Le elezioni legislative marocchine hanno ridisegnato gli equilibri tra i partiti: il PAM conquista il primato, l’RNI arretra e il PJD torna protagonista. Ma l’astensione e il ruolo della monarchia mostrano i limiti dell’alternanza, mentre il Sahara Occidentale resta escluso da ogni processo decisionale.
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Le elezioni legislative marocchine del 23 settembre hanno prodotto una significativa ricomposizione degli equilibri parlamentari senza mettere in discussione l’architettura fondamentale del sistema politico del Regno. Il Partito Autenticità e Modernità (Parti Authenticité et Modernité, PAM) è diventato la prima formazione della Camera dei rappresentanti con 97 seggi su 395, superando il Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti (Rassemblement National des Indépendants, RNI), che dopo cinque anni alla guida del governo è sceso da 102 a 66 deputati. Il Partito dell’Istiqlal (Parti de l’Istiqlal) si è collocato immediatamente dietro con 65 seggi, mentre il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Parti de la Justice et du Développement, PJD) ha realizzato la rimonta più consistente, passando dai 13 rappresentanti del 2021 a 54.
La distribuzione dei seggi permette di individuare contemporaneamente una sconfitta dell’esperienza di governo uscente e una continuità più profonda: il PAM, infatti, aveva governato insieme all’RNI e all’Istiqlal nel corso della legislatura appena conclusa. Il suo avanzamento da 87 a 97 deputati rappresenta quindi soprattutto un riequilibrio interno all’area che ha amministrato il Paese negli ultimi cinque anni. Il cambiamento più marcato riguarda invece l’RNI dell’ormai ex capo del governo Aziz Akhannouch, che perde 36 seggi, mentre l’Istiqlal ne perde sedici.
Il risultato ha portato Muhammad VI, il 29 settembre, a nominare Fatima Ezzahra El Mansouri capo del governo incaricato, in applicazione dell’articolo 47 della Costituzione, che impone al sovrano di scegliere il capo dell’esecutivo all’interno del partito arrivato primo alle elezioni della Camera dei rappresentanti. El Mansouri, coordinatrice della direzione collegiale del PAM, già ministra dell’Assetto territoriale e sindaca di Marrakech, è la prima donna nella storia marocchina a ricevere l’incarico di guidare il governo.
Il PAM conquista il primato, ma non produce una rottura
La vittoria relativa del PAM deve essere interpretata all’interno delle caratteristiche specifiche del sistema politico marocchino. Fondato nel 2008 da Fouad Ali El Himma, stretto collaboratore e consigliere di Mohammed VI, il partito è stato fin dall’origine una componente importante dello spazio politico vicino alla monarchia. La sua affermazione non corrisponde dunque a un’alternanza paragonabile a quella che avviene nei sistemi parlamentari nei quali il controllo dell’esecutivo comporta anche la direzione complessiva della politica dello Stato.
Il PAM, come ricordato in precedenza, aveva partecipato direttamente anche al governo Akhannouch, e resta dunque inserito nello stesso quadro istituzionale. La differenza tra i due partiti può essere rilevante nelle politiche sociali, nell’organizzazione della spesa pubblica, nelle priorità economiche o nella distribuzione delle responsabilità ministeriali, ma è molto meno marcata sui dossier strategici che dipendono direttamente dalla monarchia.
La Costituzione del 2011 attribuisce infatti al re funzioni che vanno ben oltre quelle normalmente esercitate da un capo dello Stato parlamentare. Muhammad VI è definito capo dello Stato e garante dell’integrità territoriale; presiede il Consiglio dei ministri, nel quale vengono stabiliti gli orientamenti strategici della politica dello Stato, ed è comandante supremo delle Forze Armate Reali. Presiede inoltre il Consiglio superiore di sicurezza, competente sulle strategie di sicurezza interna ed esterna.
La differenza tra alternanza governativa e alternanza del potere risulta quindi essenziale per comprendere il voto del 23 settembre. Il PAM assume la guida dell’esecutivo, ma la politica estera, la difesa, la sicurezza e le grandi direttrici strategiche rimangono settori nei quali il Palazzo conserva un ruolo determinante.
