Il tempo vola: ormai un’intera decade è trascorsa da quando, nel giugno del 2016, la seconda economia europea (quinta su scala mondiale) e secondo stato per capacità militare/nucleare, affronta la consultazione referendaria per decidere o meno della sua permanenza della comunità europea di Bruxelles.
Il 23 giugno del 2016 prevale il “Leave” con il 51,9%, superando – nella sorpresa generale – i favorevoli a rimanere, fermi al 48,1%: un risultato irreversibile, storico, che nell’immediato (e anche molto tempo dopo) lascia la comunità politica nazionale ed internazionale profondamente interdetta. Il fatto è che il premier britannico di allora, David Cameron, compì allora un azzardo le cui conseguenze nessuno osava immaginare: per mettere a tacere una volta per tutte l’ala euroscettica dei Tories, che ne sfidava l’autorità, permise il referendum in questione, sicuro del suo esito a favore della permanenza in seno all’Europa, ma ritrovandosi invece di fronte un risultato clamoroso che ne determina lo stesso crollo politico, quindi le dimissioni, che diverranno effettive il 13 luglio seguente. Intanto, la sterlina crolla nel cambio con il dollaro a livelli che non vedeva dal 1985, ma anche le Borse europee sprofondano: a Milano piazza Affari perde oltre il 12%, uno dei crolli peggiori della sua storia. Insomma, un voto storico la cui analisi occupa ancora oggi le cronache e dibattiti nei media quanto accademici. La verità più inconfessabile è che nessuno voleva veramente un esito di questo tipo, in nessuno schieramento politico del parlamento britannico (tranne l’ala estrema di Nigel Farage): nessuno credeva veramente al fatto che la società britannica – così avanzata e cosmopolita – avrebbe optato per una variante radicale come l’uscita dalla comunità europea, la più importante e vasta comunità politica di cui l’UK facesse parte sino a quel momento. Si potrebbe anche dire – in un altro modo ancora – che la voce del popolo metteva fine ad un’ambiguità profondissima dell’identità politica britannica che durava da oltre una generazione e vedeva le sue radici più profonde risalire a oltre 50 anni prima. L’interrogativo di fondo era cosa ci facesse il Regno Unito – che storicamente aveva sempre mostrato un disinteresse nei confronti di una stretta collaborazione politica col continente (interessato esclusivamente al lato economico) – all’interno della grande costruzione politica europea: sincero impegno nel progetto in questione o qualche altro calcolo meno decifrabile ? E’ cosa risaputa che la dottrina geopolitica secolare inglese consiste nell’impedire, prevenire, che una potenza egemone si instauri sul continente europeo: per questa ragione sono state combattute le maggiori guerre del XIX e XX secolo, da Napoleone in avanti, con tale scopo di fondo. Nella mentalità britannica di vecchio stampo il continente è un’entità estranea, potenzialmente nemica (a seconda delle circostanze): l’identità britannica è considerata distinta e separata rispetto a quelle continentali e per nulla desiderosa di adattarvisi nel nome di un ideale comune di unità. Questi sono i fatti: rimane dunque la domanda in merito alle ragioni britanniche per voler restare strettamente collegate a Bruxelles. Si menzionerà per decenni il fattore economico (in primo luogo come naturale), ma anche questa argomentazione risulta problematica in fondo: applicabile cioè a piccoli paesi senza sbocco sul mare e privi di risorse, ma non ad un ex impero globale che può contare su un’intero emisfero di lingua inglese (l’anglosfera) su 4 differenti continenti con enormi risorse produttive e minerarie (l’intero Commonwealth cui si aggiunge la potenza planetaria degli USA medesimi) sul quale appoggiarsi. La questione si fa dunque sempre più incomprensibile, ma in realtà esiste un senso: la ragione per cui Londra aveva messo da parte la diffidenza storica risale già a prima dell’Unione Europea attuale, ovvero al tempo della sua fase formativa durante gli anni 60. Negli anni della prima politogenesi della casa comune europea (come la definì Gorbachev in seguito) che vede in rapida successione una serie di trattati di cooperazione tra cui il maggiore è la CEE (comunità economica europea), il Regno Unito aveva domandato l’accesso sin dal 1962 assieme a Irlanda, Danimarca e Norvegia: richiesta che tuttavia fu respinta a più riprese dal presidente Charles de Gaulle, il quale vedeva la presenza britannica come disarmonica nella sovrastruttura europea in formazione, o meglio motivata da fini diversi che non quello di una sincera volontà associativa. De Gaulle notoriamente riteneva che dietro alla presenza britannica in seno alle istituzioni politiche europee non vi fosse che Washington: la Gran Bretagna altro non sarebbe stata che una pedina di oltreoceano per inserirsi nel progetto e poterlo monitorare ed eventualmente manipolare dall’interno come un cavallo di Troia.
