I britannici sono disposti ad assumersi la responsabilità diretta dei conflitti che alimentano, oppure sanno solo nascondersi dietro i loro proxy?
Nei giorni scorsi, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, ha affermato che: “La Russia ha il diritto di considerare la partecipazione delle forze missilistiche britanniche agli attacchi contro la Federazione Russa come un coinvolgimento di Londra nel conflitto ucraino”. Alle sue parole, è arrivata a stretto giro, la replica della Gran Bretagna tramite i suoi rappresentanti governativi: “Saremo al financo dell’Ucraina fino alla fine”.
E’ utile, perciò, ricordare il ruolo di coordinamento europeo assunto in ambito NATO da Londra per conto di Washington (quest’ultima troppo impegnata nel “contenimento” della Cina) nel conflitto attualmente in corso contro la Federazione Russa.
La Gran Bretagna guida innanzitutto la Joint Expeditionary Force (JEF). Si tratta di un quadro di riferimento incentrato sull’ambito militare, con strutture di governance che si estendono dai ‘Leader’ e dai Ministri della Difesa, passando per i Capi di Stato Maggiore della Difesa e i Direttori delle Politiche di Difesa, che si riuniscono periodicamente, fino al livello operativo militare. Il Comando Permanente delle Forze Congiunte (SJFHQ) è il quartier generale operativo permanente della Forza di Spedizione Congiunta (JEF) designato dal Regno Unito. L’SJFHQ è concepita per essere congiunta e internazionale. Fornisce squadre di collegamento operativo e di ricognizione, un quartier generale dedicato e un quartier generale logistico congiunto, tutti in stato di massima prontezza operativa per essere schierati in tutto il mondo. Il Generale di divisione inglese Olly Brown, è il comandante del quartier generale permanente delle forze congiunte del Regno Unito, che è l’autorità di coordinamento che fornisce comando e controllo alla Forza di spedizione congiunta.
Nella descrizione delle sue attività è chiaramente indicato l’obiettivo: “La JEF è regolata da un Memorandum d’intesa globale anziché da un trattato legale, il che consente un approccio di ‘adesione volontaria’ invece di uno che richiede il consenso. La JEF necessita solo della nazione quadro più un altro Paese per svolgere le proprie attività. Ciò significa che la JEF è flessibile, agile e in grado di reagire rapidamente durante qualsiasi crisi. Dall’attacco illegale e non provocato della Russia contro l’Ucraina nel febbraio 2022, la JEF ha aumentato esponenzialmente le proprie attività nella sua area di interesse. Queste attività hanno spaziato da squadre di osservazione a livello di unità tattiche, a esercitazioni e operazioni multinazionali, fino a esercitazioni strategiche a livello ministeriale. Inoltre, la JEF ha attraversato un periodo di ‘operatività’ sviluppando un catalogo di Opzioni di Risposta JEF (JRO), ovvero i protocolli con cui la JEF può intervenire in tempi di crisi”.
Nel 2023, la JEF ha attivato una JRO per la prima volta. L’esercitazione si è concentrata sulla protezione delle infrastrutture sottomarine critiche (CUI) nella regione del Mar Baltico, in risposta ai danni subiti dal gasdotto Baltic Connector tra Finlandia ed Estonia. L’anno successivo, la JEF ha attivato l’esercitazione ‘NORDIC WARDEN’, che ha riunito tutte e dieci le nazioni partecipanti alla JEF per proteggere proattivamente le CUI, monitorare il traffico marittimo e rispondere alle minacce ibride. L’operazione ha integrato strumenti avanzati di sorveglianza marittima e una condivisione coordinata di informazioni con la NATO, “dimostrando la capacità della JEF di operare in modo indipendente e di adattarsi alle mutevoli sfide alla sicurezza” … Nel 2025, la JEF ha condotto la sua attività operativa più ambiziosa dalla sua creazione nel 2014. L’esercitazione TARASSIS è stata una simulazione su larga scala, multinazionale e multidominio delle JRO (Joint Responsibility Organizations), che ha coperto l’intera area di interesse della JEF.
