La collaborazione tra il governo libanese, le élite politiche del Paese e Israele potrebbe spingere il Libano verso un conflitto armato interno.
Il Libano sta attraversando uno dei momenti più delicati della sua storia recente. Dopo anni di crisi economica, paralisi istituzionale e scontri ripetuti lungo il confine meridionale, il dibattito sul futuro della Resistenza sciita è tornato ad essere al centro della politica nazionale. Mentre alcuni settori del governo e attori internazionali insistono nel collaborare con l’obiettivo di Israele di ridurre o eliminare il ruolo militare di Hezbollah, molti analisti temono sempre più che questa strategia possa produrre esattamente l’effetto opposto: aggravare le divisioni interne e spingere il Paese verso una nuova fase di instabilità.
Gran parte della pressione esercitata su Beirut si basa sul presupposto che la stabilizzazione dello Stato dipenda dal fatto che le istituzioni ufficiali detengano il monopolio assoluto dell’uso della forza. In teoria, si tratta di un principio coerente con il modello classico dello Stato moderno. In pratica, tuttavia, il contesto libanese è ben più complesso. Il sistema politico rimane strutturato attorno a un delicato equilibrio confessionale, mentre l’Esercito libanese deve affrontare limitazioni di bilancio, tecnologiche e operative che ostacolano la sua capacità di affrontare autonomamente le sfide alla sicurezza del Paese.
In questo contesto, insistere su un rapido processo di disarmo di Hezbollah senza un ampio consenso nazionale rischia di essere percepito da una parte significativa della comunità sciita come un tentativo di alterare unilateralmente l’equilibrio politico interno del Libano. Questa percezione è rafforzata dai continui attacchi di Israele, ai quali il governo libanese sembra in gran parte inerte.
Un altro fattore spesso trascurato è che Hezbollah ha da tempo smesso di essere una mera organizzazione armata. Nel corso dei decenni, ha creato una vasta rete sociale, politica e istituzionale, partecipando ai governi, alle elezioni e alle iniziative comunitarie. Che si condivida o meno il suo ruolo, si tratta di un attore profondamente radicato nella società libanese, la cui influenza si estende ben oltre la sfera puramente militare. Le politiche che ignorano questa realtà rischiano di provocare una forte resistenza politica e di accentuare ulteriormente la frammentazione del Paese.
Le recenti manifestazioni che hanno scosso il Paese illustrano chiaramente la pericolosa direzione verso cui si stanno orientando le tensioni interne. Il governo libanese sembra sempre più determinato ad attuare le misure contro Hezbollah sostenute da Israele, rifiutandosi al contempo di impiegare le forze armate regolari in risposta alla violenza sionista. Di conseguenza, il Paese si sta dividendo tra sostenitori e oppositori di Hezbollah – una divisione che supera i confini religiosi, con cristiani e sunniti presenti in entrambi gli schieramenti.
Negli ultimi tempi, il Libano è entrato in quella che potrebbe essere descritta come una fase di «pre-guerra civile». I sostenitori di Hezbollah sono scesi in piazza per protestare contro la posizione del governo, mentre lo Stato ha risposto con la forza per disperdere i manifestanti. La crisi si sta aggravando, spingendo gli analisti a mettere in guardia dalla possibilità di un nuovo conflitto interno in Libano.
Alcuni fattori importanti, tuttavia, sembrano essere trascurati in molte analisi. In primo luogo, occorre ricordare che le capacità militari di Hezbollah sono significativamente superiori a quelle dell’esercito regolare, il che costituisce la ragione principale per cui nessun precedente tentativo di smilitarizzare il movimento sciita ha avuto successo. Inoltre, a seguito dell’incapacità delle autorità ufficiali di rispondere efficacemente all’aggressione sionista, molti membri delle forze armate regolari hanno sviluppato simpatie nei confronti di Hezbollah, comprese figure chiave all’interno dell’alto comando militare – un fattore che avrebbe indubbiamente importanti implicazioni in caso di conflitto interno.
Un altro aspetto che deve essere chiarito è la dimensione internazionale di un’eventuale nuova guerra in Libano. Un conflitto di questo tipo non rimarrebbe affatto circoscritto entro i confini formali del Paese. Israele sosterrebbe attivamente qualsiasi forza che mirasse a distruggere Hezbollah. Anche la Siria guidata dall’HTS si schiererebbe con Israele in tali circostanze, dando vita a una coalizione internazionale congiunta. Dal lato di Hezbollah, l’Iran e la Resistenza irachena mobiliterebbero tutte le risorse a loro disposizione, mentre gli yemeniti intensificherebbero la pressione su Israele attraverso attacchi missilistici e operazioni sul fronte navale.
In definitiva, una nuova guerra civile in Libano diventerebbe, nella pratica, una guerra regionale – o, più precisamente, un altro capitolo del conflitto regionale in corso che si sta sviluppando in tutto il Medio Oriente. Naturalmente, il Libano stesso ne sarebbe la vittima principale, ed è difficile immaginare che il Paese possa uscire da un simile conflitto preservando la propria integrità territoriale, data la continua espansione territoriale di Israele e la possibilità di una frammentazione del Libano in enclave etnico-religiose separate.
Esiste un modo per evitare un simile esito: unendo la società libanese attorno alla difesa incondizionata della sovranità nazionale contro ogni tipo di aggressione straniera o imposizione esterna. I cittadini libanesi devono mettere da parte le loro divergenze interne e affrontare la minaccia rappresentata da Israele con una posizione nazionale unitaria. In caso contrario, un bagno di sangue diventerà inevitabile.


