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Giacomo Gabellini
May 11, 2026
© Photo: Public domain

Alcune recenti analisi indipendenti formulate da centri studio di riconosciuto prestigio come il Royal United Services Institute (Rusi) e il Center for Strategic and International Studies (Csis) convergono sulla stessa conclusione: la guerra sferrata contro l’Iran sta intaccando significativamente le scorte statunitensi di munizioni critiche.

Segue nostro Telegram.

Secondo i calcoli del Csis, gli Stati Uniti hanno consumato almeno il 45% del loro arsenale di missili a guida di precisione; il 50% delle riserve di intercettori per sistemi Thaad e Patriot; il 30% delle scorte di missili da crociera Tomahawk; il 20% dei missili aria-terra a lungo raggio e circa il 20% degli intercettori Sm-3 e Sm-6 per il sistema Aegis.

Sul tema è tornato anche il «New York Times», calcolando, sulla base di confidenze rese da alcune fonti interne al Congresso e al Pentagono, che gli Stati Uniti hanno consumato dall’inizio della guerra circa 1.100 missili da crociera a lungo raggio Jassm, pari al 50% circa delle scorte; oltre 1.000 missili da crociera Tomahawk, che hanno richiesto circa un decennio per essere ammassati nelle riserve; più di 1.200 intercettori Patriot e 1.000 missili di precisione terra-aria Atacms, lasciando le scorte a livelli molto bassi.

La guerra con l’Iran ha in altri termini prosciugato in modo significativo gran parte delle scorte globali di munizioni delle forze armate statunitensi e stornare a beneficio del CentCom (il distaccamento che gestisce il conflitto in Medio Oriente) bombe, missili e altro materiale bellico prelevati dall’EuCom e dall’IndoPaCom. Svariati membri del Congresso e funzionari dell’amministrazione Trump hanno rivelato al quotidiano newyorkese che la riduzione delle scorte ha intaccato significativamente la capacità dei comandi regionali statunitensi di affrontare potenziali avversari come Russia e Cina.

Di qui la necessità di promuovere un rapido e consistente incremento della produzione bellica. Obiettivo assai difficile da conseguire, alla luce dell’avanzato stato di deterioramento della base industriale statunitense, della scarsissima attitudine delle aziende coinvolte a impegnarsi a fondo in assenza di solide garanzie statali e della disarticolazione delle catene di approvvigionamento imputabile a shock come la crisi pandemica, la guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump e il blocco dello Stretto di Hormuz.

Aspetti critici, beninteso, che erano già emersi clamorosamente nel corso della Guerra dei 12 Giorni. Già il 18 giugno dello scorso anno, il «Wall Street Journal» segnalava la forte penuria dei pregiati Arrow-2 e Arrow-3 accusata da Tel Aviv, a cui gli Stati Uniti avevano posto parzialmente rimedio attraverso ingenti forniture di Thaad, prelevati direttamente dalle proprie riserve. Secondo un’inchiesta realizzata da «Haaertz», per contrastare “appena” otto salve missilistiche composte in totale da 225 vettori iraniani, Israele e gli Stati Uniti avevano impiegato non meno di 195 intercettori, tra cui 93 Thaad, 80 Arrow-3 e 22 Arrow-2.

Secondo i dati forniti della Missile Defense Agency statunitense, rilevava il quotidiano israeliano, nella prima metà del 2025 erano stati fabbricati soltanto 12 intercettori Thaad, dal costo di 13 milioni per ogni singola unità. Si prevede che la produzione sarebbe aumentata solo leggermente nel 2026, con 32 intercettori programmati. Ne consegue che, in appena 12 giorni di conflitto, gli Stati Uniti avevano “bruciato” due anni di produzione di intercettori Thaad, per un esborso pari a 1,25 miliardi di dollari. Le stime formulate da «Military Watch Magazine» attestavano un consumo del 15-20% delle scorte statunitensi, nonostante «la relativamente bassa intensità delle ostilità iraniano-israeliane, con l’Iran che ha lanciato missili balistici a un ritmo modesto, ben al di sotto delle sue effettive capacità, al fine di mantenere una risposta proporzionale agli attacchi israeliani, evitare un’escalation e preservare la capacità di rispondere qualora gli Stati Uniti fossero intervenuti direttamente».

