I nuovi “di sinistra”: come stanno cambiando l’America e il Partito Democratico sotto il giogo di un liberalismo sfrenato
Negli Stati Uniti, mentre la lobby sionista sperpera milioni per provare a piazzare candidati democratici amici dei crimini commessi da Tel Aviv nelle primarie per la prossima Camera e il prossimo Senato, ecco che tra i democratici si affermano, non ovunque, ma con una certa capillare diffusione su tutto il territorio nazionale, dei giovani che si dichiarano “socialisti”, il termine è da intendersi ovviamente in “socialdemocratici”, ma è indubbia la serie di rivendicazioni che portano avanti, richieste di casa, scuola, lavoro, assistenza sociale, aiuto alimentare alle famiglie bisognose, mezzi di trasporto pubblici, insomma tutto il contrario dello sfrenato liberismo che ha appassionato la dirigenza di quel partito per oltre trent’anni. Tra l’altro questi giovani democratici di orientamento socialdemocratico sono spesso musulmani, ispanici, afro – americani, in ogni caso dichiaratamente schierati con i palestinesi e contro Israele.
È difficile ipotizzare quanto possa durare la convivenza dentro lo stesso partito di gruppi sociali dagli orientamenti così divaricati, certamente l’impressione è che tale unità non possa durare a lungo. In più questi gruppi di democratici, che chiedono pane e lavoro, trovano del tutto secondari i diritti genderisti propalati dalla stagione wokista, tanto che Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata che aspira a diventare candidata alla presidenziali nel 2028, ha deciso di prendere le distanze da quei temi e richiamarsi piuttosto alle necessità delle lavoratrici, dei lavoratori e dei disoccupati.
È un cambio di passo epocale, probabilmente irreversibile, ma anche il segnale che il destino dei democratici è segnato. Possono dividersi prima delle elezioni parlamentari e presidenziali del 2028, oppure in seguito, ma è evidente che le due fazioni siano tanto progettualmente disomogenee e distanti tra loro che in ogni caso non potrebbe esistere nessun richiamo unitario, anche in una campagna vagamente anti – trumpista, è evidente che una porzione del vecchio apparato ultra-liberista e sionista mai voterebbe per dei socialdemocratici filo – palestinesi, così come questi ultimi mai potrebbero andare votare e sostenere i primi.
Anche sul fronte repubblicano l’unità di facciata mascherata per anni dopo l’arrivo di Donald Trump è arrivata al capolinea, gli ultra – liberisti e sionisti sperano di tornare a prendere il sopravvento, i milioni di poveri che hanno invocato pane e lavoro in una prospettiva conservatrice e contraria a qualsiasi guerra in giro per il mondo, raccoltisi nel variegato e sfaccettato popolo MAGA, i quali hanno aderito per trumpiana ispirazione al Partito Repubblicano, sono totalmente delusi da questo secondo mandato del loro decaduto idolo e sono in attesa di nuove strade da percorrere, magari ispirate da quel James David Vance che da mesi cerca di giocare una partita tutta personale, restando in disparte rispetto ai propositi bellicosi e bellicisti del duo Trump – Rubio.
I neo – con come la nota diplomatica Victoria Nuland e il coniuge politologo Robert Kagan, da un decennio, appena hanno intuito l’arrivo di Donald Trump, hanno abbandonato i repubblicani per correre a ingrossare le file dei democratici, operando assiduamente nell’amministrazione Biden per fomentare la guerra ucraina contro la Russia.
Ora è evidente che tutte e tutti coloro che condividono l’orientamento della coppia Nuland – Kagan non abbiano intenzione di passare neppure un giorno in un partito insieme a dei socialdemocratici filo – palestinesi.
Poiché dentro l’amministrazione statunitense, il Pentagono, i servizi segreti, la porzione di coloro che si riconoscono nelle scelte ultra – liberiste e nell’amicizia con i sionisti sono una quota rilevante, è immaginabile che, a fronte di uno dei due storici partiti capace di portare alla candidatura presidenziale uno dei rappresentanti del vecchio potere mostruosamente unico ancorché bicefalo, i voti di coloro che hanno identiche convinzioni economiche e politiche convergano sul medesimo candidato, anche se ufficialmente risultino membri e militanti dello storico partito avversario.
Tuttavia non è da escludere che, a fronte di una vittoria dei MAGA tra i repubblicani e dei socialdemocratici tra i democratici, si possa presentare l’ipotesi, molto concreta e molto poco fantapolitica, della nascita di un nuovo partito, con ottime possibilità di vincere le elezioni, almeno nel 2028, facendosi erede del pensiero unico che ha dominato la politica statunitense nell’orrendo trentennio Clinton – Bush – Obama. Tale partito vincerebbe non perché maggioritario tra i cittadini, ma perché capace di costruire un’unità tra blocchi di potere politici ed economici convergenti rispetto agli obiettivi di mantenimento del disordine liberista interno e del conflitto planetario con tutto il Sud Globale schierato con il multipolarismo sino – russo.
Il nuovo partito sarebbe in sostanza quanto di più vecchio e poco raccomandabile la politica statunitense possa offrire, una gattopardesca operazione finalizzata a provare a perpetrare un’egemonia planetaria non solo anacronistica, ma del tutto impossibile. Tuttavia gli apparati economici, finanziari, anche quelli dell’intelligenza artificiale, da Musk a Thiel, la cavalcherebbero, questi ultimi con il convincimento di assoggettare ai loro voleri la fragile architettura politico – ideologica che terrebbe insieme il nuovo partito, nonché per smaccata necessità di lucrare sempre il possibile dal potente di turno, con buona pace della loro dichiarata ultra – liberistica volontà.
