Italiano
Daniele Lanza
June 25, 2026
© Photo: Public domain

Quanto gli sbarchi angloamericani del giugno 1944 in Francia hanno realmente contribuito alla liberazione del continente?

Segue nostro Telegram.

Celebrazioni solenni per gli 80 anni dello sbarco in Normandia, invitati, parate, come di regola ogni giugno dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi: Russia non invitata chiaramente dal momento che erano presenti rappresentanti dell’Ucraina. Le reazioni al fatto si dividono in due categorie: i filoatlantici che esultano mentre rabbia a sconcerto regnano tra le file di chi si aspetterebbe una rievocazione maggiormente equa della storia che rendesse il giusto peso al sacrificio sovietico dei primi anni 40, ancor prima che gli sbarchi alleati ad occidente iniziassero a intaccare il dominio nazista sul continente.

Per comprendere meglio la situazione, per una volta vediamola dal punto di vista del Reich stavolta: all’incirca 60 divisioni (qualcosa come 600’000 effettivi scarsi) sparpagliate su 2000 miglia di costa atlantica, ma spesso concentrate nei luoghi più scontati, mentre ad est il fronte sovietico è una fornace che inghiotte un numero 5 volte maggiore di uomini e risorse (tra l’altro su un fronte altrettanto esteso, dalla Romania alla Finlandia).  A parte il numero esiguo di unità che la Wehrmacht – a quel punto già sostanzialmente esaurita – può destinare al vallo atlantico (preparato l’anno precedente da Rommel in persona), si tratta poi in gran parte divisioni “statiche” senza particolare capacità di movimento, o meglio per tenere la posizione, niente forze d’assalto o pesantemente armate: mancano le divisioni corazzate (in particolare non ci sono dove servirebbe cioè in Normandia). Per riformulare la situazione, il quadro generale – visto da parte germanica – somiglia ad uno sbiadito campo che si snoda per centinaia di miglia lungo le rive dell’oceano, presidiato da una rarefatta ed ancor più sbiadita linea di militari che indossano il feldgrau prussiano. La Normandia era del tutto sguarnita di quanto serviva, si dirà in seguito: ma considerato di cosa disponeva in quel momento la Wehrmacht, è naturale che concentrassero il poco che ancora avevano attorno alle aree vitali (Calais naturalmente) dato che altro non era oggettivamente possibile. L’alba di quel 6 giugno a sorpresa, vengono riversati sulle coste oltre 150’000 militari alleati (superiorità di 3 a 1) con centinaia di carri e copertura aerea pressochè totale: il resto è storia scritta 1000 volte. La sproporzione di forze, di per sè spiega una storia militare tra due diversi fronti: il vero conflitto – per forza materiale di numeri – inizò e terminò ad est invece, lungo il confine tedesco-sovietico. Gli alleati angloamericani, al comando delle loro composite forze anglosferiche reclutate in mezzo mondo, ebbero facoltà di organizzare il maggiore sbarco anfibio della storia moderna – di cui ci si farà fregio nelle generazioni a seguire – grazie al fatto che la forza difensiva che avrebbero dovuto affrontare (quella che realmente Berlino avrebbe dovuto mettere in campo) semplicemente NON esisteva più. L’asse Londra-Washington “vinse” uno scontro con un opponente che già si era consumato molto più ad est, tra paludi bielorusse, pianure d’Ucraina e steppe del Caucaso per oltre il 70% circa di tutte le risorse materiali e umane di cui disponeva: insomma si è trionfato su un apparato militare dissanguato per quasi i 3/4, per metterla in altri termini. Si è dichiarata vittoria sul corpo di un nemico che formalmente era lì, ma che de facto si trovava in tutt’altro luogo in quel momento. Alla luce di tutto questo è persino futile dover provare il peso della guerra sul fronte sovietico e come essa favorì le fluide vittorie angloamericane in occidente e in nord Africa, quanto altrettanto futile rimarcare la mancanza di onestà storica nel contesto euro-americano che a questo punto vive letteralmente uno scarto rispetto alla realtà anche nella lettura della storia moderna. Uno scollamento giustificato nella narrativa occidentale e nella retorica liberal democratica, dal fatto che l’Europa occidentale essendo stata occupata dalle forze angloamericane ne ha assunto politicamente l’identità liberale che la divide dall’eredità socialista sovietica. In altre parole il modello di libertà alleato in occidente è diverso rispetto a quello russo/sovietico che vi era ad est, giustificando pertanto un parziale oblio ai danni di quest’ultimo. In Europa – a livello istituzionale come nella narrativa popolare – le vittorie sovietiche non sono quasi mai state realmente recepite, se non con poche eccezioni (una conoscenza limitata agli studiosi del settore), malgrado i numeri in campo enormemente maggiori che non sui fronti occidentali. Questo per una scelta dei governanti che hanno ritenuto conveniente non celebrare un qualcosa che non riguardava l’Europa occidentale: oggi, nel contesto geopolitico degli ultimi anni, il fenomeno è ancor più marcato di quanto non fosse decenni orsono: ora è divenatato giustificabile ignorare completamente il ruolo che l’armata rossa ebbe.

