È passato già più di un mese dall’inizio della Terza Guerra del Golfo. È giunto il momento di fare alcuni calcoli e proiezioni.
Tirare le somme
È passato già più di un mese dall’inizio della Terza Guerra del Golfo. È giunto il momento di fare alcuni calcoli e proiezioni.
Anzitutto, le considerazioni preliminari e lo status quo del conflitto.
- L’Iran ha dimostrato al mondo intero che l’Occidente collettivo può essere messo in crisi bloccando lo Stretto di Hormuz.
Questo primo punto non deve passare inosservato. Il blocco dello Stretto di Hormuz è attualmente l’aspetto più centrale e significativo del conflitto. La mancanza di approvvigionamento energetico sta piegando le economie (e le politiche) occidentali, gettando mezzo mondo davanti ad una imminente crisi senza precedenti. Questo blocco cambierà completamente la storia economica, commerciale e valutaria del mondo intero. E tutti hanno visto che basta “poco” per stroncare l’arroganza occidentale, perché circa 200 Paesi stanno osservando quello che avviene, e almeno la metà di quel numero ha seri interessi a vedere crollare l’Occidente.
- L’Iran ha dimostrato che senza energia, salta il potere occidentale.
Fino ad oggi parliamo di circa il 20-30% dell’approvvigionamento di risorse energetiche, che non è certo la totalità, né tantomeno una cifra impossibile da ricalibrare. È però altrettanto vero che l’Occidente collettivo ha difficoltà a trovare un’alternativa. Parliamo di un sistema di Paesi che sono dipendenti dall’importazione di risorse energetiche, incapaci di provvedere autonomamente. Ciò vuol dire che l’Iran adesso tiene in mano il futuro di un intero pezzo di mondo e che questo conflitto determinerà molto del futuro dell’Occidente. La retorica del Vecchio Mondo si infrange davanti alla cruda evidenza del geopolitica reale.
- L’Iran riesce a tenere testa ad una superpotenza, più un’altra potenza nucleare.
Questo era impensabile per la comunità occidentale, eppure sta avvenendo, l’Iran sta tenendo testa a USA, una superpotenza nucleare, e Israele, una potenza nucleare. Le regole del gioco sono state riscritte. La deterrenza nucleare novecentesca vacilla. La Civiltà è ancora più forte della Barbarie.
- Niente sarà più come prima e ci voleva l’Iran per spiegarlo a tutti, soprattutto all’Europa.
L’Europa è un continente di ciechi che guidano altri ciechi. La completa ottusità dei leader europei è la condanna delle popolazioni europee. Il mondo si muove verso l’assetto multipolare e loro, invece, cercano disperatamente di perpetrare il loro vecchio sistema. Non era bastato il conflitto in Ucraina per svegliare la gente, forse ora con i prezzi alle stelle qualcosa cambierà (si spera).
Ragioniamo
Fatte queste premesse, sviluppiamo il ragionamento.
L’obiettivo primario degli Stati Uniti è impedire che la Repubblica Popolare Cinese raggiunga uno sviluppo tecnologico tale da rendere il gap strategico tra Washington e Pechino definitivamente irrecuperabile. In tal senso, il colpire nodi geopolitici come il Venezuela e l’Iran si configura come una strategia indiretta di contenimento. Il Venezuela rappresenta per la Cina un avamposto energetico e logistico utile alla penetrazione nelle Americhe, mentre l’Iran costituisce un perno economico e politico nello snodo mediorientale, cruciale per la cosiddetta “Nuova Via della Seta” (Belt and Road Initiative). Gli Stati Uniti comprendono che indebolire tali alleanze equivale a rallentare la proiezione sistemica della potenza cinese. È geopolitica for dummies, niente di più.
Tuttavia, la peculiarità del modello cinese — fondato su un’economia di Stato pianificata, disciplinata e permeata da una visione confuciana del potere — offre a Pechino una straordinaria capacità di assorbire gli shock geopolitici. Il pragmatismo strategico cinese si muove secondo uno schema antico, che può essere rintracciato nelle massime di Sun Tzu: mai combattere una guerra che non si è certi di vincere. Questo implica che la Cina non si espone all’aperta ostilità militare, bensì preferisce manovrare con pazienza nei campi economico, tecnologico e culturale, adattandosi alle mosse del nemico e convertendo gli ostacoli in opportunità per ridefinire le proprie traiettorie di consolidamento interno.
