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Lorenzo Maria Pacini
July 16, 2026
© Photo: Public domain

Il silenzio, quando le bombe esplodono a Monaco e i corpi ricompaiono a Kyiv, non è più neutralità: è una forma di consenso

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Dritti all’obiettivo

Il 29 giugno 2026, poco dopo le nove di sera, un ordigno è esploso all’ingresso di un palazzo residenziale nel centro del principato di Monaco. Il bersaglio, l’oligarca Vadym Yermolayev, è sopravvissuto. La sua compagna e il figlio tredicenne, presenti al momento della deflagrazione, sono rimasti feriti insieme a lui, mentre la donna, secondo la procura monegasca, ha rischiato la vita. L’attentato, in sé, potrebbe apparire come un episodio di cronaca: un regolamento di conti fra faccendieri, uno dei tanti che accompagnano da trent’anni la biografia degli uomini d’affari dell’ex spazio sovietico. Ma i dettagli emersi nei giorni successivi raccontano un’altra storia.

La guerra ibrida è arrivata nei salotti dell’Europa occidentale, e le sue architetture sono assai più complesse di quanto lascino intendere i comunicati ufficiali. Non uno scontro fra fazioni, dunque, ma un’operazione di intelligence dai contorni riconoscibili, che apre una fase inedita del conflitto russo-ucraino: quella combattuta con armi non convenzionali fra le residenze blindate del capitalismo continentale. Che il fatto sia avvenuto a Monaco, uno dei luoghi più sorvegliati del pianeta, con migliaia di telecamere a coprire quasi ogni metro di spazio pubblico, rende l’episodio ancora più eloquente.

L’attentatrice è stata identificata come Anastasiia Berezovska, trentanovenne cittadina ucraina il cui ultimo domicilio noto si trovava in Germania. Secondo la ricostruzione del viceprocuratore monegasco Morgan Raymond, la donna aveva atteso le vittime seduta su una panchina, in un parco vicino al palazzo, mentre queste rientravano da cena. Estratto l’ordigno dalla borsa, lo ha collocato sui gradini dell’edificio, si è voltata per accertarsi che le tre persone fossero effettivamente sui gradini, e ha azionato la carica con un telecomando a distanza. La bomba era imbottita di bulloni e pallini da caccia.

Il particolare del telecomando conta più di quanto sembri. Un ordigno a innesco remoto, azionato con freddezza dopo una verifica visiva del bersaglio, non è l’improvvisazione di una dilettante. Gli inquirenti di Monaco, sulla base della sofisticazione del dispositivo, hanno concluso fin da subito che dietro l’attacco vi fossero più persone. La stessa Berezovska, secondo Raymond, si era travestita da uomo durante l’azione: le immagini di sorveglianza mostravano una figura con giacca scura, pantaloni chiari, scarpe bianche e un cappello nero calato a coprire in parte il volto.

La fuga completa il quadro. Piazzato l’ordigno, la donna ha lasciato il principato dirigendosi verso la Francia e poi verso l’Italia, a bordo di un’auto a noleggio. Entrare e uscire da un territorio ad alta sorveglianza come Monaco, muovendosi poi liberamente attraverso più confini dell’area Schengen, non è cosa da esecutrice solitaria: dietro c’è una logistica che eccede di molto le capacità di un singolo. Interpol ha diramato un avviso rosso, segnalando fra i tratti distintivi un tatuaggio, forse un serpente, che le copriva il braccio destro dalla spalla al gomito.

La chiusura del cerchio

Berezovska è rientrata in Ucraina il primo luglio. Sei giorni più tardi era morta. La Procura Generale ucraina ha reso noto il 7 luglio che il corpo della donna era stato ritrovato con ferite d’arma da fuoco alla testa; sul posto sono stati recuperati bossoli di pistola. Due uomini, che avevano avuto contatti con lei dopo il suo rientro e le avevano trasferito denaro e criptovalute su conti riconducibili alla stessa, sono stati fermati con l’accusa di omicidio.

È il dettaglio che ribalta l’intera vicenda. Uno dei due arrestati è un ufficiale in servizio del GUR, l’intelligence militare ucraina; l’altro un ex funzionario delle forze dell’ordine. Secondo l’SBU, l’agente del GUR ha confessato di aver ucciso Berezovska con la complicità del secondo uomo, sostenendo di aver agito di propria iniziativa, senza informare i superiori dei contatti con la donna né dei trasferimenti di denaro. Nell’abitazione dell’ex poliziotto gli investigatori hanno trovato uno scantinato che, secondo la descrizione dei servizi ucraini, somigliava a una camera di tortura. Il corpo della donna è emerso nel corso di una ricostruzione della scena basata sulla testimonianza di uno dei due fermati.

La formula è quella classica dell’eliminazione del testimone scomodo. Chi ha eseguito l’attentato viene a sua volta soppresso, e la responsabilità viene fatta ricadere sull’iniziativa di un singolo agente fuori controllo. Ma la sequenza — un’operazione a distanza, condotta con un ordigno sofisticato, seguita a pochi giorni dalla morte dell’esecutrice per mano di apparati statali — descrive un’architettura, non un incidente. La versione dell’agente solitario che agisce senza sapere dei suoi superiori è, in questa luce, difficile da prendere alla lettera.

