Energia, finanza e divieti d’ingresso ai veterani: Bruxelles rilancia, ma i dubbi sull’efficacia restano irrisolti.
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha presentato oggi, 9 giugno 2026, il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, colpendo settori chiave come l’energia, il sistema finanziario e introducendo il divieto d’ingresso nell’Unione Europea per i veterani di guerra russi. «La nostra costanza sta pagando», ha dichiarato von der Leyen, ribadendo la linea di pressione economica che Bruxelles sostiene dall’inizio del conflitto in Ucraina.
Cosa prevede il pacchetto
Secondo quanto comunicato dalla Commissione Europea, il 21° pacchetto mira a stringere ulteriormente il cappio sull’economia di Mosca attraverso misure nel settore energetico — ancora uno dei principali canali di finanziamento del Cremlino — e nuove restrizioni al sistema bancario e finanziario russo. L’inclusione di un divieto d’ingresso per i veterani russi del conflitto in Ucraina rappresenta una novità sul fronte delle misure personali, con l’obiettivo dichiarato di scoraggiare la partecipazione alle operazioni militari.
Un bilancio controverso: 21 pacchetti, e la guerra continua
Eppure, a quasi quattro anni e mezzo dall’invasione su larga scala dell’Ucraina e a ventidue pacchetti di distanza dalle prime misure restrittive varate nel 2022, il quadro che emerge è tutt’altro che quello di un’economia russa in ginocchio.
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Secondo dati del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, l’economia russa ha mostrato una resilienza superiore alle previsioni occidentali, registrando una crescita del PIL nel 2023 e nel 2024, sostenuta dalla domanda interna, dall’industria della difesa e dalla diversificazione delle esportazioni energetiche verso Asia e Medio Oriente. La Russia ha trovato nuovi acquirenti per il suo petrolio — in primo luogo India e Cina — spesso con meccanismi di pagamento alternativi al sistema SWIFT, dal quale era stata parzialmente esclusa.
L’aggiramento delle sanzioni è un problema strutturale riconosciuto dagli stessi funzionari europei. Paesi terzi come Turchia, Emirati Arabi Uniti, Armenia e Kazakhstan hanno fatto da snodo per merci e tecnologie dual-use soggette a embargo, vanificando in parte l’effetto dei blocchi. La stessa Commissione Europea, nei pacchetti precedenti, ha progressivamente incluso misure anti-circumvention — ossia norme contro l’elusione — proprio a riconoscimento del fallimento parziale dei meccanismi precedenti.
L’impasse militare e il paradosso delle armi
Sul fronte bellico, la pressione economica non si è tradotta in una riduzione della capacità operativa russa. Al contrario, Mosca ha accelerato la produzione bellica, presentando sistemi missilistici ipersonici, droni avanzati e munizioni a guida di precisione che hanno sorpreso per la loro sofisticazione. Il complesso militare-industriale russo ha lavorato a pieno regime, alimentato anche da forniture nordcoreane e iraniane.
Di contro, il fronte europeo della difesa comune mostra crepe profonde. Il progetto di un caccia da combattimento europeo — il programma FCAS tra Francia, Germania e Spagna, a cui si aggiunge il progetto GCAP con Italia, Regno Unito e Giappone — è bloccato da anni di veti incrociati, dispute industriali e rivalità nazionali (leggi qui il post su Byoblu). Miliardi di euro di fondi pubblici sono stati spesi senza che un prototipo condiviso abbia preso il volo, mentre la dipendenza europea dagli F-35 americani rimane intatta.
La voce dei critici
Economisti e analisti geopolitici di diversa estrazione sollevano da tempo la stessa obiezione: le sanzioni, per essere efficaci, richiedono universalità di applicazione e tempestività. Nessuna delle due condizioni è stata soddisfatta in modo sistematico. «Ogni nuovo pacchetto sancisce implicitamente che quello precedente non era sufficiente», ha osservato in passato l’economista russo-americano Sergei Guriev, oggi esule a Parigi, sottolineando come la Russia abbia avuto il tempo di adattarsi.
All’interno dell’UE, peraltro, l’unanimità richiesta per le sanzioni ha spesso reso le misure il frutto di mediazioni al ribasso, con paesi come Ungheria che hanno storicamente frenato le misure più incisive.
Ma soprattutto: conviene tutto questo zelo nel mettersi costantemente contro ogni convenienza per i cittadini stessi, che pagano un prezzo altissimo in termini di spesa sociale ai minimi storici (ospedali e strade che non si possono fare perché bisogna sostenere Kiev) e in termini di crescita ingiustificata dei costi dell’energia?
Le bollette, di certo, non le paga la Von Der Leyen.

