Nel settantasettesimo anniversario della Repubblica Popolare, la trasformazione cinese appare inseparabile dai mutamenti dell’ordine globale. Economia, tecnologia, transizione energetica e diplomazia fanno oggi di Pechino un attore indispensabile nell’avanzata di un sistema internazionale più multipolare.
Il 1º ottobre 1949, Mao Zedong proclamava a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Quella data segnò il ritorno della Cina sulla scena mondiale come soggetto sovrano, dopo un lungo periodo caratterizzato dalle aggressioni coloniali, dall’occupazione giapponese, dal dominio dei signori della guerra e dalla guerra civile.
Il nuovo Stato ereditava un Paese prevalentemente rurale, impoverito e scarsamente industrializzato, con infrastrutture limitate, bassi livelli di alfabetizzazione e un sistema sanitario incapace di raggiungere gran parte della popolazione. Il risultato politico decisivo della rivoluzione fu la ricostruzione di un potere statale in grado di difendere l’indipendenza nazionale, mobilitare risorse, pianificare lo sviluppo e impedire che il territorio cinese tornasse a essere spartito tra potenze straniere.
Il percorso successivo non fu lineare né privo di errori, traumi e pesanti costi sociali. Le diverse fasi attraversate dalla Repubblica Popolare devono essere analizzate senza rimuovere le contraddizioni prodotte dalle campagne politiche, dalle rigidità ideologiche e dalle trasformazioni economiche. Tuttavia, osservata nella sua durata storica, l’esperienza cinese rappresenta una delle più profonde trasformazioni economiche, sociali e istituzionali dell’età contemporanea.
In settantasette anni, la Cina è passata dalla condizione di Paese periferico, sottoposto alle pressioni delle potenze imperiali, a quella di principale centro manifatturiero mondiale, seconda economia del pianeta (prima a parità di potere d’acquisto) e protagonista della competizione tecnologica, energetica e diplomatica globale. Questo cambiamento non riguarda soltanto la popolazione cinese: ha modificato la distribuzione internazionale del potere e contribuito a rendere irreversibile la transizione da un ordine occidentale unipolare a una struttura mondiale più plurale.
Lo sviluppo come fondamento della sovranità
Uno dei risultati più rilevanti ottenuti dalla Repubblica Popolare riguarda la riduzione della povertà. Secondo la Banca Mondiale, negli ultimi quattro decenni quasi 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema in Cina, rappresentando oltre il 75 per cento della riduzione globale registrata nello stesso periodo. Si tratta di un risultato senza precedenti nella storia del genere umano per dimensioni, rapidità e continuità.
Questa trasformazione non può essere spiegata come il semplice prodotto dell’apertura al mercato. Come noto, le riforme avviate alla fine degli anni Settanta integrarono gradualmente meccanismi concorrenziali, investimenti stranieri e commercio internazionale all’interno di una strategia diretta dallo Stato. Tuttavia, Pechino mantenne il controllo politico della liberalizzazione, preservò un ruolo centrale per le imprese pubbliche nei settori strategici e utilizzò la pianificazione per orientare infrastrutture, credito, formazione e sviluppo industriale.
La formula cinese non corrisponde quindi né al modello sovietico classico né al laissez-faire neoliberista. In Cina, il mercato è stato impiegato come strumento dello sviluppo nazionale, senza diventare l’autorità sovrana cui subordinare l’intera società. La presenza di un apparato pubblico capace di coordinare investimenti di lungo periodo ha permesso di realizzare reti ferroviarie, porti, centrali energetiche, città industriali, università e sistemi digitali in tempi difficilmente compatibili con la frammentazione decisionale delle economie occidentali.
Nel 2025, il prodotto interno lordo cinese ha superato i 140.000 miliardi di yuan, crescendo del 5 per cento. Nel primo semestre del 2026 l’economia ha registrato un’ulteriore espansione del 4,7 per cento, mentre la manifattura avanzata, l’economia digitale e i servizi moderni hanno fornito oltre il 40 per cento della crescita.
Allo stesso tempo, la Cina continua ad affrontare problemi strutturali rilevanti. La crisi del settore immobiliare, l’indebitamento di alcune amministrazioni locali, l’invecchiamento demografico, le difficoltà occupazionali dei giovani, le disparità territoriali e l’esigenza di rafforzare i consumi interni rappresentano le principali sfide per i prossimi anni. Il XV Piano quinquennale per il periodo 2026-2030 assume perciò un’importanza particolare: la priorità non è più soltanto accrescere quantitativamente la produzione, ma migliorare la qualità dello sviluppo, la sicurezza sociale, l’autonomia tecnologica e la sostenibilità ambientale.