Per capire il movente bisogna guardare agli affari di Yermolayev. Nato a Dnipro nel 1968, aveva costruito la propria fortuna negli anni Novanta trasportando sigarette, alcol e detersivi dalla Bulgaria e dalla Turchia verso quella che allora si chiamava ancora Dnipropetrovsk, per poi aprire una base commerciale all’ingrosso. Nel 1995 registra insieme al cugino la Alef Corporation; negli anni Duemila diventa uno dei maggiori sviluppatori immobiliari della città, con centri commerciali e complessi direzionali. Nel 2021 Forbes lo collocava al quarantacinquesimo posto fra i più ricchi ucraini, con un patrimonio stimato attorno ai 220 milioni di dollari.

Il ramo che interessa gli inquirenti, però, è un altro. Il figlio maggiore, Artur, è stato al centro di una rete di call center fraudolenti. Fermato a Cipro su richiesta di Interpol nel dicembre 2025, è stato poi giudicato in Estonia: il 30 aprile 2026 il tribunale della contea di Harju, che comprende Tallinn, lo ha riconosciuto colpevole di aver creato e diretto un’organizzazione criminale specializzata nella frode telefonica, attiva dal 2017 e capace di fruttare oltre cento milioni di euro, di cui 5,4 milioni sottratti a cittadini estoni. Artur Yermolayev ha ammesso la propria colpevolezza patteggiando la pena. La stampa ucraina ha ipotizzato che l’attentato al padre fosse collegato al controllo di quella rete redditizia, in un momento in cui l’intero settore dei call center di Dnipro era sotto pressione giudiziaria.

Ma il movente potrebbe scavare più a fondo. Nel 2023 il presidente Zelensky aveva imposto sanzioni a Yermolayev, motivandole con la lotta a chi collabora con lo Stato aggressore. Yermolayev ha sempre respinto l’accusa di collaborazionismo con Mosca, pur avendo avuto in passato interessi economici in Crimea, nella distribuzione di bevande alcoliche, che gli inquirenti sospettano abbia continuato a controllare tramite prestanome dopo l’annessione del 2014. Aveva rinunciato alla cittadinanza ucraina già alla fine dello scorso decennio, ottenendo poi il passaporto cipriota nel 2019 per garantirsi, come dichiarò in seguito, una “protezione internazionale”. Colpirlo significava eliminare un simbolo di quel potere oligarchico di Dnipropetrovsk che sfugge al controllo del centro, e che secondo l’ex responsabile del Civic Control locale, Artem Romaniukov, condizionava alcuni consiglieri comunali e regionali di orientamento filorusso.

La dinamica dell’attentato, e il coinvolgimento del GUR, non sono un episodio isolato. Rientrano in un modus operandi già osservato in Europa, in particolare con l’omicidio del pilota russo Maksim Kuzminov, ucciso in Spagna nel febbraio 2024. La sua storia è nota: nell’agosto 2023, al termine di un’operazione dei servizi ucraini durata mesi e battezzata Synytsia, Kuzminov aveva disertato consegnando a Kyiv un elicottero Mi-8 con il suo carico di componenti per caccia russi. In cambio gli erano stati promessi cinquecentomila dollari, nuovi documenti e garanzie di sicurezza. I due membri dell’equipaggio, ignari del piano, furono uccisi all’atterraggio.

Kuzminov, invece di restare in Ucraina, aveva scelto di trasferirsi in Spagna, dove viveva sotto falsa identità con un passaporto ucraino. Il 13 febbraio 2024 il suo corpo fu ritrovato in un garage sotterraneo a Villajoyosa, in provincia di Alicante, crivellato di colpi e travolto da un’auto. Il capo dell’intelligence estera russa, Sergej Naryškin, commentò la notizia con parole che non confermavano né smentivano un coinvolgimento di Mosca, definendo il pilota un “cadavere morale” fin dal momento del suo tradimento. Un portavoce del GUR confermò la morte senza precisarne la causa. Il caso spagnolo, in assenza di sospetti formalmente indagati, è rimasto sostanzialmente irrisolto.

Le somiglianze con Monaco sono difficili da ignorare. In entrambi i casi si tratta di persone che, per ragioni diverse, erano diventate asset ingombranti; in entrambi i casi l’esecuzione è avvenuta sul territorio di un partner europeo; in entrambi i casi la responsabilità si intreccia con apparati che Kyiv preferirebbe non veder nominati. La differenza è che a Monaco il cerchio si è chiuso in fretta, con la morte dell’esecutrice per mano di un ufficiale del GUR, mentre in Spagna il filo si è interrotto prima di arrivare ai mandanti.