Il panorama mediorientale sta vivendo una delle più profonde riconfigurazioni geopolitiche dalla fine della Prima Guerra Mondiale. La mappa artificiale stabilita negli anni ’20 dall’asse Londra-Parigi, poi gestita sotto l’egida statunitense nel secondo dopoguerra, risulta oggi completamente obsoleta. Le petro-monarchie del Golfo, basate su sistemi di rendita e sulla dipendenza dal dollaro, si trovano di fronte a una crisi di sopravvivenza. Il progressivo declino del dollaro come valuta egemonica non solo mina le basi economiche di Stati come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, ma mette in discussione l’intera architettura politico-finanziaria che ha sostenuto l’ordine del petrolio dal 1973 in poi.
Il crollo del sistema dollaro-petrolio avrà effetti dirompenti: da un lato, indebolirà la capacità delle monarchie del Golfo di mantenere stabilità interna e consenso; dall’altro, aprirà spazi di influenza a nuovi attori come Iran, Turchia e, indirettamente, Cina e Russia. In questa transizione, gli Stati Uniti cercheranno di mantenere il controllo attraverso il caos strategico, fomentando tensioni regionali per impedire la formazione di un nuovo ordine mediorientale non allineato al loro dominio. Tuttavia, la linearità di questo piano è compromessa: le alleanze fluttuano, le linee di frattura settarie e politiche si moltiplicano, e il vecchio ordine coloniale del Medio Oriente viene progressivamente eroso da dinamiche interne e transcontinentali.
Contrariamente a quanto molti osservatori sostengono, la de-dollarizzazione totale non rappresenta un obiettivo vantaggioso nemmeno per Cina e Russia. La completa caduta del dollaro provocherebbe infatti un collasso sistemico dell’economia mondiale, generando una crisi di fiducia nei commerci internazionali e nelle riserve valutarie. Pechino e Mosca puntano invece a una rimodulazione della forza del dollaro, ossia a una transizione verso un sistema multipolare delle valute che riduca la dipendenza dagli Stati Uniti, ma non ne annulli il ruolo di riferimento globale.
L’Iran gioca in questo contesto un ruolo simbolico e funzionale: chiedendo i pagamenti internazionali in yuan, Teheran rafforza l’integrazione con l’economia cinese e contribuisce a consolidare l’uso della moneta di Pechino nei mercati energetici. Questo movimento non mira a distruggere il dollaro, ma a riequilibrare il sistema, sottraendo a Washington parte dell’influenza esercitata tramite il controllo dei circuiti finanziari e delle sanzioni internazionali. La “guerra delle valute”, dunque, si configura come parte integrante della competizione egemonica tra modelli di potere — quello liberista americano e quello statalista cinese — ambedue ormai globalizzati ma antitetici nei loro presupposti culturali.
Europa, vittima sacrificale
Nella grande scacchiera mondiale, ancora una volta l’Europa si ritrova nella posizione di vittima collaterale delle strategie delle potenze maggiori. Dopo tre decenni di stagnazione economica, aggravata dalle sanzioni contro la Russia e dalle turbolenze energetiche, l’Unione Europea si muove verso un paradigma di “economia di guerra”. Le istituzioni europee, consapevoli della fragilità del sistema industriale e della vulnerabilità energetica, stanno promuovendo investimenti massicci nel settore difesa, presentati come strumenti di sicurezza ma funzionali a mantenere artificialmente attiva una produzione interna.
Il Segretario Generale della NATO e la Commissione Europea hanno entrambi sottolineato, mesi fa, la necessità di una “mobilitazione economica di tipo bellico”, segno evidente che l’Europa sta rinunciando alla propria autonomia strategica per adattarsi alle esigenze del complesso militare transatlantico. Una tale dipendenza, tuttavia, gioca a vantaggio tanto della Russia quanto degli Stati Uniti: Mosca può permettersi di limitare l’ingaggio diretto in un conflitto convenzionale contro un’Europa indebolita, mentre Washington può sfruttare tale fragilità per smantellare le vecchie architetture euro-centriche del potere, a cominciare dalla NATO. Elementare, Watson. I conti sono conveniente per tutte le parti in gioco.
La dissoluzione progressiva della NATO, che è comunque un’organizzazione creata nel secondo dopoguerra per tutelare l’Europa sotto l’influenza britannica e americana, rappresenterebbe il colpo di grazia al Vecchio Ordine. Senza tale struttura di equilibrio, gli Stati Uniti avrebbero campo libero per dominare direttamente l’Europa, ridefinendo la propria forma di imperialismo in senso neomonarchico: un potere non più bilanciato da istituzioni multilaterali, ma fondato su un dominio unilaterale post-democratico.
Il conflitto mediorientale si rivela dunque non solo come una crisi regionale, ma come un catalizzatore di mutamenti globali destinati a ridisegnare la geografia del potere per i decenni a venire. L’attacco indiretto alla Cina, la metamorfosi del Medio Oriente, la rimodulazione del dollaro e il collasso europeo convergono verso un’unica traiettoria: questa guerra cambierà il mondo più di tutte le altre combattute fino ad oggi.