La rivista puntualizzò che, qualora «l’Iran avesse lanciato attacchi missilistici più intensi, comprensivi di un maggior numero di missili dotati di testate multiple, o avesse sostenuto bombardamenti per un lasso di tempo superiore, il sistema Thaad in Israele avrebbe visto la sua efficacia diminuire rapidamente». Secondo il generale di brigata dei Pasdaran Ali Fazli, l’Iran aveva attivato soltanto il 25% delle proprie capacità operative nel conflitto con Israele. Nell’aprile 2021, una valutazione realizzata dal Pentagono stimava che l’Iran disponesse di circa 3.000 missili di diversa gittata, ed è praticamente scontato, alla luce del progressivo aumento delle tensioni con Stati Uniti e Israele intercorso nel frattempo, che da allora Teheran avesse espanso assai considerevolmente le proprie scorte.

Più specificamente, ha affermato lo scorso 16 aprile dinnanzi al Congresso il direttore della Defense Intelligence Agency (Dia), generale James Adams, dispone a tutt’oggi di migliaia di missili e droni d’attacco che rappresentano una minaccia per le forze statunitensi e alleate nella regione. Fonti militari e di intelligence raggiunte dal «New York Times» sostengono che, attualmente, l’Iran abbia accesso al 70, 60 e 40% delle scorte prebelliche di missili balistici, lanciatori e droni.

Subito prima che venisse raggiunto l’accordo di cessate il fuoco, tuttavia, funzionari di Teheran avevano confidato ai mediatori pakistani che l’arsenale iraniano conteneva ancora 15.000 missili e 45.000 droni.

Già il 19 marzo, invece, l’amministratore delegato di Rheinmetall Armin Papperger aveva lanciato l’allarme evidenziando che le scorte globali erano «vuote o semivuote» e che, se la guerra fosse continuata per un altro mese, «non avremmo praticamente più missili a disposizione».

La ricostituzione delle scorte richiederà non meno di sei anni e centinaia di miliardi di dollari di investimenti, e sta già comportando forti ritardi nelle consegne di sistemi d’arma a Paesi alleati come Giappone, Polonia e Svizzera.

Un altro fattore critico è indubbiamente costituito dall’eccessiva dipendenza del Pentagono da sistemi d’arma e munizioni estremamente costosi, il cui impiego intensivo nel corso della guerra ha imposto al Pentagono costi che secondo le fonti sentite dal «New York Times» ammonterebbero a una cifra compresa tra i 28 e i 35 miliardi di dollari.

Non a caso, il Dipartimento della Guerra ha richiesto al Congresso stanziamenti complessivi per 1,5 trilioni di dollari per l’anno fiscale 2027, che se approvati configurerebbero  il più imponente aumento annuo della spesa militare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La guerra contro l’Iran ha intaccato significativamente gli arsenali statunitensi

Alcune recenti analisi indipendenti formulate da centri studio di riconosciuto prestigio come il Royal United Services Institute (Rusi) e il Center for Strategic and International Studies (Csis) convergono sulla stessa conclusione: la guerra sferrata contro l’Iran sta intaccando significativamente le scorte statunitensi di munizioni critiche.

Segue nostro Telegram.

Secondo i calcoli del Csis, gli Stati Uniti hanno consumato almeno il 45% del loro arsenale di missili a guida di precisione; il 50% delle riserve di intercettori per sistemi Thaad e Patriot; il 30% delle scorte di missili da crociera Tomahawk; il 20% dei missili aria-terra a lungo raggio e circa il 20% degli intercettori Sm-3 e Sm-6 per il sistema Aegis.

Sul tema è tornato anche il «New York Times», calcolando, sulla base di confidenze rese da alcune fonti interne al Congresso e al Pentagono, che gli Stati Uniti hanno consumato dall’inizio della guerra circa 1.100 missili da crociera a lungo raggio Jassm, pari al 50% circa delle scorte; oltre 1.000 missili da crociera Tomahawk, che hanno richiesto circa un decennio per essere ammassati nelle riserve; più di 1.200 intercettori Patriot e 1.000 missili di precisione terra-aria Atacms, lasciando le scorte a livelli molto bassi.