Il ritorno del PJD
Se il PAM è la prima forza parlamentare, il cambiamento numericamente più rilevante riguarda il PJD. Nel 2021, infatti, il partito islamista aveva subito una sconfitta eccezionale, precipitando da 125 seggi ottenuti nel 2016 ad appena 13. Cinque anni dopo torna a risalire fino a quota 54 deputati, recuperando 41 seggi e ricostruendo una presenza parlamentare significativa.
Secondo gli analisti, il ritorno di Abdelilah Benkirane alla guida della formazione ha contribuito a restituire al PJD una capacità di mobilitazione che sembrava compromessa dopo il tracollo del 2021. Il risultato non porta però il partito verso una nuova partecipazione al governo: il PJD ha annunciato la propria collocazione all’opposizione e Benkirane ha anche rifiutato di partecipare alla consultazione convocata da El Mansouri presso la sede del PAM, contestando il luogo scelto per il confronto.
Il dato segnala comunque che l’esperienza del 2021 non aveva cancellato l’elettorato islamista. Una parte consistente degli elettori che aveva abbandonato il PJD dopo gli anni trascorsi al governo è tornata a sostenerlo in una fase nella quale il partito può nuovamente presentarsi come forza di opposizione.
La dinamica è particolarmente interessante perché ribalta in parte quella verificatasi cinque anni fa. Nel 2021 il crollo del PJD aveva aperto la strada all’ascesa dell’RNI; nel 2026 è l’RNI a perdere una parte considerevole della propria rappresentanza mentre il PJD recupera gran parte dello spazio perduto.
L’astensione come dato strutturale
Il risultato più significativo per comprendere il rapporto tra istituzioni e società resta tuttavia quello della partecipazione.
Secondo il ministero dell’Interno, l’affluenza ufficiale è stata del 38,02%, contro circa il 50% registrato nel 2021. Il dato assume un peso ancora maggiore se confrontato con la dimensione delle liste elettorali: a fronte di circa 27 milioni di cittadini potenzialmente aventi diritto, soltanto 15,8 milioni risultavano registrati, una cifra diminuita di circa il 12% rispetto alla precedente consultazione.
Il problema appare particolarmente marcato tra i giovani. Nelle settimane precedenti al voto, soltanto il 3% dei cittadini tra i 18 e i 24 anni risultava iscritto nelle liste elettorali. Lo stesso gruppo sociale è stato protagonista negli ultimi anni di manifestazioni legate alla disoccupazione, alla qualità dei servizi pubblici, alle difficoltà abitative e alla distribuzione delle risorse, mentre gli ingenti investimenti destinati alle infrastrutture per i Mondiali di calcio del 2030 sono diventati uno dei termini del dibattito pubblico.
Le elezioni mostrano quindi un sistema partitico capace di produrre spostamenti consistenti al proprio interno, ma solo nell’ambito di un corpo elettorale registrato e partecipante relativamente ristretto rispetto alla popolazione complessivamente in età di voto. Il problema, infatti, non riguarda soltanto quale partito governi, ma il grado di identificazione di ampi settori della società con gli stessi meccanismi della rappresentanza politica.
Anche per questo, l’incarico affidato a El Mansouri contiene due dimensioni differenti. Da una parte costituisce un cambiamento significativo nella rappresentanza di genere ai vertici dell’esecutivo; dall’altra il nuovo governo dovrà confrontarsi con la stessa distanza tra società e istituzioni che l’affluenza del 23 settembre ha reso evidente.
Una sinistra frammentata, ma con un nuovo spazio parlamentare
Il voto offre indicazioni interessanti anche sullo stato della sinistra marocchina.
L’Unione Socialista delle Forze Popolari (Union Socialiste des Forces Populaires, USFP) scende da 34 a 26 seggi, mentre il Partito del Progresso e del Socialismo (Parti du Progrès et du Socialisme, PPS) passa da 22 a 19. Il PPS, in particolare, rappresenta la forza erede del Partito Comunista Marocchino, fondato negli anni Quaranta, passando per il Partito della Liberazione e del Socialismo fino alla costituzione del PPS nel 1974.
