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Giacomo Gabellini
September 10, 2026
© Photo: Public domain

Quella escogitata dall’ex Celeste Impero viene a configurarsi una strategia sottile e “felpata”, che combinando pragmatismo a flessibilità si candida a ridisegnare gli assetti geofinanziari accrescendo l’influenza cinese su scala globale a detrimento degli Stati Uniti.

Segue nostro Telegram.

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del gennaio 2010, il presidente Obama elencò una serie di aggiustamenti reputati imprescindibili per riattivare la crescita economica globale e trasferirla su un piano di stabilità strutturale in seguito allo shock planetario scatenato dalla bancarotta di Lehman Brothers.

Nella sua visione, occorreva che Cina e Giappone trasferissero l’asse della crescita dagli investimenti al consumo interno; che l’Unione Europea spostasse il focus dall’export agli investimenti e che gli Stati Uniti abbandonassero il ruolo di “importatori di ultima istanza” del surplus produttivo globale attraverso un rilancio delle esportazioni. «Più prodotti produciamo e vendiamo ad altri Paesi, più posti di lavoro sosteniamo qui in America. Ci siamo prefissati un nuovo obiettivo: raddoppieremo le nostre esportazioni nei prossimi cinque anni, un incremento che sosterrà due milioni di posti di lavoro in America», proclamò Obama.

La via maestra per raggiungere l’obiettivo consisteva anzitutto in una svalutazione del dollaro, realizzata attraverso colossali iniezioni di liquidità nell’ambito dei programmi di quantitative easing adottati dalla Federal Reserve in accordo con il Dipartimento del Tesoro.

Per quanto fondamentale a tenere il sistema bancario in linea di galleggiamento, l’intervento “alluvionale” attuato dal tandem Federal Reserve-Dipartimento del Tesoro produsse profondissime implicazioni sul versante monetario: nel luglio 2011, ad appena 18 mesi di distanza dal pronunciamento di Obama, l’indice del dollaro piombò al minimo storico di 80,48.

La depressione pilotata del corso del dollaro comportò un proporzionale ridimensionamento del valore reale delle detenzioni di titoli di Stato statunitensi, che nel 2008 erano per il 56,5% riconducibili a creditori stranieri. A partire dalla Repubblica Popolare Cinese, che in quanto titolare di oltre 1.200 miliardi di dollari di Treasury (1,7 trilioni, tenendo conto dei titoli custoditi con discrezione dalle banche pubbliche cinesi) ha avvertito più di ogni altro l’impatto della svalutazione del dollaro indotta dai programmi di Quantitative Easing.

Per Pechino, si è trattato di un vero e proprio shock, perché la classe dirigente dell’ex Celeste Impero si aspettava che, avendo perorato – attraverso Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale – per almeno due decenni la causa dell’austerità, spacciandola come una amara ma efficace medicina da somministrare ai Paesi in crisi, gli Stati Uniti si sarebbero a loro volta premurati di garantire il valore reale delle proprie obbligazioni, in ottemperanza ai canoni del Washington consensus.

Il “tradimento” degli stessi principi elevati a dogmi da applicare al resto del mondo fino al giorno prima ha indotto un profondo cambiamento di rotta da parte della Cina, materializzatosi anzitutto sotto forma di riduzione progressiva della propria esposizione al debito federale statunitense.

Dal 2013, Pechino ha lasciato gradualmente scadere i Treasury in proprio possesso senza rinnovarli. Risultato: nel giugno 2026, le detenzioni cinesi di titoli di Stato statunitensi ammontavano ad “appena” 633 miliardi di dollari.

Parallelamente, la Repubblica Popolare Cinese ha implementato un sistema di centralizzazione dei flussi di dollari al di fuori degli Stati Uniti che replica sotto diversi aspetti il vecchio meccanismo degli eurodollari. L’elevata performatività dell’economia nazionale e l’incommensurabile capacità industriale, sorrette da un quadro giuridico interno in grado di riscontrare crescente credibilità internazionale e combinate al ruolo strategico giocato da Hong Kong, dotata di una valuta legata al dollaro statunitense da rapporti di cambio fissi e tuttora incline – a differenza di Pechino – a investire in titoli di Stato statunitensi, rendono la Cina un formidabile polo d’attrazione per soggetti stranieri dotati di cospicue disponibilità di capitali denominati in valuta statunitense. Sommandosi ai dollari ottenuti grazie agli imponenti surplus commerciali con gli Stati Uniti, questi “verdoni” vengono poi o reimpiegati per pagare materie prime ed energia, o trasformati in prestiti all’estero dal sistema bancario cinese.

