elettorale tra Lula e Bolsonaro ha in effetti visto due opposti estremi dello spettro politico confrontarsi faccia a faccia: da un lato la destra classica di Bolsonaro legata ad una visione liberista il cui modello preferenziale è quello nordamericano (con dirette connessioni alla destra estrema, come il padre Jair Bolsonaro – tuttora incarcerato per un tentato golpe – dimostra), mentre dall’altro Lula, ormai ottantenne, rappresenta una sinistra che cerca di mantenere un modello più autoctono ossia fatto di politica sociale sul piano interno e indipendente sul piano estero. Su questi ultimi punti occorre riflettere per comprendere l’ascesa di un uomo che ormai – considerando tutti i mandati conquistati – avrà alla fine governato il primo paese del sudamerica per 16 anni (anche se non consecutivi, sono il più lungo periodo al potere per un capo di stato in Brasile, sin dai tempi di Jetulio Vargas, che si considera il presidente più significativo di questa nazione): Lula, ormai a fine carriera politica per ragioni anagrafiche, lascia dunque a suo modo il segno nella storia contemporanea del Brasile, un segno ch va compreso nella sua totalità. Nato e cresciuto in uno strato sociale fortemente svantaggiato della società brasiliana, Luiz Lula compie una lunga e lenta ascesa – tra lavoro, lotte sindacali e infine politica – che lo porta ai massimi vertici della politica del proprio paese oltre 20 anni orsono: nel corso della sua lunga presidenza le politiche messa da lui in atto tirano fuori dalla miseria almeno 30 milioni di persone, ponendo al tempo stesso le basi per una ricostituzione della sovranità politico-economica brasiliana in opposizione a influenze esterne tese a introdurvi un modello di matrice liberista affine a quello statunitense. A buona ragione si può osservare proprio questo, ossia un rapporto stretto tra politica interna ed estera nell’azione di Lula: il “presidente del popolo” nella sua opera di supporto agli strati più svantaggiati della popolazione ha di fatto preservato la vocazione sociale e universale della cultura iberoamericana (lusitana nel caso brasiliano) contro l’avanzata inarrestabile del modello anglosassone negli ultimi 50 anni. Semplicemente non è possibile ignorare che quest’ultimo – il liberalismo turbocapitalistico – ha compiuto passi da gigante in tutto il contesto latinoamericano, con il supporto costante di Washington (che sin dagli inizi del XX secolo non ha interrotto per un momento il proprio piano di egemonia culturale ed economica dell’America centrale e meridionale): una penetrazione capillare tra le elite politiche dei tanti paesi che compongono il continente che dura da generazioni e che vede nel suo schema di influenza culturale persino una diffusione del protestantesimo evangelico (in enorme aumento in tutto il contesto latino americano nell’ultimo mezzo secolo) nel tentativo di formare classi dirigenti più convergenti alle politiche statunitensi per mentalità e stile di vita. Si sono potuti osservare gli effetti di questa conquista silenziosa in tutte le società ispaniche, dalle più vicine alle più lontane rispetto a Washington, che equivalgono a forti disparità sociali (andando ad esacerbare quelle già presenti da sempre in paesi generalmente meno avanzati rispetto all’America del nord): in questa macro-dinamica che vede una progressiva metamorfosi del tessuto culturale locale verso un adattamento al modello anglosassone, si intromette Lula con le sue politiche del tutto antitetiche rispetto a quanto si vorrebbe emulare.

L’essenza di tutto in fondo è questa: il presidente brasiliano ha costituito – e costituisce tuttora – una vistosa anomalia rispetto alla norma instauratasi in tutto il sud dell’America ossia una forza che resiste a tale sostituzione culturale promuovendo al contrario un approccio più sociale, più tipico della latinità. Una filosofia che, partendo dalle strade e dalle “favelas” brasiliane ha importanti diramazioni anche al di fuori del paese, nella misura in cui il rifiuto del modello liberista a stelle e strisce comporta parimenti un allontanamento, una divergenza di livello geopolitico rispetto a Washington (che ha avuto un quasi monopolio della politica estera del paese sin dai tempi dell’ultima guerra mondiale). Il Brasile di Lula – caso eclatante per le dimensioni e il peso del paese in questione – è un paese che in nome della propria dottrina sociale, alternativa al turbocapitalismo, si è allontanato dal cammino comune delle democrazie latinoamericane, difendendo a spada tratta il proprio modello di vita indipendente rispetto al grande fratello statunitense. Paradossalmente, a detta di alcuni, proprio dalla sinistra sociale – generalmente poco interessata a temi di natura patriottica – arriva la massima dimostrazione di difesa dell’identità e quindi della sovranità nazionale contro il modello unico che lega tutto l’occidente euro-americano. Una filosofia che ha condotto il paese a legarsi profondamente al blocco globale dei BRICS, costituendone ora uno dei pilastri essenziali e sulla quale il presidente seguiterà ad impegnarsi. In ultima istanza, il Brasile è di per sè contraddizione sotto svariati punti di vista (come è sempre stato): una profonda vocazione di sinistra che respinge gli estremismi di destra in ascesa soprattutto in Europa, ma che al tempo stesso ne condivide il sovranismo antiliberale, sebbene per motivazioni di fondo differenti (i sovranisti europei sono mossi da una questione di identità, mentre il sovranismo brasiliano è tale più per una questione di protezione sociale).

