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Giacomo Gabellini
June 10, 2026
© Photo: Public domain

Come Israele si avvale di altri paesi della regione per raggiungere i propri obiettivi militari in Iran.

Segue nostro Telegram.

Lo scorso dicembre, Israele è diventato il primo Paese a riconoscere formalmente il Somaliland, una regione autonoma separatasi dalla Somalia decenni fa. Il Somaliland, nella Somalia nordoccidentale, è da tempo in conflitto con il governo di Mogadiscio, avendo dichiarato l’indipendenza nel 1991 mentre la Somalia sprofondava nella guerra civile e nel caos. Da allora, il Somaliland ha governato la maggior parte del territorio che rivendica senza ricevere il riconoscimento internazionale.

Il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele moltiplicherà gli sforzi per istituire una cooperazione immediata con il Somaliland in settori quali agricoltura, sanità, tecnologia ed economia. Si è inoltre si è congratulato con il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, elogiandone la leadership e invitandolo a visitare Israele.

Il premier israeliano ha affermato che la dichiarazione «rientra nello spirito degli Accordi di Abramo, firmati su iniziativa del presidente Trump» nel 2020 per normalizzare le relazioni diplomatiche di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, a cui si sono aggiunti successivamente altri Paesi.

Netanyahu, il ministro degli Esteri Saar e il presidente Abdullahi hanno firmato una dichiarazione congiunta di reciproco riconoscimento. Abdullahi ha dichiarato in una nota che il Somaliland avrebbe aderito agli Accordi di Abramo, definendoli un passo avanti verso la pace regionale e globale, e annunciato che il Somaliland si impegna a costruire partenariati, a rafforzare la prosperità reciproca e a promuovere la stabilità in Medio Oriente e Africa.

Senonché, rivela un’inchiesta della «Cnn», il Somaliland ha fornito a Israele una base logistica sistematicamente impiegata come scalo per i bombardamenti strategici sull’Iran condotti nel contesto dell’Operazione Roaring Lion. In tali condizioni, il riconoscimento diplomatico accordato al Somaliland viene a configurarsi come una sorta di contropartita per la concessione di un avamposto strategico situato all’imboccatura del Mar Rosso.

La “relazione speciale” istituita con il Somaliland rappresenta tuttavia una singola tessera di un mosaico molto più ampio, in cui rientrano Paesi parimenti cruciali come Iraq ed Emirati Arabi Uniti.

Sempre nel corso della guerra contro l’Iran, l’Israeli Defense Force si è avvalsa di due basi segrete in territorio iracheno che fungevano da basi avanzate per il supporto logistico e l’espletamento di operazioni di ricerca e soccorso. L’esistenza di queste due basi in Iraq era già stata segnalata dal «Wall Street Journal» e dal «New York Times», che smentivano seccamente le rassicurazioni fornite dal governo iracheno sul punto.

Le strutture sono andate a rafforzare l’influenza israeliana sul Paese, che storicamente si esercita attraverso il Kurdistan. I legami tra Israele e i rappresentanti kurdi risalgono infatti agli anni ’50 , quando il Mossad avvicinò il potente Mustafà Barzani per minare le aspirazioni nazionalistiche del Baath iracheno che era salito al potere a Baghdad, identificato fin da allora come il più temibile nemico regionale dello Stato ebraico.

L’intesa ha aperto progressivamente le porte all’addestramento dei peshmerga kurdi da parte di istruttori militari israeliani e agli investimenti dello Stato ebraico, cresciuti in maniera esponenziale in seguito alla guerra contro l’Iraq sferrata dagli Usa nel 2003. Molti sono stati infatti gli appalti ottenuti da società israeliane per la ricostruzione e l’ammodernamento delle infrastrutture nelle regioni settentrionali dell’Iraq, tra cui anche quello, ottenuto grazie anche all’intercessione del ministro per le Infrastrutture Yosef Paritzky, per la rimessa in sesto dell’oleodotto Kirkuk-Haifa, rimasto chiuso fin dal 1948. «Non passerà molto prima che il greggio iracheno fluisca verso Haifa. È solo una questione di tempo e il petrolio iracheno inonderà il Mediterraneo», dichiarò nel 2003 un raggiante Netanyahu (allora ministro degli Esteri).

