In questo contributo si analizzerà non solo il ruolo svolto dalla Giordania e le modalità attraverso le quali è stata attirata nel conflitto contro l’Iran da parte dei suoi alleati, ma anche il suo particolare percorso storico, dalla formazione dello Stato sotto mandato britannico fino ai problemi posteriori all’indipendenza per arrivare ai giorni nostri.
La creazione e la storia dello Stato giordano è stata caratterizzata da innumerevoli contraddizioni: a) l’essere il prodotto della politica mandataria britannica che ne ha disegnato i confini in modo sicuramente improprio; b) la costante rivalità con i vicini sauditi; c) l’aver posto a capo dello Stato un sovrano hashemita, originario del Hijaz ed estraneo alla regione, che ha dovuto costruire la sua legittimità attraverso l’alleanza con le tribù locali.
Ulteriori problemi si sono poi manifestati al momento della piena indipendenza: a) flussi di rifugiati dalla vicina Palestina; b) il conflitto con Israele (non solo militare ma anche sulle risorse idriche del fiume Giordano: conflitto che dura ancora oggi nonostante il Trattato di pace tra i due); 3) le difficoltà della monarchia di fronte ai tanti che la percepivano come oscurantista e retrograda (progressisti, socialisti, panarabisti e arabi repubblicani).
La nascita della Giordania come prodotto della politica mandataria britannica risale al 1921. Faysal, a seguito della rivolta araba anti-ottomana della Prima Guerra Mondiale, liberò Amman sulla via di Damasco, convinto che questa sarebbe stata inserita nel Grande Regno di Siria da lui guidato. Come ben noto, niente di tutto ciò avvenne, visto che Britannici e Francesi, già nel 1916 (tramite gli accordi segreti Sykes-Picot) avevano deciso di spartirsi la regione in zone di influenza. La Siria, così, finì sotto controllo francese; mentre Londra prese Palestina e Giordania, consapevole della loro importanza strategica per sorvegliare il Canale di Suez ed il vicino Egitto.
In questo contesto, Abdullah (fratello di Faysal) trovò un compromesso con Winston Churchill. Questi, infatti, venne nominato sovrano (emiro) della Transgiordania in cambio della rinuncia ad ogni aspirazione sulla vicina Siria. Inoltre, riconobbe il mandato britannico in cambio del divieto alla creazione di colonie ebraiche in Transgiordania. Ciò, tuttavia, non diminuì la ambizioni di Abdullah sulla vicina Palestina, dove già esercitava una certa influenza attraverso il sostegno a diverse importanti famiglie, come i Nashashibi ed i Khalidi. Queste, più moderate, saranno successivamente utili per contrastare l’azione dell’assai più radicale Gran Muftì di Gerusalemme, Hajj Amin al-Husseini.
Nei primi anni ’20, la Transgiordania dovette subire costantemente le incursioni dei sauditi-wahhabiti da sud. Solo nel 1925 i Britannici delineano i confini tra ciò che diverrà il Regno di Giordania e la nascente Arabia Saudita, riconosciuta da Londra nel 1927. Nel 1933, invece, viene siglato un Trattato di buon vicinato tra i due Stati arabi con l’obiettivo di porre fine agli sconfinamenti su entrambi i lati da parte dei beduini. Tuttavia, la tensione continuerà a perdurare a lungo. I Sauditi, dopo tutto, erano quelli che cacciarono lo sceriffo della Mecca Hussein (padre di Abdullah) dall’Hijaz nel 1924. Già protagonista della suddetta rivolta araba e del celebre carteggio Hussein-McMahon, l’emiro fu colui che più di ogni altro venne tradito dai Britannici attraverso gli accordi segreti con la Francia e la cosiddetta dichiarazione Balfour che aprì alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina (senza considerare pure il sostanziale aiuto che sempre i Britannici garantirono alla casa Saud).
Dunque, nonostante il Trattato, la rivalità tra l’emirato transgiordano e l’Arabia Saudita rimase tale, soprattutto alla luce del fatto che gli hashemiti (per linea diretta discendenti dalla tribù del Profeta Muhammad) si considerano tutt’ora i legittimi sovrani sui luoghi santi dell’Islam che si trovano proprio nell’Hijaz.