La reticenza europea e la narrazione distorta

L’atteggiamento dei partner europei è un tassello decisivo del mosaico. Per mesi, sul caso Kuzminov, prevalse in ambienti mediatici occidentali l’ipotesi del killer russo, che si inseriva comodamente in un clima di ostilità verso Mosca. Eppure l’intera operazione che aveva portato il pilota in Occidente era stata orchestrata dal GUR, che gli aveva fornito la nuova identità. Quando le prove indicano un coinvolgimento diretto di Kyiv, la reticenza a nominarlo diventa essa stessa un dato politico.

La stessa esitazione riaffiora oggi. A Kyiv, alcuni parlamentari hanno espresso preoccupazione per il modo in cui gli alleati occidentali stanno reagendo a un tentato omicidio ora collegato ad almeno un membro dell’intelligence militare ucraina. L’SBU ha dichiarato di aver condiviso con Monaco tutte le informazioni disponibili e di continuare a indagare su chi ha ordinato e organizzato l’attacco. Ma la distanza fra le dichiarazioni ufficiali e le domande che restano aperte è ampia. Che un ufficiale in servizio del GUR abbia potuto muovere denaro verso un’attentatrice ricercata da Interpol, ucciderla e poi presentarsi come agente isolato, è una versione che regge solo se nessuno ha interesse a metterla in discussione.

Il quadro che emerge è quello di un territorio europeo trasformato in campo di battaglia per una guerra ombra contro i nemici interni. L’attentato a Yermolayev, l’omicidio di Kuzminov, e le denunce di altri tentativi analoghi tracciano una linea che attraversa più paesi. La risposta delle democrazie continentali, quando la pista conduce a Kyiv anziché a Mosca, resta esitante. E l’esitazione non è neutra: legittima, per omissione, l’idea che alcune capitali possano regolare i propri conti sul suolo altrui purché lo facciano dal lato giusto della trincea.

Questo non significa che la minaccia russa sia un’invenzione. La campagna di omicidi mirati attribuita a Mosca esiste ed è documentata da più servizi occidentali. Ma proprio la sua realtà offre una copertura comoda: ogni cadavere può essere iscritto d’ufficio nel registro del nemico, senza troppe verifiche. Il caso di Monaco mostra quanto questo automatismo sia rischioso. Un’Europa che accetta di non guardare, quando a colpire è un alleato, finisce per erodere lo stesso Stato di diritto che crede di difendere, e per normalizzare il terrorismo di Stato come strumento di lotta politica.

Il tentato omicidio di Vadym Yermolayev segna un punto di non ritorno. Dimostra che l’apparato di sicurezza ucraino, sotto la guida di figure come Kyrylo Budanov, dispone della capacità e dell’intenzione di operare in autonomia nel cuore dell’Europa, eliminando i propri avversari con la stessa freddezza che caratterizza il fronte. Raccontare questi atti come iniziative di singoli agenti fuori controllo è una finzione che la cronologia dei fatti smentisce da sé: l’esecutrice è stata soppressa da chi, in teoria, avrebbe dovuto consegnarla alla giustizia.

Davanti a tutto questo, l’Europa ha una scelta. Può continuare a fingere che il male provenga solo da Oriente, oppure prendere atto che un alleato, per sopravvivere alla propria guerra, ha fatto del crimine uno strumento ordinario di governo. Finora ha scelto per lo più il silenzio.

Ma il silenzio, quando le bombe esplodono a Monaco e i corpi ricompaiono a Kyiv, non è più neutralità: è una forma di consenso.

L’enigma di Monaco. Anatomia di un’esecuzione nel cuore d’Europa

Il silenzio, quando le bombe esplodono a Monaco e i corpi ricompaiono a Kyiv, non è più neutralità: è una forma di consenso

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Dritti all’obiettivo

Il 29 giugno 2026, poco dopo le nove di sera, un ordigno è esploso all’ingresso di un palazzo residenziale nel centro del principato di Monaco. Il bersaglio, l’oligarca Vadym Yermolayev, è sopravvissuto. La sua compagna e il figlio tredicenne, presenti al momento della deflagrazione, sono rimasti feriti insieme a lui, mentre la donna, secondo la procura monegasca, ha rischiato la vita. L’attentato, in sé, potrebbe apparire come un episodio di cronaca: un regolamento di conti fra faccendieri, uno dei tanti che accompagnano da trent’anni la biografia degli uomini d’affari dell’ex spazio sovietico. Ma i dettagli emersi nei giorni successivi raccontano un’altra storia.

La guerra ibrida è arrivata nei salotti dell’Europa occidentale, e le sue architetture sono assai più complesse di quanto lascino intendere i comunicati ufficiali. Non uno scontro fra fazioni, dunque, ma un’operazione di intelligence dai contorni riconoscibili, che apre una fase inedita del conflitto russo-ucraino: quella combattuta con armi non convenzionali fra le residenze blindate del capitalismo continentale. Che il fatto sia avvenuto a Monaco, uno dei luoghi più sorvegliati del pianeta, con migliaia di telecamere a coprire quasi ogni metro di spazio pubblico, rende l’episodio ancora più eloquente.