Sempre nell’area kurda, imprese israeliane hanno acquistato terreni per costruire case, fabbriche e capannoni, alimentando la crescita economica della regione, e consolidando la profondità strategica israeliana nel nord dell’Iraq, come spiega Seymour Hersh: «in una serie di interviste in Europa, in Medio Oriente e negli Stati Uniti, svariati funzionari mi hanno confidato che alla fine dello scorso anno Israele era giunto alla conclusione che l’amministrazione Bush non sarebbe stata in grado di stabilizzare l’Iraq, e che Israele aveva bisogno di altre opzioni». Il governo di Ariel Sharon aveva quindi «deciso di rafforzare la posizione strategica di Israele intensificando i legami stretti molto tempo prima con i kurdi iracheni e stabilendo una presenza significativa sul terreno della regione semi-autonoma del Kurdistan. Molti funzionari hanno descritto la decisione di Sharon – che prevede un notevole impegno finanziario – come una mossa potenzialmente spregiudicata che potrà creare persino più caos e violenza, mentre la ribellione in Iraq continua ad allargarsi». L’intelligence di Tel Aviv «è silenziosamente al lavoro nella regione nord-irachena, fornendo addestramento ad unità kurde e, cosa più importante per Israele, guidando covert-operation all’interno del Kurdistan siriano ed iraniano. Israele si sente particolarmente minacciato dall’Iran, la cui posizione nell’area è stata rafforzata dalla guerra».

Durante gli anni precedenti, le autorità israeliane avevano evitato che i rapporti con il Kurdistan raggiungessero una dimensione strategica per evitare di guastare la relazione che stavano costruendo con Ankara. Eppure, nemmeno l’importanza capitale rivestita dalla Turchia si è rivelata capace di spezzare i contatti israelo-kurdi. Non stupisce quindi che all’indomani della rottura diplomatica con Ankara, il legame con i kurdi abbia assunto un accresciuto valore geopolitico.

Allo sfruttamento del territorio iracheno come trampolino di lancio per le operazioni contro l’Iran, Israele ha affiancato un netto avvicinamento agli Emirati Arabi Uniti. Nelle scorse settimane, il governo Netanyahu ha autorizzato lo schieramento negli Emirati di sistemi Iron Dome e Iron Beam, unitamente al personale preposto alla loro gestione.

Il principale snodo cruciale di cui Israele ha beneficiato per condurre operazioni militari contro l’Iran è tuttavia costituito dall’Azerbaijan, uno dei pochissimi alleati di Israele tra i Paesi musulmani che copre qualcosa come il 40% del fabbisogno petrolifero dello Stato ebraico. A loro volta, le aziende belliche israeliane hanno rifornito nel corso degli anni l’Azerbaijan di droni, sistemi radar, apparati di intelligence ed equipaggiamenti militari, e sono anche entrate a far parte di un consorzio costituito per fornire a Baku la collaborazione necessaria a realizzare un satellite di osservazione dal costo stimato di circa 200 milioni di dollari.

Il volume dell’interscambio tra i due Paesi raggiunge ogni anno cifre alquanto ragguardevoli, ma molte operazioni commerciali rimangono coperte da segreto, come confermato da un cablogramma classificato reso pubblico da «WikiLeaks» in cui l’ambasciata statunitense paragonava le relazioni bilaterali fra Azerbaijan e Israele a «un iceberg, visto che come questi grandi blocchi di ghiaccio nasconde i nove decimi della sua consistenza sotto la superficie».

Secondo Joshua Kucera, analista senior del Crisis Group, la relazione altamente collaborativa instaurata con Tel Aviv garantisce per di più a Baku la possibilità di trarre indirettamente beneficio dall’incessante attività di condizionamento su Casa Bianca e Congresso svolta dalla potente Israel Lobby.