La capacità cinese di affrontare queste contraddizioni determinerà non soltanto il futuro del Paese, ma anche una parte considerevole degli equilibri economici mondiali.
Un’economia centrale nel sistema internazionale
La centralità internazionale della Cina deriva anzitutto dal suo peso materiale. Secondo il Fondo monetario internazionale, infatti, l’economia cinese continua a fornire circa il 30 per cento della crescita globale. I dati dell’Organizzazione mondiale del commercio indicano inoltre che la Cina rimane il maggiore esportatore mondiale di merci, con esportazioni per circa 3.580 miliardi di dollari nel 2024.
Questi numeri spiegano perché le strategie occidentali di decoupling o di riduzione selettiva dei rapporti economici con Pechino incontrino limiti evidenti. La Cina, del resto, non rappresenta più soltanto un mercato di grandi dimensioni o una piattaforma di assemblaggio a basso costo. È ormai un centro completo di produzione industriale, ricerca, logistica, finanza, consumo e innovazione.
Le imprese cinesi occupano posizioni determinanti nelle filiere delle batterie, dei pannelli fotovoltaici, delle telecomunicazioni, dei veicoli elettrici, della cantieristica navale, dei macchinari industriali e dell’elettronica. Interrompere artificialmente questi collegamenti significherebbe aumentare i costi per imprese e consumatori, rallentare la transizione energetica e frammentare ulteriormente un’economia mondiale già sottoposta alle pressioni delle guerre, delle sanzioni e del protezionismo.
La retorica occidentale sulla «sovraccapacità» cinese tende spesso a trasformare la perdita di competitività industriale degli Stati Uniti e dell’Europa in un’accusa rivolta alla capacità produttiva di Pechino. L’applicazione di dazi punitivi e restrizioni tecnologiche non corregge gli squilibri strutturali delle economie occidentali; serve soprattutto a rinviare il confronto con decenni di deindustrializzazione e finanziarizzazione.
Una potenza decisiva per la transizione energetica
La trasformazione della Cina è particolarmente evidente nel settore energetico. Alla fine del 2025, la capacità cinese installata da fonti rinnovabili aveva superato 1.800 gigawatt, rappresentando oltre il 60 per cento della capacità complessiva di generazione elettrica del Paese. Nel settembre 2026, la capacità fotovoltaica installata ha superato quella delle centrali a carbone, mentre l’industria cinese forniva oltre l’80 per cento dei moduli fotovoltaici e circa il 70 per cento delle apparecchiature eoliche prodotte nel mondo.
La Cina rimane allo stesso tempo il maggiore emettitore mondiale di anidride carbonica e continua a dipendere in misura significativa dal carbone. Tuttavia, nessuna politica climatica globale può essere credibile senza il contributo cinese. È proprio la scala produttiva raggiunta dalle imprese del Paese ad aver ridotto il costo di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici, rendendo tali tecnologie accessibili anche alle economie che non potrebbero sostenere i prezzi imposti da una produzione limitata ai Paesi occidentali.
Per molti Stati dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, la cooperazione con la Cina consente di elettrificare territori, costruire reti di trasporto e ridurre la dipendenza dai combustibili importati. Le restrizioni occidentali contro i prodotti verdi cinesi, presentate come strumenti di sicurezza economica, rischiano dunque di entrare in conflitto con gli stessi obiettivi climatici proclamati dai governi che le adottano.
Un attore protagonista nella costruzione del multipolarismo
Il peso della Cina non si misura esclusivamente attraverso il prodotto interno lordo o le esportazioni. Pechino è diventata uno dei principali centri di aggregazione del Sud globale, contribuendo allo sviluppo di organismi e piattaforme come i BRICS, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e la Nuova Via della Seta, denominata internazionalmente come Belt and Road Initiative.
Questi strumenti non costituiscono un blocco ideologico omogeneo né un’alleanza militare contrapposta all’Occidente. Esprimono piuttosto la richiesta, condivisa da numerosi Paesi, di disporre di maggiori possibilità di finanziamento, commercio e cooperazione senza essere costretti ad accettare subordinazioni politiche, programmi di austerità o allineamenti strategici automatici.