Detto tutto questo, assodato il significato storico di questa “ribellione democratica” del paese attraverso Lula,  è anche doveroso aggiungere che rimane una realtà profondamente divisa: se è vero che la vittoria alle elezioni non è contestabile, e altrettanto corretto sottolineare che governa su un paese in cui poco meno dell’elettorato ha comunque votato l’altro candidato con foga, al punto che Bolsonaro non ha riconosciuto l’esito della consultazione almeno per il momento. A questo si aggiunge il fatto che seppure il presidente  eletto risulta essere Lula, l’opposizione conservatrice gode di una salda maggioranza al parlamento, inoltre il sistema federale contribuisce ad inasprire tale inaderenza se si considera che almeno una dozzina di governatori di stato appartengono allo schieramento opposto a quello del nuovo capo di stato: premesse queste, di un contesto pesantemente polarizzato che risulterà difficoltoso da gestire. Gestire quindi la polarizzazione (in parte nutrita dall’estero, come si vede dal sostegno indiretto che Trump ha dato a Bolsonaro) pur dovendo comunque dare una risposta ai numerosi problemi che oggettivamente ha il Brasile, come il ricambio della propria classe dirigente, lo stato dell’economia ed altri ancora come quello ecologico.

Insomma, in ultima istanza il maggiore paese dell’intero continente sudamericano fa parlare di sè, o meglio quella parte della società brasiliana che ha deciso di confermare Luiz Lula come capo di stato credendo nelle sue politiche a protezione della sua peculiare identità socio-economica; il percorso che si presenta da ora in avanti tuttavia è tutt’altro che scontato e si presenta con più incognite che mai: si intravede la sagoma immensa di un paese diviso tra due differenti mondi, che prosegue verso una direzione malgrado una consistente parte di esso le resista, rendendo tale cammino tortuoso ed imprevedibile. Come detto, questo è probabilmente l’ultimo mandato di questo presidente per comprensibili limiti di età: si vedrà nel corso dei 4 anni che seguiranno, quanto e come Luiz Lula da Silva riuscirà ancora ad incidere sul cammino della propria nazione nel contesto vorticoso che dall’Europa orientale sta vedendo ridisegnare l’ordine geopolitico planetario. Come si inserirà il Brasile nel nuovo ordine mondiale ? Solo il tempo potrà dirlo.

I risultati non lasciano spazio al dubbio: Luis Lula da Silva conquista la guida del maggiore paese del continente sudamericano senza spazio al dubbio, malgrado l’immediato ricorso del rivale Bolsonaro per annullare le consultazioni

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I risultati non lasciano spazio al dubbio: Luis Lula da Silva conquista la guida del maggiore paese del continente sudamericano senza spazio al dubbio, malgrado l’immediato ricorso del rivale Bolsonaro per annullare le consultazioni; mossa praticamente inutile considerato il margine di vittoria di Lula: su quasi 160 milioni di elettori, circa il 60% si è recato alle urne (ossia più di quanti si fossero espressi al primo turno agli inizi di ottobre) e di questi quasi il 52% ha optato per Lula. Un risultato forte dunque, un segnale che il gigante brasiliano manda al resto del continente e al mondo intero: ma cosa significa realmente ? Che significato ha l’ennesima rielezione del presidente Lula ?