Nel corso dei due più recenti conflitti del Nagorno-Karabakh, le forze azere hanno messo in campo contro l’esercito armeno tecnologie e sistemi d’arma israeliani e beneficiato dell’assistenza militare e di intelligence di Tel Aviv. Già nel 2016, lo specialista israeliano Yossi Melman sottolineava che la penetrazione israeliana nel sistema di difesa azero si era spinta molto più in profondità di quanto i numeri disponibili non potessero acclarare: «apparentemente, Israele e Azerbaijan sono una strana e male assortita coppia, ma d’altra parte Israele non è mai troppo selettivo nella scelta degli amici quando si tratta di vendita di armi ed interessi nazionali. Un rapido sguardo alla mappa mostra che l’Azerbaijan confina con l’Iran, nemico giurato di Israele».

Durante l’Operazione Roaring Lion, sostiene la «Cnn» sulla base di confidenze rese da ben quattro fonti di alto livello, unità speciali israeliane di commando e intelligence avrebbero portato avanti azioni in territorio iraniano coordinandosi con una serie di basi operative impiantate nelle zone di territorio azero limitrofe al confine settentrionale dell’Iran.

Le sortite in Iran partite dalle basi azere hanno registrato il coinvolgimento di diverse decine di soldati, tra cui membri delle forze speciali israeliane, delle forze d’élite di elisoccorso e personale del Mossad.

Secondo una delle fonti sentite dalla «Cnn», è dall’Azerbaijan che sarebbe stato pianificato l’assassinio, consumato il 4 marzo, di Rahman Moghaddam, direttore della divisione intelligence del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.

Dal quadro dipinto dalla «Cnn» emerge una vasta rete di collusione fondata su specifiche convergenze di interessi, che pone Israele nelle condizioni di espandere la propria presenza militare e di intelligence fino alle frontiere dei Paesi nemici.

La mappa che ne risulta «è inedita nella storia di Israele: basi avanzate in Iraq — paese con cui Israele è tecnicamente in stato di belligeranza — operazioni da territorio azero, Iron Dome negli Emirati, scali nel Corno d’Africa, coordinamento con gli Stati Uniti che usavano la stessa rete come infrastruttura logistica per i propri attacchi. Netanyahu ha visitato segretamente gli Emirati con il capo del Mossad e il capo di stato maggiore. Gli Emirati hanno detto di non averlo mai visto. L’Iraq ha detto che non c’erano basi straniere. Il Somaliland ha incassato il riconoscimento e non ha commentato. È la diplomazia del silenzio conveniente: ognuno nega quello che tutti sanno, e nel frattempo le operazioni continuano».

La grande rete di collusione israeliana

Come Israele si avvale di altri paesi della regione per raggiungere i propri obiettivi militari in Iran.

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Lo scorso dicembre, Israele è diventato il primo Paese a riconoscere formalmente il Somaliland, una regione autonoma separatasi dalla Somalia decenni fa. Il Somaliland, nella Somalia nordoccidentale, è da tempo in conflitto con il governo di Mogadiscio, avendo dichiarato l’indipendenza nel 1991 mentre la Somalia sprofondava nella guerra civile e nel caos. Da allora, il Somaliland ha governato la maggior parte del territorio che rivendica senza ricevere il riconoscimento internazionale.

Il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele moltiplicherà gli sforzi per istituire una cooperazione immediata con il Somaliland in settori quali agricoltura, sanità, tecnologia ed economia. Si è inoltre si è congratulato con il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, elogiandone la leadership e invitandolo a visitare Israele.

Il premier israeliano ha affermato che la dichiarazione «rientra nello spirito degli Accordi di Abramo, firmati su iniziativa del presidente Trump» nel 2020 per normalizzare le relazioni diplomatiche di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, a cui si sono aggiunti successivamente altri Paesi.

