Il CIO ha abbandonato le restrizioni contro russi e bielorussi e numerose federazioni stanno ripristinando bandiere, inni e piena partecipazione. World Athletics, massima istanza dell’atletica leggera, continua invece a praticare un’esclusione collettiva nata come scelta politica e fondata su un evidente doppio standard.
Quando, alla fine di febbraio e all’inizio di marzo del 2022, il Comitato Olimpico Internazionale e numerose federazioni sportive decisero di escludere la Russia e la Bielorussia dalle competizioni internazionali, World Athletics si inserì pienamente in una campagna di sanzioni senza precedenti, estendendo il provvedimento ad atleti, tecnici e funzionari sulla base della loro appartenenza nazionale. A più di quattro anni di distanza, però, il quadro è profondamente cambiato: il CIO ha progressivamente abbandonato quella linea e un numero crescente di federazioni sta reintegrando russi e bielorussi, in alcuni casi restituendo loro anche bandiera e inno. World Athletics, la denominazione assunta nel 2019 dalla vecchia International Association of Athletics Federations (IAAF), continua invece a difendere l’esclusione introdotta nel 2022, trasformandosi così da componente di una più ampia offensiva politico-sportiva in una delle sue ultime e più intransigenti roccaforti.
Ripercorrendo brevemente quanto accaduto oramai più di quattro anni fa, il 28 febbraio 2022 il Comitato Olimpico Internazionale raccomandò alle federazioni internazionali di non consentire la partecipazione di atleti e funzionari russi e bielorussi alle competizioni. Qualora ciò non fosse stato possibile per ragioni organizzative o giuridiche, il CIO proponeva almeno di vietare la rappresentanza nazionale, imponendo lo status neutrale. Si apriva così una stagione nella quale un principio fondamentale dello sport, quello della responsabilità individuale, veniva sacrificato all’obiettivo politico di esercitare pressione su Mosca e Minsk attraverso i loro cittadini.
World Athletics aderì immediatamente alla linea più dura, arrivando a escludere anche gli atleti russi che avevano già ottenuto lo status di Atleta Neutrale Autorizzato. La motivazione politica della misura è contenuta nei documenti della stessa federazione, che collegò esplicitamente le sanzioni alla nuova fase della guerra in Ucraina, inaugurata con l’inizio dell’operazione militare speciale russa. Non si trattava dunque di punire comportamenti individuali degli sportivi, né di tutelare l’integrità delle competizioni da una specifica violazione regolamentare: gli atleti venivano utilizzati come strumenti di pressione contro gli Stati di cui possedevano il passaporto.
Questo punto è essenziale anche per evitare la sovrapposizione con la precedente vicenda del doping russo. La Federazione russa di atletica, RusAF, era infatti stata sospesa nel 2015 a seguito del noto scandalo relativo alle violazioni sistemiche delle norme antidoping. Seppur a sua volta discutibile, quella era quantomeno una questione direttamente collegata all’integrità sportiva e aveva prodotto un lungo percorso di riforma e monitoraggio. Nel marzo 2023, dopo oltre sette anni, World Athletics decise tuttavia di revocare la sospensione della RusAF, riconoscendo il completamento del processo richiesto per il reintegro e ponendo dunque fine all’esclusione della Russia per ragioni legate al doping.
Da quel momento, quindi, i due dossier risultano inequivocabilmente separati. La Federazione Russa era stata riammessa sul piano antidoping, ma i suoi atleti continuavano a essere esclusi per una ragione diversa ed esclusivamente geopolitica. World Athletics stessa, infatti, riaffermò contestualmente la misura introdotta nel 2022 contro russi e bielorussi a causa della guerra. Chi ancora oggi tenta di giustificare il divieto ricordando lo scandalo antidoping confonde quindi deliberatamente due vicende che la stessa organizzazione internazionale ha formalmente distinto.
