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Giulio Chinappi
November 3, 2026
© SCF

Le elezioni israeliane del 27 ottobre hanno indebolito Benjamin Netanyahu e il suo blocco, senza però mettere realmente in discussione il paradigma militare dominante. Sulla Palestina e sull’Iran, le principali forze dell’opposizione propongono soprattutto una diversa gestione della stessa strategia securitaria.

Segue nostro Telegram.

Le elezioni legislative israeliane del 27 ottobre hanno prodotto un risultato solo apparentemente contraddittorio: Benjamin Netanyahu ne esce politicamente indebolito, la coalizione che lo ha sostenuto perde la maggioranza parlamentare e le forze arabe raggiungono una rappresentanza senza precedenti; eppure, osservando le posizioni delle principali formazioni sioniste sulle questioni decisive della politica estera e di sicurezza, sarebbe prematuro parlare di una svolta. Il voto ha colpito Netanyahu, ma non sembra avere scalfito in profondità quel paradigma strategico che potremmo definire “netanyahismo”: predominio militare israeliano permanente sull’intera Palestina storica, rifiuto di una piena sovranità palestinese, ricorso sistematico alla forza come principale strumento di gestione delle minacce regionali e mantenimento dell’opzione militare contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

Il conteggio completato dalla Commissione elettorale centrale assegna 27 seggi al Likud (הליכוד, HaLikud), che rimane nettamente il primo partito della Knesset. Alle sue spalle, Yashar! (ישר), la formazione centrista fondata e guidata dall’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, conquista 21 deputati. Seguono B’Yachad (ביחד), guidato dall’ex primo ministro Naftali Bennett, con 12 seggi, mentre la Lista Congiunta (القائمة المشتركة, al-Qāʾima al-Muštaraka) delle forze arabe ne ottiene 11. HaDemokratim (הדמוקרטים, “I Democratici”), formazione guidata da Yair Golan, e Raʿam (القائمة العربية الموحدة, al-Qāʾima al-ʿArabiyya al-Muwaḥḥada), la Lista Araba Unita di Mansour Abbas, conquistano otto seggi ciascuna. Yisrael Beiteinu (ישראל ביתנו, “Israele Casa Nostra”) di Avigdor Liberman ottiene sette deputati.

Nel campo che ha sostenuto Netanyahu, Yahadut HaTorah (יהדות התורה, Giudaismo Unito della Torah) e la formazione di estrema destra Otzma Yehudit (עוצמה יהודית, “Potere Ebraico”) conquistano sette seggi ciascuna, mentre Shas (ש״ס) e HaTzionut HaDatit (הציונות הדתית, Sionismo Religioso) di Bezalel Smotrich si fermano a sei. Nel complesso, il blocco di Netanyahu dispone di 53 seggi sui 120 della Knesset, otto in meno dei 61 necessari per governare. Il blocco sionista contrario all’attuale primo ministro ne conta 48, mentre le due liste arabe raggiungono insieme quota 19, risultato storico che le rende potenzialmente decisive per qualsiasi alternativa parlamentare.

La prima conclusione è dunque evidente: gli elettori israeliani hanno respinto la continuità dell’attuale coalizione, ma non hanno consegnato una maggioranza autonoma ai suoi avversari. Netanyahu resta alla guida del governo provvisorio e conserva inoltre un vantaggio politico non trascurabile: guida il partito più votato e il blocco sionista numericamente più ampio. Per estrometterlo, Eisenkot dovrebbe riuscire a costruire una maggioranza comprendente, direttamente o mediante appoggio esterno, i 19 parlamentari delle formazioni arabe. È proprio questa eventualità a mettere in luce una delle contraddizioni più profonde della politica israeliana.

Una maggioranza matematica alternativa esiste: 48 deputati del blocco di Eisenkot più 19 rappresentanti arabi producono una maggioranza di 67 seggi. Ma buona parte delle formazioni sioniste dell’opposizione ha escluso durante la campagna elettorale la possibilità di dipendere dai partiti che rappresentano prevalentemente la popolazione palestinese con cittadinanza israeliana. La crescita eccezionale della rappresentanza araba rischia dunque di produrre il paradosso di una componente elettorale decisiva nei numeri ma ancora considerata politicamente inaccettabile da una parte considerevole dello schieramento che aspira a sostituire Netanyahu.