Netanyahu, il ministro degli Esteri Saar e il presidente Abdullahi hanno firmato una dichiarazione congiunta di reciproco riconoscimento. Abdullahi ha dichiarato in una nota che il Somaliland avrebbe aderito agli Accordi di Abramo, definendoli un passo avanti verso la pace regionale e globale, e annunciato che il Somaliland si impegna a costruire partenariati, a rafforzare la prosperità reciproca e a promuovere la stabilità in Medio Oriente e Africa.

Senonché, rivela un’inchiesta della «Cnn», il Somaliland ha fornito a Israele una base logistica sistematicamente impiegata come scalo per i bombardamenti strategici sull’Iran condotti nel contesto dell’Operazione Roaring Lion. In tali condizioni, il riconoscimento diplomatico accordato al Somaliland viene a configurarsi come una sorta di contropartita per la concessione di un avamposto strategico situato all’imboccatura del Mar Rosso.

La “relazione speciale” istituita con il Somaliland rappresenta tuttavia una singola tessera di un mosaico molto più ampio, in cui rientrano Paesi parimenti cruciali come Iraq ed Emirati Arabi Uniti.

Sempre nel corso della guerra contro l’Iran, l’Israeli Defense Force si è avvalsa di due basi segrete in territorio iracheno che fungevano da basi avanzate per il supporto logistico e l’espletamento di operazioni di ricerca e soccorso. L’esistenza di queste due basi in Iraq era già stata segnalata dal «Wall Street Journal» e dal «New York Times», che smentivano seccamente le rassicurazioni fornite dal governo iracheno sul punto.

Le strutture sono andate a rafforzare l’influenza israeliana sul Paese, che storicamente si esercita attraverso il Kurdistan. I legami tra Israele e i rappresentanti kurdi risalgono infatti agli anni ’50 , quando il Mossad avvicinò il potente Mustafà Barzani per minare le aspirazioni nazionalistiche del Baath iracheno che era salito al potere a Baghdad, identificato fin da allora come il più temibile nemico regionale dello Stato ebraico.

L’intesa ha aperto progressivamente le porte all’addestramento dei peshmerga kurdi da parte di istruttori militari israeliani e agli investimenti dello Stato ebraico, cresciuti in maniera esponenziale in seguito alla guerra contro l’Iraq sferrata dagli Usa nel 2003. Molti sono stati infatti gli appalti ottenuti da società israeliane per la ricostruzione e l’ammodernamento delle infrastrutture nelle regioni settentrionali dell’Iraq, tra cui anche quello, ottenuto grazie anche all’intercessione del ministro per le Infrastrutture Yosef Paritzky, per la rimessa in sesto dell’oleodotto Kirkuk-Haifa, rimasto chiuso fin dal 1948. «Non passerà molto prima che il greggio iracheno fluisca verso Haifa. È solo una questione di tempo e il petrolio iracheno inonderà il Mediterraneo», dichiarò nel 2003 un raggiante Netanyahu (allora ministro degli Esteri).

Sempre nell’area kurda, imprese israeliane hanno acquistato terreni per costruire case, fabbriche e capannoni, alimentando la crescita economica della regione, e consolidando la profondità strategica israeliana nel nord dell’Iraq, come spiega Seymour Hersh: «in una serie di interviste in Europa, in Medio Oriente e negli Stati Uniti, svariati funzionari mi hanno confidato che alla fine dello scorso anno Israele era giunto alla conclusione che l’amministrazione Bush non sarebbe stata in grado di stabilizzare l’Iraq, e che Israele aveva bisogno di altre opzioni». Il governo di Ariel Sharon aveva quindi «deciso di rafforzare la posizione strategica di Israele intensificando i legami stretti molto tempo prima con i kurdi iracheni e stabilendo una presenza significativa sul terreno della regione semi-autonoma del Kurdistan. Molti funzionari hanno descritto la decisione di Sharon – che prevede un notevole impegno finanziario – come una mossa potenzialmente spregiudicata che potrà creare persino più caos e violenza, mentre la ribellione in Iraq continua ad allargarsi». L’intelligence di Tel Aviv «è silenziosamente al lavoro nella regione nord-irachena, fornendo addestramento ad unità kurde e, cosa più importante per Israele, guidando covert-operation all’interno del Kurdistan siriano ed iraniano. Israele si sente particolarmente minacciato dall’Iran, la cui posizione nell’area è stata rafforzata dalla guerra».

