Italiano
Giulio Chinappi
July 9, 2026
© Photo: Public domain

L’Iran ha sempre dichiarato di non voler costruire armi nucleari, ma l’aggressione imperialista-sionista, il doppio standard sull’arsenale israeliano e il fallimento del diritto internazionale pongono Teheran davanti al dilemma già affrontato dalla Corea del Nord.

Segue nostro Telegram.

Per decenni, la Repubblica Islamica dell’Iran ha sostenuto con coerenza che il proprio programma nucleare fosse destinato a scopi civili, energetici, scientifici e medici, non alla costruzione di armi atomiche. Questa posizione non è stata soltanto una linea diplomatica rivolta alla comunità internazionale, ma anche una dottrina politica e religiosa, fondata sulla dichiarata incompatibilità delle armi di distruzione di massa con la visione strategica ufficiale di Teheran. Eppure, la storia non si muove nel vuoto delle intenzioni, ma nel terreno concreto dei rapporti di forza. Quando uno Stato viene sottoposto a sanzioni permanenti, minacce militari, omicidi mirati, bombardamenti contro infrastrutture strategiche e aggressioni condotte da potenze nucleari o protette da potenze nucleari, la questione della deterrenza smette di essere un tema astratto e diventa un dilemma esistenziale.

La situazione odierna mette dunque l’Iran di fronte ad un dilemma. Non perché Teheran abbia cercato originariamente la bomba, non perché il suo programma nucleare civile debba essere reinterpretato retroattivamente come progetto militare, e non perché la Repubblica Islamica abbia avuto bisogno di armi nucleari per affermare la propria identità politica. Al contrario, proprio il fatto che l’Iran abbia resistito per anni alla scelta nucleare militare rende ancora più grave la responsabilità dell’asse imperialista-sionista nel trasformare questa opzione in un tema inevitabile del dibattito strategico. Se oggi in Iran si discute della deterrenza nucleare come possibile risposta alla minaccia esistenziale, la causa non va cercata in una presunta aggressività iraniana, ma nell’aggressione subita, nel doppio standard internazionale e nell’evidente incapacità del diritto internazionale di proteggere uno Stato sovrano quando l’aggressore appartiene al blocco occidentale.

La guerra scatenata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran ha mostrato con crudezza un dato che molti Paesi del Sud globale conoscono da tempo: le norme internazionali valgono solo finché non ostacolano gli interessi delle potenze dominanti. La Carta delle Nazioni Unite proibisce l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica degli Stati; il Trattato di Non Proliferazione (TNP) dovrebbe impedire la diffusione delle armi atomiche e favorire il disarmo; l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dovrebbe garantire un quadro tecnico e imparziale di monitoraggio. Tuttavia, quando l’Iran, firmatario del TNP, sottoposto per anni a ispezioni e negoziati, viene colpito militarmente, il sistema internazionale non impedisce l’aggressione. Al contrario, quando Israele, potenza nucleare non dichiarata e non aderente al TNP, mantiene un arsenale atomico fuori da qualsiasi reale regime di controllo, l’Occidente tace; e quando gli Stati Uniti, unico Paese ad avere usato armi nucleari contro popolazioni civili, si arrogano il diritto di decidere chi possa sviluppare tecnologie strategiche e chi no, il discorso sulla non proliferazione diventa uno strumento politico di dominio.

Tale asimmetria, lungi dal rappresentare un aspetto secondario, è il cuore della questione. L’Iran viene accusato per ciò che potrebbe teoricamente fare, mentre Israele viene protetto per ciò che ha già fatto e possiede. A Teheran si chiede trasparenza totale; a Tel Aviv si concede ambiguità strategica. All’Iran si impone di rinunciare a qualsiasi possibilità di deterrenza estrema; a Israele si riconosce implicitamente il diritto di restare l’unica potenza nucleare del Medio Oriente. Il problema, dunque, non è la proliferazione in astratto, ma il monopolio nucleare come strumento di gerarchia regionale. In un simile contesto, la domanda che si impone è semplice: quale garanzia reale può avere l’Iran che, rinunciando definitivamente a ogni opzione di deterrenza nucleare, non sarà aggredito di nuovo?

