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Giacomo Gabellini
September 1, 2026
© Photo: Public domain

Guerra, crisi, aumento senza precedenti del debito pubblico: in che modo i fattori interni ed esterni influenzano l’economia degli Stati Uniti

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Il rapporto sui risparmi emergenziali negli Stati Uniti pubblicato da Bankrate all’inizio di febbraio sulla base delle rilevazioni effettuate nel dicembre 2025 attesta che soltanto il 47% statunitensi disponeva di liquidità sufficiente per coprire una spesa imprevista di 1.000 dollari. Un dato allarmante, che scaturisce dal declino costante – spalmato su un periodo ormai pluridecennale – della quota di reddito nazionale destinata ai lavoratori, crollata al minimo storico (52,9%) nel secondo trimestre del 2026.

Al declino tendenziale dei salari corrisponde un processo di concentrazione della ricchezza letteralmente senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. Stando alle stime formulate dagli economisti Gabriel Zucman ed Emmanuel Saez, all’apice della Gilded Age (ultimi decenni del XIX Secolo), il patrimonio netto riconducibile allo 0,00001% più ricco della popolazione ammontava al 3% circa del Pil statunitense; allo stato attuale, le fortune facenti capo al medesimo, ristretto nucleo di super-facoltosi risulta equivalente al 12% del Pil.

Sebbene oltre la metà delle famiglie statunitensi detenga – direttamente o tramite fondi pensione – azioni e abbia quindi beneficiato dell’impennata record dei listini, il vantaggio reale che sono riusciti a trarne i segmenti medi e medio-bassi si è rivelato molto relativo. Secondo un’indagine condotta dalla Federal Reserve, l’1% più ricco della popolazione statunitense deteneva il 50% di tutte le azioni, per un valore di circa 27.600 miliardi di dollari al primo trimestre del 2026. Il 10% più ricco possedeva l’87% della ricchezza azionaria, pari a circa 48.000 miliardi di dollari. Il 50% più povero degli statunitensi, possedeva in termini netti soltanto l’1% delle azioni, per un controvalore di circa 590 miliardi di dollari.

La crescente divaricazione dei redditi si riflette nelle statistiche afferenti ai consumi. Secondo Moody’s Analytics, la fascia che riunisce il 10% dei contribuenti statunitensi a più alto reddito (circa 28 milioni di persone) ha coperto nel secondo trimestre del 2025 la quota record del 49,2% di tutta la spesa dei consumatori, con un aumento del 6% rispetto al 2020 e del 13% rispetto al 1995.

L’80% dei contribuenti a più basso reddito (circa 221 milioni di persone), di contro, rappresenta appena il 37% della spesa totale dei consumatori, con un crollo di 11 punti percentuali rispetto al 1995.

Dal momento che i consumi costituiscono circa il 68% del Pil statunitense, ne deriva che il 10% più ricco della popolazione genera il 33% della crescita economica, prevalentemente sotto forma di acquisto di beni di lusso (yacht, aerei privati, alta moda, ecc.).

Un’altra conseguenza, parimenti significativa, del processo di polarizzazione socio-economica statunitense è l’alto livello di indebitamento delle famiglie, pari a 18,8 trilioni di dollari nel secondo trimestre del 2026. Dalla scomposizione del dato aggregato emerge che 13,1 trilioni riguardano i mutui immobiliari e 1,66 trilioni i debiti studenteschi. I debiti sulle carte di credito hanno raggiunto quota 1,26 trilioni, con un aumento di 21 miliardi su base trimestrale. Il record storico di 1,28 trilioni era stato raggiunto nel quarto trimestre del 2025.

L’ammontare dei debiti sulle carte di credito rappresenta un indicatore particolarmente rilevante, sia perché misura la liquidità di cui le famiglie statunitensi necessitano per mantenere inalterati i propri livelli di consumo, sia in virtù delle sue insidiose implicazioni di medio periodo. Bankrate stima che il tasso medio di interesse sulle carte di credito oscilli stabilmente tra il 19,5 e il 20%. In presenza di penali, può raggiungere il 30%. La quota di saldi delle carte di credito che registrano oltre 90 giorni di ritardo nei pagamenti è aumentata dal 7,6% al 12,8% tra la metà del 2022 e l’inizio del 2026.