Durante gli anni precedenti, le autorità israeliane avevano evitato che i rapporti con il Kurdistan raggiungessero una dimensione strategica per evitare di guastare la relazione che stavano costruendo con Ankara. Eppure, nemmeno l’importanza capitale rivestita dalla Turchia si è rivelata capace di spezzare i contatti israelo-kurdi. Non stupisce quindi che all’indomani della rottura diplomatica con Ankara, il legame con i kurdi abbia assunto un accresciuto valore geopolitico.

Allo sfruttamento del territorio iracheno come trampolino di lancio per le operazioni contro l’Iran, Israele ha affiancato un netto avvicinamento agli Emirati Arabi Uniti. Nelle scorse settimane, il governo Netanyahu ha autorizzato lo schieramento negli Emirati di sistemi Iron Dome e Iron Beam, unitamente al personale preposto alla loro gestione.

Il principale snodo cruciale di cui Israele ha beneficiato per condurre operazioni militari contro l’Iran è tuttavia costituito dall’Azerbaijan, uno dei pochissimi alleati di Israele tra i Paesi musulmani che copre qualcosa come il 40% del fabbisogno petrolifero dello Stato ebraico. A loro volta, le aziende belliche israeliane hanno rifornito nel corso degli anni l’Azerbaijan di droni, sistemi radar, apparati di intelligence ed equipaggiamenti militari, e sono anche entrate a far parte di un consorzio costituito per fornire a Baku la collaborazione necessaria a realizzare un satellite di osservazione dal costo stimato di circa 200 milioni di dollari.

Il volume dell’interscambio tra i due Paesi raggiunge ogni anno cifre alquanto ragguardevoli, ma molte operazioni commerciali rimangono coperte da segreto, come confermato da un cablogramma classificato reso pubblico da «WikiLeaks» in cui l’ambasciata statunitense paragonava le relazioni bilaterali fra Azerbaijan e Israele a «un iceberg, visto che come questi grandi blocchi di ghiaccio nasconde i nove decimi della sua consistenza sotto la superficie».

Secondo Joshua Kucera, analista senior del Crisis Group, la relazione altamente collaborativa instaurata con Tel Aviv garantisce per di più a Baku la possibilità di trarre indirettamente beneficio dall’incessante attività di condizionamento su Casa Bianca e Congresso svolta dalla potente Israel Lobby.

Nel corso dei due più recenti conflitti del Nagorno-Karabakh, le forze azere hanno messo in campo contro l’esercito armeno tecnologie e sistemi d’arma israeliani e beneficiato dell’assistenza militare e di intelligence di Tel Aviv. Già nel 2016, lo specialista israeliano Yossi Melman sottolineava che la penetrazione israeliana nel sistema di difesa azero si era spinta molto più in profondità di quanto i numeri disponibili non potessero acclarare: «apparentemente, Israele e Azerbaijan sono una strana e male assortita coppia, ma d’altra parte Israele non è mai troppo selettivo nella scelta degli amici quando si tratta di vendita di armi ed interessi nazionali. Un rapido sguardo alla mappa mostra che l’Azerbaijan confina con l’Iran, nemico giurato di Israele».

Durante l’Operazione Roaring Lion, sostiene la «Cnn» sulla base di confidenze rese da ben quattro fonti di alto livello, unità speciali israeliane di commando e intelligence avrebbero portato avanti azioni in territorio iraniano coordinandosi con una serie di basi operative impiantate nelle zone di territorio azero limitrofe al confine settentrionale dell’Iran.