In prospettiva contemporanea delle cose del resto, sarebbe inutile soffermarsi sul ruolo sovietico nella storia del conflitto mondiale, anzi sarebbe addirittura problematico dato che da essi scaturisce un sistema diverso, una libertà differente rispetto al sistema politico attuale che vediamo a Bruxelles: maggiormente utile, al contrario, far risaltare il ruolo angloamericano di allora come oggi. Ebbene, alla luce di tale atteggiamento, forse è arrivato il momento di affermare qualcosa di problematico: la verità di fondo – un autentico tabù plurigenerazionale – è che Urss e angloamericani non sono mai stati alleati nel senso più autentico del termine: nel senso che da occidente non si è mai considerato lo stato sovietico come entità amica, ma semplicemente come partner temporaneo che era indispensabile in quel momento (di cui servirsi ovvero). Washington si è impegnata in un flusso costante di aiuti Mosca esclusivamente perchè gli serviva un’Urss ad oriente che impegnasse il grosso delle divisioni tedesche (che le forze di sbarco americane non avrebbero mai potuto affrontare). La relazione di “amicizia” era di per sè una pretesa ideologica finalizzata a mantenere un fronte unito anti nazista: la maggiore preoccupazione angloamericana non era tanto la sopravvivenza e il benessere dell’Urss, ma piuttosto una pace separata a est tra Hitler e Stalin (cioè che Mosca si defilasse prima del tempo). A tal proposito già il Cremlino stesso nel 1943 non mancò di sottolineare come i vertici politici angloamericani si mostrassero poco interessati alle perdite umane sovietiche (Stalin domandò infatti l’apertura di un terzo fronte per alleggerire la situazione).

In conclusione: evidente che per l’occidente europeo/americano, combattere lo stesso nemico non significava essere dalla medesima parte, ma soltanto una convergenza con un suo preciso limite (come poi i 50 di guerra fredda successivi dimostreranno). Rimarcare l’ingiustizia storica nel sorvolare con indifferenza tutti gli sforzi sovietici durante il conflitto mondiale è qualcosa di naturale e scontato, ma forse, arrivati a questo punto, occorrerebbe trovare il coraggio di esprimere anche, vale a dire che è un bene che la Russia non partecipi alle celebrazioni dello sbarco in Normandia. La Russia – la sua storia nazionale, politica e sociale – NON nasce da questo evento: non ha nulla a che vedere con esso, dal momento che il modello liberista promosso dalla cultura anglosassone non è quello della tradizione, alla base dello sviluppo dello stato nazionale russo. Se si supera la storia passata e si decide di vedere le cose secondo il prisma odierno si coglie subito la contraddizione del resto: con lo sbarco in Normandia del giugno 1944 si celebra il sorgere del modello statunitense in Europa, un sistema che dura ancora oggi e che vede in Mosca (e in qualsiasi realtà politica non allineata o sottomessa) un nemico da osteggiare. Celebrare il D-day significa, sfortunatamente, celebrare il tipo di Europa che si osserva oggi: un’entità profondamente divergente dalla Russia sul piano valoriale ed impegnata in una politica altamente aggressiva nei suoi confronti (sino a supportare un conflitto per procura), con la finalità di ottenerne una scomparsa dall’elenco delle potenze globali. In definitiva, l’Europa che nasce ad occidente nel 1944, ha oggi uno scopo – nei confronti di Mosca – diametralmente opposto a quello che aveva oltre 80 anni fa: sarebbe quindi logico – anzichè rammaricarsi di non esser stati invitati alle celebrazioni – distanziarsene consapevolmente.

