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Giacomo Gabellini
August 20, 2026
© Photo: Public domain

Israele sta affrontando una crisi interna sempre più grave: la fuga dei cervelli, i cambiamenti demografici e il crescente divario tra i diversi gruppi della popolazione mettono in discussione la sostenibilità dell’attuale modello di Stato.

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Nel 2023, stando ai dati forniti dall’Ufficio Centrale di Statistica israeliano, la popolazione israeliana ammontava a circa 9.842.000 persone, di cui 7.208.000 ebrei (inclusi circa 503.000 che vivono in Cisgiordania e circa 234.000 che abitano a Gerusalemme Est), 2.080.000 “arabi” (un macrogruppo in cui le autorità israeliane inseriscono musulmani, cristiani, drusi, circassi e armeni) e 554.000 appartenenti a diversi gruppi minori. Ai poco più di due milioni di arabi dotati di passaporto israeliano, identificati da una parte assai consistente della maggioranza ebraica alla stregua di quinte colonne del nemico, vanno sommati i 5,4 milioni circa di palestinesi che secondo l’Ufficio Centrale di Statistica di Ramallah risiedono tra Cisgiordania e Striscia di Gaza. All’interno dei territori di Eretz Yisrael, il sorpasso della componente araba (7.480.000 persone) su quella ebraica (7.208.000 persone) si è già verificato, e, a dispetto di una lieve risalita del tasso di fertilità ebraico combinata a un netto declino di quello arabo, la percentuale di ebrei sul totale subisce una percettibile diminuzione di anno in anno.

L’accelerazione registrata nel 2023 si deve soprattutto al saldo migratorio nettamente negativo, alimentato dall’espatrio di più di 86.000 israeliani. Il fenomeno si è ripresentato anche nel 2024, nel corso del quale oltre 91.000 cittadini avrebbero lasciato Israele. I dati afferenti al 2025 non sono ancora noti, ma le valutazioni più accreditate convergono verso un ulteriore consolidamento della tendenza che interessa per di più gli strati medio-alti della popolazione. Si parla di impiegati nel settore dell’alta tecnologia, ingegneri, medici e figure professionali di varia natura specializzate nelle scienze dure, in grado di fornire un apporto cruciale alla crescita economica e di costituire la vera e propria spina dorsale delle forze armate israeliane – costituite da riservisti.

Ad alimentare la “fuga dei cervelli” in corso”, evidenzia il «Financial Times» sono l’elevatissimo costo della vita che si registra in Israele e il persistente sforzo bellico su più fronti sostenuto da Israele fin dall’ottobre 2023.

Il vero e proprio motore propulsivo va tuttavia rintracciato, scrive il quotidiano finanziario britannico, nella progressiva polarizzazione che interessa la società israeliana, emblemizzato dalla persistente instabilità politico-istituzionale.

Tra il 2018 e il 2022, Israele ha registrato ben cinque tornate elettorale il cui comun denominatore era costituito dalla conferma di Benjamin Netanyahu a capo del governo. La riduzione della vita politica di un intero Stato a un continuo referendum incentrato sul controverso e divisivo leader del Likud, sottoposto a procedimenti per corruzione, frode e abuso di potere, ha aggiunto un’ulteriore linea di faglia alle fratture preesistenti. La fase di stallo parve superata nel dicembre del 2022, quando Netanyahu annunciò la formazione di quello che è stato bollato «l’esecutivo più radicale della storia di Israele». Una delle prime iniziative assunte dal nuovo governo è consistita nella riforma del sistema giudiziario, intesa a minare l’indipendenza della Corte Suprema che, in un contesto istituzionale caratterizzato da assenza di Costituzione e assetto monocamerale del Parlamento, viene a configurarsi come un fondamentale, imprescindibile contrappeso.

L’intero progetto ruotava interno alla rimozione della cosiddetta “clausola di ragionevolezza” che garantisce all’organo la facoltà di vanificare alcuni provvedimenti del governo. Il disegno si inseriva nel lungo ed estenuante regolamento di conti, e scaturiva dalla doppia esigenza che il potere esecutivo avvertiva di neutralizzare la crescente invasività di quello giudiziario e fornire al premier una rete di sicurezza che lo tutelasse dai procedimenti pendenti sul suo capo.

Il progetto di riforma ha generato enorme subbuglio all’interno del Paese, esasperando la tripartizione della base sociale che si era andata formando subito dopo l’insediamento del governo tra la compagine intenzionata a rovesciarlo, quella incline ad appoggiarlo e quella araba, mantenutasi sostanzialmente ai margini di una crisi destinata a ridefinire l’assetto istituzionale di Israele. Settimana dopo settimana, decine di migliaia di persone appartenenti ai settori laici, liberali, progressisti e prevalentemente ashkenaziti riempirono le piazze di tutte le principali città per protestare contro l’esecutivo, nella convinzione che la riforma congegnata da Netanyahu e dai suoi collaboratori rappresentasse l’ultimo tassello di un processo di scivolamento verso un modello autoritario. La fazione sostenitrice dell’esecutivo, composta per lo più da sionisti religiosi e ultraortodossi sefarditi, ex sovietici e americani, rivendicava invece la legittimità del disegno, in quanto elaborato da un governo formatosi sulla base di regolari elezioni, e rovesciava sui manifestanti l’accusa di eversione. La terzietà proclamata più o meno implicitamente della comunità arabo-israeliana ne confermò il crescente grado di alienazione ed estraneità allo Stato, riducendo il confronto a una battaglia tutta interna al fronte ebraico, la cui posta in gioco è data dalla «proprietà dello Stato, la sua natura».

Significativamente, l’aspro confronto incentrato sulla riforma giudiziaria correva su linee di faglia grosso modo corrispondenti a quelle segnalate nel 2015 dall’allora presidente di Israele Reuven Rivlin.