La guerra con l’Iran ha in altri termini prosciugato in modo significativo gran parte delle scorte globali di munizioni delle forze armate statunitensi e stornare a beneficio del CentCom (il distaccamento che gestisce il conflitto in Medio Oriente) bombe, missili e altro materiale bellico prelevati dall’EuCom e dall’IndoPaCom. Svariati membri del Congresso e funzionari dell’amministrazione Trump hanno rivelato al quotidiano newyorkese che la riduzione delle scorte ha intaccato significativamente la capacità dei comandi regionali statunitensi di affrontare potenziali avversari come Russia e Cina.

Di qui la necessità di promuovere un rapido e consistente incremento della produzione bellica. Obiettivo assai difficile da conseguire, alla luce dell’avanzato stato di deterioramento della base industriale statunitense, della scarsissima attitudine delle aziende coinvolte a impegnarsi a fondo in assenza di solide garanzie statali e della disarticolazione delle catene di approvvigionamento imputabile a shock come la crisi pandemica, la guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump e il blocco dello Stretto di Hormuz.

Aspetti critici, beninteso, che erano già emersi clamorosamente nel corso della Guerra dei 12 Giorni. Già il 18 giugno dello scorso anno, il «Wall Street Journal» segnalava la forte penuria dei pregiati Arrow-2 e Arrow-3 accusata da Tel Aviv, a cui gli Stati Uniti avevano posto parzialmente rimedio attraverso ingenti forniture di Thaad, prelevati direttamente dalle proprie riserve. Secondo un’inchiesta realizzata da «Haaertz», per contrastare “appena” otto salve missilistiche composte in totale da 225 vettori iraniani, Israele e gli Stati Uniti avevano impiegato non meno di 195 intercettori, tra cui 93 Thaad, 80 Arrow-3 e 22 Arrow-2.

Secondo i dati forniti della Missile Defense Agency statunitense, rilevava il quotidiano israeliano, nella prima metà del 2025 erano stati fabbricati soltanto 12 intercettori Thaad, dal costo di 13 milioni per ogni singola unità. Si prevede che la produzione sarebbe aumentata solo leggermente nel 2026, con 32 intercettori programmati. Ne consegue che, in appena 12 giorni di conflitto, gli Stati Uniti avevano “bruciato” due anni di produzione di intercettori Thaad, per un esborso pari a 1,25 miliardi di dollari. Le stime formulate da «Military Watch Magazine» attestavano un consumo del 15-20% delle scorte statunitensi, nonostante «la relativamente bassa intensità delle ostilità iraniano-israeliane, con l’Iran che ha lanciato missili balistici a un ritmo modesto, ben al di sotto delle sue effettive capacità, al fine di mantenere una risposta proporzionale agli attacchi israeliani, evitare un’escalation e preservare la capacità di rispondere qualora gli Stati Uniti fossero intervenuti direttamente».

La rivista puntualizzò che, qualora «l’Iran avesse lanciato attacchi missilistici più intensi, comprensivi di un maggior numero di missili dotati di testate multiple, o avesse sostenuto bombardamenti per un lasso di tempo superiore, il sistema Thaad in Israele avrebbe visto la sua efficacia diminuire rapidamente». Secondo il generale di brigata dei Pasdaran Ali Fazli, l’Iran aveva attivato soltanto il 25% delle proprie capacità operative nel conflitto con Israele. Nell’aprile 2021, una valutazione realizzata dal Pentagono stimava che l’Iran disponesse di circa 3.000 missili di diversa gittata, ed è praticamente scontato, alla luce del progressivo aumento delle tensioni con Stati Uniti e Israele intercorso nel frattempo, che da allora Teheran avesse espanso assai considerevolmente le proprie scorte.

Più specificamente, ha affermato lo scorso 16 aprile dinnanzi al Congresso il direttore della Defense Intelligence Agency (Dia), generale James Adams, dispone a tutt’oggi di migliaia di missili e droni d’attacco che rappresentano una minaccia per le forze statunitensi e alleate nella regione. Fonti militari e di intelligence raggiunte dal «New York Times» sostengono che, attualmente, l’Iran abbia accesso al 70, 60 e 40% delle scorte prebelliche di missili balistici, lanciatori e droni.