L’attivismo della Cina fa sì che una quota significativa dei petrodollari riconducibili ai Paesi del Golfo Persico non vada più a finanziare i colossali deficit statunitensi, ma ad acquistare beni, servizi e/o partecipazioni azionarie in Cina. La quale ricicla a sua volta quanto incassato per importare petrolio e, soprattutto, sotto forma di credito verso i Paesi del cosiddetto “Sud del mondo”, molti dei quali strangolati dalla “trappola del debito”.

I petrodollari non reinvestiti direttamente nell’economia Usa ma convertiti in prestiti all’estero per effetto dell’intermediazione cinese rientrano così negli Stati Uniti senza sostenere il “signoraggio” del dollaro, ma alimentando invece l’inflazione interna. Per rafforzare il processo e incamerare valuta statunitense da prestare all’estero, la Cina si è spinta nel novembre 2024 a emettere obbligazioni a tre e cinque anni in Arabia Saudita denominate in dollari per un controvalore di 2 miliardi, collocandole ad un tasso di interesse addirittura inferiore a quello assicurato dai titoli di Stato facenti capo al Dipartimento del Tesoro. La domanda superava i 40 miliardi di dollari.

Qualora il fenomeno dovesse rivelarsi non episodico, la Cina ottempererebbe automaticamente a tutti i requisiti per fungere da fonte di finanziamento internazionale alternativa e concorrente rispetto a quella statunitense, alimentando così le pressioni al rialzo sui tassi di interesse indipendentemente dalla linea d’azione dei regolatori Usa. La Cina sta in altri termini sottraendo alla Federal Reserve la titolarità esclusiva delle funzioni connesse alla gestione del dollaro privandola anzitutto della prerogativa di determinare i tassi di interesse, come plasticamente dimostrato dall’incremento tendenziale della redditività dei titoli a dieci, venti e trent’anni.

Il trend è andato rafforzandosi in conseguenza dell’attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Nonostante gran parte degli esperti vaticinasse che il conflitto nel Golfo Persico avrebbe prodotto un impatto particolarmente dirompente su un grande importatore di petrolio della regione come la Cina, quest’ultima ha dimostrato una resilienza assolutamente strabiliante. Titolare di ingenti scorte di idrocarburi accumulate nel corso dei mesi precedenti all’aggressione israelo-statunitense e indipendente sotto il profilo energetico per quasi l’85% del proprio fabbisogno grazie al predominio assoluto sulle fonti rinnovabili e all’ampia disponibilità di carbone, l’ex Celeste Impero ha ridotto a marzo, aprile, maggio e giugno le importazioni di petrolio di 3-4 milioni di barili al giorno (50% circa in meno rispetto a gennaio) senza accusare battute d’arresto in termini di crescita economica.

In compenso, il crollo degli approvvigionamenti cinesi ha fornito un cruciale contributo a evitare rincari catastrofici del prezzo degli idrocarburi, sottoposto a forti pressioni anche per effetto della marcata riduzione della capacità di raffinazione russa dovuta agli incessanti attacchi ucraini.

L’impulso inflazionistico generato dai due conflitti ha tuttavia alimentato una crescita vigorosa dei rendimenti in tutto l’Occidente (Giappone compreso), a differenza che in Cina dove i titoli a dieci anni continuano a oscillare attorno alla soglia dell’1,75%.

Per gli Stati Uniti, si tratta di una minaccia insidiosissima, perché destinata ad accrescere progressivamente gli oneri legati al servizio del debito, che al termine dell’anno fiscale in corso dovrebbero raggiungere i 1.200 miliardi di dollari. Una cifra colossale, cresciuta di 2,6 volte rispetto al 2021, pari al 13,5% del bilancio federale e inferiore soltanto all’esborso cumulativo di Medicare e Medicaid (1.700 miliardi ) e dei programmi previsti dalla Social Security (1.500 miliardi), ma nettamente superiore all’intero budget del Pentagono (961 miliardi di dollari). Attualmente, il debito federale degli Stati Uniti supera i 40.000 miliardi di dollari, ed è destinato ad aumentare a un ritmo molto più sostenuto rispetto a quello dell’economia.

Di qui la decisione del Dipartimento del Tesoro statunitense di intervenire dapprima a supporto dello yen, sotto forma di acquisti di valuta giapponese contro euro (!) onde evitare uno scaricamento massiccio di titoli di Stato statunitensi da parte della Bank of Japan. Successivamente, il segretario al Tesoro Bessent ha annunciato un vasto programma di buyback di titoli statunitensi a lunga scadenza finalizzato a riportare sotto controllo i rendimenti, ma rivelatosi inefficace con stupefacente rapidità.