Ad ogni modo, l’emiro Abdullah si trovò alla guida di un Paese dove, oltre alla componente araba beduina, si trovavano pure Libanesi, Siriani e Palestinesi in numero crescente. I Britannici, inoltre, ne controllavano la finanze, la politica estera e le difesa. Per ciò che concerne quest’ultima, vennero create una Forza di Frontiera Transgiordania (a maggioranza palestinese) ed una Legione Araba (composta in prevalenza da beduini e sotto diretto controllo di ufficiali inglesi). Nel 1939, proprio la Legione Araba fu fondamentale per il contrasto di una rivolta nazionalista palestinese a sua volta prodotto della Grande Rivolta Araba del 1936 nella vicina Palestina, sempre sotto mandato britannico. Nei primi anni ’40, invece, la Legione Araba diviene la Forza Mobile del Deserto. Questa prenderà parte alle operazione per sedare i moti di ribellione in Iraq, ispirati da alcuni politici vicini alle forze dell’Asse.
La repressione brutale della Grande Rivolta Araba guidata dal Gran Muftì, segna un punto di svolta nella storia della Palestina. Da quel momento in poi, infatti, aumenta in modo esponenziale l’aggressività dei gruppi sionisti nei confronti della popolazione palestinese.
Nel frattempo, con l’ingresso nella neonata Lega Araba (1944), l’emirato dovette definitivamente dire addio alle sue rivendicazioni sulla Siria. Nel 1946, invece, Abdullah divenne “Re” a tutti gli effetti e, nel 1948, il nuovo Regno ottiene una formale indipendenza, sebbene Londra continui a garantirne l’esistenza attraverso un lauto sostegno finanziario.
Ma questo periodo storico sarà caratterizzato soprattutto dal primo conflitto arabo-israeliano. Abdullah, ben consapevole della scarsa forza delle sua Legione Araba di fronte alle ben organizzate ed armate milizie sioniste, era poco incline ad uno scontro aperto. Di fatto, il suo obiettivo era quello di ricercare un compromesso. Abdullah voleva semplicemente impossessarsi della Palestina centrale, con i Luoghi Santi di Gerusalemme. Il suo reale nemico non erano i sionisti, ma i nazionalisti arabi e gli intransigenti vicini al Gran Muftì. E riesce effettivamente a realizzare il suo obiettivo nel maggio 1948, prendendo possesso sulla Palestina centrale. A giustificazione di ciò vantò la richiesta delle popolazioni di Hebron e Nablus di porre fine ai sempre più frequenti disordini.
Stati Uniti e Gran Bretagna condannarono immediatamente la sua azione. I Britannici, addirittura, arrivarono a minacciare la fine degli aiuti economici. Il mediatore ONU, il Conte Folke Bernadotte, propose da subito un cessate il fuoco lungo le linee del fronte e che il territorio sotto controllo arabo venisse assegnato formalmente alla Giordania. Un’opzione subito accettata da Abdullah, ma non dalla Lega Araba.
Con la fine del cessate il fuoco e l’assassinio di Bernadotte da parte dei gruppi terroristici sionisti, la situazione sul terreno si modifica rapidamente. I sionisti hanno più armi (soprattutto per aver violato le regole del cessate il fuoco ed aver fatto pervenire in Palestina notevoli rifornimenti in particolar modo attraverso la Cecoslovacchia e con il beneplacito dell’URSS, convinta erroneamente di poter sfruttare a proprio vantaggio le tendenze socialiste di Ben Gurion e soci). Nell’ottobre del 1948 i sionisti sconfiggono definitivamente le forze egiziane. Galvanizzati, cercano di spingersi fino ad Aqaba, ma le loro aspirazioni al controllo della città portuale vengono interrotte dall’invio di forze britanniche a sua protezione.
Al termine del conflitto, Abdullah si ritrova comunque con il controllo di quella che viene definita “West Bank”, la riva occidentale del Giordano. Il sovrano cercò da subito di stipulare un accordo di pace con la neonata entità sionista. Questa, tuttavia, ambendo apertamente al pieno controllo di Gerusalemme, non riconobbe l’annessione giordana (un qualcosa che preoccupava pure i Sauditi) dell’area. Questa, tuttavia, segna in modo definitivo tutta la storia successiva della Giordania ed in particolar modo l’evoluzione dei rapporti con i Palestinesi e la Palestina.