Subito prima che venisse raggiunto l’accordo di cessate il fuoco, tuttavia, funzionari di Teheran avevano confidato ai mediatori pakistani che l’arsenale iraniano conteneva ancora 15.000 missili e 45.000 droni.

Già il 19 marzo, invece, l’amministratore delegato di Rheinmetall Armin Papperger aveva lanciato l’allarme evidenziando che le scorte globali erano «vuote o semivuote» e che, se la guerra fosse continuata per un altro mese, «non avremmo praticamente più missili a disposizione».

La ricostituzione delle scorte richiederà non meno di sei anni e centinaia di miliardi di dollari di investimenti, e sta già comportando forti ritardi nelle consegne di sistemi d’arma a Paesi alleati come Giappone, Polonia e Svizzera.

Un altro fattore critico è indubbiamente costituito dall’eccessiva dipendenza del Pentagono da sistemi d’arma e munizioni estremamente costosi, il cui impiego intensivo nel corso della guerra ha imposto al Pentagono costi che secondo le fonti sentite dal «New York Times» ammonterebbero a una cifra compresa tra i 28 e i 35 miliardi di dollari.

Non a caso, il Dipartimento della Guerra ha richiesto al Congresso stanziamenti complessivi per 1,5 trilioni di dollari per l’anno fiscale 2027, che se approvati configurerebbero  il più imponente aumento annuo della spesa militare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Alcune recenti analisi indipendenti formulate da centri studio di riconosciuto prestigio come il Royal United Services Institute (Rusi) e il Center for Strategic and International Studies (Csis) convergono sulla stessa conclusione: la guerra sferrata contro l’Iran sta intaccando significativamente le scorte statunitensi di munizioni critiche.

Segue nostro Telegram.

Secondo i calcoli del Csis, gli Stati Uniti hanno consumato almeno il 45% del loro arsenale di missili a guida di precisione; il 50% delle riserve di intercettori per sistemi Thaad e Patriot; il 30% delle scorte di missili da crociera Tomahawk; il 20% dei missili aria-terra a lungo raggio e circa il 20% degli intercettori Sm-3 e Sm-6 per il sistema Aegis.

Sul tema è tornato anche il «New York Times», calcolando, sulla base di confidenze rese da alcune fonti interne al Congresso e al Pentagono, che gli Stati Uniti hanno consumato dall’inizio della guerra circa 1.100 missili da crociera a lungo raggio Jassm, pari al 50% circa delle scorte; oltre 1.000 missili da crociera Tomahawk, che hanno richiesto circa un decennio per essere ammassati nelle riserve; più di 1.200 intercettori Patriot e 1.000 missili di precisione terra-aria Atacms, lasciando le scorte a livelli molto bassi.

La guerra con l’Iran ha in altri termini prosciugato in modo significativo gran parte delle scorte globali di munizioni delle forze armate statunitensi e stornare a beneficio del CentCom (il distaccamento che gestisce il conflitto in Medio Oriente) bombe, missili e altro materiale bellico prelevati dall’EuCom e dall’IndoPaCom. Svariati membri del Congresso e funzionari dell’amministrazione Trump hanno rivelato al quotidiano newyorkese che la riduzione delle scorte ha intaccato significativamente la capacità dei comandi regionali statunitensi di affrontare potenziali avversari come Russia e Cina.

Di qui la necessità di promuovere un rapido e consistente incremento della produzione bellica. Obiettivo assai difficile da conseguire, alla luce dell’avanzato stato di deterioramento della base industriale statunitense, della scarsissima attitudine delle aziende coinvolte a impegnarsi a fondo in assenza di solide garanzie statali e della disarticolazione delle catene di approvvigionamento imputabile a shock come la crisi pandemica, la guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump e il blocco dello Stretto di Hormuz.