Le sortite in Iran partite dalle basi azere hanno registrato il coinvolgimento di diverse decine di soldati, tra cui membri delle forze speciali israeliane, delle forze d’élite di elisoccorso e personale del Mossad.

Secondo una delle fonti sentite dalla «Cnn», è dall’Azerbaijan che sarebbe stato pianificato l’assassinio, consumato il 4 marzo, di Rahman Moghaddam, direttore della divisione intelligence del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.

Dal quadro dipinto dalla «Cnn» emerge una vasta rete di collusione fondata su specifiche convergenze di interessi, che pone Israele nelle condizioni di espandere la propria presenza militare e di intelligence fino alle frontiere dei Paesi nemici.

La mappa che ne risulta «è inedita nella storia di Israele: basi avanzate in Iraq — paese con cui Israele è tecnicamente in stato di belligeranza — operazioni da territorio azero, Iron Dome negli Emirati, scali nel Corno d’Africa, coordinamento con gli Stati Uniti che usavano la stessa rete come infrastruttura logistica per i propri attacchi. Netanyahu ha visitato segretamente gli Emirati con il capo del Mossad e il capo di stato maggiore. Gli Emirati hanno detto di non averlo mai visto. L’Iraq ha detto che non c’erano basi straniere. Il Somaliland ha incassato il riconoscimento e non ha commentato. È la diplomazia del silenzio conveniente: ognuno nega quello che tutti sanno, e nel frattempo le operazioni continuano».

Come Israele si avvale di altri paesi della regione per raggiungere i propri obiettivi militari in Iran.

Segue nostro Telegram.

Lo scorso dicembre, Israele è diventato il primo Paese a riconoscere formalmente il Somaliland, una regione autonoma separatasi dalla Somalia decenni fa. Il Somaliland, nella Somalia nordoccidentale, è da tempo in conflitto con il governo di Mogadiscio, avendo dichiarato l’indipendenza nel 1991 mentre la Somalia sprofondava nella guerra civile e nel caos. Da allora, il Somaliland ha governato la maggior parte del territorio che rivendica senza ricevere il riconoscimento internazionale.

Il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele moltiplicherà gli sforzi per istituire una cooperazione immediata con il Somaliland in settori quali agricoltura, sanità, tecnologia ed economia. Si è inoltre si è congratulato con il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, elogiandone la leadership e invitandolo a visitare Israele.

Il premier israeliano ha affermato che la dichiarazione «rientra nello spirito degli Accordi di Abramo, firmati su iniziativa del presidente Trump» nel 2020 per normalizzare le relazioni diplomatiche di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, a cui si sono aggiunti successivamente altri Paesi.

Netanyahu, il ministro degli Esteri Saar e il presidente Abdullahi hanno firmato una dichiarazione congiunta di reciproco riconoscimento. Abdullahi ha dichiarato in una nota che il Somaliland avrebbe aderito agli Accordi di Abramo, definendoli un passo avanti verso la pace regionale e globale, e annunciato che il Somaliland si impegna a costruire partenariati, a rafforzare la prosperità reciproca e a promuovere la stabilità in Medio Oriente e Africa.

Senonché, rivela un’inchiesta della «Cnn», il Somaliland ha fornito a Israele una base logistica sistematicamente impiegata come scalo per i bombardamenti strategici sull’Iran condotti nel contesto dell’Operazione Roaring Lion. In tali condizioni, il riconoscimento diplomatico accordato al Somaliland viene a configurarsi come una sorta di contropartita per la concessione di un avamposto strategico situato all’imboccatura del Mar Rosso.

La “relazione speciale” istituita con il Somaliland rappresenta tuttavia una singola tessera di un mosaico molto più ampio, in cui rientrano Paesi parimenti cruciali come Iraq ed Emirati Arabi Uniti.

Sempre nel corso della guerra contro l’Iran, l’Israeli Defense Force si è avvalsa di due basi segrete in territorio iracheno che fungevano da basi avanzate per il supporto logistico e l’espletamento di operazioni di ricerca e soccorso. L’esistenza di queste due basi in Iraq era già stata segnalata dal «Wall Street Journal» e dal «New York Times», che smentivano seccamente le rassicurazioni fornite dal governo iracheno sul punto.

