La Bielorussia è solo geograficamente europea, chi ha deciso di espungerla dall’Europa politica ed economica è l’Unione Europea, inclusiva solo a parole, ostile nei fatti a chiunque non faccia atto di devozione al Moloch della guerra in ossequio alla NATO e della distruzione dello stato sociale in nome del più estremistico neo – liberismo.
Per arrivare a Minsk oggi, a meno di prendere un costoso aereo via Istanbul, si è obbligati a passare ore e ore al valico di frontiera lituano, dieci, quindici, a volte venti ore per percorrere meno di duecento chilometri che separano la capitale bielorussa dall’aeroporto di Vilnius, rischiando molte volte di perdere l’aereo, per la soddisfazione delle guardie di frontiera baltiche.
L’odio occidentale per la Bielorussia non è diverso da quello riversato nei tempi della Guerra Fredda contro la DDR e tutto il campo sovietico, poi contro la Jugoslavia socialista bombardata a più riprese per tutti gli anni ‘90 del Novecento, quindi quello oggi nutrito nei confronti della Cina e della Russia e di conseguenza di tutti i loro alleati del Sud Globale, una porzione rilevante e maggioritaria dell’umanità che non ha più intenzione di sottomettersi alle logiche della depredazione praticate dall’Occidente Collettivo nel lungo tempo dell’egemonia di Washington, dal 1945 al 2012, quello che sempre più storici definiscono come “il secolo statunitense”.
L’alterità bielorussa, al pari di quella russa, è anche topografica, mentale, di immaginario personale e collettivo. Si possono incontrare passeggiando per Brest o per Minsk infatti via Lenin, via Karl Marx, via Krupskaja, via dei Cosmonauti, il cinema “Aurora” e il teatro “Pionieri”, luoghi fisici e simbolici, a tutti gli effetti un altro mondo, al punto che in ogni città e in ogni villaggio di campagna si incontrano monumenti a Feliks Dzeržinskij, amico di Rosa Luxemburg, fondatore della CEKA, presso i quali non mancano mai fiori freschi, a segno di un affetto popolare capace di vincere il tempo.
In Bielorussia certo gli stipendi risentono al pari delle pensioni del pesante clima di guerra, con le sue inevitabili ripercussioni inflazionistiche, le sanzioni occidentali colpiscono gravemente l’import – export, ma casa e lavoro restano baluardi di un diritto al vivere in un quadro di compiuta serenità che in Occidente è oramai da tempo tramontato, travolto da un precariato senza limiti e da disparità sociali crescenti.
Il contributo della Bielorussia alla lotta contro il nazifascismo è stato il più considerevole tra i popoli sovietici, quasi tre milioni di caduti per una popolazione allora di otto milioni di bielorussi. Oltre duecentocinquanta campi di internamento e di sterminio edificati sulla loro terra dagli hitleriani con immediata persecuzione di comunisti, ebrei, rom e sinti, oltre seicento villaggi distrutti con tutti gli abitanti uccisi al pari delle italiane Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, quattrocentomila deportati per i lavori forzati in Germania e più della metà deceduti, bambini e adolescenti, il numero è tutt’oggi imprecisato, brutalmente utilizzati come raccolta e scorta di sangue per l’esercito nazista, ovvero uccisi per dissanguamento.
Come se tutto questo non fosse già mostruosamente impressionante, si aggiungano due milioni di prigionieri di guerra sovietici, civili, ma soprattutto soldatesse e soldati dell’Armata Rossa, qui internati, pur provenendo da tutti gli scenari del conflitto e fatti appositamente morire di fame nell’inverno 1941 – 42 dalla Wehrmacht.
La fortezza di Brest, nel verdeggiante bassopiano sarmatico, capace di reggere fino al sacrificio estremo dei suoi ragazzi, si è erta a glorioso baluardo per ritardare di un mese, nel giugno – luglio 1941, l’avanzata nazifascista durante la proditoria aggressione. Un monumento di colossale imponenza, chiamato “Coraggio” e opera di Aleksandr Kibalnikov, è stato edificato nel trentesimo di quella eroica impresa, ovvero arginare la preponderante forza di fuoco e di mezzi dei sanguinari nazifascisti, i quali dopo Brest occupano tutta la Bielorussia.
I gruppi partigiani si organizzano e sono numerosissimi e coinvolgono oltre duecentomila donne e uomini, supportati dai civili, la loro opera di sabotaggio porrà in seria difficoltà l’avanzata nazifascista verso Leningrado, Mosca e Stalingrado, oltre duemila treni sono fatti deragliare solo nei primi due anni di guerra, nel 1944 poi, a sostegno dell’avanzata dell’Armata Rossa, verranno sabotati oltre sessantamila binari della rete ferroviaria.