Avvocato e membro spiccatamente “eterodosso” del Likud, Rivlin pronunciò nel giugno del 2015, in occasione della Conferenza di Herzliya, un angosciato discorso che vivisezionava la società israeliana per come si era venuta delineando rispetto al 1990. Anno al quale, a suo avviso, facevano ancora riferimento le percezioni dell’opinione pubblica, degli intellettuali, della stampa e persino della classe dirigente. All’epoca, la società israeliana risultava dominata da una schiacciante maggioranza laica e sionista, torreggiante su tre gruppi minoritari rappresentati da ebrei religiosi, ultraortodossi e arabi. A un venticinquennio di distanza, i dati attestavano un graduale ma costante processo di livellamento tra le quattro componenti menzionate. Le classi di prima elementare erano composte per il 38% da laici, al 15% da nazional-religiosi, a poco meno del 25% da ultraortodossi e a circa il 25% da arabi. Segno che le dinamiche demografiche stavano ridisegnando la struttura sociale del Paese, generando un “nuovo ordine israeliano”.

Nell’ottica di Rivlin, queste linee di frattura risultavano di gran lunga più determinanti rispetto a quelle relative a etnia (ashkenaziti, mizhraì e sefarditi), appartenenza politica (laburisti e conservatori) e status socio-economico (ricchi e poveri) che segmentavano trasversalmente i quattro gruppi principali aggiungendo ulteriore complessità a un quadro già ampiamente frammentato di suo. In altri termini, «la divisione in quattro gruppi culturali ha un carattere più strutturale», perché riflette l’elevato livello di compartimentazione raggiunto dalla società israeliana. Le quattro tribù indicate di Rivlin vengono educate in scuole diverse, frequentano ambienti separati, attingono informazioni a fonti che si rivolgono esclusivamente a loro e gravitano ciascuna attorno una città di riferimento: i laici a Tel Aviv, gli nazional-religiosi alla colonia di Efrat (fondata da Gush Emunim), gli ultraortodossi a Bnei Braq e gli arabi a Umm al-Fahm. Come spiegò Rivlin: «mentre gli ebrei askenaziti e sefarditi – che siano di destra o di sinistra – iscrivono generalmente i loro figli alle stesse scuole, i bambini nati in Israele e appartenenti a gruppi sociali diversi frequentano di norma scuole diverse, il cui fine è inculcare una cultura, un’etica, una religione e persino un’identità nazionale specifica. Un bambino di Bet ’El, uno di Rahat, uno di Herzliya e uno di Beitar ‘Illiyt non solo non si incontrano mai, ma sono anche educati a visioni completamente diverse dello Stato di Israele e dei suoi valori fondamentali. Uno Stato siffatto sarà secolare, liberale, ebreo e democratico? Sarà uno Stato basato sulla legge religiosa ebraica? O uno Stato religioso e democratico? Sarà uno Stato di tutti i cittadini, di tutte le etnie? O sarà una giustapposizione di tribù? […] Dobbiamo chiederci onestamente: cos’hanno in comune i vari settori della popolazione? Abbiamo un alfabeto civile condiviso, un’etica collettiva? Condividiamo un comune denominatore di valori capace di tenere insieme i vari gruppi nello Stato ebraico e democratico di Israele? […] Siamo noi, membri della popolazione sionista, capaci di accettare il fatto che due gruppi importanti della società, in prospettiva metà della popolazione, non si definiscono sionisti? Non guardano la cerimonia della torcia sul monte Herzl il giorno dell’Indipendenza. Non cantano l’inno nazionale con gli occhi lucidi».

Per decenni, denunciò il presidente della Repubblica, Tsahal si era rivelato un formidabile strumento di socializzazione, all’interno del quale i cittadini israeliani di varia estrazione avevano modo di conoscersi, confrontarsi e trovare elementi comuni. Attualmente, esistono unità militari formate soltanto da nazional-religiosi, e oltre metà della popolazione è esente dal servizio di leva in quanto ultraortodossa e araba. Cioè appartenente ai due macrogruppi che rappresentano allo stesso tempo circa il 50% della forza lavoro e in cui si concentrano i livelli di povertà e disoccupazione più elevati. Lo si evince da un rapporto redatto dall’Ufficio Centrale di Statistica israeliano nel 2012, da cui emerge che entro il 2059 gli arabi israeliani costituiranno il 23% della popolazione e gli ultraortodossi il 27%.

Di questi ultimi, il 60% circa non partecipa alla forza lavoro in quanto assorbito completamente dallo studio delle sacre scritture, grazie a un sistema di sussidi pubblici e agevolazioni fiscali concepito per garantire il sostentamento dell’intera comunità Haredi, trasformandola così in un gruppo che vive letteralmente a spese del resto della società. La complessa rete di benefici allestita in Israele sotto la spinta dei partiti ultraortodossi ha assicurato agli haredim la possibilità di pagare tasse mediamente sei volte più basse rispetto a quelle sostenute dagli israeliani laici, e di ricevere un supporto finanziario di quattro volte maggiore. La conclusione è sorprendente: «gli studenti della scuole Haredi sono così pesantemente sovvenzionati che, per loro, semplicemente non vale la pena andare a lavorare […]. Una Grande Muraglia di disincentivi ha contribuito a stimolare la crescita strabiliante delle scuole a tempo pieno Haredi, e a mantenere un gran numero di ultraortodossi fuori dalla forza lavoro. Si tratta di un sistema che intrappola gli individui Haredi in una gabbia dorata di diritti ancorati allo studio dei testi sacri». Tra il 1979 e il 1998, la quota di uomini appartenenti alla comunità Haredi dotata di un lavoro era crollata dall’85% al 50% scarso. Il sistema educativo Haredi, per di più, «rifiuta di preparare gli studenti a una vita di attività economica produttiva […]. I pochi haredim che intraprendono studi universitari sono relegati nei college di livello più basso a causa delle enormi lacune educative che manifestano, e il 47% di loro finisce per abbandonarli (la media scende al 23% per i non haredim). Questo vasto divario educativo non è semplicemente una questione di cultura o etica. È la ragione principale per cui gli haredim guadagnano molto meno delle loro controparti di diversa estrazione anche una volta entrati nel mondo del lavoro».