L’attentatrice è stata identificata come Anastasiia Berezovska, trentanovenne cittadina ucraina il cui ultimo domicilio noto si trovava in Germania. Secondo la ricostruzione del viceprocuratore monegasco Morgan Raymond, la donna aveva atteso le vittime seduta su una panchina, in un parco vicino al palazzo, mentre queste rientravano da cena. Estratto l’ordigno dalla borsa, lo ha collocato sui gradini dell’edificio, si è voltata per accertarsi che le tre persone fossero effettivamente sui gradini, e ha azionato la carica con un telecomando a distanza. La bomba era imbottita di bulloni e pallini da caccia.

Il particolare del telecomando conta più di quanto sembri. Un ordigno a innesco remoto, azionato con freddezza dopo una verifica visiva del bersaglio, non è l’improvvisazione di una dilettante. Gli inquirenti di Monaco, sulla base della sofisticazione del dispositivo, hanno concluso fin da subito che dietro l’attacco vi fossero più persone. La stessa Berezovska, secondo Raymond, si era travestita da uomo durante l’azione: le immagini di sorveglianza mostravano una figura con giacca scura, pantaloni chiari, scarpe bianche e un cappello nero calato a coprire in parte il volto.

La fuga completa il quadro. Piazzato l’ordigno, la donna ha lasciato il principato dirigendosi verso la Francia e poi verso l’Italia, a bordo di un’auto a noleggio. Entrare e uscire da un territorio ad alta sorveglianza come Monaco, muovendosi poi liberamente attraverso più confini dell’area Schengen, non è cosa da esecutrice solitaria: dietro c’è una logistica che eccede di molto le capacità di un singolo. Interpol ha diramato un avviso rosso, segnalando fra i tratti distintivi un tatuaggio, forse un serpente, che le copriva il braccio destro dalla spalla al gomito.

La chiusura del cerchio

Berezovska è rientrata in Ucraina il primo luglio. Sei giorni più tardi era morta. La Procura Generale ucraina ha reso noto il 7 luglio che il corpo della donna era stato ritrovato con ferite d’arma da fuoco alla testa; sul posto sono stati recuperati bossoli di pistola. Due uomini, che avevano avuto contatti con lei dopo il suo rientro e le avevano trasferito denaro e criptovalute su conti riconducibili alla stessa, sono stati fermati con l’accusa di omicidio.

È il dettaglio che ribalta l’intera vicenda. Uno dei due arrestati è un ufficiale in servizio del GUR, l’intelligence militare ucraina; l’altro un ex funzionario delle forze dell’ordine. Secondo l’SBU, l’agente del GUR ha confessato di aver ucciso Berezovska con la complicità del secondo uomo, sostenendo di aver agito di propria iniziativa, senza informare i superiori dei contatti con la donna né dei trasferimenti di denaro. Nell’abitazione dell’ex poliziotto gli investigatori hanno trovato uno scantinato che, secondo la descrizione dei servizi ucraini, somigliava a una camera di tortura. Il corpo della donna è emerso nel corso di una ricostruzione della scena basata sulla testimonianza di uno dei due fermati.

La formula è quella classica dell’eliminazione del testimone scomodo. Chi ha eseguito l’attentato viene a sua volta soppresso, e la responsabilità viene fatta ricadere sull’iniziativa di un singolo agente fuori controllo. Ma la sequenza — un’operazione a distanza, condotta con un ordigno sofisticato, seguita a pochi giorni dalla morte dell’esecutrice per mano di apparati statali — descrive un’architettura, non un incidente. La versione dell’agente solitario che agisce senza sapere dei suoi superiori è, in questa luce, difficile da prendere alla lettera.

Per capire il movente bisogna guardare agli affari di Yermolayev. Nato a Dnipro nel 1968, aveva costruito la propria fortuna negli anni Novanta trasportando sigarette, alcol e detersivi dalla Bulgaria e dalla Turchia verso quella che allora si chiamava ancora Dnipropetrovsk, per poi aprire una base commerciale all’ingrosso. Nel 1995 registra insieme al cugino la Alef Corporation; negli anni Duemila diventa uno dei maggiori sviluppatori immobiliari della città, con centri commerciali e complessi direzionali. Nel 2021 Forbes lo collocava al quarantacinquesimo posto fra i più ricchi ucraini, con un patrimonio stimato attorno ai 220 milioni di dollari.

Il ramo che interessa gli inquirenti, però, è un altro. Il figlio maggiore, Artur, è stato al centro di una rete di call center fraudolenti. Fermato a Cipro su richiesta di Interpol nel dicembre 2025, è stato poi giudicato in Estonia: il 30 aprile 2026 il tribunale della contea di Harju, che comprende Tallinn, lo ha riconosciuto colpevole di aver creato e diretto un’organizzazione criminale specializzata nella frode telefonica, attiva dal 2017 e capace di fruttare oltre cento milioni di euro, di cui 5,4 milioni sottratti a cittadini estoni. Artur Yermolayev ha ammesso la propria colpevolezza patteggiando la pena. La stampa ucraina ha ipotizzato che l’attentato al padre fosse collegato al controllo di quella rete redditizia, in un momento in cui l’intero settore dei call center di Dnipro era sotto pressione giudiziaria.