«Molte famiglie vivono con uno stipendio a malapena sufficiente a coprire le spese. Basta un solo evento imprevisto per incorrere in un ritardo nei pagamenti», hanno sottolineato gli economisti della Federal Reserve di New York durante una recente conferenza stampa.

Il pagamento delle imposte, dell’assicurazione sanitaria e del servizio del debito contratto con società di carte di credito e banche assorbe in altri termini tutto o quasi tutto il reddito di parte assai ragguardevole dei lavoratori statunitensi, spingendoli in misura crescente verso l’indebitamento. Di conseguenza, il debito tende a crescere più velocemente dell’economia, sottraendo risorse ai consumi e agli investimenti e accelerando così il processo di deindustrializzazione che l’amministrazione Trump ha ripetutamente dichiarato di voler bloccare o addirittura invertire.

La situazione è destinata a peggiorare a causa dell’inevitabile, imminente incremento dell’inflazione, dovuto alle implicazioni nefaste dell’attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Combinandosi all’attivismo degli Houthi nel Mar Rosso, la chiusura intermittente dello Stretto di Hormuz da parte degli iraniani ha originato una colossale strozzatura dal lato dell’offerta energetica foriera di pesanti fiammate inflazionistiche in tutto il mondo. Inclusi gli Stati Uniti, che sotto l’amministrazione Trump hanno cercato di mitigare la spinta al rialzo dei prezzi associando a una comunicazione strategica palesemente progettata per manipolare il mercato il rilascio costante di petrolio estratto dalle riserve strategiche, precipitate da 414,4 a 293,4 milioni di barili tra il 20 febbraio e il 14 agosto. Si tratta della soglia più bassa mai toccata dal 1983, e pericolosamente inferiore al limite operativo di 300 milioni di barili che garantisce la sicurezza delle caverne di sale in cui le riserve strategiche di greggio sono stoccate. Già allo stato attuale, ammoniscono gli specialisti, i continui prelievi hanno comportato una significativa diminuzione della pressione interna alle cavità, con conseguente indebolimento delle pareti saline e riduzione della capacità di pompaggio del sistema idraulico interno.

L’esaurimento del “cuscinetto d’emergenza” costituito dalle riserve strategiche priva l’amministrazione Trump di un fondamentale strumento di contenimento dei prezzi degli idrocarburi, in una congiuntura resa particolarmente problematica dall’incombenza di un altro fattore critico concomitante: la ripresa delle importazioni di petrolio da parte della Cina. Nel corso dei mesi passati, l’ex Celeste Impero aveva ridotto drasticamente (fino al 50%) gli approvvigionamenti di “oro nero” in un’ottica di allentamento delle tenzioni sui prezzi generate dall’aggressione israelo-statunitense a danno dell’Iran, facendo affidamento su carbone e rinnovabili, su un maggiore impiego dei trasporti pubblici, sull’aumento della produzione interna di idrocarburi e sull’utilizzo delle scorte gigantesche allestite in precedenza.

Il “cambio di registro” varato da Pechino va per di più a sovrapporsi alla caduta significativa della capacità di raffinazione della Russia imputabile ai continui attacchi con droni sferrati dalle forze armate ucraine contro gli impianti di lavorazione del greggio disseminati in varie zone del Paese.

Il risultato è una pesantissima penuria di petrolio in circolazione, le cui ovvie implicazioni sui prezzi risultano particolarmente insidiose proprio per gli Stati Uniti, dove la maggior parte dei beni di consumo viene distribuita sul territorio da camion alimentati a gasolio, con la comunità degli autotrasportatori che percorre oltre 400 miliardi di miglia ogni anno per effettuare le consegne. In tale contesto, l’aumento dei prezzi alla pompa si traduce inesorabilmente in incremento diffuso dell’inflazione, che erode il potere d’acquisto dei salari statunitensi intensificando la pressione sui cittadini collocati su posizioni debitorie.