La traiettoria strutturalmente ascendente dei rendimenti pone la Federal Reserve di fronte a un bivio: aumentare i tassi per abbattere l’inflazione e puntellare il ruolo globale del dollaro, a costo di far esplodere i rendimenti; abbassare i tassi, nell’ambito di un processo di repressione finanziaria funzionale a ridurre – attraverso l’inflazione – il peso reale del debito ma destinato a deprimere profondamente il corso del dollaro, alimentando così le spinte centrifughe dal sistema imperniato sulla valuta statunitense.

Le reiterate richieste avanzate dall’amministrazione Trump affinché la Federal Reserve abbassi i tassi fanno pendere l’ago della bilancia a favore della seconda opzione, che apre tuttavia il varco all’affermazione dell’oro come bene di riserva globale sostitutivo – non più alternativo – al dollaro.

Viene così a delinearsi uno scenario a cui la Cina sta preparandosi da tempo, come testimoniato dalle enormi riserve di oro accumulate nel corso degli ultimi quindici anni dalla People’s Bank of China, che secondo Goldman Sachs risulterebbero di molto superiori a quelle riconosciute ufficialmente. Nel mese di giugno, la Cina ha acquistato oltre 40 tonnellate d’oro sul mercato over-the-counter di Londra, con un aumento del 167% rispetto alle 15 tonnellate dichiarate ufficialmente dalla Banca Centrale. Nel complesso, sottolinea Goldman Sachs, i volumi di acquisti over-the-counter hanno superato nei mesi di maggio e giugno le 88 tonnellate: una quantità superiore all’incremento delle riserve auree su base annua annunciato da Pechino.

L’attivismo sul mercato dell’oro suggerisce che la Cina intenda avvalersi delle vaste riserve di metallo prezioso per “collateralizzare” lo yuan-renminbi e imprimere l’accelerata decisiva alla sua internazionalizzazione. L’obiettivo sembra consistere nell’elevare lo yuan-renminbi al rango di valuta di riferimento per processare i pagamenti delle importazioni cinesi di materie prime.

Così, Pechino per un verso si avvale della piazza di Hong Kong per centralizzare capitali denominati in valuta statunitense e alimentare un flusso internazionale di dollari svincolato dal controllo della Federal Reserve, offrendo un importantissimo canale di finanziamento sia ai Paesi indebitati, sia a quanti necessitano di aggirare il regime sanzionatorio statunitense. Per l’alto, accumula oro, alleggerisce progressivamente le detenzioni di Treasury statunitensi e lavora per conferire uno status globale allo yuan-renmimbi.

Quella escogitata dall’ex Celeste Impero viene a configurarsi una strategia sottile e “felpata”, che combinando pragmatismo a flessibilità si candida a ridisegnare gli assetti geofinanziari accrescendo l’influenza cinese su scala globale a detrimento degli Stati Uniti.

La Cina sta destrutturando il sistema dollarocentrico

Quella escogitata dall’ex Celeste Impero viene a configurarsi una strategia sottile e “felpata”, che combinando pragmatismo a flessibilità si candida a ridisegnare gli assetti geofinanziari accrescendo l’influenza cinese su scala globale a detrimento degli Stati Uniti.

Segue nostro Telegram.

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del gennaio 2010, il presidente Obama elencò una serie di aggiustamenti reputati imprescindibili per riattivare la crescita economica globale e trasferirla su un piano di stabilità strutturale in seguito allo shock planetario scatenato dalla bancarotta di Lehman Brothers.

Nella sua visione, occorreva che Cina e Giappone trasferissero l’asse della crescita dagli investimenti al consumo interno; che l’Unione Europea spostasse il focus dall’export agli investimenti e che gli Stati Uniti abbandonassero il ruolo di “importatori di ultima istanza” del surplus produttivo globale attraverso un rilancio delle esportazioni. «Più prodotti produciamo e vendiamo ad altri Paesi, più posti di lavoro sosteniamo qui in America. Ci siamo prefissati un nuovo obiettivo: raddoppieremo le nostre esportazioni nei prossimi cinque anni, un incremento che sosterrà due milioni di posti di lavoro in America», proclamò Obama.

La via maestra per raggiungere l’obiettivo consisteva anzitutto in una svalutazione del dollaro, realizzata attraverso colossali iniezioni di liquidità nell’ambito dei programmi di quantitative easing adottati dalla Federal Reserve in accordo con il Dipartimento del Tesoro.