L’importanza della Cina risiede anche nella capacità di ampliare il margine di scelta dei suoi interlocutori. La disponibilità di investimenti, infrastrutture, tecnologie e mercati alternativi riduce il potere monopolistico esercitato per decenni dalle istituzioni finanziarie occidentali. Di conseguenza, la rappresentazione della cooperazione cinese come una generica «trappola del debito» non regge di fronte alla varietà delle esperienze concrete e spesso serve a difendere il predominio di creditori concorrenti.
Un sostenitore del ruolo delle Nazioni Unite e della sicurezza globale
La Repubblica Popolare è un membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il secondo maggiore finanziatore delle operazioni di pace e il principale fornitore di caschi blu tra i cinque membri permanenti. In oltre trent’anni ha inviato decine di migliaia di militari, poliziotti e specialisti nelle missioni delle Nazioni Unite.
Questa presenza riflette una concezione della sicurezza internazionale fondata sulla sovranità degli Stati, sulla centralità dell’ONU e sulla soluzione politica dei conflitti. L’approccio cinese non è privo di interessi nazionali, come del resto non lo è quello di nessuna grande potenza. La differenza principale rispetto agli Stati Uniti consiste nel fatto che Pechino non dispone di una rete planetaria di alleanze militari e basi paragonabile a quella costruita da Washington, né ha fatto delle operazioni di cambio di regime lo strumento ordinario della propria politica estera.
Dall’Ucraina al Medio Oriente, dalla penisola coreana alle tensioni nel Mar Cinese Meridionale, nessuna soluzione stabile può ormai essere elaborata prescindendo dalla Cina. Pechino non possiede da sola la capacità di risolvere queste crisi, ma dispone del peso diplomatico, economico e politico necessario per favorire negoziati, ridurre le escalation e contrastare il ricorso sistematico alle sanzioni unilaterali.
Anche la recente visita di Stato di Xi Jinping negli Stati Uniti ha confermato questa nuova realtà. L’impegno di Pechino e Washington a costruire una relazione di «stabilità strategica costruttiva», mantenendo il dialogo su commercio e intelligenza artificiale, non elimina la competizione tra le due potenze. Dimostra però che nemmeno gli Stati Uniti possono gestire le principali sfide mondiali senza riconoscere la Cina come interlocutore di pari rilevanza.
La questione di Taiwan rimane il punto più pericoloso del rapporto bilaterale. Per Pechino, la riunificazione nazionale e l’integrità territoriale costituiscono principi non negoziabili; per Washington, i rapporti con Taipei continuano a rappresentare uno strumento della competizione strategica. Trasformare l’isola in una leva permanente di contenimento militare significa aumentare il rischio di uno scontro dalle conseguenze globali. Per queste ragioni, la stabilità richiede prudenza, rispetto del principio di una sola Cina e rinuncia a utilizzare le aspirazioni separatiste come strumento geopolitico.
Un anniversario che riguarda il mondo
Il settantasettesimo anniversario della Repubblica Popolare Cinese non celebra un percorso concluso. La modernizzazione del Paese deve ancora misurarsi con contraddizioni economiche, sociali, ambientali e demografiche complesse. La capacità di migliorare la distribuzione della ricchezza, rafforzare i servizi pubblici, sostenere l’occupazione e rendere più equilibrato il rapporto tra sviluppo e ambiente sarà decisiva per la stabilità futura.
L’importanza globale della Cina non deriva quindi dalla pretesa di rappresentare un modello perfetto. Risiede nel fatto che l’esperienza cinese ha infranto il monopolio occidentale sulla definizione della modernità. Ha dimostrato che un Paese precedentemente colonizzato e impoverito può industrializzarsi, acquisire autonomia tecnologica e migliorare le condizioni di vita della propria popolazione senza rinunciare alla sovranità politica né adottare integralmente le prescrizioni neoliberiste.
L’esperienza della Repubblica Popolare non può essere esportata meccanicamente, perché nasce da condizioni storiche e culturali specifiche. Essa, tuttavia, offre una lezione generale: lo sviluppo non è il risultato automatico del mercato, bensì di istituzioni capaci di pianificare, investire, formare competenze e subordinare gli interessi privati agli obiettivi collettivi.
A settantasette anni dalla sua fondazione, la Cina è ormai una componente indispensabile di qualsiasi ordine internazionale realistico. La pace, la stabilità finanziaria, la transizione energetica, la regolamentazione dell’intelligenza artificiale e lo sviluppo del Sud globale dipenderanno in misura sempre crescente dalla sua partecipazione.