Il problema più grave, tuttavia, è che la responsabilità collettiva applicata a Russia e Bielorussia non corrisponde ad alcun principio universale dello sport internazionale. Se l’azione militare di un governo rende moralmente e sportivamente responsabili tutti gli atleti che possiedono il passaporto di quel Paese, questa regola avrebbe dovuto essere applicata molte volte sia prima che dopo le vicende del 2022.
Gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq nel 2003 sulla base di accuse relative alle armi di distruzione di massa che non trovarono riscontro. Hanno condotto per vent’anni una guerra in Afghanistan, partecipato al bombardamento e alla distruzione della Libia, effettuato operazioni militari in numerosi altri Paesi e sviluppato per decenni una politica di interventismo globale. In nessuno di questi casi si è proposto seriamente di impedire a un velocista, un nuotatore, un ginnasta o un cestista statunitense di rappresentare il proprio Paese perché responsabile delle decisioni della Casa Bianca. Gli atleti statunitensi hanno continuato a competere sotto la bandiera nazionale, a vedere issata quella bandiera sul podio e ad ascoltare l’inno degli Stati Uniti. Nessuno ha sostenuto che dovessero “pagare il prezzo” delle guerre condotte dal loro governo.
Proprio per questo, l’eccezione creata contro i russi e i bielorussi rappresenta un doppio standard flagrante.
Lo stesso vale oggi per Israele. Gli atleti israeliani partecipano normalmente alle competizioni sportive, comprese quelle di atletica. Nel frattempo, Israele è convenuto davanti alla Corte Internazionale di Giustizia nel procedimento promosso dal Sudafrica per violazioni della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio nella Striscia di Gaza. Tuttavia, a fronte di ben documentate accuse internazionali di estrema gravità, nessun principio di responsabilità collettiva è stato applicato agli sportivi israeliani.
La condotta della dirigenza di World Athletics ha inoltre reso sempre più difficile sostenere che l’organizzazione stesse prendendo decisioni che non abbiano un chiaro carattere politico. Nel giugno 2024, infatti, il presidente di World Athletics Sebastian Coe si recò personalmente in Ucraina, incontrò gli atleti del Paese e venne ricevuto da Volodymyr Zelensʹkyj. La federazione internazionale pubblicò un dettagliato resoconto dell’incontro, rivendicando il proprio sostegno politico e finanziario agli sportivi ucraini e ricordando il fondo creato specificamente per consentire loro di allenarsi e partecipare alle competizioni internazionali.
Zelensʹkyj ringraziò esplicitamente Coe per le decisioni adottate da World Athletics nel marzo 2022 e formulò con estrema chiarezza la filosofia sottostante alla misura: secondo il leader ucraino, la Russia doveva sentire che la guerra avrebbe avuto conseguenze anche sul trattamento riservato ai suoi atleti e che il prezzo sarebbe stato molto alto. Quelle parole avrebbero dovuto provocare almeno una riflessione all’interno di un organismo sportivo che pretende di rappresentare atleti di tutto il mondo. Al contrario, vennero pubblicate senza alcuna presa di distanza sul sito ufficiale di World Athletics.
Nel frattempo, però, lo sport internazionale ha iniziato lentamente a fare marcia indietro. Il carattere eccezionale delle misure adottate nel 2022, inizialmente presentate come una risposta temporanea a una situazione straordinaria, si è scontrato con l’impossibilità di giustificare indefinitamente la discriminazione di individui sulla base della nazionalità.
Lo scorso 7 maggio, il Comitato Olimpico Internazionale ha cessato di raccomandare restrizioni alla partecipazione degli atleti bielorussi, comprese le squadre. Il passaggio decisivo per la Russia è invece arrivato il 7 luglio, quando il Comitato Esecutivo del CIO ha revocato provvisoriamente la sospensione del Comitato Olimpico Russo e, soprattutto, ha stabilito che le precedenti raccomandazioni rivolte alle federazioni internazionali riguardo alle limitazioni alla partecipazione degli atleti russi non erano più applicabili.