A questo proposito è bene riportare che le tensioni vere e proprie tra Palestinesi e Giordania nascono con la creazione dell’OLP: l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina che, di fatto, ambiva a dare soggettività politica ai Palestinesi ed a garantire loro piena rappresentazione, senza dover essere rappresentati da Paesi terzi.
Nel 1948, Abdullah concesse la cittadinanza giordana a tutti gli abitanti della West Bank (allora stimabili in 440.000 indigeni più 228.000 rifugiati da altre aree della Palestina), modificando a tutti gli effetti la demografia del Regno che oggi conta al suo interno almeno 2.3 milioni di profughi (dati UNRWA) cui si aggiunge un’altra fetta cospicua di popolazione di chiara origine palestinese. In altre parole, su 11 milioni di cittadini giordani odierni, quasi la metà proverrebbe dall’altro lato del fiume. Non solo, sarebbe anche necessario considerare che la popolazione palestinese, essendo vissuta per secoli all’interno di un’entità imperiale ed avendo goduto sul finire dell’Ottocento di un relativo sviluppo economico nella sua terra natia, era abbastanza “mischiata”. C’erano genti provenienti dal Libano, dalla Siria, dai territori anatolici dell’Impero Ottomano; così come c’erano musulmani fuggiti dal Caucaso nel corso delle lunghe guerre russe nella regione (soprattutto Circassi).
Ora, gli studi accademici sull’identità transgiordana si concentrano troppo spesso sul ruolo delle tribù e su come la monarchia – considerandole più leali – abbia cercato (riuscendoci) a cooptarle negli apparati statali (dall’esercito alla burocrazia), garantendo loro anche sussidi ed aiuti di varia natura. Il discorso per ciò che concerne la componente palestinese della popolazione, al contrario, risulta decisamente più complesso. Questa, innanzitutto, può essere suddivisa in quattro gruppi: 1) gli abitanti dei campi profughi, tendenzialmente ostili all’assunzione di una identità giordana; 2) la classe media mercantile, inserita all’interno dei meccanismi statali, meno ostile ma comunque vicina alla causa palestinese: 3) i veri e propri uomini d’affari (l’alta borghesia), fedele al Re in cambio della stabilità economica; 4) i Palestinesi che si sono trasferiti nei Paesi del Golfo per lavoro e che considerano il passaporto giordano solo come una comodità, una sorta di lasciapassare.
In questo contesto, la monarchia giordana ha cercato di muoversi fra le componenti della popolazione sotto suo controllo in due modi: a) proponendo la diffusione dell’idea che Palestinesi e Transgiordani fossero i due rami di una medesima famiglia che i sovrani avrebbero dovuto salvaguardare in qualità di discendenti diretti del Profeta; b) utilizzando a proprio vantaggio le stesse divisioni per impedire eventuali sommovimenti antimonarchici unitari.
Le tensioni tra Palestinesi e Transgiordani furono anche il prodotto del tentativo di “giordanizzare” i primi e degli accordi sottobanco di Abdullah I con i sionisti. Questi, infatti, impose il divieto dell’utilizzo del termine “Palestina” nei documenti governativi; mentre il neonato Stato di Israele poté propagandisticamente affermare che i Palestinesi avessero già una Patria e che questa corrispondesse proprio alla Giordania. Motivo per cui, ancora oggi, Tel Aviv cerca di spingere gli abitanti della West Bank oltre i confini giordani.
Nel 1951, Abdullah venne assassinato proprio da un palestinese (forse pagato dagli Egiziani per agire in nome del Gran Muftì) nel corso di una sua visita a Gerusalemme e nella spianata delle moschee. Ad egli successe dapprima Talal, poi, dopo una breve reggenza del Principe Naif, Hussein. A quest’ultimo bisogna riconoscere notevole ambiguità ed anche indubbie capacità politiche. Probabilmente, senza il suo pluridecennale regno, la Giordania (come Stato monarchico) non esisterebbe più da diversi anni.
