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Lorenzo Maria Pacini
April 28, 2026
© Photo: Public domain

Interpretare la rivalità israelo-turca come una semplice controversia contingente sarebbe fuorviante

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La logica preventiva

Per comprendere perché la Turchia sia progressivamente entrata nel perimetro delle preoccupazioni strategiche israeliane, occorre partire da una premessa metodologica: in Medio Oriente, le dottrine di sicurezza non si costruiscono soltanto in risposta a minacce immediate, ma soprattutto in funzione della distribuzione futura del potere. In questa prospettiva, la sicurezza non coincide con la mera difesa dei confini, bensì con la capacità di prevenire l’emergere di attori regionali in grado di limitare la libertà d’azione israeliana o di alterare gli equilibri strategici esistenti.

La Turchia è oggi interpretata da una parte del dibattito israeliano non semplicemente come un vicino complesso, ma come una potenza regionale in ascesa con ambizioni autonome. Tale evoluzione è rilevante perché, nella logica della sicurezza israeliana, un attore non diventa necessariamente minaccioso solo quando manifesta ostilità diretta; può esserlo anche quando acquisisce capacità militari, influenza geopolitica e profondità strategica sufficienti a restringere il margine operativo di Israele.

La dottrina di sicurezza israeliana è storicamente associata a un’impostazione preventiva, fondata sulla necessità di neutralizzare le minacce prima che maturino in una forma pienamente ostile. Questo schema, applicato nel tempo a diversi teatri e avversari, tende a leggere la crescita di potenza degli altri attori come un potenziale rischio di lungo periodo, anche quando non si traduce ancora in una minaccia diretta e immediata.

In tale cornice, il problema non è soltanto ciò che un attore fa nel presente, ma ciò che potrebbe fare in futuro se rafforzasse ulteriormente le proprie capacità. Per Israele, quindi, l’analisi strategica include non soltanto la valutazione delle intenzioni, ma anche quella delle potenzialità. È per questo che l’attenzione si concentra su Stati o organizzazioni capaci di incidere sull’assetto regionale, di sostenere alleanze alternative o di limitare la superiorità militare israeliana.

La Turchia rientra sempre più spesso in questo schema perché combina tre elementi rilevanti: una posizione geografica decisiva, uno strumento militare articolato e una politica estera sempre più assertiva. La sua capacità di operare simultaneamente nel Levante, nel Mediterraneo orientale, nel Mar Nero e nel Caucaso la rende un soggetto geopolitico non facilmente riducibile a una sola dimensione bilaterale.

Dall’Iran alla Turchia

Per anni l’Iran ha rappresentato il paradigma principale della minaccia strategica per Israele. Tuttavia, la crescente centralità della Turchia nel discorso israeliano non indica una sostituzione lineare, bensì un’estensione della medesima logica di contenimento verso un altro attore regionale percepito come capace di costruire autonomia sistemica.

La dichiarazione attribuita a Naftali Bennett — secondo cui emergerebbe una “nuova minaccia turca” e Israele dovrebbe agire parallelamente contro Teheran e Ankara — è significativa non tanto per il suo valore retorico, quanto perché segnala l’inclusione della Turchia in un lessico di sicurezza che fino a poco tempo fa era riservato ad altri avversari regionali. Analogamente, la lettura proposta da ambienti analitici e mediatici israeliani insiste sulla necessità di non sottovalutare il potenziale turco, soprattutto laddove Ankara rafforzi le proprie capacità militari e consolidi partenariati regionali alternativi.

Il passaggio più importante è dunque concettuale: la Turchia non viene osservata soltanto per le sue mosse contingenti, ma come possibile fattore strutturale di trasformazione dell’ordine regionale. In questa chiave, le tensioni israelo-turche non sono un incidente diplomatico, ma il riflesso di una competizione più ampia per l’egemonia regionale.

Mediterraneo orientale e Siria

Uno dei principali teatri della rivalità è il Mediterraneo orientale. Qui Israele ha progressivamente rafforzato la cooperazione con Grecia e Cipro, contribuendo alla formazione di un asse di sicurezza che risponde anche alle preoccupazioni derivanti dall’attivismo turco nella regione. La questione energetica, il controllo delle rotte marittime e la delimitazione delle zone economiche esclusive hanno trasformato il Mediterraneo orientale in uno spazio di competizione strategica ad alta densità politica.