Nel maggio 2023, un gruppo comprendente ex funzionari dei Ministeri del Tesoro e delle Finanze e alcuni dei più importanti economisti israeliani ha sottoscritto una lettera indirizzata al governo in cui si richiamava l’attenzione sui rischi che l’incremento costante dei fondi pubblici alle scuole Haredi comportava per il futuro del Paese perché incompatibile con la necessità di modellare un sistema formativo in grado di trasmettere ai giovani israeliani un senso di cittadinanza e identità condivisi. «Lo stanziamento dei fondi a beneficio delle istituzioni educative Haredirecita la missiva – viene attualmente concesso per considerazioni politiche a breve termine, ma nel lungo periodo trasformeranno Israele da un Paese avanzato e prospero a una nazione arretrata in cui gran parte della popolazione non dispone delle competenze di base per la vita nel XXI Secolo».

Anziché raccogliere l’esortazione, smantellando o correggendo la struttura degli incentivi pubblici a vantaggio delle scuole ultraortodosse che scoraggia il lavoro e alimenta le divisioni interne, il governo Netanyahu ne ha accentuato le storture attraverso la moltiplicazione dei sussidi. Il malcontento generalizzato suscitato dal provvedimento ha dissodato il terreno per l’intervento della Corte Suprema, che già nel 2012 aveva ingiunto la riforma del provvedimento di esenzione dal servizio militare per gli ultraortodossi introdotto nel 1948 (quando riguardava appena 400 individui). Di fronte alla cedevolezza dei governi succedutisi nel corso degli anni successivi, regolarmente indotti dai partiti Haredi a rimandare sine die la soluzione del problema, e all’attivismo delle forze laiche, l’organismo giudiziario è tornato sull’argomento imponendo la coscrizione immediata degli ultraortodossi in nome del principio di uguaglianza. Netanyahu, dal canto suo, ha cercato di correre ai ripari richiedendo una nuova proroga puntualmente respinta dalla Corte Suprema attraverso una sentenza provvisoria implicante il congelamento dei fondi pubblici agli studenti haredim inadempienti, senza tuttavia definire misure sanzionatorie nei confronti di coloro che si sottraggano al servizio militare. Il pronunciamento è divenuto oggetto di pesanti contestazioni da parte dei gruppi ultraortodossi, con centinaia di manifestanti spintisi a bloccare alcune trafficatissime arterie stradali in segno di protesta contro l’arruolamento in Tsahal.

Yitzhak Josef, rabbino capo di Israele e figlio del fondatore del partito di riferimento degli ultraortodossi Shas, ha dichiarato senza mezzi termini che «se ci costringono a arruolarci nell’esercito, ci trasferiremo tutti all’estero», paventando una potenziale migrazione di massa in grado di scuotere le fondamenta stesse dello Stato. E ha aggiunto: «le yeshiva e i kollel [istituti preposti allo studio a tempo pieno dei testi sacri, nda] rappresentano i pilastri del mondo. Lo Stato esiste grazie allo studio della Torah e senza la Torah non si sarebbe verificato alcun successo per l’esercito».

A riprova del fatto che, come evidenziato anni prima da Rivlin, «la politica israeliana è costruita in gran parte su un gioco intertribale a somma zero. Una tribù, gli arabi, per sua scelta o meno, non è realmente parte del gioco. Le altre tre sembrano assorbite da una lotta per la sopravvivenza […] combattuta da ognuna a esclusivo vantaggio del proprio campo».

La persistenza del saldo migratorio negativo che Israele registra ormai da un triennio scaturisce dalle spaccature segnalate da Rivlin nel 2015 e allargatesi progressivamente nel corso degli anni successivi. Qualora le elezioni politiche di ottobre dovessero consacrare la riconferma della coalizione che sostiene il governo Netanyahu, i flussi in uscita potrebbero ingigantirsi ulteriormente, ponendo le autorità di Tel Aviv di fronte all’esigenza tassativa di tamponare in qualche modo l’emorragia in corso. Il consolidato escamotage consistente nell’importazione di manovalanza di base dal subcontinente indiano, a cui il governo israeliano ricorre ormai da anni, configura una risposta squisitamente quantitativa e non qualitativa al problema. Chi arriva non dispone nemmeno lontanamente della qualifica di chi parte, e verrà contestualmente relegato a mansioni schiavili o semi-schiavili. L’economia israeliana, di conseguenza, perderà gradualmente le tradizionali vette di specializzazione, mentre la società continuerà a scivolare sul piano inclinato della radicalizzazione.

La profezia di Reuven Rivlin su Israele

Israele sta affrontando una crisi interna sempre più grave: la fuga dei cervelli, i cambiamenti demografici e il crescente divario tra i diversi gruppi della popolazione mettono in discussione la sostenibilità dell’attuale modello di Stato.

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Nel 2023, stando ai dati forniti dall’Ufficio Centrale di Statistica israeliano, la popolazione israeliana ammontava a circa 9.842.000 persone, di cui 7.208.000 ebrei (inclusi circa 503.000 che vivono in Cisgiordania e circa 234.000 che abitano a Gerusalemme Est), 2.080.000 “arabi” (un macrogruppo in cui le autorità israeliane inseriscono musulmani, cristiani, drusi, circassi e armeni) e 554.000 appartenenti a diversi gruppi minori. Ai poco più di due milioni di arabi dotati di passaporto israeliano, identificati da una parte assai consistente della maggioranza ebraica alla stregua di quinte colonne del nemico, vanno sommati i 5,4 milioni circa di palestinesi che secondo l’Ufficio Centrale di Statistica di Ramallah risiedono tra Cisgiordania e Striscia di Gaza. All’interno dei territori di Eretz Yisrael, il sorpasso della componente araba (7.480.000 persone) su quella ebraica (7.208.000 persone) si è già verificato, e, a dispetto di una lieve risalita del tasso di fertilità ebraico combinata a un netto declino di quello arabo, la percentuale di ebrei sul totale subisce una percettibile diminuzione di anno in anno.

L’accelerazione registrata nel 2023 si deve soprattutto al saldo migratorio nettamente negativo, alimentato dall’espatrio di più di 86.000 israeliani. Il fenomeno si è ripresentato anche nel 2024, nel corso del quale oltre 91.000 cittadini avrebbero lasciato Israele. I dati afferenti al 2025 non sono ancora noti, ma le valutazioni più accreditate convergono verso un ulteriore consolidamento della tendenza che interessa per di più gli strati medio-alti della popolazione. Si parla di impiegati nel settore dell’alta tecnologia, ingegneri, medici e figure professionali di varia natura specializzate nelle scienze dure, in grado di fornire un apporto cruciale alla crescita economica e di costituire la vera e propria spina dorsale delle forze armate israeliane – costituite da riservisti.