Ma il movente potrebbe scavare più a fondo. Nel 2023 il presidente Zelensky aveva imposto sanzioni a Yermolayev, motivandole con la lotta a chi collabora con lo Stato aggressore. Yermolayev ha sempre respinto l’accusa di collaborazionismo con Mosca, pur avendo avuto in passato interessi economici in Crimea, nella distribuzione di bevande alcoliche, che gli inquirenti sospettano abbia continuato a controllare tramite prestanome dopo l’annessione del 2014. Aveva rinunciato alla cittadinanza ucraina già alla fine dello scorso decennio, ottenendo poi il passaporto cipriota nel 2019 per garantirsi, come dichiarò in seguito, una “protezione internazionale”. Colpirlo significava eliminare un simbolo di quel potere oligarchico di Dnipropetrovsk che sfugge al controllo del centro, e che secondo l’ex responsabile del Civic Control locale, Artem Romaniukov, condizionava alcuni consiglieri comunali e regionali di orientamento filorusso.

La dinamica dell’attentato, e il coinvolgimento del GUR, non sono un episodio isolato. Rientrano in un modus operandi già osservato in Europa, in particolare con l’omicidio del pilota russo Maksim Kuzminov, ucciso in Spagna nel febbraio 2024. La sua storia è nota: nell’agosto 2023, al termine di un’operazione dei servizi ucraini durata mesi e battezzata Synytsia, Kuzminov aveva disertato consegnando a Kyiv un elicottero Mi-8 con il suo carico di componenti per caccia russi. In cambio gli erano stati promessi cinquecentomila dollari, nuovi documenti e garanzie di sicurezza. I due membri dell’equipaggio, ignari del piano, furono uccisi all’atterraggio.

Kuzminov, invece di restare in Ucraina, aveva scelto di trasferirsi in Spagna, dove viveva sotto falsa identità con un passaporto ucraino. Il 13 febbraio 2024 il suo corpo fu ritrovato in un garage sotterraneo a Villajoyosa, in provincia di Alicante, crivellato di colpi e travolto da un’auto. Il capo dell’intelligence estera russa, Sergej Naryškin, commentò la notizia con parole che non confermavano né smentivano un coinvolgimento di Mosca, definendo il pilota un “cadavere morale” fin dal momento del suo tradimento. Un portavoce del GUR confermò la morte senza precisarne la causa. Il caso spagnolo, in assenza di sospetti formalmente indagati, è rimasto sostanzialmente irrisolto.

Le somiglianze con Monaco sono difficili da ignorare. In entrambi i casi si tratta di persone che, per ragioni diverse, erano diventate asset ingombranti; in entrambi i casi l’esecuzione è avvenuta sul territorio di un partner europeo; in entrambi i casi la responsabilità si intreccia con apparati che Kyiv preferirebbe non veder nominati. La differenza è che a Monaco il cerchio si è chiuso in fretta, con la morte dell’esecutrice per mano di un ufficiale del GUR, mentre in Spagna il filo si è interrotto prima di arrivare ai mandanti.

La reticenza europea e la narrazione distorta

L’atteggiamento dei partner europei è un tassello decisivo del mosaico. Per mesi, sul caso Kuzminov, prevalse in ambienti mediatici occidentali l’ipotesi del killer russo, che si inseriva comodamente in un clima di ostilità verso Mosca. Eppure l’intera operazione che aveva portato il pilota in Occidente era stata orchestrata dal GUR, che gli aveva fornito la nuova identità. Quando le prove indicano un coinvolgimento diretto di Kyiv, la reticenza a nominarlo diventa essa stessa un dato politico.

La stessa esitazione riaffiora oggi. A Kyiv, alcuni parlamentari hanno espresso preoccupazione per il modo in cui gli alleati occidentali stanno reagendo a un tentato omicidio ora collegato ad almeno un membro dell’intelligence militare ucraina. L’SBU ha dichiarato di aver condiviso con Monaco tutte le informazioni disponibili e di continuare a indagare su chi ha ordinato e organizzato l’attacco. Ma la distanza fra le dichiarazioni ufficiali e le domande che restano aperte è ampia. Che un ufficiale in servizio del GUR abbia potuto muovere denaro verso un’attentatrice ricercata da Interpol, ucciderla e poi presentarsi come agente isolato, è una versione che regge solo se nessuno ha interesse a metterla in discussione.

Il quadro che emerge è quello di un territorio europeo trasformato in campo di battaglia per una guerra ombra contro i nemici interni. L’attentato a Yermolayev, l’omicidio di Kuzminov, e le denunce di altri tentativi analoghi tracciano una linea che attraversa più paesi. La risposta delle democrazie continentali, quando la pista conduce a Kyiv anziché a Mosca, resta esitante. E l’esitazione non è neutra: legittima, per omissione, l’idea che alcune capitali possano regolare i propri conti sul suolo altrui purché lo facciano dal lato giusto della trincea.