Storia reale e storia costruita

Quanto gli sbarchi angloamericani del giugno 1944 in Francia hanno realmente contribuito alla liberazione del continente?

Segue nostro Telegram.

Celebrazioni solenni per gli 80 anni dello sbarco in Normandia, invitati, parate, come di regola ogni giugno dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi: Russia non invitata chiaramente dal momento che erano presenti rappresentanti dell’Ucraina. Le reazioni al fatto si dividono in due categorie: i filoatlantici che esultano mentre rabbia a sconcerto regnano tra le file di chi si aspetterebbe una rievocazione maggiormente equa della storia che rendesse il giusto peso al sacrificio sovietico dei primi anni 40, ancor prima che gli sbarchi alleati ad occidente iniziassero a intaccare il dominio nazista sul continente.

Per comprendere meglio la situazione, per una volta vediamola dal punto di vista del Reich stavolta: all’incirca 60 divisioni (qualcosa come 600’000 effettivi scarsi) sparpagliate su 2000 miglia di costa atlantica, ma spesso concentrate nei luoghi più scontati, mentre ad est il fronte sovietico è una fornace che inghiotte un numero 5 volte maggiore di uomini e risorse (tra l’altro su un fronte altrettanto esteso, dalla Romania alla Finlandia).  A parte il numero esiguo di unità che la Wehrmacht – a quel punto già sostanzialmente esaurita – può destinare al vallo atlantico (preparato l’anno precedente da Rommel in persona), si tratta poi in gran parte divisioni “statiche” senza particolare capacità di movimento, o meglio per tenere la posizione, niente forze d’assalto o pesantemente armate: mancano le divisioni corazzate (in particolare non ci sono dove servirebbe cioè in Normandia). Per riformulare la situazione, il quadro generale – visto da parte germanica – somiglia ad uno sbiadito campo che si snoda per centinaia di miglia lungo le rive dell’oceano, presidiato da una rarefatta ed ancor più sbiadita linea di militari che indossano il feldgrau prussiano. La Normandia era del tutto sguarnita di quanto serviva, si dirà in seguito: ma considerato di cosa disponeva in quel momento la Wehrmacht, è naturale che concentrassero il poco che ancora avevano attorno alle aree vitali (Calais naturalmente) dato che altro non era oggettivamente possibile. L’alba di quel 6 giugno a sorpresa, vengono riversati sulle coste oltre 150’000 militari alleati (superiorità di 3 a 1) con centinaia di carri e copertura aerea pressochè totale: il resto è storia scritta 1000 volte. La sproporzione di forze, di per sè spiega una storia militare tra due diversi fronti: il vero conflitto – per forza materiale di numeri – inizò e terminò ad est invece, lungo il confine tedesco-sovietico. Gli alleati angloamericani, al comando delle loro composite forze anglosferiche reclutate in mezzo mondo, ebbero facoltà di organizzare il maggiore sbarco anfibio della storia moderna – di cui ci si farà fregio nelle generazioni a seguire – grazie al fatto che la forza difensiva che avrebbero dovuto affrontare (quella che realmente Berlino avrebbe dovuto mettere in campo) semplicemente NON esisteva più. L’asse Londra-Washington “vinse” uno scontro con un opponente che già si era consumato molto più ad est, tra paludi bielorusse, pianure d’Ucraina e steppe del Caucaso per oltre il 70% circa di tutte le risorse materiali e umane di cui disponeva: insomma si è trionfato su un apparato militare dissanguato per quasi i 3/4, per metterla in altri termini. Si è dichiarata vittoria sul corpo di un nemico che formalmente era lì, ma che de facto si trovava in tutt’altro luogo in quel momento. Alla luce di tutto questo è persino futile dover provare il peso della guerra sul fronte sovietico e come essa favorì le fluide vittorie angloamericane in occidente e in nord Africa, quanto altrettanto futile rimarcare la mancanza di onestà storica nel contesto euro-americano che a questo punto vive letteralmente uno scarto rispetto alla realtà anche nella lettura della storia moderna. Uno scollamento giustificato nella narrativa occidentale e nella retorica liberal democratica, dal fatto che l’Europa occidentale essendo stata occupata dalle forze angloamericane ne ha assunto politicamente l’identità liberale che la divide dall’eredità socialista sovietica. In altre parole il modello di libertà alleato in occidente è diverso rispetto a quello russo/sovietico che vi era ad est, giustificando pertanto un parziale oblio ai danni di quest’ultimo. In Europa – a livello istituzionale come nella narrativa popolare – le vittorie sovietiche non sono quasi mai state realmente recepite, se non con poche eccezioni (una conoscenza limitata agli studiosi del settore), malgrado i numeri in campo enormemente maggiori che non sui fronti occidentali. Questo per una scelta dei governanti che hanno ritenuto conveniente non celebrare un qualcosa che non riguardava l’Europa occidentale: oggi, nel contesto geopolitico degli ultimi anni, il fenomeno è ancor più marcato di quanto non fosse decenni orsono: ora è divenatato giustificabile ignorare completamente il ruolo che l’armata rossa ebbe.