Ad alimentare la “fuga dei cervelli” in corso”, evidenzia il «Financial Times» sono l’elevatissimo costo della vita che si registra in Israele e il persistente sforzo bellico su più fronti sostenuto da Israele fin dall’ottobre 2023.

Il vero e proprio motore propulsivo va tuttavia rintracciato, scrive il quotidiano finanziario britannico, nella progressiva polarizzazione che interessa la società israeliana, emblemizzato dalla persistente instabilità politico-istituzionale.

Tra il 2018 e il 2022, Israele ha registrato ben cinque tornate elettorale il cui comun denominatore era costituito dalla conferma di Benjamin Netanyahu a capo del governo. La riduzione della vita politica di un intero Stato a un continuo referendum incentrato sul controverso e divisivo leader del Likud, sottoposto a procedimenti per corruzione, frode e abuso di potere, ha aggiunto un’ulteriore linea di faglia alle fratture preesistenti. La fase di stallo parve superata nel dicembre del 2022, quando Netanyahu annunciò la formazione di quello che è stato bollato «l’esecutivo più radicale della storia di Israele». Una delle prime iniziative assunte dal nuovo governo è consistita nella riforma del sistema giudiziario, intesa a minare l’indipendenza della Corte Suprema che, in un contesto istituzionale caratterizzato da assenza di Costituzione e assetto monocamerale del Parlamento, viene a configurarsi come un fondamentale, imprescindibile contrappeso.

L’intero progetto ruotava interno alla rimozione della cosiddetta “clausola di ragionevolezza” che garantisce all’organo la facoltà di vanificare alcuni provvedimenti del governo. Il disegno si inseriva nel lungo ed estenuante regolamento di conti, e scaturiva dalla doppia esigenza che il potere esecutivo avvertiva di neutralizzare la crescente invasività di quello giudiziario e fornire al premier una rete di sicurezza che lo tutelasse dai procedimenti pendenti sul suo capo.

Il progetto di riforma ha generato enorme subbuglio all’interno del Paese, esasperando la tripartizione della base sociale che si era andata formando subito dopo l’insediamento del governo tra la compagine intenzionata a rovesciarlo, quella incline ad appoggiarlo e quella araba, mantenutasi sostanzialmente ai margini di una crisi destinata a ridefinire l’assetto istituzionale di Israele. Settimana dopo settimana, decine di migliaia di persone appartenenti ai settori laici, liberali, progressisti e prevalentemente ashkenaziti riempirono le piazze di tutte le principali città per protestare contro l’esecutivo, nella convinzione che la riforma congegnata da Netanyahu e dai suoi collaboratori rappresentasse l’ultimo tassello di un processo di scivolamento verso un modello autoritario. La fazione sostenitrice dell’esecutivo, composta per lo più da sionisti religiosi e ultraortodossi sefarditi, ex sovietici e americani, rivendicava invece la legittimità del disegno, in quanto elaborato da un governo formatosi sulla base di regolari elezioni, e rovesciava sui manifestanti l’accusa di eversione. La terzietà proclamata più o meno implicitamente della comunità arabo-israeliana ne confermò il crescente grado di alienazione ed estraneità allo Stato, riducendo il confronto a una battaglia tutta interna al fronte ebraico, la cui posta in gioco è data dalla «proprietà dello Stato, la sua natura».

Significativamente, l’aspro confronto incentrato sulla riforma giudiziaria correva su linee di faglia grosso modo corrispondenti a quelle segnalate nel 2015 dall’allora presidente di Israele Reuven Rivlin.

Avvocato e membro spiccatamente “eterodosso” del Likud, Rivlin pronunciò nel giugno del 2015, in occasione della Conferenza di Herzliya, un angosciato discorso che vivisezionava la società israeliana per come si era venuta delineando rispetto al 1990. Anno al quale, a suo avviso, facevano ancora riferimento le percezioni dell’opinione pubblica, degli intellettuali, della stampa e persino della classe dirigente. All’epoca, la società israeliana risultava dominata da una schiacciante maggioranza laica e sionista, torreggiante su tre gruppi minoritari rappresentati da ebrei religiosi, ultraortodossi e arabi. A un venticinquennio di distanza, i dati attestavano un graduale ma costante processo di livellamento tra le quattro componenti menzionate. Le classi di prima elementare erano composte per il 38% da laici, al 15% da nazional-religiosi, a poco meno del 25% da ultraortodossi e a circa il 25% da arabi. Segno che le dinamiche demografiche stavano ridisegnando la struttura sociale del Paese, generando un “nuovo ordine israeliano”.

Nell’ottica di Rivlin, queste linee di frattura risultavano di gran lunga più determinanti rispetto a quelle relative a etnia (ashkenaziti, mizhraì e sefarditi), appartenenza politica (laburisti e conservatori) e status socio-economico (ricchi e poveri) che segmentavano trasversalmente i quattro gruppi principali aggiungendo ulteriore complessità a un quadro già ampiamente frammentato di suo. In altri termini, «la divisione in quattro gruppi culturali ha un carattere più strutturale», perché riflette l’elevato livello di compartimentazione raggiunto dalla società israeliana. Le quattro tribù indicate di Rivlin vengono educate in scuole diverse, frequentano ambienti separati, attingono informazioni a fonti che si rivolgono esclusivamente a loro e gravitano ciascuna attorno una città di riferimento: i laici a Tel Aviv, gli nazional-religiosi alla colonia di Efrat (fondata da Gush Emunim), gli ultraortodossi a Bnei Braq e gli arabi a Umm al-Fahm. Come spiegò Rivlin: «mentre gli ebrei askenaziti e sefarditi – che siano di destra o di sinistra – iscrivono generalmente i loro figli alle stesse scuole, i bambini nati in Israele e appartenenti a gruppi sociali diversi frequentano di norma scuole diverse, il cui fine è inculcare una cultura, un’etica, una religione e persino un’identità nazionale specifica. Un bambino di Bet ’El, uno di Rahat, uno di Herzliya e uno di Beitar ‘Illiyt non solo non si incontrano mai, ma sono anche educati a visioni completamente diverse dello Stato di Israele e dei suoi valori fondamentali. Uno Stato siffatto sarà secolare, liberale, ebreo e democratico? Sarà uno Stato basato sulla legge religiosa ebraica? O uno Stato religioso e democratico? Sarà uno Stato di tutti i cittadini, di tutte le etnie? O sarà una giustapposizione di tribù? […] Dobbiamo chiederci onestamente: cos’hanno in comune i vari settori della popolazione? Abbiamo un alfabeto civile condiviso, un’etica collettiva? Condividiamo un comune denominatore di valori capace di tenere insieme i vari gruppi nello Stato ebraico e democratico di Israele? […] Siamo noi, membri della popolazione sionista, capaci di accettare il fatto che due gruppi importanti della società, in prospettiva metà della popolazione, non si definiscono sionisti? Non guardano la cerimonia della torcia sul monte Herzl il giorno dell’Indipendenza. Non cantano l’inno nazionale con gli occhi lucidi».

