È una scommessa. E le scommesse fatte con i mezzi altrui, in guerra, le paga sempre chi le fa.
Andare ad imparare la guerra che non si sa fare
Il 14 settembre 2026 il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di corpo d’armata Carmine Masiello, ha concluso una visita di due giorni presso le Forze Terrestri ucraine. La cornice ufficiale è quella dell’apprendimento: studiare sul posto come Kiev impiega droni, artiglieria e guerra elettronica in un conflitto ad alta intensità, e da lì ricavare indicazioni per la modernizzazione delle forze terrestri italiane. L’ambasciatore Carlo Formosa ha parlato di un’esperienza militare «unica», preziosa in una fase di rapidi aggiustamenti nelle dotazioni dei principali eserciti europei. Nulla, nel comunicato, annuncia un ingresso italiano nel conflitto. Ed è bene dirlo subito, perché la distanza fra ciò che è stato detto e ciò che quel gesto significa è precisamente il punto.
Perché il senso politico di una visita non sta nelle sue parole di circostanza, ma nella direzione che indica. Un Capo di Stato Maggiore non prende un volo per Kiev per una cortesia diplomatica. Ci va per allineare la propria istituzione a un modello, a una postura, a una traiettoria. E la traiettoria è quella di un Paese che discute — dentro la cosiddetta coalizione dei volenterosi, con l’ipotesi ricorrente di contingenti europei sul terreno — la propria collocazione in uno scontro diretto con Mosca. Vale la pena ricordare che il Cremlino ha già dichiarato senza ambiguità che truppe europee in Ucraina significherebbero guerra con la Russia. La visita di Masiello non è la causa di questo scivolamento. Ne è un sintomo, e un sintomo che merita di essere letto per quello che rivela.
C’è qualcosa di rivelatore nell’immagine stessa. Il vertice dell’Esercito di una delle maggiori economie del G7 che si reca in un Paese in guerra per prendere appunti. Non per portare una capacità che l’altro non ha — modo consueto in cui una potenza industriale si rapporta a un teatro operativo — ma per riceverla. La formula ufficiale, «l’esperienza ucraina come riferimento per la modernizzazione dell’Esercito italiano», va letta alla lettera: è l’ammissione, cortese ma netta, che sul combattimento terrestre contemporaneo l’Italia è dietro, e sa di esserlo.
Il combattimento terrestre è cambiato in tre anni più che nei trenta precedenti. La saturazione dello spazio con sensori e droni, la trasparenza quasi totale del campo di battaglia, l’integrazione fra fuoco, manovra e guerra elettronica in cicli decisionali compressi a pochi minuti: tutto questo l’Ucraina lo ha imparato pagandolo con le vite dei suoi soldati. È una conoscenza reale, e chi la offre ha titolo per farlo. Il problema non è che l’Italia voglia impararla. Il problema è la contraddizione fra ciò che si va a imparare e ciò che si è materialmente in grado di fare una volta tornati a casa.
La dipendenza che nessun comunicato menziona
La guerra elettronica, i droni, le munizioni circuitanti — i tre pilastri attorno a cui ruota la missione di Kiev — sono esattamente i settori in cui l’apparato militare-industriale italiano sconta il ritardo più serio. Non è un giudizio d’opinione; è la fotografia che emerge dalle fonti tecniche del comparto.
Sulle munizioni circuitanti — le loitering munition, i droni «kamikaze» che hanno ridefinito l’economia del fuoco di precisione — l’Europa nel suo insieme non ha mai sviluppato una capacità paragonabile a quella di Stati Uniti e Israele, che restano gli attori dominanti del settore. I programmi europei di sviluppo e produzione in house sono in larga parte una reazione recente, avviata quando la guerra in Ucraina aveva già dimostrato l’imprescindibilità di questi sistemi. L’Italia non fa eccezione: arriva a questo mercato in ritardo, e da inseguitrice.