Le reazioni dello stesso primo ministro ai risultati sono indicative. Netanyahu ha immediatamente attaccato le formazioni arabe, arrivando a evocare irregolarità elettorali senza fornire prove di una manipolazione sistemica, accuse respinte dalle autorità competenti. La strategia appare politicamente comprensibile: delegittimare la possibilità che Eisenkot possa affidarsi ai voti arabi significa restringere ulteriormente le alternative e aumentare le possibilità del Likud di rimanere al centro della futura coalizione.

Ma il dato più importante, dal punto di vista geopolitico, riguarda ciò che potrebbe effettivamente cambiare qualora Netanyahu venisse infine estromesso. La risposta, almeno per quanto riguarda la Palestina e l’Iran, è probabilmente meno di quanto suggerirebbe la forte contrapposizione personale tra il primo ministro e Gadi Eisenkot.

Sulla questione palestinese, infatti, Netanyahu ed Eisenkot condividono alcuni presupposti fondamentali. Entrambi respingono nelle condizioni attuali la creazione di uno Stato palestinese pienamente sovrano ed entrambi sostengono che Israele debba mantenere un controllo di sicurezza superiore sul territorio compreso tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Eisenkot ha parlato piuttosto di un’autonomia palestinese rafforzata o di uno State-minus, un’entità demilitarizzata e priva di alcune prerogative fondamentali della sovranità. Non propone dunque il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente secondo il significato ordinario del termine.

Anche sulla Striscia di Gaza la distanza è inferiore a quanto potrebbe apparire. Eisenkot ha criticato ripetutamente la conduzione della guerra da parte di Netanyahu e lo considera responsabile politico del fallimento del 7 ottobre 2023. Ma non contesta il principio secondo cui Israele possa continuare a utilizzare la forza militare contro Ḥamās, né accetta un ritiro israeliano incondizionato dalla Striscia. La sua posizione prevede il disarmo dell’organizzazione palestinese e la sostituzione della sua amministrazione; qualora questi obiettivi non venissero raggiunti diplomaticamente, rimarrebbe disponibile l’opzione militare.

Una futura coalizione guidata da Eisenkot potrebbe certamente produrre qualche differenza, soprattutto in Cisgiordania. Il leader di Yashar! si oppone agli avamposti coloniali non autorizzati dalla stessa legislazione israeliana, condanna più esplicitamente la violenza dei coloni e ha espresso contrarietà all’espansione nell’area E1, la cui colonizzazione spezzerebbe ulteriormente la continuità territoriale palestinese tra Gerusalemme Est e il resto della Cisgiordania. La fuoriuscita dal governo di figure come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich potrebbe quindi ridurre alcune delle manifestazioni più estremiste dell’attuale politica coloniale.

Sarebbe tuttavia un errore confondere una possibile moderazione dei metodi con un superamento del sistema. Eisenkot non propone uno smantellamento generale delle colonie, non sostiene il pieno riconoscimento della sovranità palestinese e non mette in discussione il principio del controllo militare israeliano superiore. La differenza rispetto al governo Netanyahu riguarda dunque prevalentemente la gestione dell’occupazione e della colonizzazione, non la loro completa eliminazione.

Il risultato elettorale rivela così una realtà ben più profonda della semplice tenuta personale di Netanyahu. Dopo anni di guerra, distruzione di Gaza, espansione coloniale in Cisgiordania e radicalizzazione dell’intero sistema politico, il consenso securitario israeliano si è spostato significativamente a destra. L’opposizione principale contesta Netanyahu per la gestione dello Stato, per il fallimento del 7 ottobre, per il rapporto con l’estrema destra religiosa, per gli attacchi al sistema giudiziario, per la questione dell’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare e per l’utilizzo personale del potere. Solo una parte molto più piccola dell’elettorato mette in discussione il paradigma fondamentale del dominio israeliano sui palestinesi.

