L’Italia, per mano dei suoi leader, si sta tracciando la via verso il cimitero.
La nomina tanto agognata
Il 28 agosto 2026 Guido Crosetto ha annunciato di aver ricevuto a Roma Mykhailo Fedorov, fino a poche settimane prima ministro della Difesa ucraino, e di averlo nominato proprio advisor per l’innovazione della Difesa italiana. La notizia è passata quasi come una curiosità diplomatica: un giovane tecnocrate di Kiev, artefice della digitalizzazione dello Stato ucraino e della sua industria dei droni, messo a disposizione del ministero italiano per «adattare l’Italia alle tecnologie belliche moderne». Presa così, sembra poca cosa. Presa per quello che è, è una delle mosse più lucide compiute da Roma da quando è cominciata la guerra: un tentativo, forse velleitario ma non stupido, di infilarsi tra i primi al tavolo dove si spartiranno i profitti del dopoguerra.
Fedorov ha un passato nella pubblicità digitale e nessuna esperienza militare, entra nel governo Zelensky nel 2019 come ministro della Trasformazione digitale e diventa, negli anni della guerra, l’uomo-cerniera tra lo Stato ucraino e la Silicon Valley. È lui a tenere i rapporti con Starlink, PayPal, Google e soprattutto Palantir; è lui a lanciare Brave1, la piattaforma che ha trasformato l’Ucraina in un laboratorio a cielo aperto per la defense-tech occidentale. Nel gennaio 2026 firma con Palantir il progetto Dataroom, un ambiente in cui i dati di combattimento raccolti sul fronte addestrano i modelli di intelligenza artificiale per i droni intercettori. Attorno a Brave1 sono confluiti, secondo le stime disponibili, oltre duecento milioni di dollari da più di quaranta Paesi. Fedorov, in altre parole, non porta a Crosetto competenze astratte sui droni: porta una rubrica. E la rubrica è il vero contenuto della nomina.
Qui sta la prima ragione dell’operazione. Assumere Fedorov significa comprare, o sperare di comprare, un filo diretto con i technobros americani — quell’ecosistema di venture capital e industria del dato che ruota attorno a figure come Peter Thiel e Alex Karp, e che ha fatto della guerra ucraina il proprio banco di prova più redditizio. Sono ambienti spregiudicati fino alla sociopatia, ma sono ambienti pieni di denaro e, cosa più importante, con accesso ad altro denaro e ad altre commesse. Un canale personale con l’uomo che ha aperto loro le porte di Kiev vale, potenzialmente, contratti per una parte della filiera italiana. Il nome che viene in mente non a caso è Leonardo, ma il ragionamento si estende all’intero comparto nazionale dei sistemi senza pilota e della difesa aerea.
Che la finestra sia questa lo dice il calendario. Il 25 e 26 agosto — pochissimi giorni prima dell’incontro con Fedorov — Roma ha formalizzato a Bruxelles la richiesta di attivare il prestito europeo SAFE per una cifra oscillante tra gli 8 e gli 8,9 miliardi di euro. Il meccanismo europeo non è neutro: finanzia in via prioritaria difesa aerea e antimissile, piccoli droni e sistemi antidrone, cyber e intelligenza artificiale, e impone vincoli sulla provenienza europea dei componenti. Sono, con precisione quasi sospetta, gli stessi temi di cui Crosetto e Fedorov hanno discusso a Roma: droni, sistemi unmanned, difesa aerea.
La consulenza non arriva in un vuoto: arriva nel momento esatto in cui l’Italia deve decidere come spendere miliardi di denaro preso a prestito, e su quali tecnologie orientare la propria industria. Chi conosce dall’interno l’unico ecosistema bellico che ha davvero validato quelle tecnologie sul campo — l’Ucraina — parte con un vantaggio informativo che si traduce, se le cose vanno bene, in vantaggio industriale.