Lo scontro elettorale tra Lula e Bolsonaro ha in effetti visto due opposti estremi dello spettro politico confrontarsi faccia a faccia: da un lato la destra classica di Bolsonaro legata ad una visione liberista il cui modello preferenziale è quello nordamericano (con dirette connessioni alla destra estrema, come il padre Jair Bolsonaro – tuttora incarcerato per un tentato golpe – dimostra), mentre dall’altro Lula, ormai ottantenne, rappresenta una sinistra che cerca di mantenere un modello più autoctono ossia fatto di politica sociale sul piano interno e indipendente sul piano estero. Su questi ultimi punti occorre riflettere per comprendere l’ascesa di un uomo che ormai – considerando tutti i mandati conquistati – avrà alla fine governato il primo paese del sudamerica per 16 anni (anche se non consecutivi, sono il più lungo periodo al potere per un capo di stato in Brasile, sin dai tempi di Jetulio Vargas, che si considera il presidente più significativo di questa nazione): Lula, ormai a fine carriera politica per ragioni anagrafiche, lascia dunque a suo modo il segno nella storia contemporanea del Brasile, un segno ch va compreso nella sua totalità. Nato e cresciuto in uno strato sociale fortemente svantaggiato della società brasiliana, Luiz Lula compie una lunga e lenta ascesa – tra lavoro, lotte sindacali e infine politica – che lo porta ai massimi vertici della politica del proprio paese oltre 20 anni orsono: nel corso della sua lunga presidenza le politiche messa da lui in atto tirano fuori dalla miseria almeno 30 milioni di persone, ponendo al tempo stesso le basi per una ricostituzione della sovranità politico-economica brasiliana in opposizione a influenze esterne tese a introdurvi un modello di matrice liberista affine a quello statunitense. A buona ragione si può osservare proprio questo, ossia un rapporto stretto tra politica interna ed estera nell’azione di Lula: il “presidente del popolo” nella sua opera di supporto agli strati più svantaggiati della popolazione ha di fatto preservato la vocazione sociale e universale della cultura iberoamericana (lusitana nel caso brasiliano) contro l’avanzata inarrestabile del modello anglosassone negli ultimi 50 anni. Semplicemente non è possibile ignorare che quest’ultimo – il liberalismo turbocapitalistico – ha compiuto passi da gigante in tutto il contesto latinoamericano, con il supporto costante di Washington (che sin dagli inizi del XX secolo non ha interrotto per un momento il proprio piano di egemonia culturale ed economica dell’America centrale e meridionale): una penetrazione capillare tra le elite politiche dei tanti paesi che compongono il continente che dura da generazioni e che vede nel suo schema di influenza culturale persino una diffusione del protestantesimo evangelico (in enorme aumento in tutto il contesto latino americano nell’ultimo mezzo secolo) nel tentativo di formare classi dirigenti più convergenti alle politiche statunitensi per mentalità e stile di vita. Si sono potuti osservare gli effetti di questa conquista silenziosa in tutte le società ispaniche, dalle più vicine alle più lontane rispetto a Washington, che equivalgono a forti disparità sociali (andando ad esacerbare quelle già presenti da sempre in paesi generalmente meno avanzati rispetto all’America del nord): in questa macro-dinamica che vede una progressiva metamorfosi del tessuto culturale locale verso un adattamento al modello anglosassone, si intromette Lula con le sue politiche del tutto antitetiche rispetto a quanto si vorrebbe emulare.

L’essenza di tutto in fondo è questa: il presidente brasiliano ha costituito – e costituisce tuttora – una vistosa anomalia rispetto alla norma instauratasi in tutto il sud dell’America ossia una forza che resiste a tale sostituzione culturale promuovendo al contrario un approccio più sociale, più tipico della latinità. Una filosofia che, partendo dalle strade e dalle “favelas” brasiliane ha importanti diramazioni anche al di fuori del paese, nella misura in cui il rifiuto del modello liberista a stelle e strisce comporta parimenti un allontanamento, una divergenza di livello geopolitico rispetto a Washington (che ha avuto un quasi monopolio della politica estera del paese sin dai tempi dell’ultima guerra mondiale). Il Brasile di Lula – caso eclatante per le dimensioni e il peso del paese in questione – è un paese che in nome della propria dottrina sociale, alternativa al turbocapitalismo, si è allontanato dal cammino comune delle democrazie latinoamericane, difendendo a spada tratta il proprio modello di vita indipendente rispetto al grande fratello statunitense. Paradossalmente, a detta di alcuni, proprio dalla sinistra sociale – generalmente poco interessata a temi di natura patriottica – arriva la massima dimostrazione di difesa dell’identità e quindi della sovranità nazionale contro il modello unico che lega tutto l’occidente euro-americano. Una filosofia che ha condotto il paese a legarsi profondamente al blocco globale dei BRICS, costituendone ora uno dei pilastri essenziali e sulla quale il presidente seguiterà ad impegnarsi. In ultima istanza, il Brasile è di per sè contraddizione sotto svariati punti di vista (come è sempre stato): una profonda vocazione di sinistra che respinge gli estremismi di destra in ascesa soprattutto in Europa, ma che al tempo stesso ne condivide il sovranismo antiliberale, sebbene per motivazioni di fondo differenti (i sovranisti europei sono mossi da una questione di identità, mentre il sovranismo brasiliano è tale più per una questione di protezione sociale).

Detto tutto questo, assodato il significato storico di questa “ribellione democratica” del paese attraverso Lula,  è anche doveroso aggiungere che rimane una realtà profondamente divisa: se è vero che la vittoria alle elezioni non è contestabile, e altrettanto corretto sottolineare che governa su un paese in cui poco meno dell’elettorato ha comunque votato l’altro candidato con foga, al punto che Bolsonaro non ha riconosciuto l’esito della consultazione almeno per il momento. A questo si aggiunge il fatto che seppure il presidente  eletto risulta essere Lula, l’opposizione conservatrice gode di una salda maggioranza al parlamento, inoltre il sistema federale contribuisce ad inasprire tale inaderenza se si considera che almeno una dozzina di governatori di stato appartengono allo schieramento opposto a quello del nuovo capo di stato: premesse queste, di un contesto pesantemente polarizzato che risulterà difficoltoso da gestire. Gestire quindi la polarizzazione (in parte nutrita dall’estero, come si vede dal sostegno indiretto che Trump ha dato a Bolsonaro) pur dovendo comunque dare una risposta ai numerosi problemi che oggettivamente ha il Brasile, come il ricambio della propria classe dirigente, lo stato dell’economia ed altri ancora come quello ecologico.

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The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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October 31, 2026

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