Il pericoloso intreccio Stati Uniti-Giappone-Golfo Persico (Parte I)

Guerra, crisi, aumento senza precedenti del debito pubblico: in che modo i fattori interni ed esterni influenzano l’economia degli Stati Uniti

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Il rapporto sui risparmi emergenziali negli Stati Uniti pubblicato da Bankrate all’inizio di febbraio sulla base delle rilevazioni effettuate nel dicembre 2025 attesta che soltanto il 47% statunitensi disponeva di liquidità sufficiente per coprire una spesa imprevista di 1.000 dollari. Un dato allarmante, che scaturisce dal declino costante – spalmato su un periodo ormai pluridecennale – della quota di reddito nazionale destinata ai lavoratori, crollata al minimo storico (52,9%) nel secondo trimestre del 2026.

Al declino tendenziale dei salari corrisponde un processo di concentrazione della ricchezza letteralmente senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. Stando alle stime formulate dagli economisti Gabriel Zucman ed Emmanuel Saez, all’apice della Gilded Age (ultimi decenni del XIX Secolo), il patrimonio netto riconducibile allo 0,00001% più ricco della popolazione ammontava al 3% circa del Pil statunitense; allo stato attuale, le fortune facenti capo al medesimo, ristretto nucleo di super-facoltosi risulta equivalente al 12% del Pil.

Sebbene oltre la metà delle famiglie statunitensi detenga – direttamente o tramite fondi pensione – azioni e abbia quindi beneficiato dell’impennata record dei listini, il vantaggio reale che sono riusciti a trarne i segmenti medi e medio-bassi si è rivelato molto relativo. Secondo un’indagine condotta dalla Federal Reserve, l’1% più ricco della popolazione statunitense deteneva il 50% di tutte le azioni, per un valore di circa 27.600 miliardi di dollari al primo trimestre del 2026. Il 10% più ricco possedeva l’87% della ricchezza azionaria, pari a circa 48.000 miliardi di dollari. Il 50% più povero degli statunitensi, possedeva in termini netti soltanto l’1% delle azioni, per un controvalore di circa 590 miliardi di dollari.

La crescente divaricazione dei redditi si riflette nelle statistiche afferenti ai consumi. Secondo Moody’s Analytics, la fascia che riunisce il 10% dei contribuenti statunitensi a più alto reddito (circa 28 milioni di persone) ha coperto nel secondo trimestre del 2025 la quota record del 49,2% di tutta la spesa dei consumatori, con un aumento del 6% rispetto al 2020 e del 13% rispetto al 1995.

L’80% dei contribuenti a più basso reddito (circa 221 milioni di persone), di contro, rappresenta appena il 37% della spesa totale dei consumatori, con un crollo di 11 punti percentuali rispetto al 1995.

Dal momento che i consumi costituiscono circa il 68% del Pil statunitense, ne deriva che il 10% più ricco della popolazione genera il 33% della crescita economica, prevalentemente sotto forma di acquisto di beni di lusso (yacht, aerei privati, alta moda, ecc.).

Un’altra conseguenza, parimenti significativa, del processo di polarizzazione socio-economica statunitense è l’alto livello di indebitamento delle famiglie, pari a 18,8 trilioni di dollari nel secondo trimestre del 2026. Dalla scomposizione del dato aggregato emerge che 13,1 trilioni riguardano i mutui immobiliari e 1,66 trilioni i debiti studenteschi. I debiti sulle carte di credito hanno raggiunto quota 1,26 trilioni, con un aumento di 21 miliardi su base trimestrale. Il record storico di 1,28 trilioni era stato raggiunto nel quarto trimestre del 2025.

L’ammontare dei debiti sulle carte di credito rappresenta un indicatore particolarmente rilevante, sia perché misura la liquidità di cui le famiglie statunitensi necessitano per mantenere inalterati i propri livelli di consumo, sia in virtù delle sue insidiose implicazioni di medio periodo. Bankrate stima che il tasso medio di interesse sulle carte di credito oscilli stabilmente tra il 19,5 e il 20%. In presenza di penali, può raggiungere il 30%. La quota di saldi delle carte di credito che registrano oltre 90 giorni di ritardo nei pagamenti è aumentata dal 7,6% al 12,8% tra la metà del 2022 e l’inizio del 2026.