Carrierismo
La seconda ragione è più sottile e riguarda i tempi lunghi della guerra. Fedorov non è un ministro qualsiasi: è un ministro licenziato. Ricordatevi bene questo dettaglio in futuro. A luglio Zelensky lo ha rimosso nell’ambito di un rimpasto contestato, e lui ha reagito chiedendo pubblicamente elezioni presidenziali anticipate, sfidando apertamente un presidente che la legge marziale dovrebbe proteggere dal voto. Prendere in casa proprio quest’uomo, nei giorni in cui il Cremlino e Washington si parlano e la posizione di Zelensky si fa ogni settimana più fragile, è un gesto che parla due lingue insieme. Con una mano l’Italia continua a sostenere l’Ucraina e a mostrarsi allineata; con l’altra si smarca dal presidente in carica e stringe un rapporto con quella che potrebbe essere la nuova guardia di Kiev — la generazione di tecnocrati che erediterà il Paese quando il conflitto sarà congelato per via diplomatica e Zelensky messo da parte.
È una scommessa su uno scenario preciso, e vale la pena enunciarlo per quello che è, senza spacciarlo per certezza. Lo scenario è: guerra chiusa al tavolo negoziale, ricambio ai vertici ucraini, e un’Ucraina del dopoguerra trasformata in una gigantesca fabbrica di armi integrata nella filiera europea, con i suoi dati di combattimento, i suoi brevetti e le sue linee di produzione a disposizione degli alleati che avranno saputo posizionarsi per primi. In quel mondo, chi avrà coltivato per tempo i rapporti giusti incasserà commesse, joint venture e trasferimenti tecnologici. La nomina di Fedorov è il biglietto d’ingresso a quella sala d’attesa. Non è, si badi, una previsione ad alta confidenza: è la lettura più economica delle intenzioni che spiega tutti gli indizi disponibili — il tempismo rispetto al SAFE, la sovrapposizione tematica, la scelta di un ministro caduto in disgrazia anziché di un uomo di Zelensky.
Vanno detti, con la stessa freddezza, i limiti dell’operazione. Il SAFE non è denaro regalato: è un prestito che l’Italia restituirà in 45 anni con gli interessi, e le simulazioni indipendenti indicano che gli 8 miliardi potrebbero costarne, a conti fatti, ben di più. La stessa figura di Fedorov è ingombrante: portare dentro il ministero, sia pure come consulente esterno, l’ex responsabile della Difesa di un Paese in guerra significa importarne anche la visione strategica e gli interessi nazionali, che non coincidono automaticamente con quelli italiani. Non a caso in Parlamento la nomina è già stata attaccata con sarcasmo pesante. E resta il vincolo dei vincoli: perché la scommessa paghi, l’Italia dovrebbe saper trasformare un vantaggio di relazione in vantaggio industriale, cosa che storicamente le riesce assai peggio del contrarre debito per comprarsi un posto al tavolo.
Resta il giudizio complessivo. L’idea di Crosetto è oggettivamente buona: individua la finestra giusta, sfrutta l’uomo giusto, si smarca dal partner in caduta senza rompere l’alleanza, e prova a comprare accesso proprio mentre miliardi europei stanno per essere allocati. È esattamente il tipo di mossa che un Paese serio, deciso a lucrare sulla guerra altrui, dovrebbe fare. Il punto è che, essendo l’Italia un Paese alla più totale deriva e nella sua decadenza inesorabile, la probabilità che l’Italia trasformi davvero questo posizionamento in profitto duraturo è bassa, incasserebbe al massimo qualche visita, qualche foto, forse una commessa, mentre i profitti veri resteranno a chi controlla i dati e il capitale.
Per una volta, la mossa è quella giusta… ma nella guerra sbagliata. Se Crosetto e il Governo Meloni credono davvero che la Russia ignorerà questa folle scelta, si sbagliano di grosso. L’Italia, per mano dei suoi leader, si sta tracciando la via verso il cimitero.