La risposta occidentale è sempre la stessa: sbandierare garanzie diplomatiche, accordi, ispezioni e negoziati che poi verranno disattesi. L’esperienza recente, infatti, dimostra la fragilità di queste promesse. Ricordiamo che furono gli Stati Uniti a ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare del 2015 durante la prima presidenza Trump, distruggendo uno dei principali strumenti multilaterali costruiti per risolvere la questione iraniana. In seguito, la pressione economica e militare non è diminuita, ma si è intensificata. L’Iran ha visto scienziati assassinati, infrastrutture sabotare, centrali e siti strategici minacciati o colpiti, mentre il regime israeliano ha continuato a godere di protezione politica, militare e diplomatica. Se la diplomazia viene usata come copertura per guadagnare tempo prima dell’aggressione, essa smette di essere diplomazia e diventa una trappola.

Tale situazione, a nostro modo di vedere, non può che portare la leadership iraniana ad osservare con attenzione l’esempio nordcoreano. La Repubblica Popolare Democratica di Corea ha tratto dalla propria storia una lezione radicale: uno Stato che si trova nel mirino dell’imperialismo statunitense non può affidare la propria sopravvivenza alle promesse di Washington. La Corea del Nord ha vissuto la devastazione della guerra, le minacce nucleari statunitensi, l’accerchiamento militare, le sanzioni, le esercitazioni congiunte ostili nella penisola coreana e il rifiuto, da parte di Washington, di riconoscere pienamente le sue esigenze di sicurezza. In questo contesto, la scelta della deterrenza nucleare non è nata come capriccio, ma come risposta storica a una condizione di minaccia permanente.

La lungimiranza di Kim Il Sung fu proprio quella di comprendere che l’indipendenza politica, in un mondo dominato dall’imperialismo, non può fondarsi soltanto su dichiarazioni di principio, ma deve poggiare su capacità concrete di difesa. Il fondatore della Repubblica Popolare Democratica di Corea pose le basi politiche, scientifiche e strategiche di un percorso che sarebbe poi stato sviluppato nelle fasi successive della storia nordcoreana. Sotto Kim Jong Il e poi Kim Jong Un, quella linea si è trasformata in deterrenza nucleare compiuta, fino a diventare pilastro della sovranità nazionale e della sopravvivenza dello Stato socialista coreano.

Il caso nordcoreano dimostra quindi una verità che l’Occidente cerca di occultare: gli Stati Uniti negoziano seriamente solo quando non possono imporre la resa. Prima che Pyongyang raggiungesse una capacità di deterrenza credibile, la Corea del Nord veniva trattata come un bersaglio, un’anomalia da correggere, un sistema da strangolare economicamente e rovesciare politicamente. Dopo il consolidamento della deterrenza nucleare, Washington ha dovuto riconoscere, seppure indirettamente, che una guerra contro la Repubblica Popolare Democratica di Corea avrebbe avuto costi incalcolabili. La bomba non ha reso la Corea del Nord invulnerabile alle sanzioni, né ha eliminato le difficoltà economiche, ma ha impedito lo scenario più grave: l’attacco diretto finalizzato al cambio di regime. In questo senso, la deterrenza nucleare ha svolto la funzione primaria per cui era stata concepita, ovvero quella di preservare l’esistenza dello Stato.

Fino ad ora, l’Iran ha cercato una strada diversa: ha sviluppato una potente deterrenza convenzionale, missilistica, regionale e marittima; ha costruito profondità strategica attraverso relazioni con forze alleate nella regione; ha dimostrato capacità di resistenza economica e sociale; ha trasformato lo Stretto di Hormuz in una leva geopolitica capace di condizionare l’economia mondiale. Tutto ciò ha funzionato parzialmente e ha impedito agli Stati Uniti e a Israele di ottenere una vittoria rapida. Ma la domanda resta: basta tutto questo contro una minaccia nucleare diretta o indiretta? Basta contro un nemico che dispone di armi atomiche, o che agisce sotto l’ombrello nucleare americano, e che allo stesso tempo pretende di negare all’Iran ogni forma di deterrenza equivalente?

La deterrenza nucleare, in questa prospettiva, non appare come una scelta ideologica, ma come una possibile conseguenza della violenza subita. Sarebbe l’imperialismo stesso a spingere Teheran verso il dilemma atomico. Se il diritto internazionale non protegge, se il TNP viene applicato in modo selettivo, se l’AIEA viene trasformata in strumento di pressione politica, se Israele resta fuori da ogni controllo e se gli Stati Uniti continuano a minacciare attacchi militari, allora è inevitabile che settori del dibattito iraniano si chiedano se la sola garanzia reale non sia quella nordcoreana: costruire una capacità di deterrenza tale da rendere l’aggressione troppo costosa.