Hussein, fervido anticomunista, si concentrò soprattutto sull’eliminazione delle opposizioni socialiste e panarabiste e su un rapido orientamento verso Occidente del Paese. La crisi di Suez del 1956, inoltre, venne utilizzata da Hussein per allontanarsi dalla Gran Bretagna ed avvicinarsi agli Stati Uniti che partoriranno nel 1957 quella che è passata allo storia come “Dottrina Eisenhower” (garanzie di protezione in cambio di una chiara scelta di campo “occidentale” nel contesto della Guerra Fredda). Il 1957, infatti, è anche l’anno di un colpo di Stato “lealista” attraverso cui, con l’ausilio delle milizie beduine, Hussein pose fine all’esperienza dell’Assemblea Nazionale e rimosse da posizioni di potere socialisti e personalità vicine a Nasser, come l’esponente del Partito nazionalsocialista Sulayman al-Nabulsi.
La creazione della Repubblica Araba Unita (RAU) tra Siria ed Egitto (comunque fallita piuttosto rapidamente), inoltre, spaventò non poco Hussein, che si ritrovò costretto ad avvicinarsi all’Iraq di Qassem, arrivato al potere dopo aver (paradossalmente) detronizzato l’altra dinastia hashemita della regione. Tuttavia, una volta scoperto che Qassem non era né comunista né, tanto meno, un filo-Nasser, il sovrano giordano non ebbe alcun problema ad avvicinarlo in chiave soprattutto anti-siriana.
Ma la discordia tra Giordania ed Egitto raggiunse il culmine proprio a seguito della creazione dell’OLP (1964), che lo stesso Nasser puntava ad utilizzare contro Hussein. L’OLP, infatti, iniziò da subito ad avanzare richieste sulla riscossione della tasse, la coscrizione obbligatoria per i Palestinesi che vivevano in Giordania, e la libertà di circolazione all’interno del territorio del Regno. Di fatto, formò uno “Stato nello Stato” che produsse un circolo vizioso in cui agli attacchi che partivano dal suolo giordano rispondevano immediatamente delle rappresaglie sempre più violente e distruttive da parte di Israele.
Questo, ad onor del vero, sin dal 1948 con l’annessione giordana (non riconosciuta) della West Bank Israele aveva ininterrottamente continuato a martoriare la Giordania con aggressioni ed incursioni di varia natura lungo i confini, nonostante i non pochi tentativi di accomodamento di Hussein. La presenza dell’OLP ha solo peggiorato le cose. La risolutezza sionista nel non accettare un compromesso con Hussein, inoltre, spinse quest’ultimo nelle braccia del suo “rivale”: il Presidente egiziano Gamal Abdel Nasser.
Giordania ed Egitto, nel 1967, firmarono un accordo bilaterale di difesa nel 1967 che spalancò a tutti gli effetti le porte all’aggressione sionista del giugno del medesimo anno che si concluderà con la rovinosa sconfitta di entrambi e della Siria. L’Egitto perde il Sinai e rimane coinvolto nella successiva “guerra d’attrito” con Israele. La Siria perde le alture del Golan; mentre la Giordania perde definitivamente i territori annessi nel 1948, che vengono prontamente aperti alla colonizzazione sionista.
Alcuni piccoli successi militari nella fasi posteriori al conflitto (ad esempio, la Battaglia di Karameh, dove vengono distrutti diversi carri armati israeliani) non modificò lo status dei già difficili rapporti tra OLP e autorità centrale nel Regno. E l’improvvisa morte di Nasser nel 1970 scatenò quell’infausto episodio passato allo storia con il nome di “Settembre Nero”.
Le forze giordane lealiste (soprattutto beduini) cacciarono dal territorio del Regno, a seguito di drammatici scontri, i militanti dell’OLP, che vennero spinti verso la Siria. Lo scontro, ad onor del vero, non si sviluppò su linee ben definite. Diversi membri dell’esercito giordano di origine palestinese non si ammutinarono e combatterono contro le miliziani dell’OLP. Allo stesso tempo, tanti giordani contrari alla monarchia, soprattutto provenienti dalle aree di confine con la Siria, combatterono a fianco dei Palestinesi. Mentre piccoli contingenti siriani ed iracheni presenti sul territorio giordano scelsero di non prendere parte allo scontro, ritornando nei rispettivi Paesi.