Soltanto HaDemokratim sostiene con maggiore chiarezza una prospettiva fondata sulla soluzione dei due Stati, ma con otto seggi rappresenta una componente minoritaria dello stesso blocco anti-Netanyahu. Ciò significa che la possibile fine politica del primo ministro non coinciderebbe automaticamente con la fine dell’impostazione strategica che ha caratterizzato la sua lunga stagione di governo.

La stessa considerazione vale per l’Iran. Qui Eisenkot ha assunto nelle ultime settimane una posizione nettamente critica nei confronti dell’ipotesi di una nuova offensiva immediata. L’ex capo di Stato Maggiore ha affermato di non conoscere alcuno sviluppo “critico” che giustificasse un attacco prima delle elezioni e ha accusato Netanyahu di non essere più adatto a dirigere una nuova operazione dopo tre anni di guerra. Ha inoltre sostenuto che il rovesciamento della Repubblica Islamica non possa realisticamente essere ottenuto mediante bombardamenti esterni.

Ma anche in questo caso la divergenza riguarda soprattutto il momento, il metodo e gli obiettivi operativi. Eisenkot, infatti, non esclude affatto il ricorso alla forza contro Teheran. Ha dichiarato che una nuova operazione sarebbe giustificata qualora l’Iran tentasse effettivamente di dotarsi dell’arma nucleare e, nella propria impostazione strategica, continua a considerare il ridimensionamento delle capacità nucleari e missilistiche iraniane un obiettivo centrale per Israele.

Il cambio di governo potrebbe dunque ridurre l’utilizzo della minaccia iraniana come strumento di mobilitazione politica interna, ma difficilmente produrrebbe una rinuncia alla dottrina degli attacchi preventivi. Da questo punto di vista, l’eredità di Netanyahu è ormai più ampia dello stesso Netanyahu: la normalizzazione dell’uso unilaterale della forza contro Stati sovrani è entrata stabilmente nel repertorio strategico israeliano.

La vera notizia delle elezioni israeliane, quindi, non è soltanto la flessione del Likud. È la capacità del netanyahismo di sopravvivere alla possibile caduta del proprio fondatore. Netanyahu può uscire indebolito, può persino perdere la guida del governo, ma il sistema politico israeliano che emerge dal voto del 27 ottobre resta largamente ancorato alla convinzione che la sicurezza dello Stato debba essere garantita attraverso la superiorità militare permanente, il controllo dei palestinesi e la disponibilità a colpire unilateralmente i nemici regionali.

Per il popolo palestinese e per l’Iran, questa continuità rappresenta il dato decisivo. Il volto del prossimo governo potrebbe cambiare; la strategia fondamentale, molto meno.

Netanyahu arretra, il netanyahismo resta: le elezioni israeliane non promettono una svolta su Gaza e Iran

Le elezioni israeliane del 27 ottobre hanno indebolito Benjamin Netanyahu e il suo blocco, senza però mettere realmente in discussione il paradigma militare dominante. Sulla Palestina e sull’Iran, le principali forze dell’opposizione propongono soprattutto una diversa gestione della stessa strategia securitaria.

Segue nostro Telegram.

Le elezioni legislative israeliane del 27 ottobre hanno prodotto un risultato solo apparentemente contraddittorio: Benjamin Netanyahu ne esce politicamente indebolito, la coalizione che lo ha sostenuto perde la maggioranza parlamentare e le forze arabe raggiungono una rappresentanza senza precedenti; eppure, osservando le posizioni delle principali formazioni sioniste sulle questioni decisive della politica estera e di sicurezza, sarebbe prematuro parlare di una svolta. Il voto ha colpito Netanyahu, ma non sembra avere scalfito in profondità quel paradigma strategico che potremmo definire “netanyahismo”: predominio militare israeliano permanente sull’intera Palestina storica, rifiuto di una piena sovranità palestinese, ricorso sistematico alla forza come principale strumento di gestione delle minacce regionali e mantenimento dell’opzione militare contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