Per decenni, denunciò il presidente della Repubblica, Tsahal si era rivelato un formidabile strumento di socializzazione, all’interno del quale i cittadini israeliani di varia estrazione avevano modo di conoscersi, confrontarsi e trovare elementi comuni. Attualmente, esistono unità militari formate soltanto da nazional-religiosi, e oltre metà della popolazione è esente dal servizio di leva in quanto ultraortodossa e araba. Cioè appartenente ai due macrogruppi che rappresentano allo stesso tempo circa il 50% della forza lavoro e in cui si concentrano i livelli di povertà e disoccupazione più elevati. Lo si evince da un rapporto redatto dall’Ufficio Centrale di Statistica israeliano nel 2012, da cui emerge che entro il 2059 gli arabi israeliani costituiranno il 23% della popolazione e gli ultraortodossi il 27%.

Di questi ultimi, il 60% circa non partecipa alla forza lavoro in quanto assorbito completamente dallo studio delle sacre scritture, grazie a un sistema di sussidi pubblici e agevolazioni fiscali concepito per garantire il sostentamento dell’intera comunità Haredi, trasformandola così in un gruppo che vive letteralmente a spese del resto della società. La complessa rete di benefici allestita in Israele sotto la spinta dei partiti ultraortodossi ha assicurato agli haredim la possibilità di pagare tasse mediamente sei volte più basse rispetto a quelle sostenute dagli israeliani laici, e di ricevere un supporto finanziario di quattro volte maggiore. La conclusione è sorprendente: «gli studenti della scuole Haredi sono così pesantemente sovvenzionati che, per loro, semplicemente non vale la pena andare a lavorare […]. Una Grande Muraglia di disincentivi ha contribuito a stimolare la crescita strabiliante delle scuole a tempo pieno Haredi, e a mantenere un gran numero di ultraortodossi fuori dalla forza lavoro. Si tratta di un sistema che intrappola gli individui Haredi in una gabbia dorata di diritti ancorati allo studio dei testi sacri». Tra il 1979 e il 1998, la quota di uomini appartenenti alla comunità Haredi dotata di un lavoro era crollata dall’85% al 50% scarso. Il sistema educativo Haredi, per di più, «rifiuta di preparare gli studenti a una vita di attività economica produttiva […]. I pochi haredim che intraprendono studi universitari sono relegati nei college di livello più basso a causa delle enormi lacune educative che manifestano, e il 47% di loro finisce per abbandonarli (la media scende al 23% per i non haredim). Questo vasto divario educativo non è semplicemente una questione di cultura o etica. È la ragione principale per cui gli haredim guadagnano molto meno delle loro controparti di diversa estrazione anche una volta entrati nel mondo del lavoro».

Nel maggio 2023, un gruppo comprendente ex funzionari dei Ministeri del Tesoro e delle Finanze e alcuni dei più importanti economisti israeliani ha sottoscritto una lettera indirizzata al governo in cui si richiamava l’attenzione sui rischi che l’incremento costante dei fondi pubblici alle scuole Haredi comportava per il futuro del Paese perché incompatibile con la necessità di modellare un sistema formativo in grado di trasmettere ai giovani israeliani un senso di cittadinanza e identità condivisi. «Lo stanziamento dei fondi a beneficio delle istituzioni educative Haredirecita la missiva – viene attualmente concesso per considerazioni politiche a breve termine, ma nel lungo periodo trasformeranno Israele da un Paese avanzato e prospero a una nazione arretrata in cui gran parte della popolazione non dispone delle competenze di base per la vita nel XXI Secolo».

Anziché raccogliere l’esortazione, smantellando o correggendo la struttura degli incentivi pubblici a vantaggio delle scuole ultraortodosse che scoraggia il lavoro e alimenta le divisioni interne, il governo Netanyahu ne ha accentuato le storture attraverso la moltiplicazione dei sussidi. Il malcontento generalizzato suscitato dal provvedimento ha dissodato il terreno per l’intervento della Corte Suprema, che già nel 2012 aveva ingiunto la riforma del provvedimento di esenzione dal servizio militare per gli ultraortodossi introdotto nel 1948 (quando riguardava appena 400 individui). Di fronte alla cedevolezza dei governi succedutisi nel corso degli anni successivi, regolarmente indotti dai partiti Haredi a rimandare sine die la soluzione del problema, e all’attivismo delle forze laiche, l’organismo giudiziario è tornato sull’argomento imponendo la coscrizione immediata degli ultraortodossi in nome del principio di uguaglianza. Netanyahu, dal canto suo, ha cercato di correre ai ripari richiedendo una nuova proroga puntualmente respinta dalla Corte Suprema attraverso una sentenza provvisoria implicante il congelamento dei fondi pubblici agli studenti haredim inadempienti, senza tuttavia definire misure sanzionatorie nei confronti di coloro che si sottraggano al servizio militare. Il pronunciamento è divenuto oggetto di pesanti contestazioni da parte dei gruppi ultraortodossi, con centinaia di manifestanti spintisi a bloccare alcune trafficatissime arterie stradali in segno di protesta contro l’arruolamento in Tsahal.