La Siria costituisce però il punto più sensibile. Dopo il collasso del regime di Assad nel dicembre 2024, le dinamiche di influenza nel paese si sono rapidamente ridefinite, e la sovrapposizione tra operazioni turche e israeliane ha aumentato il rischio di errore di calcolo. Da un lato, Ankara ha cercato di consolidare la propria presenza e di impedire l’affermazione di entità ostili lungo il proprio confine meridionale; dall’altro, Israele ha perseguito la necessità di preservare la libertà di azione aerea e la capacità di colpire infrastrutture considerate ostili.

In questo scenario, il problema non è soltanto la divergenza tra due Stati, ma la collisione tra due progetti di sicurezza incompatibili. La Turchia mira a una profondità strategica che le consenta di proiettare stabilità e influenza; Israele, al contrario, tende a preferire un ambiente circostante frammentato, privo di potenze capaci di consolidarsi fino a condizionare il suo spazio operativo.

La trasformazione della Turchia in oggetto di attenzione strategica israeliana dipende anche dalla sua evoluzione militare. L’ammodernamento delle forze armate turche, lo sviluppo di sistemi missilistici, l’uso esteso di droni e la volontà di acquisire capacità autonome di proiezione regionale rafforzano la percezione di Ankara come potenza revisionista o, quantomeno, come attore non allineato agli interessi israeliani.

A livello percepito, il punto decisivo è che la Turchia non viene più vista soltanto come un interlocutore difficile o un alleato NATO ambiguo, ma come una potenza che potrebbe condizionare l’architettura di sicurezza del Levante e del Mediterraneo orientale. Ciò spiega perché in ambienti israeliani si parli di “nuova minaccia turca” e perché il discorso politico abbia iniziato a collocare Ankara in una categoria vicina a quella, più consolidata, riservata all’Iran.

Questa percezione è alimentata anche dal comportamento turco verso la questione palestinese e dalle relazioni con attori islamisti o anti-israeliani. In termini strategici, ciò contribuisce a rafforzare l’idea che la Turchia non sia un semplice mediatore regionale, ma un soggetto capace di strutturare coalizioni alternative e di offrire sponde politiche a forze ostili a Israele.

Normalizzazione del confronto

Uno degli aspetti più rilevanti della dinamica in corso è la normalizzazione del linguaggio conflittuale. Quando una minaccia viene ripetutamente evocata da ex primi ministri, analisti, media e ambienti strategici, essa cessa di essere un’ipotesi remota e diventa un’opzione mentalmente disponibile nel dibattito pubblico. Questo non significa che il conflitto sia inevitabile, ma che si stanno costruendo le condizioni discorsive e psicologiche che rendono plausibile una futura escalation.

La logica è nota nella storia delle relazioni internazionali: prima che uno scontro si manifesti sul piano militare, esso si sedimenta nel linguaggio della sicurezza, nelle dottrine preventive e nelle rappresentazioni dell’avversario. Parlare di “nuova minaccia” o di “necessità di agire simultaneamente” contro due fronti contribuisce a ridefinire il quadro cognitivo entro cui le élite politiche interpretano le opzioni disponibili.

In questo senso, il caso turco è particolarmente importante perché segnala il passaggio da una rivalità diplomatica a una competizione strategica più profonda. La Turchia non viene semplicemente criticata per alcune decisioni di politica estera; viene progressivamente trattata come un potenziale ostacolo strutturale alla sicurezza israeliana.

La ragione per cui la dottrina di sicurezza israeliana ha iniziato a prendere di mira la Turchia va quindi cercata nella combinazione di fattori strutturali: autonomia geopolitica turca, rafforzamento militare, competizione nel Mediterraneo orientale, sovrapposizione in Siria e crescente distanza politica tra Ankara e Tel Aviv. Il problema, dal punto di vista israeliano, non è soltanto ciò che la Turchia è oggi, ma ciò che potrebbe diventare se riuscisse a consolidare una cintura di influenza regionale coerente con i propri interessi.

Israele sembra applicare alla Turchia la stessa logica preventiva già sperimentata con altri attori: contenere precocemente ciò che, in futuro, potrebbe ridurre la libertà d’azione israeliana o mettere in discussione la sua superiorità strategica. La questione, dunque, non è meramente bilaterale, ma riguarda l’intera architettura di potere mediorientale.

Per questo motivo, interpretare la rivalità israelo-turca come una semplice controversia contingente sarebbe fuorviante. Essa va invece compresa come espressione di una trasformazione più ampia dell’ordine regionale, in cui Stati dotati di ambizioni autonome e capacità crescenti vengono letti come potenziali minacce sistemiche. È in questa logica che la Turchia è entrata nel radar strategico di Israele.