«Molte famiglie vivono con uno stipendio a malapena sufficiente a coprire le spese. Basta un solo evento imprevisto per incorrere in un ritardo nei pagamenti», hanno sottolineato gli economisti della Federal Reserve di New York durante una recente conferenza stampa.

Il pagamento delle imposte, dell’assicurazione sanitaria e del servizio del debito contratto con società di carte di credito e banche assorbe in altri termini tutto o quasi tutto il reddito di parte assai ragguardevole dei lavoratori statunitensi, spingendoli in misura crescente verso l’indebitamento. Di conseguenza, il debito tende a crescere più velocemente dell’economia, sottraendo risorse ai consumi e agli investimenti e accelerando così il processo di deindustrializzazione che l’amministrazione Trump ha ripetutamente dichiarato di voler bloccare o addirittura invertire.

La situazione è destinata a peggiorare a causa dell’inevitabile, imminente incremento dell’inflazione, dovuto alle implicazioni nefaste dell’attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Combinandosi all’attivismo degli Houthi nel Mar Rosso, la chiusura intermittente dello Stretto di Hormuz da parte degli iraniani ha originato una colossale strozzatura dal lato dell’offerta energetica foriera di pesanti fiammate inflazionistiche in tutto il mondo. Inclusi gli Stati Uniti, che sotto l’amministrazione Trump hanno cercato di mitigare la spinta al rialzo dei prezzi associando a una comunicazione strategica palesemente progettata per manipolare il mercato il rilascio costante di petrolio estratto dalle riserve strategiche, precipitate da 414,4 a 293,4 milioni di barili tra il 20 febbraio e il 14 agosto. Si tratta della soglia più bassa mai toccata dal 1983, e pericolosamente inferiore al limite operativo di 300 milioni di barili che garantisce la sicurezza delle caverne di sale in cui le riserve strategiche di greggio sono stoccate. Già allo stato attuale, ammoniscono gli specialisti, i continui prelievi hanno comportato una significativa diminuzione della pressione interna alle cavità, con conseguente indebolimento delle pareti saline e riduzione della capacità di pompaggio del sistema idraulico interno.

L’esaurimento del “cuscinetto d’emergenza” costituito dalle riserve strategiche priva l’amministrazione Trump di un fondamentale strumento di contenimento dei prezzi degli idrocarburi, in una congiuntura resa particolarmente problematica dall’incombenza di un altro fattore critico concomitante: la ripresa delle importazioni di petrolio da parte della Cina. Nel corso dei mesi passati, l’ex Celeste Impero aveva ridotto drasticamente (fino al 50%) gli approvvigionamenti di “oro nero” in un’ottica di allentamento delle tenzioni sui prezzi generate dall’aggressione israelo-statunitense a danno dell’Iran, facendo affidamento su carbone e rinnovabili, su un maggiore impiego dei trasporti pubblici, sull’aumento della produzione interna di idrocarburi e sull’utilizzo delle scorte gigantesche allestite in precedenza.

Il “cambio di registro” varato da Pechino va per di più a sovrapporsi alla caduta significativa della capacità di raffinazione della Russia imputabile ai continui attacchi con droni sferrati dalle forze armate ucraine contro gli impianti di lavorazione del greggio disseminati in varie zone del Paese.

Il risultato è una pesantissima penuria di petrolio in circolazione, le cui ovvie implicazioni sui prezzi risultano particolarmente insidiose proprio per gli Stati Uniti, dove la maggior parte dei beni di consumo viene distribuita sul territorio da camion alimentati a gasolio, con la comunità degli autotrasportatori che percorre oltre 400 miliardi di miglia ogni anno per effettuare le consegne. In tale contesto, l’aumento dei prezzi alla pompa si traduce inesorabilmente in incremento diffuso dell’inflazione, che erode il potere d’acquisto dei salari statunitensi intensificando la pressione sui cittadini collocati su posizioni debitorie.