Le strutture sono andate a rafforzare l’influenza israeliana sul Paese, che storicamente si esercita attraverso il Kurdistan. I legami tra Israele e i rappresentanti kurdi risalgono infatti agli anni ’50 , quando il Mossad avvicinò il potente Mustafà Barzani per minare le aspirazioni nazionalistiche del Baath iracheno che era salito al potere a Baghdad, identificato fin da allora come il più temibile nemico regionale dello Stato ebraico.

L’intesa ha aperto progressivamente le porte all’addestramento dei peshmerga kurdi da parte di istruttori militari israeliani e agli investimenti dello Stato ebraico, cresciuti in maniera esponenziale in seguito alla guerra contro l’Iraq sferrata dagli Usa nel 2003. Molti sono stati infatti gli appalti ottenuti da società israeliane per la ricostruzione e l’ammodernamento delle infrastrutture nelle regioni settentrionali dell’Iraq, tra cui anche quello, ottenuto grazie anche all’intercessione del ministro per le Infrastrutture Yosef Paritzky, per la rimessa in sesto dell’oleodotto Kirkuk-Haifa, rimasto chiuso fin dal 1948. «Non passerà molto prima che il greggio iracheno fluisca verso Haifa. È solo una questione di tempo e il petrolio iracheno inonderà il Mediterraneo», dichiarò nel 2003 un raggiante Netanyahu (allora ministro degli Esteri).

Sempre nell’area kurda, imprese israeliane hanno acquistato terreni per costruire case, fabbriche e capannoni, alimentando la crescita economica della regione, e consolidando la profondità strategica israeliana nel nord dell’Iraq, come spiega Seymour Hersh: «in una serie di interviste in Europa, in Medio Oriente e negli Stati Uniti, svariati funzionari mi hanno confidato che alla fine dello scorso anno Israele era giunto alla conclusione che l’amministrazione Bush non sarebbe stata in grado di stabilizzare l’Iraq, e che Israele aveva bisogno di altre opzioni». Il governo di Ariel Sharon aveva quindi «deciso di rafforzare la posizione strategica di Israele intensificando i legami stretti molto tempo prima con i kurdi iracheni e stabilendo una presenza significativa sul terreno della regione semi-autonoma del Kurdistan. Molti funzionari hanno descritto la decisione di Sharon – che prevede un notevole impegno finanziario – come una mossa potenzialmente spregiudicata che potrà creare persino più caos e violenza, mentre la ribellione in Iraq continua ad allargarsi». L’intelligence di Tel Aviv «è silenziosamente al lavoro nella regione nord-irachena, fornendo addestramento ad unità kurde e, cosa più importante per Israele, guidando covert-operation all’interno del Kurdistan siriano ed iraniano. Israele si sente particolarmente minacciato dall’Iran, la cui posizione nell’area è stata rafforzata dalla guerra».

Durante gli anni precedenti, le autorità israeliane avevano evitato che i rapporti con il Kurdistan raggiungessero una dimensione strategica per evitare di guastare la relazione che stavano costruendo con Ankara. Eppure, nemmeno l’importanza capitale rivestita dalla Turchia si è rivelata capace di spezzare i contatti israelo-kurdi. Non stupisce quindi che all’indomani della rottura diplomatica con Ankara, il legame con i kurdi abbia assunto un accresciuto valore geopolitico.

Allo sfruttamento del territorio iracheno come trampolino di lancio per le operazioni contro l’Iran, Israele ha affiancato un netto avvicinamento agli Emirati Arabi Uniti. Nelle scorse settimane, il governo Netanyahu ha autorizzato lo schieramento negli Emirati di sistemi Iron Dome e Iron Beam, unitamente al personale preposto alla loro gestione.