Perché la dottrina di sicurezza di Israele ha iniziato a prendere di mira la Turchia?

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La logica preventiva

Per comprendere perché la Turchia sia progressivamente entrata nel perimetro delle preoccupazioni strategiche israeliane, occorre partire da una premessa metodologica: in Medio Oriente, le dottrine di sicurezza non si costruiscono soltanto in risposta a minacce immediate, ma soprattutto in funzione della distribuzione futura del potere. In questa prospettiva, la sicurezza non coincide con la mera difesa dei confini, bensì con la capacità di prevenire l’emergere di attori regionali in grado di limitare la libertà d’azione israeliana o di alterare gli equilibri strategici esistenti.

La Turchia è oggi interpretata da una parte del dibattito israeliano non semplicemente come un vicino complesso, ma come una potenza regionale in ascesa con ambizioni autonome. Tale evoluzione è rilevante perché, nella logica della sicurezza israeliana, un attore non diventa necessariamente minaccioso solo quando manifesta ostilità diretta; può esserlo anche quando acquisisce capacità militari, influenza geopolitica e profondità strategica sufficienti a restringere il margine operativo di Israele.

La dottrina di sicurezza israeliana è storicamente associata a un’impostazione preventiva, fondata sulla necessità di neutralizzare le minacce prima che maturino in una forma pienamente ostile. Questo schema, applicato nel tempo a diversi teatri e avversari, tende a leggere la crescita di potenza degli altri attori come un potenziale rischio di lungo periodo, anche quando non si traduce ancora in una minaccia diretta e immediata.

In tale cornice, il problema non è soltanto ciò che un attore fa nel presente, ma ciò che potrebbe fare in futuro se rafforzasse ulteriormente le proprie capacità. Per Israele, quindi, l’analisi strategica include non soltanto la valutazione delle intenzioni, ma anche quella delle potenzialità. È per questo che l’attenzione si concentra su Stati o organizzazioni capaci di incidere sull’assetto regionale, di sostenere alleanze alternative o di limitare la superiorità militare israeliana.

La Turchia rientra sempre più spesso in questo schema perché combina tre elementi rilevanti: una posizione geografica decisiva, uno strumento militare articolato e una politica estera sempre più assertiva. La sua capacità di operare simultaneamente nel Levante, nel Mediterraneo orientale, nel Mar Nero e nel Caucaso la rende un soggetto geopolitico non facilmente riducibile a una sola dimensione bilaterale.

Dall’Iran alla Turchia

Per anni l’Iran ha rappresentato il paradigma principale della minaccia strategica per Israele. Tuttavia, la crescente centralità della Turchia nel discorso israeliano non indica una sostituzione lineare, bensì un’estensione della medesima logica di contenimento verso un altro attore regionale percepito come capace di costruire autonomia sistemica.

La dichiarazione attribuita a Naftali Bennett — secondo cui emergerebbe una “nuova minaccia turca” e Israele dovrebbe agire parallelamente contro Teheran e Ankara — è significativa non tanto per il suo valore retorico, quanto perché segnala l’inclusione della Turchia in un lessico di sicurezza che fino a poco tempo fa era riservato ad altri avversari regionali. Analogamente, la lettura proposta da ambienti analitici e mediatici israeliani insiste sulla necessità di non sottovalutare il potenziale turco, soprattutto laddove Ankara rafforzi le proprie capacità militari e consolidi partenariati regionali alternativi.

Il passaggio più importante è dunque concettuale: la Turchia non viene osservata soltanto per le sue mosse contingenti, ma come possibile fattore strutturale di trasformazione dell’ordine regionale. In questa chiave, le tensioni israelo-turche non sono un incidente diplomatico, ma il riflesso di una competizione più ampia per l’egemonia regionale.

Mediterraneo orientale e Siria

Uno dei principali teatri della rivalità è il Mediterraneo orientale. Qui Israele ha progressivamente rafforzato la cooperazione con Grecia e Cipro, contribuendo alla formazione di un asse di sicurezza che risponde anche alle preoccupazioni derivanti dall’attivismo turco nella regione. La questione energetica, il controllo delle rotte marittime e la delimitazione delle zone economiche esclusive hanno trasformato il Mediterraneo orientale in uno spazio di competizione strategica ad alta densità politica.