Yitzhak Josef, rabbino capo di Israele e figlio del fondatore del partito di riferimento degli ultraortodossi Shas, ha dichiarato senza mezzi termini che «se ci costringono a arruolarci nell’esercito, ci trasferiremo tutti all’estero», paventando una potenziale migrazione di massa in grado di scuotere le fondamenta stesse dello Stato. E ha aggiunto: «le yeshiva e i kollel [istituti preposti allo studio a tempo pieno dei testi sacri, nda] rappresentano i pilastri del mondo. Lo Stato esiste grazie allo studio della Torah e senza la Torah non si sarebbe verificato alcun successo per l’esercito».

A riprova del fatto che, come evidenziato anni prima da Rivlin, «la politica israeliana è costruita in gran parte su un gioco intertribale a somma zero. Una tribù, gli arabi, per sua scelta o meno, non è realmente parte del gioco. Le altre tre sembrano assorbite da una lotta per la sopravvivenza […] combattuta da ognuna a esclusivo vantaggio del proprio campo».

La persistenza del saldo migratorio negativo che Israele registra ormai da un triennio scaturisce dalle spaccature segnalate da Rivlin nel 2015 e allargatesi progressivamente nel corso degli anni successivi. Qualora le elezioni politiche di ottobre dovessero consacrare la riconferma della coalizione che sostiene il governo Netanyahu, i flussi in uscita potrebbero ingigantirsi ulteriormente, ponendo le autorità di Tel Aviv di fronte all’esigenza tassativa di tamponare in qualche modo l’emorragia in corso. Il consolidato escamotage consistente nell’importazione di manovalanza di base dal subcontinente indiano, a cui il governo israeliano ricorre ormai da anni, configura una risposta squisitamente quantitativa e non qualitativa al problema. Chi arriva non dispone nemmeno lontanamente della qualifica di chi parte, e verrà contestualmente relegato a mansioni schiavili o semi-schiavili. L’economia israeliana, di conseguenza, perderà gradualmente le tradizionali vette di specializzazione, mentre la società continuerà a scivolare sul piano inclinato della radicalizzazione.

Israele sta affrontando una crisi interna sempre più grave: la fuga dei cervelli, i cambiamenti demografici e il crescente divario tra i diversi gruppi della popolazione mettono in discussione la sostenibilità dell’attuale modello di Stato.

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Nel 2023, stando ai dati forniti dall’Ufficio Centrale di Statistica israeliano, la popolazione israeliana ammontava a circa 9.842.000 persone, di cui 7.208.000 ebrei (inclusi circa 503.000 che vivono in Cisgiordania e circa 234.000 che abitano a Gerusalemme Est), 2.080.000 “arabi” (un macrogruppo in cui le autorità israeliane inseriscono musulmani, cristiani, drusi, circassi e armeni) e 554.000 appartenenti a diversi gruppi minori. Ai poco più di due milioni di arabi dotati di passaporto israeliano, identificati da una parte assai consistente della maggioranza ebraica alla stregua di quinte colonne del nemico, vanno sommati i 5,4 milioni circa di palestinesi che secondo l’Ufficio Centrale di Statistica di Ramallah risiedono tra Cisgiordania e Striscia di Gaza. All’interno dei territori di Eretz Yisrael, il sorpasso della componente araba (7.480.000 persone) su quella ebraica (7.208.000 persone) si è già verificato, e, a dispetto di una lieve risalita del tasso di fertilità ebraico combinata a un netto declino di quello arabo, la percentuale di ebrei sul totale subisce una percettibile diminuzione di anno in anno.

L’accelerazione registrata nel 2023 si deve soprattutto al saldo migratorio nettamente negativo, alimentato dall’espatrio di più di 86.000 israeliani. Il fenomeno si è ripresentato anche nel 2024, nel corso del quale oltre 91.000 cittadini avrebbero lasciato Israele. I dati afferenti al 2025 non sono ancora noti, ma le valutazioni più accreditate convergono verso un ulteriore consolidamento della tendenza che interessa per di più gli strati medio-alti della popolazione. Si parla di impiegati nel settore dell’alta tecnologia, ingegneri, medici e figure professionali di varia natura specializzate nelle scienze dure, in grado di fornire un apporto cruciale alla crescita economica e di costituire la vera e propria spina dorsale delle forze armate israeliane – costituite da riservisti.

Ad alimentare la “fuga dei cervelli” in corso”, evidenzia il «Financial Times» sono l’elevatissimo costo della vita che si registra in Israele e il persistente sforzo bellico su più fronti sostenuto da Israele fin dall’ottobre 2023.

Il vero e proprio motore propulsivo va tuttavia rintracciato, scrive il quotidiano finanziario britannico, nella progressiva polarizzazione che interessa la società israeliana, emblemizzato dalla persistente instabilità politico-istituzionale.

Tra il 2018 e il 2022, Israele ha registrato ben cinque tornate elettorale il cui comun denominatore era costituito dalla conferma di Benjamin Netanyahu a capo del governo. La riduzione della vita politica di un intero Stato a un continuo referendum incentrato sul controverso e divisivo leader del Likud, sottoposto a procedimenti per corruzione, frode e abuso di potere, ha aggiunto un’ulteriore linea di faglia alle fratture preesistenti. La fase di stallo parve superata nel dicembre del 2022, quando Netanyahu annunciò la formazione di quello che è stato bollato «l’esecutivo più radicale della storia di Israele». Una delle prime iniziative assunte dal nuovo governo è consistita nella riforma del sistema giudiziario, intesa a minare l’indipendenza della Corte Suprema che, in un contesto istituzionale caratterizzato da assenza di Costituzione e assetto monocamerale del Parlamento, viene a configurarsi come un fondamentale, imprescindibile contrappeso.

L’intero progetto ruotava interno alla rimozione della cosiddetta “clausola di ragionevolezza” che garantisce all’organo la facoltà di vanificare alcuni provvedimenti del governo. Il disegno si inseriva nel lungo ed estenuante regolamento di conti, e scaturiva dalla doppia esigenza che il potere esecutivo avvertiva di neutralizzare la crescente invasività di quello giudiziario e fornire al premier una rete di sicurezza che lo tutelasse dai procedimenti pendenti sul suo capo.