Il principale snodo cruciale di cui Israele ha beneficiato per condurre operazioni militari contro l’Iran è tuttavia costituito dall’Azerbaijan, uno dei pochissimi alleati di Israele tra i Paesi musulmani che copre qualcosa come il 40% del fabbisogno petrolifero dello Stato ebraico. A loro volta, le aziende belliche israeliane hanno rifornito nel corso degli anni l’Azerbaijan di droni, sistemi radar, apparati di intelligence ed equipaggiamenti militari, e sono anche entrate a far parte di un consorzio costituito per fornire a Baku la collaborazione necessaria a realizzare un satellite di osservazione dal costo stimato di circa 200 milioni di dollari.

Il volume dell’interscambio tra i due Paesi raggiunge ogni anno cifre alquanto ragguardevoli, ma molte operazioni commerciali rimangono coperte da segreto, come confermato da un cablogramma classificato reso pubblico da «WikiLeaks» in cui l’ambasciata statunitense paragonava le relazioni bilaterali fra Azerbaijan e Israele a «un iceberg, visto che come questi grandi blocchi di ghiaccio nasconde i nove decimi della sua consistenza sotto la superficie».

Secondo Joshua Kucera, analista senior del Crisis Group, la relazione altamente collaborativa instaurata con Tel Aviv garantisce per di più a Baku la possibilità di trarre indirettamente beneficio dall’incessante attività di condizionamento su Casa Bianca e Congresso svolta dalla potente Israel Lobby.

Nel corso dei due più recenti conflitti del Nagorno-Karabakh, le forze azere hanno messo in campo contro l’esercito armeno tecnologie e sistemi d’arma israeliani e beneficiato dell’assistenza militare e di intelligence di Tel Aviv. Già nel 2016, lo specialista israeliano Yossi Melman sottolineava che la penetrazione israeliana nel sistema di difesa azero si era spinta molto più in profondità di quanto i numeri disponibili non potessero acclarare: «apparentemente, Israele e Azerbaijan sono una strana e male assortita coppia, ma d’altra parte Israele non è mai troppo selettivo nella scelta degli amici quando si tratta di vendita di armi ed interessi nazionali. Un rapido sguardo alla mappa mostra che l’Azerbaijan confina con l’Iran, nemico giurato di Israele».

Durante l’Operazione Roaring Lion, sostiene la «Cnn» sulla base di confidenze rese da ben quattro fonti di alto livello, unità speciali israeliane di commando e intelligence avrebbero portato avanti azioni in territorio iraniano coordinandosi con una serie di basi operative impiantate nelle zone di territorio azero limitrofe al confine settentrionale dell’Iran.

Le sortite in Iran partite dalle basi azere hanno registrato il coinvolgimento di diverse decine di soldati, tra cui membri delle forze speciali israeliane, delle forze d’élite di elisoccorso e personale del Mossad.

Secondo una delle fonti sentite dalla «Cnn», è dall’Azerbaijan che sarebbe stato pianificato l’assassinio, consumato il 4 marzo, di Rahman Moghaddam, direttore della divisione intelligence del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.

Dal quadro dipinto dalla «Cnn» emerge una vasta rete di collusione fondata su specifiche convergenze di interessi, che pone Israele nelle condizioni di espandere la propria presenza militare e di intelligence fino alle frontiere dei Paesi nemici.

La mappa che ne risulta «è inedita nella storia di Israele: basi avanzate in Iraq — paese con cui Israele è tecnicamente in stato di belligeranza — operazioni da territorio azero, Iron Dome negli Emirati, scali nel Corno d’Africa, coordinamento con gli Stati Uniti che usavano la stessa rete come infrastruttura logistica per i propri attacchi. Netanyahu ha visitato segretamente gli Emirati con il capo del Mossad e il capo di stato maggiore. Gli Emirati hanno detto di non averlo mai visto. L’Iraq ha detto che non c’erano basi straniere. Il Somaliland ha incassato il riconoscimento e non ha commentato. È la diplomazia del silenzio conveniente: ognuno nega quello che tutti sanno, e nel frattempo le operazioni continuano».

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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