La Siria costituisce però il punto più sensibile. Dopo il collasso del regime di Assad nel dicembre 2024, le dinamiche di influenza nel paese si sono rapidamente ridefinite, e la sovrapposizione tra operazioni turche e israeliane ha aumentato il rischio di errore di calcolo. Da un lato, Ankara ha cercato di consolidare la propria presenza e di impedire l’affermazione di entità ostili lungo il proprio confine meridionale; dall’altro, Israele ha perseguito la necessità di preservare la libertà di azione aerea e la capacità di colpire infrastrutture considerate ostili.

In questo scenario, il problema non è soltanto la divergenza tra due Stati, ma la collisione tra due progetti di sicurezza incompatibili. La Turchia mira a una profondità strategica che le consenta di proiettare stabilità e influenza; Israele, al contrario, tende a preferire un ambiente circostante frammentato, privo di potenze capaci di consolidarsi fino a condizionare il suo spazio operativo.

La trasformazione della Turchia in oggetto di attenzione strategica israeliana dipende anche dalla sua evoluzione militare. L’ammodernamento delle forze armate turche, lo sviluppo di sistemi missilistici, l’uso esteso di droni e la volontà di acquisire capacità autonome di proiezione regionale rafforzano la percezione di Ankara come potenza revisionista o, quantomeno, come attore non allineato agli interessi israeliani.

A livello percepito, il punto decisivo è che la Turchia non viene più vista soltanto come un interlocutore difficile o un alleato NATO ambiguo, ma come una potenza che potrebbe condizionare l’architettura di sicurezza del Levante e del Mediterraneo orientale. Ciò spiega perché in ambienti israeliani si parli di “nuova minaccia turca” e perché il discorso politico abbia iniziato a collocare Ankara in una categoria vicina a quella, più consolidata, riservata all’Iran.

Questa percezione è alimentata anche dal comportamento turco verso la questione palestinese e dalle relazioni con attori islamisti o anti-israeliani. In termini strategici, ciò contribuisce a rafforzare l’idea che la Turchia non sia un semplice mediatore regionale, ma un soggetto capace di strutturare coalizioni alternative e di offrire sponde politiche a forze ostili a Israele.

Normalizzazione del confronto

Uno degli aspetti più rilevanti della dinamica in corso è la normalizzazione del linguaggio conflittuale. Quando una minaccia viene ripetutamente evocata da ex primi ministri, analisti, media e ambienti strategici, essa cessa di essere un’ipotesi remota e diventa un’opzione mentalmente disponibile nel dibattito pubblico. Questo non significa che il conflitto sia inevitabile, ma che si stanno costruendo le condizioni discorsive e psicologiche che rendono plausibile una futura escalation.

La logica è nota nella storia delle relazioni internazionali: prima che uno scontro si manifesti sul piano militare, esso si sedimenta nel linguaggio della sicurezza, nelle dottrine preventive e nelle rappresentazioni dell’avversario. Parlare di “nuova minaccia” o di “necessità di agire simultaneamente” contro due fronti contribuisce a ridefinire il quadro cognitivo entro cui le élite politiche interpretano le opzioni disponibili.

In questo senso, il caso turco è particolarmente importante perché segnala il passaggio da una rivalità diplomatica a una competizione strategica più profonda. La Turchia non viene semplicemente criticata per alcune decisioni di politica estera; viene progressivamente trattata come un potenziale ostacolo strutturale alla sicurezza israeliana.

La ragione per cui la dottrina di sicurezza israeliana ha iniziato a prendere di mira la Turchia va quindi cercata nella combinazione di fattori strutturali: autonomia geopolitica turca, rafforzamento militare, competizione nel Mediterraneo orientale, sovrapposizione in Siria e crescente distanza politica tra Ankara e Tel Aviv. Il problema, dal punto di vista israeliano, non è soltanto ciò che la Turchia è oggi, ma ciò che potrebbe diventare se riuscisse a consolidare una cintura di influenza regionale coerente con i propri interessi.

Israele sembra applicare alla Turchia la stessa logica preventiva già sperimentata con altri attori: contenere precocemente ciò che, in futuro, potrebbe ridurre la libertà d’azione israeliana o mettere in discussione la sua superiorità strategica. La questione, dunque, non è meramente bilaterale, ma riguarda l’intera architettura di potere mediorientale.

Per questo motivo, interpretare la rivalità israelo-turca come una semplice controversia contingente sarebbe fuorviante. Essa va invece compresa come espressione di una trasformazione più ampia dell’ordine regionale, in cui Stati dotati di ambizioni autonome e capacità crescenti vengono letti come potenziali minacce sistemiche. È in questa logica che la Turchia è entrata nel radar strategico di Israele.