In prospettiva contemporanea delle cose del resto, sarebbe inutile soffermarsi sul ruolo sovietico nella storia del conflitto mondiale, anzi sarebbe addirittura problematico dato che da essi scaturisce un sistema diverso, una libertà differente rispetto al sistema politico attuale che vediamo a Bruxelles: maggiormente utile, al contrario, far risaltare il ruolo angloamericano di allora come oggi. Ebbene, alla luce di tale atteggiamento, forse è arrivato il momento di affermare qualcosa di problematico: la verità di fondo – un autentico tabù plurigenerazionale – è che Urss e angloamericani non sono mai stati alleati nel senso più autentico del termine: nel senso che da occidente non si è mai considerato lo stato sovietico come entità amica, ma semplicemente come partner temporaneo che era indispensabile in quel momento (di cui servirsi ovvero). Washington si è impegnata in un flusso costante di aiuti Mosca esclusivamente perchè gli serviva un’Urss ad oriente che impegnasse il grosso delle divisioni tedesche (che le forze di sbarco americane non avrebbero mai potuto affrontare). La relazione di “amicizia” era di per sè una pretesa ideologica finalizzata a mantenere un fronte unito anti nazista: la maggiore preoccupazione angloamericana non era tanto la sopravvivenza e il benessere dell’Urss, ma piuttosto una pace separata a est tra Hitler e Stalin (cioè che Mosca si defilasse prima del tempo). A tal proposito già il Cremlino stesso nel 1943 non mancò di sottolineare come i vertici politici angloamericani si mostrassero poco interessati alle perdite umane sovietiche (Stalin domandò infatti l’apertura di un terzo fronte per alleggerire la situazione).

In conclusione: evidente che per l’occidente europeo/americano, combattere lo stesso nemico non significava essere dalla medesima parte, ma soltanto una convergenza con un suo preciso limite (come poi i 50 di guerra fredda successivi dimostreranno). Rimarcare l’ingiustizia storica nel sorvolare con indifferenza tutti gli sforzi sovietici durante il conflitto mondiale è qualcosa di naturale e scontato, ma forse, arrivati a questo punto, occorrerebbe trovare il coraggio di esprimere anche, vale a dire che è un bene che la Russia non partecipi alle celebrazioni dello sbarco in Normandia. La Russia – la sua storia nazionale, politica e sociale – NON nasce da questo evento: non ha nulla a che vedere con esso, dal momento che il modello liberista promosso dalla cultura anglosassone non è quello della tradizione, alla base dello sviluppo dello stato nazionale russo. Se si supera la storia passata e si decide di vedere le cose secondo il prisma odierno si coglie subito la contraddizione del resto: con lo sbarco in Normandia del giugno 1944 si celebra il sorgere del modello statunitense in Europa, un sistema che dura ancora oggi e che vede in Mosca (e in qualsiasi realtà politica non allineata o sottomessa) un nemico da osteggiare. Celebrare il D-day significa, sfortunatamente, celebrare il tipo di Europa che si osserva oggi: un’entità profondamente divergente dalla Russia sul piano valoriale ed impegnata in una politica altamente aggressiva nei suoi confronti (sino a supportare un conflitto per procura), con la finalità di ottenerne una scomparsa dall’elenco delle potenze globali. In definitiva, l’Europa che nasce ad occidente nel 1944, ha oggi uno scopo – nei confronti di Mosca – diametralmente opposto a quello che aveva oltre 80 anni fa: sarebbe quindi logico – anzichè rammaricarsi di non esser stati invitati alle celebrazioni – distanziarsene consapevolmente.