Per quanto fondamentale a tenere il sistema bancario in linea di galleggiamento, l’intervento “alluvionale” attuato dal tandem Federal Reserve-Dipartimento del Tesoro produsse profondissime implicazioni sul versante monetario: nel luglio 2011, ad appena 18 mesi di distanza dal pronunciamento di Obama, l’indice del dollaro piombò al minimo storico di 80,48.

La depressione pilotata del corso del dollaro comportò un proporzionale ridimensionamento del valore reale delle detenzioni di titoli di Stato statunitensi, che nel 2008 erano per il 56,5% riconducibili a creditori stranieri. A partire dalla Repubblica Popolare Cinese, che in quanto titolare di oltre 1.200 miliardi di dollari di Treasury (1,7 trilioni, tenendo conto dei titoli custoditi con discrezione dalle banche pubbliche cinesi) ha avvertito più di ogni altro l’impatto della svalutazione del dollaro indotta dai programmi di Quantitative Easing.

Per Pechino, si è trattato di un vero e proprio shock, perché la classe dirigente dell’ex Celeste Impero si aspettava che, avendo perorato – attraverso Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale – per almeno due decenni la causa dell’austerità, spacciandola come una amara ma efficace medicina da somministrare ai Paesi in crisi, gli Stati Uniti si sarebbero a loro volta premurati di garantire il valore reale delle proprie obbligazioni, in ottemperanza ai canoni del Washington consensus.

Il “tradimento” degli stessi principi elevati a dogmi da applicare al resto del mondo fino al giorno prima ha indotto un profondo cambiamento di rotta da parte della Cina, materializzatosi anzitutto sotto forma di riduzione progressiva della propria esposizione al debito federale statunitense.

Dal 2013, Pechino ha lasciato gradualmente scadere i Treasury in proprio possesso senza rinnovarli. Risultato: nel giugno 2026, le detenzioni cinesi di titoli di Stato statunitensi ammontavano ad “appena” 633 miliardi di dollari.

Parallelamente, la Repubblica Popolare Cinese ha implementato un sistema di centralizzazione dei flussi di dollari al di fuori degli Stati Uniti che replica sotto diversi aspetti il vecchio meccanismo degli eurodollari. L’elevata performatività dell’economia nazionale e l’incommensurabile capacità industriale, sorrette da un quadro giuridico interno in grado di riscontrare crescente credibilità internazionale e combinate al ruolo strategico giocato da Hong Kong, dotata di una valuta legata al dollaro statunitense da rapporti di cambio fissi e tuttora incline – a differenza di Pechino – a investire in titoli di Stato statunitensi, rendono la Cina un formidabile polo d’attrazione per soggetti stranieri dotati di cospicue disponibilità di capitali denominati in valuta statunitense. Sommandosi ai dollari ottenuti grazie agli imponenti surplus commerciali con gli Stati Uniti, questi “verdoni” vengono poi o reimpiegati per pagare materie prime ed energia, o trasformati in prestiti all’estero dal sistema bancario cinese.

L’attivismo della Cina fa sì che una quota significativa dei petrodollari riconducibili ai Paesi del Golfo Persico non vada più a finanziare i colossali deficit statunitensi, ma ad acquistare beni, servizi e/o partecipazioni azionarie in Cina. La quale ricicla a sua volta quanto incassato per importare petrolio e, soprattutto, sotto forma di credito verso i Paesi del cosiddetto “Sud del mondo”, molti dei quali strangolati dalla “trappola del debito”.

I petrodollari non reinvestiti direttamente nell’economia Usa ma convertiti in prestiti all’estero per effetto dell’intermediazione cinese rientrano così negli Stati Uniti senza sostenere il “signoraggio” del dollaro, ma alimentando invece l’inflazione interna. Per rafforzare il processo e incamerare valuta statunitense da prestare all’estero, la Cina si è spinta nel novembre 2024 a emettere obbligazioni a tre e cinque anni in Arabia Saudita denominate in dollari per un controvalore di 2 miliardi, collocandole ad un tasso di interesse addirittura inferiore a quello assicurato dai titoli di Stato facenti capo al Dipartimento del Tesoro. La domanda superava i 40 miliardi di dollari.