Questo non significa che la minaccia russa sia un’invenzione. La campagna di omicidi mirati attribuita a Mosca esiste ed è documentata da più servizi occidentali. Ma proprio la sua realtà offre una copertura comoda: ogni cadavere può essere iscritto d’ufficio nel registro del nemico, senza troppe verifiche. Il caso di Monaco mostra quanto questo automatismo sia rischioso. Un’Europa che accetta di non guardare, quando a colpire è un alleato, finisce per erodere lo stesso Stato di diritto che crede di difendere, e per normalizzare il terrorismo di Stato come strumento di lotta politica.

Il tentato omicidio di Vadym Yermolayev segna un punto di non ritorno. Dimostra che l’apparato di sicurezza ucraino, sotto la guida di figure come Kyrylo Budanov, dispone della capacità e dell’intenzione di operare in autonomia nel cuore dell’Europa, eliminando i propri avversari con la stessa freddezza che caratterizza il fronte. Raccontare questi atti come iniziative di singoli agenti fuori controllo è una finzione che la cronologia dei fatti smentisce da sé: l’esecutrice è stata soppressa da chi, in teoria, avrebbe dovuto consegnarla alla giustizia.

Davanti a tutto questo, l’Europa ha una scelta. Può continuare a fingere che il male provenga solo da Oriente, oppure prendere atto che un alleato, per sopravvivere alla propria guerra, ha fatto del crimine uno strumento ordinario di governo. Finora ha scelto per lo più il silenzio.

Ma il silenzio, quando le bombe esplodono a Monaco e i corpi ricompaiono a Kyiv, non è più neutralità: è una forma di consenso.

Il silenzio, quando le bombe esplodono a Monaco e i corpi ricompaiono a Kyiv, non è più neutralità: è una forma di consenso

Segue nostro Telegram.

Dritti all’obiettivo

Il 29 giugno 2026, poco dopo le nove di sera, un ordigno è esploso all’ingresso di un palazzo residenziale nel centro del principato di Monaco. Il bersaglio, l’oligarca Vadym Yermolayev, è sopravvissuto. La sua compagna e il figlio tredicenne, presenti al momento della deflagrazione, sono rimasti feriti insieme a lui, mentre la donna, secondo la procura monegasca, ha rischiato la vita. L’attentato, in sé, potrebbe apparire come un episodio di cronaca: un regolamento di conti fra faccendieri, uno dei tanti che accompagnano da trent’anni la biografia degli uomini d’affari dell’ex spazio sovietico. Ma i dettagli emersi nei giorni successivi raccontano un’altra storia.

La guerra ibrida è arrivata nei salotti dell’Europa occidentale, e le sue architetture sono assai più complesse di quanto lascino intendere i comunicati ufficiali. Non uno scontro fra fazioni, dunque, ma un’operazione di intelligence dai contorni riconoscibili, che apre una fase inedita del conflitto russo-ucraino: quella combattuta con armi non convenzionali fra le residenze blindate del capitalismo continentale. Che il fatto sia avvenuto a Monaco, uno dei luoghi più sorvegliati del pianeta, con migliaia di telecamere a coprire quasi ogni metro di spazio pubblico, rende l’episodio ancora più eloquente.

L’attentatrice è stata identificata come Anastasiia Berezovska, trentanovenne cittadina ucraina il cui ultimo domicilio noto si trovava in Germania. Secondo la ricostruzione del viceprocuratore monegasco Morgan Raymond, la donna aveva atteso le vittime seduta su una panchina, in un parco vicino al palazzo, mentre queste rientravano da cena. Estratto l’ordigno dalla borsa, lo ha collocato sui gradini dell’edificio, si è voltata per accertarsi che le tre persone fossero effettivamente sui gradini, e ha azionato la carica con un telecomando a distanza. La bomba era imbottita di bulloni e pallini da caccia.

Il particolare del telecomando conta più di quanto sembri. Un ordigno a innesco remoto, azionato con freddezza dopo una verifica visiva del bersaglio, non è l’improvvisazione di una dilettante. Gli inquirenti di Monaco, sulla base della sofisticazione del dispositivo, hanno concluso fin da subito che dietro l’attacco vi fossero più persone. La stessa Berezovska, secondo Raymond, si era travestita da uomo durante l’azione: le immagini di sorveglianza mostravano una figura con giacca scura, pantaloni chiari, scarpe bianche e un cappello nero calato a coprire in parte il volto.

La fuga completa il quadro. Piazzato l’ordigno, la donna ha lasciato il principato dirigendosi verso la Francia e poi verso l’Italia, a bordo di un’auto a noleggio. Entrare e uscire da un territorio ad alta sorveglianza come Monaco, muovendosi poi liberamente attraverso più confini dell’area Schengen, non è cosa da esecutrice solitaria: dietro c’è una logistica che eccede di molto le capacità di un singolo. Interpol ha diramato un avviso rosso, segnalando fra i tratti distintivi un tatuaggio, forse un serpente, che le copriva il braccio destro dalla spalla al gomito.