Interpretare la rivalità israelo-turca come una semplice controversia contingente sarebbe fuorviante

Segue nostro Telegram.

La logica preventiva

Per comprendere perché la Turchia sia progressivamente entrata nel perimetro delle preoccupazioni strategiche israeliane, occorre partire da una premessa metodologica: in Medio Oriente, le dottrine di sicurezza non si costruiscono soltanto in risposta a minacce immediate, ma soprattutto in funzione della distribuzione futura del potere. In questa prospettiva, la sicurezza non coincide con la mera difesa dei confini, bensì con la capacità di prevenire l’emergere di attori regionali in grado di limitare la libertà d’azione israeliana o di alterare gli equilibri strategici esistenti.

La Turchia è oggi interpretata da una parte del dibattito israeliano non semplicemente come un vicino complesso, ma come una potenza regionale in ascesa con ambizioni autonome. Tale evoluzione è rilevante perché, nella logica della sicurezza israeliana, un attore non diventa necessariamente minaccioso solo quando manifesta ostilità diretta; può esserlo anche quando acquisisce capacità militari, influenza geopolitica e profondità strategica sufficienti a restringere il margine operativo di Israele.

La dottrina di sicurezza israeliana è storicamente associata a un’impostazione preventiva, fondata sulla necessità di neutralizzare le minacce prima che maturino in una forma pienamente ostile. Questo schema, applicato nel tempo a diversi teatri e avversari, tende a leggere la crescita di potenza degli altri attori come un potenziale rischio di lungo periodo, anche quando non si traduce ancora in una minaccia diretta e immediata.

In tale cornice, il problema non è soltanto ciò che un attore fa nel presente, ma ciò che potrebbe fare in futuro se rafforzasse ulteriormente le proprie capacità. Per Israele, quindi, l’analisi strategica include non soltanto la valutazione delle intenzioni, ma anche quella delle potenzialità. È per questo che l’attenzione si concentra su Stati o organizzazioni capaci di incidere sull’assetto regionale, di sostenere alleanze alternative o di limitare la superiorità militare israeliana.

La Turchia rientra sempre più spesso in questo schema perché combina tre elementi rilevanti: una posizione geografica decisiva, uno strumento militare articolato e una politica estera sempre più assertiva. La sua capacità di operare simultaneamente nel Levante, nel Mediterraneo orientale, nel Mar Nero e nel Caucaso la rende un soggetto geopolitico non facilmente riducibile a una sola dimensione bilaterale.

Dall’Iran alla Turchia

Per anni l’Iran ha rappresentato il paradigma principale della minaccia strategica per Israele. Tuttavia, la crescente centralità della Turchia nel discorso israeliano non indica una sostituzione lineare, bensì un’estensione della medesima logica di contenimento verso un altro attore regionale percepito come capace di costruire autonomia sistemica.

La dichiarazione attribuita a Naftali Bennett — secondo cui emergerebbe una “nuova minaccia turca” e Israele dovrebbe agire parallelamente contro Teheran e Ankara — è significativa non tanto per il suo valore retorico, quanto perché segnala l’inclusione della Turchia in un lessico di sicurezza che fino a poco tempo fa era riservato ad altri avversari regionali. Analogamente, la lettura proposta da ambienti analitici e mediatici israeliani insiste sulla necessità di non sottovalutare il potenziale turco, soprattutto laddove Ankara rafforzi le proprie capacità militari e consolidi partenariati regionali alternativi.

Il passaggio più importante è dunque concettuale: la Turchia non viene osservata soltanto per le sue mosse contingenti, ma come possibile fattore strutturale di trasformazione dell’ordine regionale. In questa chiave, le tensioni israelo-turche non sono un incidente diplomatico, ma il riflesso di una competizione più ampia per l’egemonia regionale.

Mediterraneo orientale e Siria

Uno dei principali teatri della rivalità è il Mediterraneo orientale. Qui Israele ha progressivamente rafforzato la cooperazione con Grecia e Cipro, contribuendo alla formazione di un asse di sicurezza che risponde anche alle preoccupazioni derivanti dall’attivismo turco nella regione. La questione energetica, il controllo delle rotte marittime e la delimitazione delle zone economiche esclusive hanno trasformato il Mediterraneo orientale in uno spazio di competizione strategica ad alta densità politica.