L’Iran non ha cercato questo bivio. Vi è stato condotto. La sua dottrina ufficiale, la sua storia diplomatica e le sue dichiarazioni pubbliche indicano che Teheran non aveva intenzione di costruire armi nucleari. Ma la guerra cambia le categorie politiche. Ogni bomba sganciata, ogni minaccia contro gli impianti energetici, ogni assassinio mirato, ogni blocco navale, ogni veto occidentale contro la condanna di Israele rende più debole l’argomento di chi, in Iran, sostiene che bastino il diritto internazionale e la diplomazia. Al contrario, rafforza chi sostiene che solo una deterrenza estrema possa garantire la sopravvivenza nazionale.

Se l’Occidente vuole davvero impedire che l’Iran arrivi alla conclusione nordcoreana, ha una sola strada: cessare le aggressioni, rimuovere le sanzioni illegali, riconoscere i diritti nucleari civili di Teheran, imporre il disarmo nucleare israeliano e costruire un ordine regionale fondato sulla sicurezza reciproca. Ma se continuerà sulla strada della minaccia, del blocco, del doppio standard e dell’impunità sionista, allora non potrà stupirsi se a Teheran crescerà la convinzione che la deterrenza nucleare sia l’unico linguaggio capace di fermare l’imperialismo.

La lezione nordcoreana per l’Iran: quando la deterrenza nucleare diventa l’ultima garanzia di sovranità

L’Iran ha sempre dichiarato di non voler costruire armi nucleari, ma l’aggressione imperialista-sionista, il doppio standard sull’arsenale israeliano e il fallimento del diritto internazionale pongono Teheran davanti al dilemma già affrontato dalla Corea del Nord.

Segue nostro Telegram.

Per decenni, la Repubblica Islamica dell’Iran ha sostenuto con coerenza che il proprio programma nucleare fosse destinato a scopi civili, energetici, scientifici e medici, non alla costruzione di armi atomiche. Questa posizione non è stata soltanto una linea diplomatica rivolta alla comunità internazionale, ma anche una dottrina politica e religiosa, fondata sulla dichiarata incompatibilità delle armi di distruzione di massa con la visione strategica ufficiale di Teheran. Eppure, la storia non si muove nel vuoto delle intenzioni, ma nel terreno concreto dei rapporti di forza. Quando uno Stato viene sottoposto a sanzioni permanenti, minacce militari, omicidi mirati, bombardamenti contro infrastrutture strategiche e aggressioni condotte da potenze nucleari o protette da potenze nucleari, la questione della deterrenza smette di essere un tema astratto e diventa un dilemma esistenziale.

La situazione odierna mette dunque l’Iran di fronte ad un dilemma. Non perché Teheran abbia cercato originariamente la bomba, non perché il suo programma nucleare civile debba essere reinterpretato retroattivamente come progetto militare, e non perché la Repubblica Islamica abbia avuto bisogno di armi nucleari per affermare la propria identità politica. Al contrario, proprio il fatto che l’Iran abbia resistito per anni alla scelta nucleare militare rende ancora più grave la responsabilità dell’asse imperialista-sionista nel trasformare questa opzione in un tema inevitabile del dibattito strategico. Se oggi in Iran si discute della deterrenza nucleare come possibile risposta alla minaccia esistenziale, la causa non va cercata in una presunta aggressività iraniana, ma nell’aggressione subita, nel doppio standard internazionale e nell’evidente incapacità del diritto internazionale di proteggere uno Stato sovrano quando l’aggressore appartiene al blocco occidentale.