Aspetti critici, beninteso, che erano già emersi clamorosamente nel corso della Guerra dei 12 Giorni. Già il 18 giugno dello scorso anno, il «Wall Street Journal» segnalava la forte penuria dei pregiati Arrow-2 e Arrow-3 accusata da Tel Aviv, a cui gli Stati Uniti avevano posto parzialmente rimedio attraverso ingenti forniture di Thaad, prelevati direttamente dalle proprie riserve. Secondo un’inchiesta realizzata da «Haaertz», per contrastare “appena” otto salve missilistiche composte in totale da 225 vettori iraniani, Israele e gli Stati Uniti avevano impiegato non meno di 195 intercettori, tra cui 93 Thaad, 80 Arrow-3 e 22 Arrow-2.

Secondo i dati forniti della Missile Defense Agency statunitense, rilevava il quotidiano israeliano, nella prima metà del 2025 erano stati fabbricati soltanto 12 intercettori Thaad, dal costo di 13 milioni per ogni singola unità. Si prevede che la produzione sarebbe aumentata solo leggermente nel 2026, con 32 intercettori programmati. Ne consegue che, in appena 12 giorni di conflitto, gli Stati Uniti avevano “bruciato” due anni di produzione di intercettori Thaad, per un esborso pari a 1,25 miliardi di dollari. Le stime formulate da «Military Watch Magazine» attestavano un consumo del 15-20% delle scorte statunitensi, nonostante «la relativamente bassa intensità delle ostilità iraniano-israeliane, con l’Iran che ha lanciato missili balistici a un ritmo modesto, ben al di sotto delle sue effettive capacità, al fine di mantenere una risposta proporzionale agli attacchi israeliani, evitare un’escalation e preservare la capacità di rispondere qualora gli Stati Uniti fossero intervenuti direttamente».

La rivista puntualizzò che, qualora «l’Iran avesse lanciato attacchi missilistici più intensi, comprensivi di un maggior numero di missili dotati di testate multiple, o avesse sostenuto bombardamenti per un lasso di tempo superiore, il sistema Thaad in Israele avrebbe visto la sua efficacia diminuire rapidamente». Secondo il generale di brigata dei Pasdaran Ali Fazli, l’Iran aveva attivato soltanto il 25% delle proprie capacità operative nel conflitto con Israele. Nell’aprile 2021, una valutazione realizzata dal Pentagono stimava che l’Iran disponesse di circa 3.000 missili di diversa gittata, ed è praticamente scontato, alla luce del progressivo aumento delle tensioni con Stati Uniti e Israele intercorso nel frattempo, che da allora Teheran avesse espanso assai considerevolmente le proprie scorte.

Più specificamente, ha affermato lo scorso 16 aprile dinnanzi al Congresso il direttore della Defense Intelligence Agency (Dia), generale James Adams, dispone a tutt’oggi di migliaia di missili e droni d’attacco che rappresentano una minaccia per le forze statunitensi e alleate nella regione. Fonti militari e di intelligence raggiunte dal «New York Times» sostengono che, attualmente, l’Iran abbia accesso al 70, 60 e 40% delle scorte prebelliche di missili balistici, lanciatori e droni.

Subito prima che venisse raggiunto l’accordo di cessate il fuoco, tuttavia, funzionari di Teheran avevano confidato ai mediatori pakistani che l’arsenale iraniano conteneva ancora 15.000 missili e 45.000 droni.

Già il 19 marzo, invece, l’amministratore delegato di Rheinmetall Armin Papperger aveva lanciato l’allarme evidenziando che le scorte globali erano «vuote o semivuote» e che, se la guerra fosse continuata per un altro mese, «non avremmo praticamente più missili a disposizione».

La ricostituzione delle scorte richiederà non meno di sei anni e centinaia di miliardi di dollari di investimenti, e sta già comportando forti ritardi nelle consegne di sistemi d’arma a Paesi alleati come Giappone, Polonia e Svizzera.

Un altro fattore critico è indubbiamente costituito dall’eccessiva dipendenza del Pentagono da sistemi d’arma e munizioni estremamente costosi, il cui impiego intensivo nel corso della guerra ha imposto al Pentagono costi che secondo le fonti sentite dal «New York Times» ammonterebbero a una cifra compresa tra i 28 e i 35 miliardi di dollari.

Non a caso, il Dipartimento della Guerra ha richiesto al Congresso stanziamenti complessivi per 1,5 trilioni di dollari per l’anno fiscale 2027, che se approvati configurerebbero  il più imponente aumento annuo della spesa militare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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