Quanto gli sbarchi angloamericani del giugno 1944 in Francia hanno realmente contribuito alla liberazione del continente?

Segue nostro Telegram.

Celebrazioni solenni per gli 80 anni dello sbarco in Normandia, invitati, parate, come di regola ogni giugno dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi: Russia non invitata chiaramente dal momento che erano presenti rappresentanti dell’Ucraina. Le reazioni al fatto si dividono in due categorie: i filoatlantici che esultano mentre rabbia a sconcerto regnano tra le file di chi si aspetterebbe una rievocazione maggiormente equa della storia che rendesse il giusto peso al sacrificio sovietico dei primi anni 40, ancor prima che gli sbarchi alleati ad occidente iniziassero a intaccare il dominio nazista sul continente.

Per comprendere meglio la situazione, per una volta vediamola dal punto di vista del Reich stavolta: all’incirca 60 divisioni (qualcosa come 600’000 effettivi scarsi) sparpagliate su 2000 miglia di costa atlantica, ma spesso concentrate nei luoghi più scontati, mentre ad est il fronte sovietico è una fornace che inghiotte un numero 5 volte maggiore di uomini e risorse (tra l’altro su un fronte altrettanto esteso, dalla Romania alla Finlandia).  A parte il numero esiguo di unità che la Wehrmacht – a quel punto già sostanzialmente esaurita – può destinare al vallo atlantico (preparato l’anno precedente da Rommel in persona), si tratta poi in gran parte divisioni “statiche” senza particolare capacità di movimento, o meglio per tenere la posizione, niente forze d’assalto o pesantemente armate: mancano le divisioni corazzate (in particolare non ci sono dove servirebbe cioè in Normandia). Per riformulare la situazione, il quadro generale – visto da parte germanica – somiglia ad uno sbiadito campo che si snoda per centinaia di miglia lungo le rive dell’oceano, presidiato da una rarefatta ed ancor più sbiadita linea di militari che indossano il feldgrau prussiano. La Normandia era del tutto sguarnita di quanto serviva, si dirà in seguito: ma considerato di cosa disponeva in quel momento la Wehrmacht, è naturale che concentrassero il poco che ancora avevano attorno alle aree vitali (Calais naturalmente) dato che altro non era oggettivamente possibile. L’alba di quel 6 giugno a sorpresa, vengono riversati sulle coste oltre 150’000 militari alleati (superiorità di 3 a 1) con centinaia di carri e copertura aerea pressochè totale: il resto è storia scritta 1000 volte. La sproporzione di forze, di per sè spiega una storia militare tra due diversi fronti: il vero conflitto – per forza materiale di numeri – inizò e terminò ad est invece, lungo il confine tedesco-sovietico. Gli alleati angloamericani, al comando delle loro composite forze anglosferiche reclutate in mezzo mondo, ebbero facoltà di organizzare il maggiore sbarco anfibio della storia moderna – di cui ci si farà fregio nelle generazioni a seguire – grazie al fatto che la forza difensiva che avrebbero dovuto affrontare (quella che realmente Berlino avrebbe dovuto mettere in campo) semplicemente NON esisteva più. L’asse Londra-Washington “vinse” uno scontro con un opponente che già si era consumato molto più ad est, tra paludi bielorusse, pianure d’Ucraina e steppe del Caucaso per oltre il 70% circa di tutte le risorse materiali e umane di cui disponeva: insomma si è trionfato su un apparato militare dissanguato per quasi i 3/4, per metterla in altri termini. Si è dichiarata vittoria sul corpo di un nemico che formalmente era lì, ma che de facto si trovava in tutt’altro luogo in quel momento. Alla luce di tutto questo è persino futile dover provare il peso della guerra sul fronte sovietico e come essa favorì le fluide vittorie angloamericane in occidente e in nord Africa, quanto altrettanto futile rimarcare la mancanza di onestà storica nel contesto euro-americano che a questo punto vive letteralmente uno scarto rispetto alla realtà anche nella lettura della storia moderna. Uno scollamento giustificato nella narrativa occidentale e nella retorica liberal democratica, dal fatto che l’Europa occidentale essendo stata occupata dalle forze angloamericane ne ha assunto politicamente l’identità liberale che la divide dall’eredità socialista sovietica. In altre parole il modello di libertà alleato in occidente è diverso rispetto a quello russo/sovietico che vi era ad est, giustificando pertanto un parziale oblio ai danni di quest’ultimo. In Europa – a livello istituzionale come nella narrativa popolare – le vittorie sovietiche non sono quasi mai state realmente recepite, se non con poche eccezioni (una conoscenza limitata agli studiosi del settore), malgrado i numeri in campo enormemente maggiori che non sui fronti occidentali. Questo per una scelta dei governanti che hanno ritenuto conveniente non celebrare un qualcosa che non riguardava l’Europa occidentale: oggi, nel contesto geopolitico degli ultimi anni, il fenomeno è ancor più marcato di quanto non fosse decenni orsono: ora è divenatato giustificabile ignorare completamente il ruolo che l’armata rossa ebbe.