Nella successiva guerra dell’ottobre 1973 (la cosiddetta “Guerra del Kippur”, per parte israeliana) il Regno hashemita non partecipò attivamente. Sebbene un ristretto gruppo di soldati giordani finì per combattere accanto dell’esercito siriano sul Golan, è piuttosto probabile che Hussein avesse addirittura avvertito Stati Uniti ed Israele dell’imminenza dell’attacco siriano-egiziano. E l’esito del conflitto è sostanzialmente favorevole agli interessi giordani. La Siria, infatti, rimane sconfitta; mentre l’Egitto svolta verso un accordo di pace con Israele ed una netta apertura verso l’Occidente.
Il successivo riconoscimento dell’OLP come legittimo ed unico rappresentante dei Palestinesi da parte della Lega Araba (1974), tuttavia, sconvolse i piani di Hussein. In questo periodo il Regno è impegnato sia nel confronto geopolitico con la vicina Siria, sia in alcune operazioni di riforma interna: la creazione del Partito unico Unità Nazionale Giordana; la ricostruzione dell’Assemblea Nazionale (1984); il passo storico attraverso il quale il Regno rinuncia alle proprie aspirazioni territoriali sulla West Bank (1988); un processo di liberalizzazione economica (arrivata dopo la rivolta di Ma’an nel sud) che raccoglie non poche critiche paradossalmente dalla parte di popolazione storicamente più vicina alla monarchia. I transgiordani, infatti, sempre vissuti grazie allo Stato ed a valanghe di sussidi, erano spaventati dal fatto che le riforme potessero favorire la classe imprenditoriale-commerciale di origine palestinese. Soprattutto alla luce del fatto che le elezioni parlamentari del 1988 e del 1993 avevano anche rafforzato notevolmente i Partiti di matrice islamista, vicini alla Fratellanza Musulmana, dove la componente palestinese rimaneva comunque in forte ed in crescita.
Questo periodo è segnato anche dalla prima aggressione occidentale all’Iraq, esito dell’invasione del Kuwait da parte di Baghdad. La monarchia in questa occasione assume un atteggiamento decisamente cauto, non volendo schierarsi contro quello che storicamente si era comportato come un alleato di Amman. Tuttavia, la scelta di Re Hussein, pur pagando sul piano della coesione interna (sia Palestinesi che Transgiordani si mostrano favorevoli alla sua posizione), non rende sul lato della sicurezza. La crisi, infatti, produce un violento circolo inflazionistico ed una nuova immissione di rifugiati (ancora una volta soprattutto di origine palestinese) provenienti sia dal Kuwait che dall’Iraq.
Per mitigare il fatto di non essere stato preso in considerazione durante i negoziati precedenti agli accordi di Oslo del 1994 tra OLP ed Israele, Hussein opta per un proprio negoziato con Tel Aviv che, sotto l’egida di Washington, porta alla firma di un Trattato di pace firmato il 26 ottobre 1994 nel valico di frontiera di Wadi Araba.
L’accordo avrebbe dovuto nuovamente garantire agli Hashemiti un ruolo speciale per la tutela dei Luoghi Santi di Gerusalemme. Inoltre, Hussein sperava in una iniezione di investimenti esteri in Giordania e, soprattutto, che l’accordo frenasse il rischio che l’eventuale creazione di uno Stato palestinese arrivasse ad inglobare la stessa Giordania. Di fatto, accettò di trasformare il Regno in una sorta di “Stato cuscinetto” utile a salvaguardare gli interessi israeliani e statunitensi nella regione.
Da quel momento in poi, infatti, la Giordania diviene centrale tanto nella “guerra al terrore” dell’amministrazione Bush, sia nell’aggressione alla Siria del 2011; quando la CIA, attraverso l’operazione Timber-Sycamore, fece passare attraverso il Regno notevoli quantità di aiuti militari e di sostegno logistico per i “ribelli siriani”.
Questo porta direttamente all’attuale fase di conflitto tra il binomio USA-Israele e la Repubblica Islamica dell’Iran, durante la quale la Giordania ha svolto un ruolo ancora una volta piuttosto ambiguo. Prima di tutto è bene ricordare che tra Giordania e Stati Uniti esiste, sin dal 2021, un accordo di cooperazione strategica secondo il quale i militari di Washington avrebbero libero accesso su diverse basi situate nel territorio del Regno. Questo dapprima ha portato i due eserciti a collaborare attivamente per abbattere missili e droni iraniani lanciati contro Israele durante la cosiddetta “guerra dei dodici giorni” nel giugno 2025; poi, ha consentito agli Stati Uniti di trasferire qui parte del proprio materiale bellico destinato al conflitto dopo le prime ondate di violenti attacchi iraniani contro le basi nordamericane nel Golfo (la prima linea della guerra).