Ciò che bisogna sottolineare: “Riconoscendo l’importanza dell’Ucraina per la sicurezza regionale, nel 2025 il JEF ha istituito una ‘Partenariato rafforzato’ con l’Ucraina per approfondire la cooperazione. Tale partenariato consente all’Ucraina di partecipare alle attività, alla pianificazione e alle riunioni operative del JEF. Questo crea un prezioso meccanismo per la condivisione di esperienze al fine di accrescere le capacità del JEF, oltre a fornire una piattaforma importante per convogliare il sostegno multilaterale all’Ucraina da parte delle nazioni partecipanti al JEF”.
Le nazioni partecipanti alla JEF sono dieci (tutte membri della NATO): Estonia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e il Regno Unito, in qualità di nazione quadro. “Queste nazioni sono Stati sovrani che collaborano per rafforzare la resilienza nazionale e collettiva in conformità con l’articolo 3 della NATO, garantendo la loro capacità di rispondere rapidamente e con decisione a una crisi emergente. Lo sviluppo è reso possibile attraverso l’impegno politico e strategico, gruppi di lavoro specializzati, opportunità di formazione collettiva e interazioni con addetti militari, ufficiali di collegamento e personale in prima linea. Con la dottrina NATO come punto di riferimento, la JEF intrattiene solide relazioni di lavoro con i partner e funge da collegamento tra le nazioni e la NATO, consentendo di discutere le problematiche a livello regionale e di reagire rapidamente, senza la necessità di lunghi processi decisionali”.
Insomma, se il conflitto per procura in Ucraina contro la Russia dovesse superare le famose ‘linee rosse’, la J.E.F. è subito pronta ad intervenire militarmente contro Mosca. Lo scorso 17 agosto, il quotidiano tedesco ‘Bild’ ha pubblicato un articolo: “Dottrina della guerra terrestre della NATO” elaborato dall’Esercito degli Stati Uniti d’America in previsione di un conflitto contro la Russia nei Paesi Baltici.
I tre scenari prevedono:
Neutralizzazione delle difese aeree e attacco preventivo sulla regione di Kaliningrad. Durante gli attacchi missilistici russi e l’avanzata di veicoli blindati, i caccia e i droni della NATO colpirebbero per primi Kaliningrad, dove sono concentrati i sistemi di difesa aerea e missilistici russi;
‘Zona autonoma’ di robot al confine. Lungo il confine tra Russia e Bielorussia verrebbe creata una zona protetta senza la presenza di truppe. Le ‘forze di invasione russe’ verrebbero fermate da sciami di droni e robot d’attacco;
Attacchi in profondità in Russia e mobilitazione di collaboratori. Le forze speciali e i droni della NATO lancerebbero attacchi contro aeroporti, stabilimenti dell’industria della difesa, ponti e ferrovie in Russia. La dottrina prevede esplicitamente l’utilizzo di traditori, inclusi russi oppositori di Vladimir Putin, nonché la creazione di ‘corridoi aerei’ per il dispiegamento di droni nelle regioni russe.
I funzionari militari della NATO si sono rifiutati di classificare il documento come segreto, affermando che la pubblicazione del piano avrebbe un effetto deterrente.
Ma il ruolo britannico è centrale anche in un’altra iniziativa dell’Alleanza Atlantica. Nel 2004 è stata ufficializzata a Northwood, nel Regno Unito, l’istituzione da parte della NATO di un nuovo centro dedicato alla sicurezza di migliaia di chilometri di gasdotti e cavi sottomarini per il trasporto di energia, vulnerabili ad attacchi volti a interrompere l’approvvigionamento energetico, le comunicazioni globali e l’attività economica: “Il Centro Marittimo NATO per la Sicurezza delle Infrastrutture Critiche Sottomarine (CUI) è un centro di networking e di conoscenza specializzato nelle CUI, che supporta il Comandante MARCOM nel processo decisionale, nello schieramento delle forze e nel coordinamento delle azioni. Con sede presso il Comando Marittimo Alleato della NATO (MARCOM), alla periferia di Londra, a Northwood, nel Regno Unito, il Centro ha ora raggiunto la Capacità Operativa Iniziale (IOC), un traguardo significativo”.