La guerra scatenata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran ha mostrato con crudezza un dato che molti Paesi del Sud globale conoscono da tempo: le norme internazionali valgono solo finché non ostacolano gli interessi delle potenze dominanti. La Carta delle Nazioni Unite proibisce l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica degli Stati; il Trattato di Non Proliferazione (TNP) dovrebbe impedire la diffusione delle armi atomiche e favorire il disarmo; l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dovrebbe garantire un quadro tecnico e imparziale di monitoraggio. Tuttavia, quando l’Iran, firmatario del TNP, sottoposto per anni a ispezioni e negoziati, viene colpito militarmente, il sistema internazionale non impedisce l’aggressione. Al contrario, quando Israele, potenza nucleare non dichiarata e non aderente al TNP, mantiene un arsenale atomico fuori da qualsiasi reale regime di controllo, l’Occidente tace; e quando gli Stati Uniti, unico Paese ad avere usato armi nucleari contro popolazioni civili, si arrogano il diritto di decidere chi possa sviluppare tecnologie strategiche e chi no, il discorso sulla non proliferazione diventa uno strumento politico di dominio.

Tale asimmetria, lungi dal rappresentare un aspetto secondario, è il cuore della questione. L’Iran viene accusato per ciò che potrebbe teoricamente fare, mentre Israele viene protetto per ciò che ha già fatto e possiede. A Teheran si chiede trasparenza totale; a Tel Aviv si concede ambiguità strategica. All’Iran si impone di rinunciare a qualsiasi possibilità di deterrenza estrema; a Israele si riconosce implicitamente il diritto di restare l’unica potenza nucleare del Medio Oriente. Il problema, dunque, non è la proliferazione in astratto, ma il monopolio nucleare come strumento di gerarchia regionale. In un simile contesto, la domanda che si impone è semplice: quale garanzia reale può avere l’Iran che, rinunciando definitivamente a ogni opzione di deterrenza nucleare, non sarà aggredito di nuovo?

La risposta occidentale è sempre la stessa: sbandierare garanzie diplomatiche, accordi, ispezioni e negoziati che poi verranno disattesi. L’esperienza recente, infatti, dimostra la fragilità di queste promesse. Ricordiamo che furono gli Stati Uniti a ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare del 2015 durante la prima presidenza Trump, distruggendo uno dei principali strumenti multilaterali costruiti per risolvere la questione iraniana. In seguito, la pressione economica e militare non è diminuita, ma si è intensificata. L’Iran ha visto scienziati assassinati, infrastrutture sabotare, centrali e siti strategici minacciati o colpiti, mentre il regime israeliano ha continuato a godere di protezione politica, militare e diplomatica. Se la diplomazia viene usata come copertura per guadagnare tempo prima dell’aggressione, essa smette di essere diplomazia e diventa una trappola.

Tale situazione, a nostro modo di vedere, non può che portare la leadership iraniana ad osservare con attenzione l’esempio nordcoreano. La Repubblica Popolare Democratica di Corea ha tratto dalla propria storia una lezione radicale: uno Stato che si trova nel mirino dell’imperialismo statunitense non può affidare la propria sopravvivenza alle promesse di Washington. La Corea del Nord ha vissuto la devastazione della guerra, le minacce nucleari statunitensi, l’accerchiamento militare, le sanzioni, le esercitazioni congiunte ostili nella penisola coreana e il rifiuto, da parte di Washington, di riconoscere pienamente le sue esigenze di sicurezza. In questo contesto, la scelta della deterrenza nucleare non è nata come capriccio, ma come risposta storica a una condizione di minaccia permanente.

La lungimiranza di Kim Il Sung fu proprio quella di comprendere che l’indipendenza politica, in un mondo dominato dall’imperialismo, non può fondarsi soltanto su dichiarazioni di principio, ma deve poggiare su capacità concrete di difesa. Il fondatore della Repubblica Popolare Democratica di Corea pose le basi politiche, scientifiche e strategiche di un percorso che sarebbe poi stato sviluppato nelle fasi successive della storia nordcoreana. Sotto Kim Jong Il e poi Kim Jong Un, quella linea si è trasformata in deterrenza nucleare compiuta, fino a diventare pilastro della sovranità nazionale e della sopravvivenza dello Stato socialista coreano.

Il caso nordcoreano dimostra quindi una verità che l’Occidente cerca di occultare: gli Stati Uniti negoziano seriamente solo quando non possono imporre la resa. Prima che Pyongyang raggiungesse una capacità di deterrenza credibile, la Corea del Nord veniva trattata come un bersaglio, un’anomalia da correggere, un sistema da strangolare economicamente e rovesciare politicamente. Dopo il consolidamento della deterrenza nucleare, Washington ha dovuto riconoscere, seppure indirettamente, che una guerra contro la Repubblica Popolare Democratica di Corea avrebbe avuto costi incalcolabili. La bomba non ha reso la Corea del Nord invulnerabile alle sanzioni, né ha eliminato le difficoltà economiche, ma ha impedito lo scenario più grave: l’attacco diretto finalizzato al cambio di regime. In questo senso, la deterrenza nucleare ha svolto la funzione primaria per cui era stata concepita, ovvero quella di preservare l’esistenza dello Stato.