Il progetto di riforma ha generato enorme subbuglio all’interno del Paese, esasperando la tripartizione della base sociale che si era andata formando subito dopo l’insediamento del governo tra la compagine intenzionata a rovesciarlo, quella incline ad appoggiarlo e quella araba, mantenutasi sostanzialmente ai margini di una crisi destinata a ridefinire l’assetto istituzionale di Israele. Settimana dopo settimana, decine di migliaia di persone appartenenti ai settori laici, liberali, progressisti e prevalentemente ashkenaziti riempirono le piazze di tutte le principali città per protestare contro l’esecutivo, nella convinzione che la riforma congegnata da Netanyahu e dai suoi collaboratori rappresentasse l’ultimo tassello di un processo di scivolamento verso un modello autoritario. La fazione sostenitrice dell’esecutivo, composta per lo più da sionisti religiosi e ultraortodossi sefarditi, ex sovietici e americani, rivendicava invece la legittimità del disegno, in quanto elaborato da un governo formatosi sulla base di regolari elezioni, e rovesciava sui manifestanti l’accusa di eversione. La terzietà proclamata più o meno implicitamente della comunità arabo-israeliana ne confermò il crescente grado di alienazione ed estraneità allo Stato, riducendo il confronto a una battaglia tutta interna al fronte ebraico, la cui posta in gioco è data dalla «proprietà dello Stato, la sua natura».

Significativamente, l’aspro confronto incentrato sulla riforma giudiziaria correva su linee di faglia grosso modo corrispondenti a quelle segnalate nel 2015 dall’allora presidente di Israele Reuven Rivlin.

Avvocato e membro spiccatamente “eterodosso” del Likud, Rivlin pronunciò nel giugno del 2015, in occasione della Conferenza di Herzliya, un angosciato discorso che vivisezionava la società israeliana per come si era venuta delineando rispetto al 1990. Anno al quale, a suo avviso, facevano ancora riferimento le percezioni dell’opinione pubblica, degli intellettuali, della stampa e persino della classe dirigente. All’epoca, la società israeliana risultava dominata da una schiacciante maggioranza laica e sionista, torreggiante su tre gruppi minoritari rappresentati da ebrei religiosi, ultraortodossi e arabi. A un venticinquennio di distanza, i dati attestavano un graduale ma costante processo di livellamento tra le quattro componenti menzionate. Le classi di prima elementare erano composte per il 38% da laici, al 15% da nazional-religiosi, a poco meno del 25% da ultraortodossi e a circa il 25% da arabi. Segno che le dinamiche demografiche stavano ridisegnando la struttura sociale del Paese, generando un “nuovo ordine israeliano”.

Nell’ottica di Rivlin, queste linee di frattura risultavano di gran lunga più determinanti rispetto a quelle relative a etnia (ashkenaziti, mizhraì e sefarditi), appartenenza politica (laburisti e conservatori) e status socio-economico (ricchi e poveri) che segmentavano trasversalmente i quattro gruppi principali aggiungendo ulteriore complessità a un quadro già ampiamente frammentato di suo. In altri termini, «la divisione in quattro gruppi culturali ha un carattere più strutturale», perché riflette l’elevato livello di compartimentazione raggiunto dalla società israeliana. Le quattro tribù indicate di Rivlin vengono educate in scuole diverse, frequentano ambienti separati, attingono informazioni a fonti che si rivolgono esclusivamente a loro e gravitano ciascuna attorno una città di riferimento: i laici a Tel Aviv, gli nazional-religiosi alla colonia di Efrat (fondata da Gush Emunim), gli ultraortodossi a Bnei Braq e gli arabi a Umm al-Fahm. Come spiegò Rivlin: «mentre gli ebrei askenaziti e sefarditi – che siano di destra o di sinistra – iscrivono generalmente i loro figli alle stesse scuole, i bambini nati in Israele e appartenenti a gruppi sociali diversi frequentano di norma scuole diverse, il cui fine è inculcare una cultura, un’etica, una religione e persino un’identità nazionale specifica. Un bambino di Bet ’El, uno di Rahat, uno di Herzliya e uno di Beitar ‘Illiyt non solo non si incontrano mai, ma sono anche educati a visioni completamente diverse dello Stato di Israele e dei suoi valori fondamentali. Uno Stato siffatto sarà secolare, liberale, ebreo e democratico? Sarà uno Stato basato sulla legge religiosa ebraica? O uno Stato religioso e democratico? Sarà uno Stato di tutti i cittadini, di tutte le etnie? O sarà una giustapposizione di tribù? […] Dobbiamo chiederci onestamente: cos’hanno in comune i vari settori della popolazione? Abbiamo un alfabeto civile condiviso, un’etica collettiva? Condividiamo un comune denominatore di valori capace di tenere insieme i vari gruppi nello Stato ebraico e democratico di Israele? […] Siamo noi, membri della popolazione sionista, capaci di accettare il fatto che due gruppi importanti della società, in prospettiva metà della popolazione, non si definiscono sionisti? Non guardano la cerimonia della torcia sul monte Herzl il giorno dell’Indipendenza. Non cantano l’inno nazionale con gli occhi lucidi».

Per decenni, denunciò il presidente della Repubblica, Tsahal si era rivelato un formidabile strumento di socializzazione, all’interno del quale i cittadini israeliani di varia estrazione avevano modo di conoscersi, confrontarsi e trovare elementi comuni. Attualmente, esistono unità militari formate soltanto da nazional-religiosi, e oltre metà della popolazione è esente dal servizio di leva in quanto ultraortodossa e araba. Cioè appartenente ai due macrogruppi che rappresentano allo stesso tempo circa il 50% della forza lavoro e in cui si concentrano i livelli di povertà e disoccupazione più elevati. Lo si evince da un rapporto redatto dall’Ufficio Centrale di Statistica israeliano nel 2012, da cui emerge che entro il 2059 gli arabi israeliani costituiranno il 23% della popolazione e gli ultraortodossi il 27%.