Qualora il fenomeno dovesse rivelarsi non episodico, la Cina ottempererebbe automaticamente a tutti i requisiti per fungere da fonte di finanziamento internazionale alternativa e concorrente rispetto a quella statunitense, alimentando così le pressioni al rialzo sui tassi di interesse indipendentemente dalla linea d’azione dei regolatori Usa. La Cina sta in altri termini sottraendo alla Federal Reserve la titolarità esclusiva delle funzioni connesse alla gestione del dollaro privandola anzitutto della prerogativa di determinare i tassi di interesse, come plasticamente dimostrato dall’incremento tendenziale della redditività dei titoli a dieci, venti e trent’anni.

Il trend è andato rafforzandosi in conseguenza dell’attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Nonostante gran parte degli esperti vaticinasse che il conflitto nel Golfo Persico avrebbe prodotto un impatto particolarmente dirompente su un grande importatore di petrolio della regione come la Cina, quest’ultima ha dimostrato una resilienza assolutamente strabiliante. Titolare di ingenti scorte di idrocarburi accumulate nel corso dei mesi precedenti all’aggressione israelo-statunitense e indipendente sotto il profilo energetico per quasi l’85% del proprio fabbisogno grazie al predominio assoluto sulle fonti rinnovabili e all’ampia disponibilità di carbone, l’ex Celeste Impero ha ridotto a marzo, aprile, maggio e giugno le importazioni di petrolio di 3-4 milioni di barili al giorno (50% circa in meno rispetto a gennaio) senza accusare battute d’arresto in termini di crescita economica.

In compenso, il crollo degli approvvigionamenti cinesi ha fornito un cruciale contributo a evitare rincari catastrofici del prezzo degli idrocarburi, sottoposto a forti pressioni anche per effetto della marcata riduzione della capacità di raffinazione russa dovuta agli incessanti attacchi ucraini.

L’impulso inflazionistico generato dai due conflitti ha tuttavia alimentato una crescita vigorosa dei rendimenti in tutto l’Occidente (Giappone compreso), a differenza che in Cina dove i titoli a dieci anni continuano a oscillare attorno alla soglia dell’1,75%.

Per gli Stati Uniti, si tratta di una minaccia insidiosissima, perché destinata ad accrescere progressivamente gli oneri legati al servizio del debito, che al termine dell’anno fiscale in corso dovrebbero raggiungere i 1.200 miliardi di dollari. Una cifra colossale, cresciuta di 2,6 volte rispetto al 2021, pari al 13,5% del bilancio federale e inferiore soltanto all’esborso cumulativo di Medicare e Medicaid (1.700 miliardi ) e dei programmi previsti dalla Social Security (1.500 miliardi), ma nettamente superiore all’intero budget del Pentagono (961 miliardi di dollari). Attualmente, il debito federale degli Stati Uniti supera i 40.000 miliardi di dollari, ed è destinato ad aumentare a un ritmo molto più sostenuto rispetto a quello dell’economia.

Di qui la decisione del Dipartimento del Tesoro statunitense di intervenire dapprima a supporto dello yen, sotto forma di acquisti di valuta giapponese contro euro (!) onde evitare uno scaricamento massiccio di titoli di Stato statunitensi da parte della Bank of Japan. Successivamente, il segretario al Tesoro Bessent ha annunciato un vasto programma di buyback di titoli statunitensi a lunga scadenza finalizzato a riportare sotto controllo i rendimenti, ma rivelatosi inefficace con stupefacente rapidità.

La traiettoria strutturalmente ascendente dei rendimenti pone la Federal Reserve di fronte a un bivio: aumentare i tassi per abbattere l’inflazione e puntellare il ruolo globale del dollaro, a costo di far esplodere i rendimenti; abbassare i tassi, nell’ambito di un processo di repressione finanziaria funzionale a ridurre – attraverso l’inflazione – il peso reale del debito ma destinato a deprimere profondamente il corso del dollaro, alimentando così le spinte centrifughe dal sistema imperniato sulla valuta statunitense.

Le reiterate richieste avanzate dall’amministrazione Trump affinché la Federal Reserve abbassi i tassi fanno pendere l’ago della bilancia a favore della seconda opzione, che apre tuttavia il varco all’affermazione dell’oro come bene di riserva globale sostitutivo – non più alternativo – al dollaro.

Viene così a delinearsi uno scenario a cui la Cina sta preparandosi da tempo, come testimoniato dalle enormi riserve di oro accumulate nel corso degli ultimi quindici anni dalla People’s Bank of China, che secondo Goldman Sachs risulterebbero di molto superiori a quelle riconosciute ufficialmente. Nel mese di giugno, la Cina ha acquistato oltre 40 tonnellate d’oro sul mercato over-the-counter di Londra, con un aumento del 167% rispetto alle 15 tonnellate dichiarate ufficialmente dalla Banca Centrale. Nel complesso, sottolinea Goldman Sachs, i volumi di acquisti over-the-counter hanno superato nei mesi di maggio e giugno le 88 tonnellate: una quantità superiore all’incremento delle riserve auree su base annua annunciato da Pechino.