La chiusura del cerchio

Berezovska è rientrata in Ucraina il primo luglio. Sei giorni più tardi era morta. La Procura Generale ucraina ha reso noto il 7 luglio che il corpo della donna era stato ritrovato con ferite d’arma da fuoco alla testa; sul posto sono stati recuperati bossoli di pistola. Due uomini, che avevano avuto contatti con lei dopo il suo rientro e le avevano trasferito denaro e criptovalute su conti riconducibili alla stessa, sono stati fermati con l’accusa di omicidio.

È il dettaglio che ribalta l’intera vicenda. Uno dei due arrestati è un ufficiale in servizio del GUR, l’intelligence militare ucraina; l’altro un ex funzionario delle forze dell’ordine. Secondo l’SBU, l’agente del GUR ha confessato di aver ucciso Berezovska con la complicità del secondo uomo, sostenendo di aver agito di propria iniziativa, senza informare i superiori dei contatti con la donna né dei trasferimenti di denaro. Nell’abitazione dell’ex poliziotto gli investigatori hanno trovato uno scantinato che, secondo la descrizione dei servizi ucraini, somigliava a una camera di tortura. Il corpo della donna è emerso nel corso di una ricostruzione della scena basata sulla testimonianza di uno dei due fermati.

La formula è quella classica dell’eliminazione del testimone scomodo. Chi ha eseguito l’attentato viene a sua volta soppresso, e la responsabilità viene fatta ricadere sull’iniziativa di un singolo agente fuori controllo. Ma la sequenza — un’operazione a distanza, condotta con un ordigno sofisticato, seguita a pochi giorni dalla morte dell’esecutrice per mano di apparati statali — descrive un’architettura, non un incidente. La versione dell’agente solitario che agisce senza sapere dei suoi superiori è, in questa luce, difficile da prendere alla lettera.

Per capire il movente bisogna guardare agli affari di Yermolayev. Nato a Dnipro nel 1968, aveva costruito la propria fortuna negli anni Novanta trasportando sigarette, alcol e detersivi dalla Bulgaria e dalla Turchia verso quella che allora si chiamava ancora Dnipropetrovsk, per poi aprire una base commerciale all’ingrosso. Nel 1995 registra insieme al cugino la Alef Corporation; negli anni Duemila diventa uno dei maggiori sviluppatori immobiliari della città, con centri commerciali e complessi direzionali. Nel 2021 Forbes lo collocava al quarantacinquesimo posto fra i più ricchi ucraini, con un patrimonio stimato attorno ai 220 milioni di dollari.

Il ramo che interessa gli inquirenti, però, è un altro. Il figlio maggiore, Artur, è stato al centro di una rete di call center fraudolenti. Fermato a Cipro su richiesta di Interpol nel dicembre 2025, è stato poi giudicato in Estonia: il 30 aprile 2026 il tribunale della contea di Harju, che comprende Tallinn, lo ha riconosciuto colpevole di aver creato e diretto un’organizzazione criminale specializzata nella frode telefonica, attiva dal 2017 e capace di fruttare oltre cento milioni di euro, di cui 5,4 milioni sottratti a cittadini estoni. Artur Yermolayev ha ammesso la propria colpevolezza patteggiando la pena. La stampa ucraina ha ipotizzato che l’attentato al padre fosse collegato al controllo di quella rete redditizia, in un momento in cui l’intero settore dei call center di Dnipro era sotto pressione giudiziaria.

Ma il movente potrebbe scavare più a fondo. Nel 2023 il presidente Zelensky aveva imposto sanzioni a Yermolayev, motivandole con la lotta a chi collabora con lo Stato aggressore. Yermolayev ha sempre respinto l’accusa di collaborazionismo con Mosca, pur avendo avuto in passato interessi economici in Crimea, nella distribuzione di bevande alcoliche, che gli inquirenti sospettano abbia continuato a controllare tramite prestanome dopo l’annessione del 2014. Aveva rinunciato alla cittadinanza ucraina già alla fine dello scorso decennio, ottenendo poi il passaporto cipriota nel 2019 per garantirsi, come dichiarò in seguito, una “protezione internazionale”. Colpirlo significava eliminare un simbolo di quel potere oligarchico di Dnipropetrovsk che sfugge al controllo del centro, e che secondo l’ex responsabile del Civic Control locale, Artem Romaniukov, condizionava alcuni consiglieri comunali e regionali di orientamento filorusso.

La dinamica dell’attentato, e il coinvolgimento del GUR, non sono un episodio isolato. Rientrano in un modus operandi già osservato in Europa, in particolare con l’omicidio del pilota russo Maksim Kuzminov, ucciso in Spagna nel febbraio 2024. La sua storia è nota: nell’agosto 2023, al termine di un’operazione dei servizi ucraini durata mesi e battezzata Synytsia, Kuzminov aveva disertato consegnando a Kyiv un elicottero Mi-8 con il suo carico di componenti per caccia russi. In cambio gli erano stati promessi cinquecentomila dollari, nuovi documenti e garanzie di sicurezza. I due membri dell’equipaggio, ignari del piano, furono uccisi all’atterraggio.