Il conteggio completato dalla Commissione elettorale centrale assegna 27 seggi al Likud (הליכוד, HaLikud), che rimane nettamente il primo partito della Knesset. Alle sue spalle, Yashar! (ישר), la formazione centrista fondata e guidata dall’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, conquista 21 deputati. Seguono B’Yachad (ביחד), guidato dall’ex primo ministro Naftali Bennett, con 12 seggi, mentre la Lista Congiunta (القائمة المشتركة, al-Qāʾima al-Muštaraka) delle forze arabe ne ottiene 11. HaDemokratim (הדמוקרטים, “I Democratici”), formazione guidata da Yair Golan, e Raʿam (القائمة العربية الموحدة, al-Qāʾima al-ʿArabiyya al-Muwaḥḥada), la Lista Araba Unita di Mansour Abbas, conquistano otto seggi ciascuna. Yisrael Beiteinu (ישראל ביתנו, “Israele Casa Nostra”) di Avigdor Liberman ottiene sette deputati.

Nel campo che ha sostenuto Netanyahu, Yahadut HaTorah (יהדות התורה, Giudaismo Unito della Torah) e la formazione di estrema destra Otzma Yehudit (עוצמה יהודית, “Potere Ebraico”) conquistano sette seggi ciascuna, mentre Shas (ש״ס) e HaTzionut HaDatit (הציונות הדתית, Sionismo Religioso) di Bezalel Smotrich si fermano a sei. Nel complesso, il blocco di Netanyahu dispone di 53 seggi sui 120 della Knesset, otto in meno dei 61 necessari per governare. Il blocco sionista contrario all’attuale primo ministro ne conta 48, mentre le due liste arabe raggiungono insieme quota 19, risultato storico che le rende potenzialmente decisive per qualsiasi alternativa parlamentare.

La prima conclusione è dunque evidente: gli elettori israeliani hanno respinto la continuità dell’attuale coalizione, ma non hanno consegnato una maggioranza autonoma ai suoi avversari. Netanyahu resta alla guida del governo provvisorio e conserva inoltre un vantaggio politico non trascurabile: guida il partito più votato e il blocco sionista numericamente più ampio. Per estrometterlo, Eisenkot dovrebbe riuscire a costruire una maggioranza comprendente, direttamente o mediante appoggio esterno, i 19 parlamentari delle formazioni arabe. È proprio questa eventualità a mettere in luce una delle contraddizioni più profonde della politica israeliana.

Una maggioranza matematica alternativa esiste: 48 deputati del blocco di Eisenkot più 19 rappresentanti arabi producono una maggioranza di 67 seggi. Ma buona parte delle formazioni sioniste dell’opposizione ha escluso durante la campagna elettorale la possibilità di dipendere dai partiti che rappresentano prevalentemente la popolazione palestinese con cittadinanza israeliana. La crescita eccezionale della rappresentanza araba rischia dunque di produrre il paradosso di una componente elettorale decisiva nei numeri ma ancora considerata politicamente inaccettabile da una parte considerevole dello schieramento che aspira a sostituire Netanyahu.

Le reazioni dello stesso primo ministro ai risultati sono indicative. Netanyahu ha immediatamente attaccato le formazioni arabe, arrivando a evocare irregolarità elettorali senza fornire prove di una manipolazione sistemica, accuse respinte dalle autorità competenti. La strategia appare politicamente comprensibile: delegittimare la possibilità che Eisenkot possa affidarsi ai voti arabi significa restringere ulteriormente le alternative e aumentare le possibilità del Likud di rimanere al centro della futura coalizione.

Ma il dato più importante, dal punto di vista geopolitico, riguarda ciò che potrebbe effettivamente cambiare qualora Netanyahu venisse infine estromesso. La risposta, almeno per quanto riguarda la Palestina e l’Iran, è probabilmente meno di quanto suggerirebbe la forte contrapposizione personale tra il primo ministro e Gadi Eisenkot.