Accanto a queste formazioni emerge però l’Alleanza della Sinistra (Alliance de la Gauche), costituita nel giugno 2026 dal Partito Socialista Unificato (Parti Socialiste Unifié, PSU) e dalla Federazione della Sinistra Democratica (Fédération de la Gauche Démocratique, FGD). La coalizione ha conquistato otto seggi, contro i due complessivi detenuti dalle due componenti nella legislatura precedente. I suoi documenti programmatici insistono sulla democratizzazione delle istituzioni, sulla giustizia sociale e sulla riduzione delle disuguaglianze.
Anche l’Alleanza ha scelto una collocazione distinta rispetto al processo di formazione del governo. Il 1° ottobre ha sospeso l’incontro previsto con El Mansouri dopo aver chiesto che le consultazioni si svolgessero in una sede istituzionale neutrale anziché nel quartier generale del PAM.
Il Sahara Occidentale resta un dossier dello Stato
Per quanto riguarda la questione del Sahara Occidentale, essa non è oggetto di una competizione sostanziale tra le principali forze marocchine paragonabile a quella che riguarda politiche fiscali, occupazione o servizi pubblici. La rivendicazione della sovranità marocchina e il piano di autonomia costituiscono un orientamento strategico dello Stato sostenuto trasversalmente dai principali partiti, comprese le formazioni collocate all’opposizione, anche della sinistra radicale.
Ciò significa che l’esito elettorale non modifica la linea seguita da Rabat nei confronti della Repubblica Araba Saharawi Democratica e del Fronte Polisario. La questione rientra infatti precisamente fra quelle nelle quali il ruolo della monarchia e delle strutture permanenti dello Stato prevale sull’alternanza parlamentare.
Il contesto internazionale rafforza questa continuità. Il 16 settembre, appena una settimana prima delle elezioni, Marocco e Israele hanno concordato di elevare le proprie rappresentanze diplomatiche al rango di ambasciate. In una dichiarazione trilaterale con Washington, Stati Uniti e Israele hanno contemporaneamente riaffermato il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale e il sostegno al piano di autonomia proposto da Rabat (con esclusione, quindi, della soluzione indipendentista). Questo conferma il legame strategico fra Rabat, Washington e Tel Aviv, che abbiamo già analizzato rispetto agli Accordi di Abramo, alla crisi di Ceuta e alla progressiva internazionalizzazione della posizione marocchina sul Sahara Occidentale.
Un voto di ricomposizione più che di trasformazione sistemica
Le elezioni del 23 settembre delineano quindi un quadro più articolato di una semplice vittoria del PAM.
L’RNI paga il logoramento di cinque anni di governo e perde oltre un terzo della propria rappresentanza parlamentare; il PAM consolida la propria posizione e conquista il diritto costituzionale di esprimere il capo del governo; il PJD recupera una parte consistente dell’elettorato perduto nel 2021; la sinistra tradizionale arretra mentre una nuova alleanza alla sua sinistra amplia la propria presenza. Soprattutto, l’affluenza del 38,02% segnala che la competizione tra i partiti si svolge in presenza di una marcata distanza di una parte della popolazione dalle istituzioni elettorali.
Il voto modifica, pertanto, gli equilibri nella Camera e nella futura coalizione, ma non modifica automaticamente il centro istituzionale nel quale vengono definite le principali strategie dello Stato marocchino. La Costituzione del 2011, da un lato, ha ampliato il ruolo del capo del governo e del Parlamento rispetto al passato, ma dall’altro mantiene nelle mani del sovrano prerogative decisive sulle grandi direttrici politiche, sulla sicurezza, sulla difesa e sull’integrità territoriale.
Tirando le somme, il nascente governo El Mansouri dovrà confrontarsi con disoccupazione giovanile, disuguaglianze territoriali, servizi pubblici e investimenti legati ai Mondiali del 2030; sul Sahara Occidentale, sui rapporti strategici con gli Stati Uniti e sulla progressiva normalizzazione con Israele, invece, il quadro appare caratterizzato da una continuità molto più marcata.