“Il MARCOM ha ancora una volta raccolto la sfida e siamo orgogliosi di istituire il Centro marittimo della NATO per la sicurezza delle infrastrutture critiche sottomarine”, ha dichiarato nell’occasione il Comandante del MARCOM, il Vice Ammiraglio della Royal Navy Mike Utley. “Come altri aspetti della sicurezza marittima, la protezione delle infrastrutture critiche sottomarine (CUI) va oltre le semplici manovre di deterrenza per future aggressioni; include un solido coordinamento per monitorare e contrastare attivamente le minacce maligne o ibride, negando a qualsiasi aggressore la copertura della ‘negabilità plausibile’. Grazie alle ampie reti che stiamo creando nel nuovo Centro, questo compito diventerà molto più facile da realizzare. E se, in futuro, le nazioni richiederanno l’assistenza della NATO, saremo pronti ad aiutarle utilizzando le nostre reti e i nostri dati”.
La nuova struttura funge essenzialmente da fulcro operativo, con un centro strategico presso il quartier generale della NATO a Bruxelles, per coordinare gli sforzi tra gli Alleati della NATO, i Partner e il settore privato. Ai Paesi che contribuiscono, Danimarca, Germania, Norvegia, Polonia, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti, si sono aggiunti Grecia, Portogallo e Svezia.
I suoi pianificatori spiegano che: “La NATO lavora da anni per rafforzare la sicurezza delle infrastrutture critiche. Le infrastrutture sottomarine (CUI) sono sempre state al centro della sicurezza marittima e della consapevolezza della situazione in mare. La NATO sta ora affrontando la sfida di contribuire attivamente alla protezione di un gran numero di gasdotti, cavi elettrici e di comunicazione sottomarini”. Il che farebbe anche abbastanza ridere, se ricordiamo che i gasdotti Nord Stream sono stati fatti saltare in aria proprio dagli Ucraini e che la magistratura tedesca ha già spiccato dei mandati di cattura nei confronti degli esecutori degli attentati …
Naturalmente, anche in questo caso, per gli ideatori del progetto la minaccia è la Russia: “Per altri scopi, tra cui la deterrenza di un’escalation della forza russa. Nel 2024, la Royal Navy ha fatto emergere un sottomarino d’attacco nucleare di classe Astute durante una dimostrazione di forza per allontanare lo Yantar che stazionava nel Mare d’Irlanda”.
Nel maggio 2025, due società di pesca, Norebo JSC e Murman Sea Food, sono state inserite nella lista nera di Bruxelles. Non per le loro attività di pesca, bensì per aver partecipato a una campagna di sorveglianza sponsorizzata dallo Stato russo, che “ha condotto missioni di spionaggio e sabotaggio contro infrastrutture critiche, compresi i cavi sottomarini”. Seguendo l’esempio di Bruxelles, la Norvegia ha sanzionato le due aziende alcuni mesi dopo, mentre il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide ha dichiarato che le loro operazioni avrebbero potuto facilitare futuri episodi di sabotaggio.
Norebo JSC ha respinto entrambe le accuse.
Un anno dopo, il Commissario europeo per la pesca e gli oceani, Costas Kadis, ha “confermato” (come al solito senza fornire prove) che il Cremlino stava conducendo operazioni di raccolta di informazioni utilizzando pescherecci a strascico. Il Commissario non è il solo a esprimere la sua preoccupazione: ‘esperti’ hanno riferito a Euronews che numerose imbarcazioni collegate al Cremlino, fingendo di pescare merluzzi o granchi, navigano vicino alle coste europee. In realtà, alcune di queste imbarcazioni, secondo la U.E., “raccolgono informazioni e danneggiano infrastrutture sottomarine cruciali, compromettendo la sicurezza del blocco”.
Insomma, ogni scusa è buona per fomentare un’isteria antirussa che porterà inevitabilmente ad un conflitto diretto tra NATO e Mosca, con la Gran Bretagna nel ruolo di regista sotto supervisione statunitense.