Sulla questione palestinese, infatti, Netanyahu ed Eisenkot condividono alcuni presupposti fondamentali. Entrambi respingono nelle condizioni attuali la creazione di uno Stato palestinese pienamente sovrano ed entrambi sostengono che Israele debba mantenere un controllo di sicurezza superiore sul territorio compreso tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Eisenkot ha parlato piuttosto di un’autonomia palestinese rafforzata o di uno State-minus, un’entità demilitarizzata e priva di alcune prerogative fondamentali della sovranità. Non propone dunque il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente secondo il significato ordinario del termine.

Anche sulla Striscia di Gaza la distanza è inferiore a quanto potrebbe apparire. Eisenkot ha criticato ripetutamente la conduzione della guerra da parte di Netanyahu e lo considera responsabile politico del fallimento del 7 ottobre 2023. Ma non contesta il principio secondo cui Israele possa continuare a utilizzare la forza militare contro Ḥamās, né accetta un ritiro israeliano incondizionato dalla Striscia. La sua posizione prevede il disarmo dell’organizzazione palestinese e la sostituzione della sua amministrazione; qualora questi obiettivi non venissero raggiunti diplomaticamente, rimarrebbe disponibile l’opzione militare.

Una futura coalizione guidata da Eisenkot potrebbe certamente produrre qualche differenza, soprattutto in Cisgiordania. Il leader di Yashar! si oppone agli avamposti coloniali non autorizzati dalla stessa legislazione israeliana, condanna più esplicitamente la violenza dei coloni e ha espresso contrarietà all’espansione nell’area E1, la cui colonizzazione spezzerebbe ulteriormente la continuità territoriale palestinese tra Gerusalemme Est e il resto della Cisgiordania. La fuoriuscita dal governo di figure come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich potrebbe quindi ridurre alcune delle manifestazioni più estremiste dell’attuale politica coloniale.

Sarebbe tuttavia un errore confondere una possibile moderazione dei metodi con un superamento del sistema. Eisenkot non propone uno smantellamento generale delle colonie, non sostiene il pieno riconoscimento della sovranità palestinese e non mette in discussione il principio del controllo militare israeliano superiore. La differenza rispetto al governo Netanyahu riguarda dunque prevalentemente la gestione dell’occupazione e della colonizzazione, non la loro completa eliminazione.

Il risultato elettorale rivela così una realtà ben più profonda della semplice tenuta personale di Netanyahu. Dopo anni di guerra, distruzione di Gaza, espansione coloniale in Cisgiordania e radicalizzazione dell’intero sistema politico, il consenso securitario israeliano si è spostato significativamente a destra. L’opposizione principale contesta Netanyahu per la gestione dello Stato, per il fallimento del 7 ottobre, per il rapporto con l’estrema destra religiosa, per gli attacchi al sistema giudiziario, per la questione dell’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare e per l’utilizzo personale del potere. Solo una parte molto più piccola dell’elettorato mette in discussione il paradigma fondamentale del dominio israeliano sui palestinesi.

Soltanto HaDemokratim sostiene con maggiore chiarezza una prospettiva fondata sulla soluzione dei due Stati, ma con otto seggi rappresenta una componente minoritaria dello stesso blocco anti-Netanyahu. Ciò significa che la possibile fine politica del primo ministro non coinciderebbe automaticamente con la fine dell’impostazione strategica che ha caratterizzato la sua lunga stagione di governo.

La stessa considerazione vale per l’Iran. Qui Eisenkot ha assunto nelle ultime settimane una posizione nettamente critica nei confronti dell’ipotesi di una nuova offensiva immediata. L’ex capo di Stato Maggiore ha affermato di non conoscere alcuno sviluppo “critico” che giustificasse un attacco prima delle elezioni e ha accusato Netanyahu di non essere più adatto a dirigere una nuova operazione dopo tre anni di guerra. Ha inoltre sostenuto che il rovesciamento della Repubblica Islamica non possa realisticamente essere ottenuto mediante bombardamenti esterni.