L’attivismo sul mercato dell’oro suggerisce che la Cina intenda avvalersi delle vaste riserve di metallo prezioso per “collateralizzare” lo yuan-renminbi e imprimere l’accelerata decisiva alla sua internazionalizzazione. L’obiettivo sembra consistere nell’elevare lo yuan-renminbi al rango di valuta di riferimento per processare i pagamenti delle importazioni cinesi di materie prime.

Così, Pechino per un verso si avvale della piazza di Hong Kong per centralizzare capitali denominati in valuta statunitense e alimentare un flusso internazionale di dollari svincolato dal controllo della Federal Reserve, offrendo un importantissimo canale di finanziamento sia ai Paesi indebitati, sia a quanti necessitano di aggirare il regime sanzionatorio statunitense. Per l’alto, accumula oro, alleggerisce progressivamente le detenzioni di Treasury statunitensi e lavora per conferire uno status globale allo yuan-renmimbi.

Quella escogitata dall’ex Celeste Impero viene a configurarsi una strategia sottile e “felpata”, che combinando pragmatismo a flessibilità si candida a ridisegnare gli assetti geofinanziari accrescendo l’influenza cinese su scala globale a detrimento degli Stati Uniti.

Quella escogitata dall’ex Celeste Impero viene a configurarsi una strategia sottile e “felpata”, che combinando pragmatismo a flessibilità si candida a ridisegnare gli assetti geofinanziari accrescendo l’influenza cinese su scala globale a detrimento degli Stati Uniti.

Segue nostro Telegram.

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del gennaio 2010, il presidente Obama elencò una serie di aggiustamenti reputati imprescindibili per riattivare la crescita economica globale e trasferirla su un piano di stabilità strutturale in seguito allo shock planetario scatenato dalla bancarotta di Lehman Brothers.

Nella sua visione, occorreva che Cina e Giappone trasferissero l’asse della crescita dagli investimenti al consumo interno; che l’Unione Europea spostasse il focus dall’export agli investimenti e che gli Stati Uniti abbandonassero il ruolo di “importatori di ultima istanza” del surplus produttivo globale attraverso un rilancio delle esportazioni. «Più prodotti produciamo e vendiamo ad altri Paesi, più posti di lavoro sosteniamo qui in America. Ci siamo prefissati un nuovo obiettivo: raddoppieremo le nostre esportazioni nei prossimi cinque anni, un incremento che sosterrà due milioni di posti di lavoro in America», proclamò Obama.

La via maestra per raggiungere l’obiettivo consisteva anzitutto in una svalutazione del dollaro, realizzata attraverso colossali iniezioni di liquidità nell’ambito dei programmi di quantitative easing adottati dalla Federal Reserve in accordo con il Dipartimento del Tesoro.

Per quanto fondamentale a tenere il sistema bancario in linea di galleggiamento, l’intervento “alluvionale” attuato dal tandem Federal Reserve-Dipartimento del Tesoro produsse profondissime implicazioni sul versante monetario: nel luglio 2011, ad appena 18 mesi di distanza dal pronunciamento di Obama, l’indice del dollaro piombò al minimo storico di 80,48.

La depressione pilotata del corso del dollaro comportò un proporzionale ridimensionamento del valore reale delle detenzioni di titoli di Stato statunitensi, che nel 2008 erano per il 56,5% riconducibili a creditori stranieri. A partire dalla Repubblica Popolare Cinese, che in quanto titolare di oltre 1.200 miliardi di dollari di Treasury (1,7 trilioni, tenendo conto dei titoli custoditi con discrezione dalle banche pubbliche cinesi) ha avvertito più di ogni altro l’impatto della svalutazione del dollaro indotta dai programmi di Quantitative Easing.

Per Pechino, si è trattato di un vero e proprio shock, perché la classe dirigente dell’ex Celeste Impero si aspettava che, avendo perorato – attraverso Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale – per almeno due decenni la causa dell’austerità, spacciandola come una amara ma efficace medicina da somministrare ai Paesi in crisi, gli Stati Uniti si sarebbero a loro volta premurati di garantire il valore reale delle proprie obbligazioni, in ottemperanza ai canoni del Washington consensus.