Guerra, crisi, aumento senza precedenti del debito pubblico: in che modo i fattori interni ed esterni influenzano l’economia degli Stati Uniti

Segue nostro Telegram.

Il rapporto sui risparmi emergenziali negli Stati Uniti pubblicato da Bankrate all’inizio di febbraio sulla base delle rilevazioni effettuate nel dicembre 2025 attesta che soltanto il 47% statunitensi disponeva di liquidità sufficiente per coprire una spesa imprevista di 1.000 dollari. Un dato allarmante, che scaturisce dal declino costante – spalmato su un periodo ormai pluridecennale – della quota di reddito nazionale destinata ai lavoratori, crollata al minimo storico (52,9%) nel secondo trimestre del 2026.

Al declino tendenziale dei salari corrisponde un processo di concentrazione della ricchezza letteralmente senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. Stando alle stime formulate dagli economisti Gabriel Zucman ed Emmanuel Saez, all’apice della Gilded Age (ultimi decenni del XIX Secolo), il patrimonio netto riconducibile allo 0,00001% più ricco della popolazione ammontava al 3% circa del Pil statunitense; allo stato attuale, le fortune facenti capo al medesimo, ristretto nucleo di super-facoltosi risulta equivalente al 12% del Pil.

Sebbene oltre la metà delle famiglie statunitensi detenga – direttamente o tramite fondi pensione – azioni e abbia quindi beneficiato dell’impennata record dei listini, il vantaggio reale che sono riusciti a trarne i segmenti medi e medio-bassi si è rivelato molto relativo. Secondo un’indagine condotta dalla Federal Reserve, l’1% più ricco della popolazione statunitense deteneva il 50% di tutte le azioni, per un valore di circa 27.600 miliardi di dollari al primo trimestre del 2026. Il 10% più ricco possedeva l’87% della ricchezza azionaria, pari a circa 48.000 miliardi di dollari. Il 50% più povero degli statunitensi, possedeva in termini netti soltanto l’1% delle azioni, per un controvalore di circa 590 miliardi di dollari.

La crescente divaricazione dei redditi si riflette nelle statistiche afferenti ai consumi. Secondo Moody’s Analytics, la fascia che riunisce il 10% dei contribuenti statunitensi a più alto reddito (circa 28 milioni di persone) ha coperto nel secondo trimestre del 2025 la quota record del 49,2% di tutta la spesa dei consumatori, con un aumento del 6% rispetto al 2020 e del 13% rispetto al 1995.

L’80% dei contribuenti a più basso reddito (circa 221 milioni di persone), di contro, rappresenta appena il 37% della spesa totale dei consumatori, con un crollo di 11 punti percentuali rispetto al 1995.

Dal momento che i consumi costituiscono circa il 68% del Pil statunitense, ne deriva che il 10% più ricco della popolazione genera il 33% della crescita economica, prevalentemente sotto forma di acquisto di beni di lusso (yacht, aerei privati, alta moda, ecc.).

Un’altra conseguenza, parimenti significativa, del processo di polarizzazione socio-economica statunitense è l’alto livello di indebitamento delle famiglie, pari a 18,8 trilioni di dollari nel secondo trimestre del 2026. Dalla scomposizione del dato aggregato emerge che 13,1 trilioni riguardano i mutui immobiliari e 1,66 trilioni i debiti studenteschi. I debiti sulle carte di credito hanno raggiunto quota 1,26 trilioni, con un aumento di 21 miliardi su base trimestrale. Il record storico di 1,28 trilioni era stato raggiunto nel quarto trimestre del 2025.

L’ammontare dei debiti sulle carte di credito rappresenta un indicatore particolarmente rilevante, sia perché misura la liquidità di cui le famiglie statunitensi necessitano per mantenere inalterati i propri livelli di consumo, sia in virtù delle sue insidiose implicazioni di medio periodo. Bankrate stima che il tasso medio di interesse sulle carte di credito oscilli stabilmente tra il 19,5 e il 20%. In presenza di penali, può raggiungere il 30%. La quota di saldi delle carte di credito che registrano oltre 90 giorni di ritardo nei pagamenti è aumentata dal 7,6% al 12,8% tra la metà del 2022 e l’inizio del 2026.