Ma anche in questo caso la divergenza riguarda soprattutto il momento, il metodo e gli obiettivi operativi. Eisenkot, infatti, non esclude affatto il ricorso alla forza contro Teheran. Ha dichiarato che una nuova operazione sarebbe giustificata qualora l’Iran tentasse effettivamente di dotarsi dell’arma nucleare e, nella propria impostazione strategica, continua a considerare il ridimensionamento delle capacità nucleari e missilistiche iraniane un obiettivo centrale per Israele.

Il cambio di governo potrebbe dunque ridurre l’utilizzo della minaccia iraniana come strumento di mobilitazione politica interna, ma difficilmente produrrebbe una rinuncia alla dottrina degli attacchi preventivi. Da questo punto di vista, l’eredità di Netanyahu è ormai più ampia dello stesso Netanyahu: la normalizzazione dell’uso unilaterale della forza contro Stati sovrani è entrata stabilmente nel repertorio strategico israeliano.

La vera notizia delle elezioni israeliane, quindi, non è soltanto la flessione del Likud. È la capacità del netanyahismo di sopravvivere alla possibile caduta del proprio fondatore. Netanyahu può uscire indebolito, può persino perdere la guida del governo, ma il sistema politico israeliano che emerge dal voto del 27 ottobre resta largamente ancorato alla convinzione che la sicurezza dello Stato debba essere garantita attraverso la superiorità militare permanente, il controllo dei palestinesi e la disponibilità a colpire unilateralmente i nemici regionali.

Per il popolo palestinese e per l’Iran, questa continuità rappresenta il dato decisivo. Il volto del prossimo governo potrebbe cambiare; la strategia fondamentale, molto meno.

Le elezioni israeliane del 27 ottobre hanno indebolito Benjamin Netanyahu e il suo blocco, senza però mettere realmente in discussione il paradigma militare dominante. Sulla Palestina e sull’Iran, le principali forze dell’opposizione propongono soprattutto una diversa gestione della stessa strategia securitaria.

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Le elezioni legislative israeliane del 27 ottobre hanno prodotto un risultato solo apparentemente contraddittorio: Benjamin Netanyahu ne esce politicamente indebolito, la coalizione che lo ha sostenuto perde la maggioranza parlamentare e le forze arabe raggiungono una rappresentanza senza precedenti; eppure, osservando le posizioni delle principali formazioni sioniste sulle questioni decisive della politica estera e di sicurezza, sarebbe prematuro parlare di una svolta. Il voto ha colpito Netanyahu, ma non sembra avere scalfito in profondità quel paradigma strategico che potremmo definire “netanyahismo”: predominio militare israeliano permanente sull’intera Palestina storica, rifiuto di una piena sovranità palestinese, ricorso sistematico alla forza come principale strumento di gestione delle minacce regionali e mantenimento dell’opzione militare contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

Il conteggio completato dalla Commissione elettorale centrale assegna 27 seggi al Likud (הליכוד, HaLikud), che rimane nettamente il primo partito della Knesset. Alle sue spalle, Yashar! (ישר), la formazione centrista fondata e guidata dall’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, conquista 21 deputati. Seguono B’Yachad (ביחד), guidato dall’ex primo ministro Naftali Bennett, con 12 seggi, mentre la Lista Congiunta (القائمة المشتركة, al-Qāʾima al-Muštaraka) delle forze arabe ne ottiene 11. HaDemokratim (הדמוקרטים, “I Democratici”), formazione guidata da Yair Golan, e Raʿam (القائمة العربية الموحدة, al-Qāʾima al-ʿArabiyya al-Muwaḥḥada), la Lista Araba Unita di Mansour Abbas, conquistano otto seggi ciascuna. Yisrael Beiteinu (ישראל ביתנו, “Israele Casa Nostra”) di Avigdor Liberman ottiene sette deputati.

Nel campo che ha sostenuto Netanyahu, Yahadut HaTorah (יהדות התורה, Giudaismo Unito della Torah) e la formazione di estrema destra Otzma Yehudit (עוצמה יהודית, “Potere Ebraico”) conquistano sette seggi ciascuna, mentre Shas (ש״ס) e HaTzionut HaDatit (הציונות הדתית, Sionismo Religioso) di Bezalel Smotrich si fermano a sei. Nel complesso, il blocco di Netanyahu dispone di 53 seggi sui 120 della Knesset, otto in meno dei 61 necessari per governare. Il blocco sionista contrario all’attuale primo ministro ne conta 48, mentre le due liste arabe raggiungono insieme quota 19, risultato storico che le rende potenzialmente decisive per qualsiasi alternativa parlamentare.