Il “tradimento” degli stessi principi elevati a dogmi da applicare al resto del mondo fino al giorno prima ha indotto un profondo cambiamento di rotta da parte della Cina, materializzatosi anzitutto sotto forma di riduzione progressiva della propria esposizione al debito federale statunitense.

Dal 2013, Pechino ha lasciato gradualmente scadere i Treasury in proprio possesso senza rinnovarli. Risultato: nel giugno 2026, le detenzioni cinesi di titoli di Stato statunitensi ammontavano ad “appena” 633 miliardi di dollari.

Parallelamente, la Repubblica Popolare Cinese ha implementato un sistema di centralizzazione dei flussi di dollari al di fuori degli Stati Uniti che replica sotto diversi aspetti il vecchio meccanismo degli eurodollari. L’elevata performatività dell’economia nazionale e l’incommensurabile capacità industriale, sorrette da un quadro giuridico interno in grado di riscontrare crescente credibilità internazionale e combinate al ruolo strategico giocato da Hong Kong, dotata di una valuta legata al dollaro statunitense da rapporti di cambio fissi e tuttora incline – a differenza di Pechino – a investire in titoli di Stato statunitensi, rendono la Cina un formidabile polo d’attrazione per soggetti stranieri dotati di cospicue disponibilità di capitali denominati in valuta statunitense. Sommandosi ai dollari ottenuti grazie agli imponenti surplus commerciali con gli Stati Uniti, questi “verdoni” vengono poi o reimpiegati per pagare materie prime ed energia, o trasformati in prestiti all’estero dal sistema bancario cinese.

L’attivismo della Cina fa sì che una quota significativa dei petrodollari riconducibili ai Paesi del Golfo Persico non vada più a finanziare i colossali deficit statunitensi, ma ad acquistare beni, servizi e/o partecipazioni azionarie in Cina. La quale ricicla a sua volta quanto incassato per importare petrolio e, soprattutto, sotto forma di credito verso i Paesi del cosiddetto “Sud del mondo”, molti dei quali strangolati dalla “trappola del debito”.

I petrodollari non reinvestiti direttamente nell’economia Usa ma convertiti in prestiti all’estero per effetto dell’intermediazione cinese rientrano così negli Stati Uniti senza sostenere il “signoraggio” del dollaro, ma alimentando invece l’inflazione interna. Per rafforzare il processo e incamerare valuta statunitense da prestare all’estero, la Cina si è spinta nel novembre 2024 a emettere obbligazioni a tre e cinque anni in Arabia Saudita denominate in dollari per un controvalore di 2 miliardi, collocandole ad un tasso di interesse addirittura inferiore a quello assicurato dai titoli di Stato facenti capo al Dipartimento del Tesoro. La domanda superava i 40 miliardi di dollari.

Qualora il fenomeno dovesse rivelarsi non episodico, la Cina ottempererebbe automaticamente a tutti i requisiti per fungere da fonte di finanziamento internazionale alternativa e concorrente rispetto a quella statunitense, alimentando così le pressioni al rialzo sui tassi di interesse indipendentemente dalla linea d’azione dei regolatori Usa. La Cina sta in altri termini sottraendo alla Federal Reserve la titolarità esclusiva delle funzioni connesse alla gestione del dollaro privandola anzitutto della prerogativa di determinare i tassi di interesse, come plasticamente dimostrato dall’incremento tendenziale della redditività dei titoli a dieci, venti e trent’anni.

Il trend è andato rafforzandosi in conseguenza dell’attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Nonostante gran parte degli esperti vaticinasse che il conflitto nel Golfo Persico avrebbe prodotto un impatto particolarmente dirompente su un grande importatore di petrolio della regione come la Cina, quest’ultima ha dimostrato una resilienza assolutamente strabiliante. Titolare di ingenti scorte di idrocarburi accumulate nel corso dei mesi precedenti all’aggressione israelo-statunitense e indipendente sotto il profilo energetico per quasi l’85% del proprio fabbisogno grazie al predominio assoluto sulle fonti rinnovabili e all’ampia disponibilità di carbone, l’ex Celeste Impero ha ridotto a marzo, aprile, maggio e giugno le importazioni di petrolio di 3-4 milioni di barili al giorno (50% circa in meno rispetto a gennaio) senza accusare battute d’arresto in termini di crescita economica.

In compenso, il crollo degli approvvigionamenti cinesi ha fornito un cruciale contributo a evitare rincari catastrofici del prezzo degli idrocarburi, sottoposto a forti pressioni anche per effetto della marcata riduzione della capacità di raffinazione russa dovuta agli incessanti attacchi ucraini.