In base a questa convinzione, la candidatura britannica venne respinta per oltre un decennio e Londra potrà far parte della CEE solo a partire dal 1973. Da allora in avanti tuttavia la storia della collaborazione britannica in seno alla comunità europea non manca di suscitare interrogativi: la GB non sembra volersi adattare più del minimo richiesto al progetto, collaborando invece in maniera estreamamente coordinata e coesa con gli Stati Uniti. In breve la Gran Bretagna viene a trovarsi come sospesa in un limbo: vuole essere parte di cosa nasce, ed al tempo stesso non lo vuole. Contraddizione profonda che col passare del tempo diventa inevitabilmente più evidente: il processo di formazione della comunità europea prosegue lento ma inesorabile e ad un certo punto (a partire dagli anni 90) sfugge di mano andando a collidere con linee rosse mai espresse dell’opinione pubblica britannica. Il cuore del problema è che la leadership del paese era riuscita a far accettare un ingresso nella comunità europea in un momento storico in cui essa altro non era che un trattato di natura esclusivamente economica: evolvendosi quest’ultimo in un più globale ed onnicomprensivo ente politico con ricadute giurisdizionali ed organizzative di grande peso per tutta la società, allora si pose la domanda fondamentale in merito a quanto andare avanti, quanto lasciarsi risucchiare nel sistema. La Gran Bretagna era certo disposta a giocare il ruolo di “cavallo di Troia” per conto di Washington entro le istituzioni europee, ma non fino al punto di risultarne dispersa, perdendo la propria identità (cosa cui non aveva mai abdicato, malgrado lo spirito democratico e non nazionalista che avrebbe a rigor di logica dovuto pervadere i partecipanti al progetto comune europeo). La classe politica britannica, traverso i suoi maggiori esponenti e premier – da Tony Blair fino a Cameron – si premurò in tutte le maniere di attenuare il dissenso generale con rassicurazioni e promesse sul piano interno, ma soprattutto facendo pressione sui legislatori europei, domandando di volta in volta delle distinzioni per il proprio paese sino ad ottenere – giusto alla vigilia del voto – uno “status speciale” per il – Regno Unito, in virtù della propria particolarità rispetto al resto dell’Europa continentale. La marcia incompleta verso la fusione con il resto dell’Europa si era del resto già veduta al momento della mancata accettazione della valuta comune: il rifiuto di aderire all’Euro già di per sè aveva evidenziato il divario incolmabile ed il limite di quanto Londra era disposta a cedere.
In definitiva il risultato di quel 23 giugno 2016 nasceva da molto lontano: nasceva dalla contraddizione di fondo che vedeva un’integrazione all’UE dettata da ragioni di alta politica internazionale e, per contro, una profonda avversione da parte della propria opinione pubblica. Un confronto durato per decenni e inaspritosi dopo gli anni 90 sino ad arrivare al momento della verità nel giro di un ventennio: il giorno della scelta finale la UK ha optato per la propria identità anzichè proseguire sulla strada dell’integrazione (cosa che evidentemente non aveva mai voluto sin dal principio), sottraendo così alla UE il 13% della propria popolazione e portando il numero di membri a 27. Clamore all’epoca dei fatti, ma in fondo alla fine un guadagno per entrambe, più libere di prima: Bruxelles di proseguire le proprie politiche senza dover fare i conti con un ingombrante estraneo e Londra di recuperare il proprio “destino” indipendente, la propria vera natura.