Pëtr Mironovič Mašerov, primo Segretario del Partito Comunista Bielorusso dell’URSS dal 1965, capace di dare impulso all’industria chimica bielorussa, membro del Comitato Centrale del PCUS, ma soprattutto a lungo dirigente del Komsomol e capo partigiano bielorusso, tanto da essere insignito del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica nel 1944 a soli ventisei anni, mentre per il suo lavoro politico diventerà Eroe del Lavoro Socialista nel 1978, in ragione della sua piena consapevolezza di questi drammatici fatti storici promuove una cinematografia coerente con gli avvenimenti bielorussi, ritenendo necessario raccontare l’orrore subito, non realizzare il solito oleografico quadretto sui partigiani, pur riconoscendone e documentandone filmicamente l’eroicità. Nascono così “L’ascesa” di Larisa Shepitko e “Va’ e vedi” di Elem Klimov. Il primo, girato nel gennaio 1974 e terminato nel montaggio alla fine del 1976, è una storia ambientata nella campagna bielorussa in cui donne e uomini pur sotto l’occupazione nazifascista danno la loro vita nella Resistenza. “Va’ e vedi” di Elem Klimov inizia a essere scritto nel 1975 e vedrà la luce solo dieci anni dopo. È un film durissimo e totalmente estraneo a qualsiasi trionfalismo, capace di indagare la devastante tragedia umana e psicologica che accompagna la guerra, scevro da una visione pacificata del conflitto.
Negli anni ’90, mentre in Russia si dimezza il prodotto interno lordo anche a paragone con i turbolenti e poco produttivi anni gorbacioviani, l’aspettativa di vita subisce un durissimo colpo regressivo per la distruzione del sistema sanitario e dello stato sociale e ricchezze per oltre duecento miliardi di dollari vengono depredate e transitano su conti esteri, tutto questo non avviene in Bielorussia in cui il presidente Aljaxsandr Lukašenka, eletto nel giugno del 1994, garantisce la proprietà pubblica e collettiva delle grandi imprese agricole e industriali, a partire da quelle di trattori, autobus, mietitrebbiatrici di tutte le dimensioni e grandi macchine da lavoro a partire dagli autocarri da trasporto e da scavo più grandi del mondo, così come per le raffinerie di petrolio, difende e mantiene lo stato sociale, lotta contro la corruzione, ripristina il controllo sui prezzi dei beni di prima necessità e raddoppia gli stipendi. Il risultato non è il collasso del sistema, paventato dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, ma una forte crescita e un altrettanto considerevole miglioramento delle condizioni materiali di vita della popolazione, una realtà che le stesse missioni dell’Unione Europea, pur politicamente ostili alla Bielorussia, devono constatare ed ammettere, al pari del contenuto debito pubblico, solo un terzo del PIL.
Il consolidamento degli scambi commerciali con la Russia e la Cina e il grande contributo apportato da queste nazioni alla crescita tecnologica e informatica, la libertà di movimento concessa ai bielorussi al pari di un pienamente libero accesso a internet hanno corroborato il consenso verso il sistema sociale di orientamento socialista bielorusso, in cui con oltre quattro milioni di iscritti al sindacato, su una popolazione di dieci milioni di bielorusse e bielorussi, rappresentano la vera organizzazione di massa capace di costruire il consenso, sempre confermato di elezione in elezione per il presidente Lukašenka e i partiti che compongono la sua maggioranza, nonostante i tentativi di sabotaggio operati dall’Occidente e dalla NATO con “rivoluzioni colorate” di modestissima entità, ancorché finanziate con venti milioni di dollari fatti affluire alle organizzazioni dell’opposizione.
La presenza di cristiani cattolici e ortodossi, di musulmani ed ebrei risale al medioevo e i luoghi di culto sono aperti e frequentati. L’Unione Russia – Bielorussia, l’Unione Economica Eurasiatica e l’adesione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e ai BRICS, entrambe queste ultime datate 2024, coronano un posizionamento della Bielorussia a fianco del Sud Globale e per la costruzione di un mondo multipolare, con il quale l’interscambio commerciale è oramai preponderante, nel quadro di una economica dal forte controllo statale a livello macro – economico, con elementi di pianificazione, seppur con una diffusa libertà di intrapresa in particolare nel commercio, nel solco della migliore tradizione cinese di sviluppo delle forze produttive. Il sistema scolastico e quello sanitario sono gratuiti e universali, ritenuti dalle Nazioni Unite e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra i migliori del pianeta, anche grazie al fatto che la produzione interna di medicinali supera quella delle importazioni di farmaci.
L’identità bielorussa abbraccia gli orientamenti universalistici dell’umanista Francysk Skaryna, linguista e traduttore in bielorusso agli albori del Cinquecento dei testi sacri cristiani, come l’eredità russo – sovietica, di cui il il 3 luglio, anniversario della Liberazione avvenuta nel 1944 grazie all’Armata Rossa, suggella il legame attraverso la festa nazionale, soprattutto oggi in cui, tanto i cittadini quanto la dirigenza politica, sono pienamente consapevoli del rischio che si corre nel momento in cui i carri armati della NATO, finanche statunitensi e tedeschi, sono ammassati oltre il confine della Bielorussia, presso le basi militari delle repubbliche baltiche e della Polonia, così come le provocazioni ucraine restano insistenti e ripetute.