Kuzminov, invece di restare in Ucraina, aveva scelto di trasferirsi in Spagna, dove viveva sotto falsa identità con un passaporto ucraino. Il 13 febbraio 2024 il suo corpo fu ritrovato in un garage sotterraneo a Villajoyosa, in provincia di Alicante, crivellato di colpi e travolto da un’auto. Il capo dell’intelligence estera russa, Sergej Naryškin, commentò la notizia con parole che non confermavano né smentivano un coinvolgimento di Mosca, definendo il pilota un “cadavere morale” fin dal momento del suo tradimento. Un portavoce del GUR confermò la morte senza precisarne la causa. Il caso spagnolo, in assenza di sospetti formalmente indagati, è rimasto sostanzialmente irrisolto.

Le somiglianze con Monaco sono difficili da ignorare. In entrambi i casi si tratta di persone che, per ragioni diverse, erano diventate asset ingombranti; in entrambi i casi l’esecuzione è avvenuta sul territorio di un partner europeo; in entrambi i casi la responsabilità si intreccia con apparati che Kyiv preferirebbe non veder nominati. La differenza è che a Monaco il cerchio si è chiuso in fretta, con la morte dell’esecutrice per mano di un ufficiale del GUR, mentre in Spagna il filo si è interrotto prima di arrivare ai mandanti.

La reticenza europea e la narrazione distorta

L’atteggiamento dei partner europei è un tassello decisivo del mosaico. Per mesi, sul caso Kuzminov, prevalse in ambienti mediatici occidentali l’ipotesi del killer russo, che si inseriva comodamente in un clima di ostilità verso Mosca. Eppure l’intera operazione che aveva portato il pilota in Occidente era stata orchestrata dal GUR, che gli aveva fornito la nuova identità. Quando le prove indicano un coinvolgimento diretto di Kyiv, la reticenza a nominarlo diventa essa stessa un dato politico.

La stessa esitazione riaffiora oggi. A Kyiv, alcuni parlamentari hanno espresso preoccupazione per il modo in cui gli alleati occidentali stanno reagendo a un tentato omicidio ora collegato ad almeno un membro dell’intelligence militare ucraina. L’SBU ha dichiarato di aver condiviso con Monaco tutte le informazioni disponibili e di continuare a indagare su chi ha ordinato e organizzato l’attacco. Ma la distanza fra le dichiarazioni ufficiali e le domande che restano aperte è ampia. Che un ufficiale in servizio del GUR abbia potuto muovere denaro verso un’attentatrice ricercata da Interpol, ucciderla e poi presentarsi come agente isolato, è una versione che regge solo se nessuno ha interesse a metterla in discussione.

Il quadro che emerge è quello di un territorio europeo trasformato in campo di battaglia per una guerra ombra contro i nemici interni. L’attentato a Yermolayev, l’omicidio di Kuzminov, e le denunce di altri tentativi analoghi tracciano una linea che attraversa più paesi. La risposta delle democrazie continentali, quando la pista conduce a Kyiv anziché a Mosca, resta esitante. E l’esitazione non è neutra: legittima, per omissione, l’idea che alcune capitali possano regolare i propri conti sul suolo altrui purché lo facciano dal lato giusto della trincea.

Questo non significa che la minaccia russa sia un’invenzione. La campagna di omicidi mirati attribuita a Mosca esiste ed è documentata da più servizi occidentali. Ma proprio la sua realtà offre una copertura comoda: ogni cadavere può essere iscritto d’ufficio nel registro del nemico, senza troppe verifiche. Il caso di Monaco mostra quanto questo automatismo sia rischioso. Un’Europa che accetta di non guardare, quando a colpire è un alleato, finisce per erodere lo stesso Stato di diritto che crede di difendere, e per normalizzare il terrorismo di Stato come strumento di lotta politica.

Il tentato omicidio di Vadym Yermolayev segna un punto di non ritorno. Dimostra che l’apparato di sicurezza ucraino, sotto la guida di figure come Kyrylo Budanov, dispone della capacità e dell’intenzione di operare in autonomia nel cuore dell’Europa, eliminando i propri avversari con la stessa freddezza che caratterizza il fronte. Raccontare questi atti come iniziative di singoli agenti fuori controllo è una finzione che la cronologia dei fatti smentisce da sé: l’esecutrice è stata soppressa da chi, in teoria, avrebbe dovuto consegnarla alla giustizia.

Davanti a tutto questo, l’Europa ha una scelta. Può continuare a fingere che il male provenga solo da Oriente, oppure prendere atto che un alleato, per sopravvivere alla propria guerra, ha fatto del crimine uno strumento ordinario di governo. Finora ha scelto per lo più il silenzio.

Ma il silenzio, quando le bombe esplodono a Monaco e i corpi ricompaiono a Kyiv, non è più neutralità: è una forma di consenso.

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