La prima conclusione è dunque evidente: gli elettori israeliani hanno respinto la continuità dell’attuale coalizione, ma non hanno consegnato una maggioranza autonoma ai suoi avversari. Netanyahu resta alla guida del governo provvisorio e conserva inoltre un vantaggio politico non trascurabile: guida il partito più votato e il blocco sionista numericamente più ampio. Per estrometterlo, Eisenkot dovrebbe riuscire a costruire una maggioranza comprendente, direttamente o mediante appoggio esterno, i 19 parlamentari delle formazioni arabe. È proprio questa eventualità a mettere in luce una delle contraddizioni più profonde della politica israeliana.

Una maggioranza matematica alternativa esiste: 48 deputati del blocco di Eisenkot più 19 rappresentanti arabi producono una maggioranza di 67 seggi. Ma buona parte delle formazioni sioniste dell’opposizione ha escluso durante la campagna elettorale la possibilità di dipendere dai partiti che rappresentano prevalentemente la popolazione palestinese con cittadinanza israeliana. La crescita eccezionale della rappresentanza araba rischia dunque di produrre il paradosso di una componente elettorale decisiva nei numeri ma ancora considerata politicamente inaccettabile da una parte considerevole dello schieramento che aspira a sostituire Netanyahu.

Le reazioni dello stesso primo ministro ai risultati sono indicative. Netanyahu ha immediatamente attaccato le formazioni arabe, arrivando a evocare irregolarità elettorali senza fornire prove di una manipolazione sistemica, accuse respinte dalle autorità competenti. La strategia appare politicamente comprensibile: delegittimare la possibilità che Eisenkot possa affidarsi ai voti arabi significa restringere ulteriormente le alternative e aumentare le possibilità del Likud di rimanere al centro della futura coalizione.

Ma il dato più importante, dal punto di vista geopolitico, riguarda ciò che potrebbe effettivamente cambiare qualora Netanyahu venisse infine estromesso. La risposta, almeno per quanto riguarda la Palestina e l’Iran, è probabilmente meno di quanto suggerirebbe la forte contrapposizione personale tra il primo ministro e Gadi Eisenkot.

Sulla questione palestinese, infatti, Netanyahu ed Eisenkot condividono alcuni presupposti fondamentali. Entrambi respingono nelle condizioni attuali la creazione di uno Stato palestinese pienamente sovrano ed entrambi sostengono che Israele debba mantenere un controllo di sicurezza superiore sul territorio compreso tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Eisenkot ha parlato piuttosto di un’autonomia palestinese rafforzata o di uno State-minus, un’entità demilitarizzata e priva di alcune prerogative fondamentali della sovranità. Non propone dunque il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente secondo il significato ordinario del termine.

Anche sulla Striscia di Gaza la distanza è inferiore a quanto potrebbe apparire. Eisenkot ha criticato ripetutamente la conduzione della guerra da parte di Netanyahu e lo considera responsabile politico del fallimento del 7 ottobre 2023. Ma non contesta il principio secondo cui Israele possa continuare a utilizzare la forza militare contro Ḥamās, né accetta un ritiro israeliano incondizionato dalla Striscia. La sua posizione prevede il disarmo dell’organizzazione palestinese e la sostituzione della sua amministrazione; qualora questi obiettivi non venissero raggiunti diplomaticamente, rimarrebbe disponibile l’opzione militare.

Una futura coalizione guidata da Eisenkot potrebbe certamente produrre qualche differenza, soprattutto in Cisgiordania. Il leader di Yashar! si oppone agli avamposti coloniali non autorizzati dalla stessa legislazione israeliana, condanna più esplicitamente la violenza dei coloni e ha espresso contrarietà all’espansione nell’area E1, la cui colonizzazione spezzerebbe ulteriormente la continuità territoriale palestinese tra Gerusalemme Est e il resto della Cisgiordania. La fuoriuscita dal governo di figure come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich potrebbe quindi ridurre alcune delle manifestazioni più estremiste dell’attuale politica coloniale.