Per altro la nuova aggregazione avrebbe elementi d’incontro fino a ieri inaspettati, come ad esempio le pretese verso la Groenlandia, non solo dettate dai passati novecenteschi accordi che di fatto già permettono alla Casa Bianca di agire liberamente su quel territorio[1], ma anche nella convergente prospettiva di sfruttamento delle terre rare e di controllo del passaggio artico oggi sotto controllo esclusivamente russo. Inoltre la riduzione dei ghiacci polari e il loro scioglimento sta per scoperchiare l’immonda schifezza dei rifiuti tossici e radioattivi lasciati sul suolo groenlandese dai militari statunitensi nell’arco di più di mezzo secolo, è quindi interesse di Washington poter controllare politicamente l’isola, provando così a sminuire o insabbiare il tutto senza dover immaginare di dover corrispondere ai danesi fantasmagorici risarcimenti per l’enorme danno ecologico prodotto da milioni di litri di acque reflue al momento ancora congelate, strutture in amianto abbandonate a cielo aperto, tonnellate di rifiuti gravemente inquinanti anch’essi al momento congelati, hangar ricoperti da vernici tossiche al piombo, quantità imprecisate di materiali contenenti policlorobifenili, ovviamente tossici e cancerogeni.[2]
Nel frattempo gli almeno cinquanta milioni di statunitensi che avranno votato, metà di qua e metà di là, per i vincitori dentro i vecchi partiti, ma perdenti alle presidenziali, ovvero i repubblicani social – conservatori e i democratici socialdemocratici, non staranno certo a guardare dalla poltrona di casa il tentativo di restaurazione ultra – liberista, preannunciando una stagione di viva e vivacissima conflittualità, anche perché le ricette liberiste non hanno mai contribuito ad aumentare i salari, curare i malati, pagare gli affitti o mandare i figli a scuola.
Vi sono tutte le premesse dunque perché, seppur forse vincente alle presidenziali del 2028, la politica statunitense veda chiudersi definitivamente la stagione novecentesca del bipartitismo onnicomprensivo e onniassorbente, capace di contenere le richieste più estreme nell’alveo di un andamento unitario.
Probabilmente non sono finiti gli Stati Uniti, ma assisteremo al tracollo definitivo degli Stati Uniti per come li abbiamo conosciuti nell’ultimo secolo, massimamente dopo il 1945.
D’altro canto la nascita di forti rivendicazioni sociali rappresenta un’occasione anche per il piccolo ma variegato modo della sinistra marxista statunitense, non solo quello che a vario titolo milita dentro e intorno al gruppo “DSA”, ovvero i “Democratic Socialists of America”, i “Democratici socialisti d’America”, a oggi capace di vantare oltre duecentomila militanti in tutta la nazione e appunto elemento di forte rottura dentro i democratici, ma si pensi anche, restando in ambito politico, al Partito per il Socialismo e la Liberazione, tra i pochi ad avere chiare e coerenti idee multipolari, tanto da salutare sempre con fraterna amicizia non solo Cuba, ma anche la Cina e la Corea Popolare. Nelle elezioni presidenziali degli ultimi vent’anni il Partito per il Socialismo e la Liberazione ha candidato generalmente la storica dirigente Gloria La Riva, nel 2012 Peta Lindsay e nelle ultime presidenziali del 2024 la sociologa newyorkese del Bronx Claudia De la Cruz, delegata statunitense a diciassette anni al Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti dell’Avana del 1997. il Partito per il Socialismo e la Liberazione condanna pubblicamente ed esplicitamente i crimini israeliani, manifesta per Gaza, la Palestina e il Libano, di cui condanna l’invasione israeliana del luglio 2006, inoltre il partito, critico con il fascismo ucraino, collabora con il movimento contro la guerra ed è membro del comitato “Act Now to Stop War and End Racism Coalition”, in sigla A.N.S.W.E.R., sostenendo la fine della presenza militare degli Stati Uniti nel mondo e avanzando la richiesta di immediata chiusura di tutte le basi militari all’estero.
Nelle parole di questi statunitensi marxisti risuonano oggi le idee non solo di Angela Davis, negli anni ‘70 militante del movimento comunista mondiale, ma anche di una delle guide del “Potere Nero”, il “Black Power”, come Stokely Carmichael, convinto assertore della necessità di lottare contro l’oppressione, contro l’imperialismo statunitense, contro il razzismo.
Stokely Carmichael non esitava allora, già oltre mezzo secolo fa, a definire “fascista” il potere statunitense, oggi molti cittadini di quella nazione la pensano esattamente come lui e non si riferiscono nello specifico a Donald Trump e alla sua amministrazione, ma più in generale a quell’apparato di potere democratico – repubblicano che ha trascinato unitariamente l’intera nazione nella profonda crisi in cui versa e da cui chiedono un radicale riscatto.
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[1] https://strategic-culture.su/news/2026/01/13/groenlandia-da-ghiacciata-e-dimenticata-ultima-thule-a-snodo-minerario-militare-e-geostrategico-del-xxi-secolo/
[2] https://www.jungewelt.de/loginFailed.php?ref=/artikel/516526.kalter-krieg-station-unter-eis.html?sstr=Gr%C3%B6nland