«Molte famiglie vivono con uno stipendio a malapena sufficiente a coprire le spese. Basta un solo evento imprevisto per incorrere in un ritardo nei pagamenti», hanno sottolineato gli economisti della Federal Reserve di New York durante una recente conferenza stampa.

Il pagamento delle imposte, dell’assicurazione sanitaria e del servizio del debito contratto con società di carte di credito e banche assorbe in altri termini tutto o quasi tutto il reddito di parte assai ragguardevole dei lavoratori statunitensi, spingendoli in misura crescente verso l’indebitamento. Di conseguenza, il debito tende a crescere più velocemente dell’economia, sottraendo risorse ai consumi e agli investimenti e accelerando così il processo di deindustrializzazione che l’amministrazione Trump ha ripetutamente dichiarato di voler bloccare o addirittura invertire.

La situazione è destinata a peggiorare a causa dell’inevitabile, imminente incremento dell’inflazione, dovuto alle implicazioni nefaste dell’attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Combinandosi all’attivismo degli Houthi nel Mar Rosso, la chiusura intermittente dello Stretto di Hormuz da parte degli iraniani ha originato una colossale strozzatura dal lato dell’offerta energetica foriera di pesanti fiammate inflazionistiche in tutto il mondo. Inclusi gli Stati Uniti, che sotto l’amministrazione Trump hanno cercato di mitigare la spinta al rialzo dei prezzi associando a una comunicazione strategica palesemente progettata per manipolare il mercato il rilascio costante di petrolio estratto dalle riserve strategiche, precipitate da 414,4 a 293,4 milioni di barili tra il 20 febbraio e il 14 agosto. Si tratta della soglia più bassa mai toccata dal 1983, e pericolosamente inferiore al limite operativo di 300 milioni di barili che garantisce la sicurezza delle caverne di sale in cui le riserve strategiche di greggio sono stoccate. Già allo stato attuale, ammoniscono gli specialisti, i continui prelievi hanno comportato una significativa diminuzione della pressione interna alle cavità, con conseguente indebolimento delle pareti saline e riduzione della capacità di pompaggio del sistema idraulico interno.

L’esaurimento del “cuscinetto d’emergenza” costituito dalle riserve strategiche priva l’amministrazione Trump di un fondamentale strumento di contenimento dei prezzi degli idrocarburi, in una congiuntura resa particolarmente problematica dall’incombenza di un altro fattore critico concomitante: la ripresa delle importazioni di petrolio da parte della Cina. Nel corso dei mesi passati, l’ex Celeste Impero aveva ridotto drasticamente (fino al 50%) gli approvvigionamenti di “oro nero” in un’ottica di allentamento delle tenzioni sui prezzi generate dall’aggressione israelo-statunitense a danno dell’Iran, facendo affidamento su carbone e rinnovabili, su un maggiore impiego dei trasporti pubblici, sull’aumento della produzione interna di idrocarburi e sull’utilizzo delle scorte gigantesche allestite in precedenza.

Il “cambio di registro” varato da Pechino va per di più a sovrapporsi alla caduta significativa della capacità di raffinazione della Russia imputabile ai continui attacchi con droni sferrati dalle forze armate ucraine contro gli impianti di lavorazione del greggio disseminati in varie zone del Paese.

Il risultato è una pesantissima penuria di petrolio in circolazione, le cui ovvie implicazioni sui prezzi risultano particolarmente insidiose proprio per gli Stati Uniti, dove la maggior parte dei beni di consumo viene distribuita sul territorio da camion alimentati a gasolio, con la comunità degli autotrasportatori che percorre oltre 400 miliardi di miglia ogni anno per effettuare le consegne. In tale contesto, l’aumento dei prezzi alla pompa si traduce inesorabilmente in incremento diffuso dell’inflazione, che erode il potere d’acquisto dei salari statunitensi intensificando la pressione sui cittadini collocati su posizioni debitorie.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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August 31, 2026

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