Sui droni, il quadro è analogo. Il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2024-2026 stanzia fondi per l’acquisizione di sistemi a pilotaggio remoto di varia tipologia, ma — è la stessa analisi di settore a rilevarlo — molte di queste acquisizioni «avranno effetti concreti solo nel medio-lungo termine, lasciando scoperte alcune criticità immediate». Tradotto: si comprano capacità che entreranno in linea quando la lezione ucraina sarà già stata riscritta due volte. Nel frattempo, quando l’industria nazionale prova a colmare il vuoto, lo fa appoggiandosi a partner esteri: la fabbrica di droni militari nata a Modena nel giugno 2026 è una joint venture italo-britannica, in cui la componente ingegneristica avanzata è quella d’oltremanica.
E la dipendenza non si ferma al confine europeo. Le catene di fornitura del comparto unmanned continentale sono ormai intrecciate con attori mediorientali e israeliani, al punto che pezzi rilevanti della tecnologia critica transitano per fornitori su cui né Roma né Bruxelles hanno controllo sovrano. È qui che la retorica sulla «guerra del futuro» mostra la corda. Non si conduce una guerra elettronica di prossima generazione con architetture, sensori e componentistica di cui non si possiede la filiera, la proprietà intellettuale né la capacità di produzione autonoma. Si conduce, al più, la guerra che i propri fornitori consentono di condurre.
Ambizioni fantasiose, mezzi reali
Da qui l’assurdità di fondo. Un Paese che investe cifre importanti — l’ordine di grandezza è di alcuni miliardi per droni e difesa aerea, con tempi di realizzazione dilatati — ma che parte da una posizione di dipendenza strutturale sulla catena tecnologica critica, si candida contemporaneamente a un ruolo di prima linea in uno scontro con la principale potenza militare terrestre del continente. Le due cose non stanno insieme. Non è una questione di coraggio o di volontà politica: è una questione di fisica dei mezzi. Chi non padroneggia la produzione dei sistemi con cui si combatte la guerra contemporanea non è in condizione di sostenerla, se non nella misura in cui altri gliela sostengono.
La postura della coalizione dei volenterosi presuppone attori capaci di generare potenza autonoma. L’Italia, in questo comparto specifico, non lo è ancora. Ha un’industria della difesa di tutto rispetto in altri segmenti — l’elettronica di Leonardo, l’aeronautica, il navale — ma proprio sui tre domini che la guerra ucraina ha reso decisivi arriva impreparata sul piano industriale, e lo certifica il fatto stesso che il suo Capo di Stato Maggiore vada a Kiev con il taccuino invece che con una capacità da offrire.
Il paradosso si chiude su se stesso. Ci si prepara a una guerra che si dichiara di dover ancora imparare, con strumenti che si dichiara di dover ancora acquisire, contro un avversario che quella guerra la combatte da tre anni con una filiera produttiva propria. In una valutazione fredda, questa non è una postura di deterrenza. È l’esposizione di una vulnerabilità travestita da modernizzazione.
Cosa avrebbe, invece, molto senso
Nulla di tutto questo è un argomento contro l’ammodernamento dell’Esercito, che è necessario e in ritardo. È un argomento contro la sequenza. L’ordine razionale delle priorità imporrebbe di costruire prima l’autonomia e, solo dopo, semmai, di ragionare su una proiezione di potenza. Invertire i due tempi, andare a imparare la guerra prima di essere in grado di sostenerla con mezzi propri, significa firmare in anticipo la propria subalternità: tecnologica verso i fornitori, strategica verso chi la coalizione la guida davvero.
La visita di Masiello a Kiev, letta così, non è la fotografia di un’Italia che si prepara alla guerra del futuro, bensì è la fotografia di un’Italia che scopre di non avere ancora gli strumenti della guerra del presente, e che invece di trarne la lezione più ovvia — costruirseli — sceglie di avvicinarsi al fuoco confidando che qualcun altro glieli presti.
È una scommessa. E le scommesse fatte con i mezzi altrui, in guerra, le paga sempre chi le fa.