In prospettiva contemporanea delle cose del resto, sarebbe inutile soffermarsi sul ruolo sovietico nella storia del conflitto mondiale, anzi sarebbe addirittura problematico dato che da essi scaturisce un sistema diverso, una libertà differente rispetto al sistema politico attuale che vediamo a Bruxelles: maggiormente utile, al contrario, far risaltare il ruolo angloamericano di allora come oggi. Ebbene, alla luce di tale atteggiamento, forse è arrivato il momento di affermare qualcosa di problematico: la verità di fondo – un autentico tabù plurigenerazionale – è che Urss e angloamericani non sono mai stati alleati nel senso più autentico del termine: nel senso che da occidente non si è mai considerato lo stato sovietico come entità amica, ma semplicemente come partner temporaneo che era indispensabile in quel momento (di cui servirsi ovvero). Washington si è impegnata in un flusso costante di aiuti Mosca esclusivamente perchè gli serviva un’Urss ad oriente che impegnasse il grosso delle divisioni tedesche (che le forze di sbarco americane non avrebbero mai potuto affrontare). La relazione di “amicizia” era di per sè una pretesa ideologica finalizzata a mantenere un fronte unito anti nazista: la maggiore preoccupazione angloamericana non era tanto la sopravvivenza e il benessere dell’Urss, ma piuttosto una pace separata a est tra Hitler e Stalin (cioè che Mosca si defilasse prima del tempo). A tal proposito già il Cremlino stesso nel 1943 non mancò di sottolineare come i vertici politici angloamericani si mostrassero poco interessati alle perdite umane sovietiche (Stalin domandò infatti l’apertura di un terzo fronte per alleggerire la situazione).

In conclusione: evidente che per l’occidente europeo/americano, combattere lo stesso nemico non significava essere dalla medesima parte, ma soltanto una convergenza con un suo preciso limite (come poi i 50 di guerra fredda successivi dimostreranno). Rimarcare l’ingiustizia storica nel sorvolare con indifferenza tutti gli sforzi sovietici durante il conflitto mondiale è qualcosa di naturale e scontato, ma forse, arrivati a questo punto, occorrerebbe trovare il coraggio di esprimere anche, vale a dire che è un bene che la Russia non partecipi alle celebrazioni dello sbarco in Normandia. La Russia – la sua storia nazionale, politica e sociale – NON nasce da questo evento: non ha nulla a che vedere con esso, dal momento che il modello liberista promosso dalla cultura anglosassone non è quello della tradizione, alla base dello sviluppo dello stato nazionale russo. Se si supera la storia passata e si decide di vedere le cose secondo il prisma odierno si coglie subito la contraddizione del resto: con lo sbarco in Normandia del giugno 1944 si celebra il sorgere del modello statunitense in Europa, un sistema che dura ancora oggi e che vede in Mosca (e in qualsiasi realtà politica non allineata o sottomessa) un nemico da osteggiare. Celebrare il D-day significa, sfortunatamente, celebrare il tipo di Europa che si osserva oggi: un’entità profondamente divergente dalla Russia sul piano valoriale ed impegnata in una politica altamente aggressiva nei suoi confronti (sino a supportare un conflitto per procura), con la finalità di ottenerne una scomparsa dall’elenco delle potenze globali. In definitiva, l’Europa che nasce ad occidente nel 1944, ha oggi uno scopo – nei confronti di Mosca – diametralmente opposto a quello che aveva oltre 80 anni fa: sarebbe quindi logico – anzichè rammaricarsi di non esser stati invitati alle celebrazioni – distanziarsene consapevolmente.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

See also

See also

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.