Di questi ultimi, il 60% circa non partecipa alla forza lavoro in quanto assorbito completamente dallo studio delle sacre scritture, grazie a un sistema di sussidi pubblici e agevolazioni fiscali concepito per garantire il sostentamento dell’intera comunità Haredi, trasformandola così in un gruppo che vive letteralmente a spese del resto della società. La complessa rete di benefici allestita in Israele sotto la spinta dei partiti ultraortodossi ha assicurato agli haredim la possibilità di pagare tasse mediamente sei volte più basse rispetto a quelle sostenute dagli israeliani laici, e di ricevere un supporto finanziario di quattro volte maggiore. La conclusione è sorprendente: «gli studenti della scuole Haredi sono così pesantemente sovvenzionati che, per loro, semplicemente non vale la pena andare a lavorare […]. Una Grande Muraglia di disincentivi ha contribuito a stimolare la crescita strabiliante delle scuole a tempo pieno Haredi, e a mantenere un gran numero di ultraortodossi fuori dalla forza lavoro. Si tratta di un sistema che intrappola gli individui Haredi in una gabbia dorata di diritti ancorati allo studio dei testi sacri». Tra il 1979 e il 1998, la quota di uomini appartenenti alla comunità Haredi dotata di un lavoro era crollata dall’85% al 50% scarso. Il sistema educativo Haredi, per di più, «rifiuta di preparare gli studenti a una vita di attività economica produttiva […]. I pochi haredim che intraprendono studi universitari sono relegati nei college di livello più basso a causa delle enormi lacune educative che manifestano, e il 47% di loro finisce per abbandonarli (la media scende al 23% per i non haredim). Questo vasto divario educativo non è semplicemente una questione di cultura o etica. È la ragione principale per cui gli haredim guadagnano molto meno delle loro controparti di diversa estrazione anche una volta entrati nel mondo del lavoro».

Nel maggio 2023, un gruppo comprendente ex funzionari dei Ministeri del Tesoro e delle Finanze e alcuni dei più importanti economisti israeliani ha sottoscritto una lettera indirizzata al governo in cui si richiamava l’attenzione sui rischi che l’incremento costante dei fondi pubblici alle scuole Haredi comportava per il futuro del Paese perché incompatibile con la necessità di modellare un sistema formativo in grado di trasmettere ai giovani israeliani un senso di cittadinanza e identità condivisi. «Lo stanziamento dei fondi a beneficio delle istituzioni educative Haredirecita la missiva – viene attualmente concesso per considerazioni politiche a breve termine, ma nel lungo periodo trasformeranno Israele da un Paese avanzato e prospero a una nazione arretrata in cui gran parte della popolazione non dispone delle competenze di base per la vita nel XXI Secolo».

Anziché raccogliere l’esortazione, smantellando o correggendo la struttura degli incentivi pubblici a vantaggio delle scuole ultraortodosse che scoraggia il lavoro e alimenta le divisioni interne, il governo Netanyahu ne ha accentuato le storture attraverso la moltiplicazione dei sussidi. Il malcontento generalizzato suscitato dal provvedimento ha dissodato il terreno per l’intervento della Corte Suprema, che già nel 2012 aveva ingiunto la riforma del provvedimento di esenzione dal servizio militare per gli ultraortodossi introdotto nel 1948 (quando riguardava appena 400 individui). Di fronte alla cedevolezza dei governi succedutisi nel corso degli anni successivi, regolarmente indotti dai partiti Haredi a rimandare sine die la soluzione del problema, e all’attivismo delle forze laiche, l’organismo giudiziario è tornato sull’argomento imponendo la coscrizione immediata degli ultraortodossi in nome del principio di uguaglianza. Netanyahu, dal canto suo, ha cercato di correre ai ripari richiedendo una nuova proroga puntualmente respinta dalla Corte Suprema attraverso una sentenza provvisoria implicante il congelamento dei fondi pubblici agli studenti haredim inadempienti, senza tuttavia definire misure sanzionatorie nei confronti di coloro che si sottraggano al servizio militare. Il pronunciamento è divenuto oggetto di pesanti contestazioni da parte dei gruppi ultraortodossi, con centinaia di manifestanti spintisi a bloccare alcune trafficatissime arterie stradali in segno di protesta contro l’arruolamento in Tsahal.

Yitzhak Josef, rabbino capo di Israele e figlio del fondatore del partito di riferimento degli ultraortodossi Shas, ha dichiarato senza mezzi termini che «se ci costringono a arruolarci nell’esercito, ci trasferiremo tutti all’estero», paventando una potenziale migrazione di massa in grado di scuotere le fondamenta stesse dello Stato. E ha aggiunto: «le yeshiva e i kollel [istituti preposti allo studio a tempo pieno dei testi sacri, nda] rappresentano i pilastri del mondo. Lo Stato esiste grazie allo studio della Torah e senza la Torah non si sarebbe verificato alcun successo per l’esercito».

A riprova del fatto che, come evidenziato anni prima da Rivlin, «la politica israeliana è costruita in gran parte su un gioco intertribale a somma zero. Una tribù, gli arabi, per sua scelta o meno, non è realmente parte del gioco. Le altre tre sembrano assorbite da una lotta per la sopravvivenza […] combattuta da ognuna a esclusivo vantaggio del proprio campo».

La persistenza del saldo migratorio negativo che Israele registra ormai da un triennio scaturisce dalle spaccature segnalate da Rivlin nel 2015 e allargatesi progressivamente nel corso degli anni successivi. Qualora le elezioni politiche di ottobre dovessero consacrare la riconferma della coalizione che sostiene il governo Netanyahu, i flussi in uscita potrebbero ingigantirsi ulteriormente, ponendo le autorità di Tel Aviv di fronte all’esigenza tassativa di tamponare in qualche modo l’emorragia in corso. Il consolidato escamotage consistente nell’importazione di manovalanza di base dal subcontinente indiano, a cui il governo israeliano ricorre ormai da anni, configura una risposta squisitamente quantitativa e non qualitativa al problema. Chi arriva non dispone nemmeno lontanamente della qualifica di chi parte, e verrà contestualmente relegato a mansioni schiavili o semi-schiavili. L’economia israeliana, di conseguenza, perderà gradualmente le tradizionali vette di specializzazione, mentre la società continuerà a scivolare sul piano inclinato della radicalizzazione.

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August 13, 2026

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