Così, l’8 luglio di quest’anno il territorio giordano è finito sotto il tiro dei missili iraniani, in un momento di grave fragilità per il Regno, già provato per la fine del sostegno statunitense all’UNRWA (che fornisce appoggio ai rifugiati palestinesi anche all’interno dei confini giordani), per l’interruzione dei progetti USAID, e per il notevole raffreddamento delle relazioni con Israele. Il governo Netanyahu, infatti, non ha mai smesso di trattare il vicino con profondo sdegno. Non mancano, inoltre, le dichiarazioni di analisti israeliani che considerano Re Abdullah II come un personaggio inutile ed insignificante. E non mancano altresì le dichiarazioni di politici e religiosi che considerano il territorio giordano come parte integrante del progetto biblico-geopolitico del “Grande Israele”. Da parte giordana, invece, vi è il rinnovato timore che Israele voglia riproporre l’idea della Giordania come Casa/Patria alternativa per la popolazione palestinese rimasta nei Territori Occupati. Un simile afflusso di rifugiati, infatti, modificherebbe ulteriormente la demografia del Regno hashemita, portando ad una netta maggioranza palestinese al suo interno.
Nonostante la “pace fredda” con Israele, la Giordania continua a ricevere annualmente almeno 1.4 miliardi di dollari da Washington. Ed oltre 4000 militari statunitensi si trovano tutt’ora in Giordania. sebbene Amman cerchi sempre di nasconderne la presenza. Una presenza smascherata anche dalla morte e dal ferimento di alcuni tra loro durante gli stessi attacchi iraniani.
La Repubblica Islamica dell’Iran, a sua volta, è stata storicamente percepita come una minaccia dalla Giordania. Cosa che portò al sostegno del regime baathista di Saddam durante la prima guerra del Golfo tra Iran e Iraq negli anni ’80 del secolo scorso. Tuttavia, la popolazione giordana, come nelle altre monarchie arabe del Golfo Persico, è allo stesso tempo estremamente ostile nei confronti soprattutto di Israele. Più che altro, considerando anche la notevole presenza palestinese, la popolazione giordana non tollera che il proprio territorio venga utilizzato per sostenere gli interessi di Israele, responsabile di atti di genocidio a Gaza e nella West Bank, dove tante sono le famiglie intrecciate giordano-palestinesi. Ancora, la Giordania, con un’economia debole in cui il turismo è tra le voci più grosse, difficilmente può sostenere le continue oscillazioni del mercato petrolifero.
In altri termini, la Giordania non voleva la guerra. Tuttavia, si è ritrovato trascinata in essa da chi, in linea teorica, ne avrebbe dovuto garantire la sicurezza, con evidenti rischi anche per quella che potrebbe essere la sua futura stabilità interna. In questo senso sono state particolarmente emblematiche le dichiarazioni delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane che hanno “ringraziato” il popolo giordano per aver fornito le esatte ubicazioni degli obiettivi da colpire. Pure più emblematiche sono state invece le voci di accademici, politici, ex militari e capi tribali che hanno chiesto apertamente il ritiro del Paese dall’accordo di sicurezza con gli Stati Uniti (incapaci di provvedere alla sicurezza delle basi giordane colpite). Addirittura, un deputato che ha cercato di dare le condoglianze a Washington per si suoi militari caduti in territorio giordano durante una seduta del Parlamento è stato interrotto e violentemente attaccato da buona parte dello stesso.
Il Regno, dunque, si trova di fronte ad un bivio: scivolare in una guerra non voluta con tutti i rischi che questa comporta anche in termini di stabilità interna; smarcarsi progressivamente dall’influenza di Washington, da un “alleato” che raramente si dimostra tale, per costruire una maggiore e più proficua cooperazione con gli Stati regionali. Ciò, ovviamente, comporterebbe un repentino cambio di rotta da parte di una monarchia pesantemente compromessa sotto molteplici aspetti (non sarebbe comunque l’unica nella regione). Tuttavia, un passo iniziale potrebbe essere la richiesta formale che il territorio giordano non venga utilizzato per azioni ostili contro l’Iran.