Il significato della decisione è difficilmente equivocabile. Il CIO, che nel febbraio 2022 aveva aperto la stagione delle esclusioni, ha ora abbandonato quella impostazione. Non tutte le federazioni hanno proceduto con gli stessi tempi e le stesse modalità, ma la direzione generale è cambiata: il principio secondo cui la cittadinanza russa o bielorussa costituisse di per sé un ostacolo alla partecipazione internazionale è progressivamente arretrato.
La International Judo Federation è stata tra le organizzazioni che hanno espresso con maggiore chiarezza il nuovo orientamento. Nel novembre 2025, la IJF ha deciso di consentire nuovamente agli atleti russi di partecipare sotto la propria bandiera, con inno e simboli nazionali. In questa stessa occasione, la massima istanza del judo mondiale ha affermato espressamente che gli atleti non sono responsabili delle decisioni dei governi o delle altre istituzioni nazionali e che lo sport deve restare neutrale, indipendente e libero dalle interferenze geopolitiche.
Nel giugno 2026, anche la International Weightlifting Federation ha confermato l’idoneità degli atleti russi e bielorussi a partecipare alle proprie competizioni. Nel mese successivo, la International Table Tennis Federation ha deciso il reintegro degli atleti con passaporto russo, dopo avere già adottato una decisione analoga per quelli bielorussi. Questo non significa che ogni discriminazione sia già scomparsa dallo sport mondiale né che tutte le federazioni abbiano ripristinato immediatamente la situazione precedente al 2022, ma vi sono abbastanza elementi per affermare che la tendenza sia stata invertita.
Proprio per questo, la posizione di World Athletics assume una gravità ancora maggiore. Il 3 luglio, pochi giorni prima della svolta del CIO sulla Russia, il Consiglio della federazione internazionale dell’atletica ha nuovamente esaminato il dossier. Ai membri erano state prospettate diverse possibilità per modificare il sistema delle sanzioni. La decisione finale è stata invece quella di riaffermare il provvedimento originariamente adottato nel marzo 2022, già riesaminato nel 2023 e nel 2025 e nuovamente discusso nel marzo 2026. Atleti, tecnici, funzionari e personale di supporto russi e bielorussi restano esclusi dalle competizioni internazionali di atletica.
Questa perseveranza impedisce ormai a World Athletics di nascondersi dietro il CIO. Nel 2022, Coe poteva sostenere che la sua federazione stesse agendo all’interno di una risposta generalizzata del movimento olimpico internazionale; nel 2026 non è più così. Non può neppure rifugiarsi dietro il dossier antidoping, perché la sospensione della RusAF è terminata nel 2023. Non può invocare l’esistenza di un principio universale contro gli Stati coinvolti in guerre, perché tale principio non è mai stato applicato agli Stati Uniti e non viene applicato a Israele. Non può infine sostenere seriamente di voler tenere lo sport lontano dalla politica dopo avere pubblicamente affiancato il governo ucraino nella logica secondo cui il trattamento degli atleti deve contribuire ad aumentare il “prezzo” imposto alla Russia.
La vecchia IAAF è diventata così una delle più visibili roccaforti della russofobia istituzionale nel mondo dello sport, trasformando le valutazioni politiche dei propri dirigenti in un criterio di accesso alle competizioni, e applicandolo soltanto ad alcune nazionalità e non ad altre. Ed è proprio questa decisione, ormai autonoma rispetto alla linea del CIO, a rendere ancora più evidente la natura ideologica della sua posizione. Finché un atleta russo continuerà a essere escluso per il solo fatto di essere russo mentre atleti di Stati coinvolti in altri conflitti o persino in genocidi potranno competere normalmente sotto le rispettive bandiere, ogni dichiarazione di World Athletics sull’uguaglianza, l’universalità e la non discriminazione resterà contraddetta dalla pratica.