La Siria costituisce però il punto più sensibile. Dopo il collasso del regime di Assad nel dicembre 2024, le dinamiche di influenza nel paese si sono rapidamente ridefinite, e la sovrapposizione tra operazioni turche e israeliane ha aumentato il rischio di errore di calcolo. Da un lato, Ankara ha cercato di consolidare la propria presenza e di impedire l’affermazione di entità ostili lungo il proprio confine meridionale; dall’altro, Israele ha perseguito la necessità di preservare la libertà di azione aerea e la capacità di colpire infrastrutture considerate ostili.

In questo scenario, il problema non è soltanto la divergenza tra due Stati, ma la collisione tra due progetti di sicurezza incompatibili. La Turchia mira a una profondità strategica che le consenta di proiettare stabilità e influenza; Israele, al contrario, tende a preferire un ambiente circostante frammentato, privo di potenze capaci di consolidarsi fino a condizionare il suo spazio operativo.

La trasformazione della Turchia in oggetto di attenzione strategica israeliana dipende anche dalla sua evoluzione militare. L’ammodernamento delle forze armate turche, lo sviluppo di sistemi missilistici, l’uso esteso di droni e la volontà di acquisire capacità autonome di proiezione regionale rafforzano la percezione di Ankara come potenza revisionista o, quantomeno, come attore non allineato agli interessi israeliani.

A livello percepito, il punto decisivo è che la Turchia non viene più vista soltanto come un interlocutore difficile o un alleato NATO ambiguo, ma come una potenza che potrebbe condizionare l’architettura di sicurezza del Levante e del Mediterraneo orientale. Ciò spiega perché in ambienti israeliani si parli di “nuova minaccia turca” e perché il discorso politico abbia iniziato a collocare Ankara in una categoria vicina a quella, più consolidata, riservata all’Iran.

Questa percezione è alimentata anche dal comportamento turco verso la questione palestinese e dalle relazioni con attori islamisti o anti-israeliani. In termini strategici, ciò contribuisce a rafforzare l’idea che la Turchia non sia un semplice mediatore regionale, ma un soggetto capace di strutturare coalizioni alternative e di offrire sponde politiche a forze ostili a Israele.

Normalizzazione del confronto

Uno degli aspetti più rilevanti della dinamica in corso è la normalizzazione del linguaggio conflittuale. Quando una minaccia viene ripetutamente evocata da ex primi ministri, analisti, media e ambienti strategici, essa cessa di essere un’ipotesi remota e diventa un’opzione mentalmente disponibile nel dibattito pubblico. Questo non significa che il conflitto sia inevitabile, ma che si stanno costruendo le condizioni discorsive e psicologiche che rendono plausibile una futura escalation.

La logica è nota nella storia delle relazioni internazionali: prima che uno scontro si manifesti sul piano militare, esso si sedimenta nel linguaggio della sicurezza, nelle dottrine preventive e nelle rappresentazioni dell’avversario. Parlare di “nuova minaccia” o di “necessità di agire simultaneamente” contro due fronti contribuisce a ridefinire il quadro cognitivo entro cui le élite politiche interpretano le opzioni disponibili.

In questo senso, il caso turco è particolarmente importante perché segnala il passaggio da una rivalità diplomatica a una competizione strategica più profonda. La Turchia non viene semplicemente criticata per alcune decisioni di politica estera; viene progressivamente trattata come un potenziale ostacolo strutturale alla sicurezza israeliana.

La ragione per cui la dottrina di sicurezza israeliana ha iniziato a prendere di mira la Turchia va quindi cercata nella combinazione di fattori strutturali: autonomia geopolitica turca, rafforzamento militare, competizione nel Mediterraneo orientale, sovrapposizione in Siria e crescente distanza politica tra Ankara e Tel Aviv. Il problema, dal punto di vista israeliano, non è soltanto ciò che la Turchia è oggi, ma ciò che potrebbe diventare se riuscisse a consolidare una cintura di influenza regionale coerente con i propri interessi.

Israele sembra applicare alla Turchia la stessa logica preventiva già sperimentata con altri attori: contenere precocemente ciò che, in futuro, potrebbe ridurre la libertà d’azione israeliana o mettere in discussione la sua superiorità strategica. La questione, dunque, non è meramente bilaterale, ma riguarda l’intera architettura di potere mediorientale.

Per questo motivo, interpretare la rivalità israelo-turca come una semplice controversia contingente sarebbe fuorviante. Essa va invece compresa come espressione di una trasformazione più ampia dell’ordine regionale, in cui Stati dotati di ambizioni autonome e capacità crescenti vengono letti come potenziali minacce sistemiche. È in questa logica che la Turchia è entrata nel radar strategico di Israele.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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