Sarebbe tuttavia un errore confondere una possibile moderazione dei metodi con un superamento del sistema. Eisenkot non propone uno smantellamento generale delle colonie, non sostiene il pieno riconoscimento della sovranità palestinese e non mette in discussione il principio del controllo militare israeliano superiore. La differenza rispetto al governo Netanyahu riguarda dunque prevalentemente la gestione dell’occupazione e della colonizzazione, non la loro completa eliminazione.

Il risultato elettorale rivela così una realtà ben più profonda della semplice tenuta personale di Netanyahu. Dopo anni di guerra, distruzione di Gaza, espansione coloniale in Cisgiordania e radicalizzazione dell’intero sistema politico, il consenso securitario israeliano si è spostato significativamente a destra. L’opposizione principale contesta Netanyahu per la gestione dello Stato, per il fallimento del 7 ottobre, per il rapporto con l’estrema destra religiosa, per gli attacchi al sistema giudiziario, per la questione dell’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare e per l’utilizzo personale del potere. Solo una parte molto più piccola dell’elettorato mette in discussione il paradigma fondamentale del dominio israeliano sui palestinesi.

Soltanto HaDemokratim sostiene con maggiore chiarezza una prospettiva fondata sulla soluzione dei due Stati, ma con otto seggi rappresenta una componente minoritaria dello stesso blocco anti-Netanyahu. Ciò significa che la possibile fine politica del primo ministro non coinciderebbe automaticamente con la fine dell’impostazione strategica che ha caratterizzato la sua lunga stagione di governo.

La stessa considerazione vale per l’Iran. Qui Eisenkot ha assunto nelle ultime settimane una posizione nettamente critica nei confronti dell’ipotesi di una nuova offensiva immediata. L’ex capo di Stato Maggiore ha affermato di non conoscere alcuno sviluppo “critico” che giustificasse un attacco prima delle elezioni e ha accusato Netanyahu di non essere più adatto a dirigere una nuova operazione dopo tre anni di guerra. Ha inoltre sostenuto che il rovesciamento della Repubblica Islamica non possa realisticamente essere ottenuto mediante bombardamenti esterni.

Ma anche in questo caso la divergenza riguarda soprattutto il momento, il metodo e gli obiettivi operativi. Eisenkot, infatti, non esclude affatto il ricorso alla forza contro Teheran. Ha dichiarato che una nuova operazione sarebbe giustificata qualora l’Iran tentasse effettivamente di dotarsi dell’arma nucleare e, nella propria impostazione strategica, continua a considerare il ridimensionamento delle capacità nucleari e missilistiche iraniane un obiettivo centrale per Israele.

Il cambio di governo potrebbe dunque ridurre l’utilizzo della minaccia iraniana come strumento di mobilitazione politica interna, ma difficilmente produrrebbe una rinuncia alla dottrina degli attacchi preventivi. Da questo punto di vista, l’eredità di Netanyahu è ormai più ampia dello stesso Netanyahu: la normalizzazione dell’uso unilaterale della forza contro Stati sovrani è entrata stabilmente nel repertorio strategico israeliano.

La vera notizia delle elezioni israeliane, quindi, non è soltanto la flessione del Likud. È la capacità del netanyahismo di sopravvivere alla possibile caduta del proprio fondatore. Netanyahu può uscire indebolito, può persino perdere la guida del governo, ma il sistema politico israeliano che emerge dal voto del 27 ottobre resta largamente ancorato alla convinzione che la sicurezza dello Stato debba essere garantita attraverso la superiorità militare permanente, il controllo dei palestinesi e la disponibilità a colpire unilateralmente i nemici regionali.

Per il popolo palestinese e per l’Iran, questa continuità rappresenta il dato decisivo. Il volto del prossimo governo potrebbe cambiare; la strategia fondamentale, molto meno.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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