L’impulso inflazionistico generato dai due conflitti ha tuttavia alimentato una crescita vigorosa dei rendimenti in tutto l’Occidente (Giappone compreso), a differenza che in Cina dove i titoli a dieci anni continuano a oscillare attorno alla soglia dell’1,75%.

Per gli Stati Uniti, si tratta di una minaccia insidiosissima, perché destinata ad accrescere progressivamente gli oneri legati al servizio del debito, che al termine dell’anno fiscale in corso dovrebbero raggiungere i 1.200 miliardi di dollari. Una cifra colossale, cresciuta di 2,6 volte rispetto al 2021, pari al 13,5% del bilancio federale e inferiore soltanto all’esborso cumulativo di Medicare e Medicaid (1.700 miliardi ) e dei programmi previsti dalla Social Security (1.500 miliardi), ma nettamente superiore all’intero budget del Pentagono (961 miliardi di dollari). Attualmente, il debito federale degli Stati Uniti supera i 40.000 miliardi di dollari, ed è destinato ad aumentare a un ritmo molto più sostenuto rispetto a quello dell’economia.

Di qui la decisione del Dipartimento del Tesoro statunitense di intervenire dapprima a supporto dello yen, sotto forma di acquisti di valuta giapponese contro euro (!) onde evitare uno scaricamento massiccio di titoli di Stato statunitensi da parte della Bank of Japan. Successivamente, il segretario al Tesoro Bessent ha annunciato un vasto programma di buyback di titoli statunitensi a lunga scadenza finalizzato a riportare sotto controllo i rendimenti, ma rivelatosi inefficace con stupefacente rapidità.

La traiettoria strutturalmente ascendente dei rendimenti pone la Federal Reserve di fronte a un bivio: aumentare i tassi per abbattere l’inflazione e puntellare il ruolo globale del dollaro, a costo di far esplodere i rendimenti; abbassare i tassi, nell’ambito di un processo di repressione finanziaria funzionale a ridurre – attraverso l’inflazione – il peso reale del debito ma destinato a deprimere profondamente il corso del dollaro, alimentando così le spinte centrifughe dal sistema imperniato sulla valuta statunitense.

Le reiterate richieste avanzate dall’amministrazione Trump affinché la Federal Reserve abbassi i tassi fanno pendere l’ago della bilancia a favore della seconda opzione, che apre tuttavia il varco all’affermazione dell’oro come bene di riserva globale sostitutivo – non più alternativo – al dollaro.

Viene così a delinearsi uno scenario a cui la Cina sta preparandosi da tempo, come testimoniato dalle enormi riserve di oro accumulate nel corso degli ultimi quindici anni dalla People’s Bank of China, che secondo Goldman Sachs risulterebbero di molto superiori a quelle riconosciute ufficialmente. Nel mese di giugno, la Cina ha acquistato oltre 40 tonnellate d’oro sul mercato over-the-counter di Londra, con un aumento del 167% rispetto alle 15 tonnellate dichiarate ufficialmente dalla Banca Centrale. Nel complesso, sottolinea Goldman Sachs, i volumi di acquisti over-the-counter hanno superato nei mesi di maggio e giugno le 88 tonnellate: una quantità superiore all’incremento delle riserve auree su base annua annunciato da Pechino.

L’attivismo sul mercato dell’oro suggerisce che la Cina intenda avvalersi delle vaste riserve di metallo prezioso per “collateralizzare” lo yuan-renminbi e imprimere l’accelerata decisiva alla sua internazionalizzazione. L’obiettivo sembra consistere nell’elevare lo yuan-renminbi al rango di valuta di riferimento per processare i pagamenti delle importazioni cinesi di materie prime.

Così, Pechino per un verso si avvale della piazza di Hong Kong per centralizzare capitali denominati in valuta statunitense e alimentare un flusso internazionale di dollari svincolato dal controllo della Federal Reserve, offrendo un importantissimo canale di finanziamento sia ai Paesi indebitati, sia a quanti necessitano di aggirare il regime sanzionatorio statunitense. Per l’alto, accumula oro, alleggerisce progressivamente le detenzioni di Treasury statunitensi e lavora per conferire uno status globale allo yuan-renmimbi.

Quella escogitata dall’ex Celeste Impero viene a configurarsi una strategia sottile e “felpata”, che combinando pragmatismo a flessibilità si candida a ridisegnare gli assetti geofinanziari accrescendo l’influenza cinese su scala globale a detrimento degli Stati Uniti.

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September 8, 2026

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