Fino ad ora, l’Iran ha cercato una strada diversa: ha sviluppato una potente deterrenza convenzionale, missilistica, regionale e marittima; ha costruito profondità strategica attraverso relazioni con forze alleate nella regione; ha dimostrato capacità di resistenza economica e sociale; ha trasformato lo Stretto di Hormuz in una leva geopolitica capace di condizionare l’economia mondiale. Tutto ciò ha funzionato parzialmente e ha impedito agli Stati Uniti e a Israele di ottenere una vittoria rapida. Ma la domanda resta: basta tutto questo contro una minaccia nucleare diretta o indiretta? Basta contro un nemico che dispone di armi atomiche, o che agisce sotto l’ombrello nucleare americano, e che allo stesso tempo pretende di negare all’Iran ogni forma di deterrenza equivalente?

La deterrenza nucleare, in questa prospettiva, non appare come una scelta ideologica, ma come una possibile conseguenza della violenza subita. Sarebbe l’imperialismo stesso a spingere Teheran verso il dilemma atomico. Se il diritto internazionale non protegge, se il TNP viene applicato in modo selettivo, se l’AIEA viene trasformata in strumento di pressione politica, se Israele resta fuori da ogni controllo e se gli Stati Uniti continuano a minacciare attacchi militari, allora è inevitabile che settori del dibattito iraniano si chiedano se la sola garanzia reale non sia quella nordcoreana: costruire una capacità di deterrenza tale da rendere l’aggressione troppo costosa.

L’Iran non ha cercato questo bivio. Vi è stato condotto. La sua dottrina ufficiale, la sua storia diplomatica e le sue dichiarazioni pubbliche indicano che Teheran non aveva intenzione di costruire armi nucleari. Ma la guerra cambia le categorie politiche. Ogni bomba sganciata, ogni minaccia contro gli impianti energetici, ogni assassinio mirato, ogni blocco navale, ogni veto occidentale contro la condanna di Israele rende più debole l’argomento di chi, in Iran, sostiene che bastino il diritto internazionale e la diplomazia. Al contrario, rafforza chi sostiene che solo una deterrenza estrema possa garantire la sopravvivenza nazionale.

Se l’Occidente vuole davvero impedire che l’Iran arrivi alla conclusione nordcoreana, ha una sola strada: cessare le aggressioni, rimuovere le sanzioni illegali, riconoscere i diritti nucleari civili di Teheran, imporre il disarmo nucleare israeliano e costruire un ordine regionale fondato sulla sicurezza reciproca. Ma se continuerà sulla strada della minaccia, del blocco, del doppio standard e dell’impunità sionista, allora non potrà stupirsi se a Teheran crescerà la convinzione che la deterrenza nucleare sia l’unico linguaggio capace di fermare l’imperialismo.

L’Iran ha sempre dichiarato di non voler costruire armi nucleari, ma l’aggressione imperialista-sionista, il doppio standard sull’arsenale israeliano e il fallimento del diritto internazionale pongono Teheran davanti al dilemma già affrontato dalla Corea del Nord.

Segue nostro Telegram.

Per decenni, la Repubblica Islamica dell’Iran ha sostenuto con coerenza che il proprio programma nucleare fosse destinato a scopi civili, energetici, scientifici e medici, non alla costruzione di armi atomiche. Questa posizione non è stata soltanto una linea diplomatica rivolta alla comunità internazionale, ma anche una dottrina politica e religiosa, fondata sulla dichiarata incompatibilità delle armi di distruzione di massa con la visione strategica ufficiale di Teheran. Eppure, la storia non si muove nel vuoto delle intenzioni, ma nel terreno concreto dei rapporti di forza. Quando uno Stato viene sottoposto a sanzioni permanenti, minacce militari, omicidi mirati, bombardamenti contro infrastrutture strategiche e aggressioni condotte da potenze nucleari o protette da potenze nucleari, la questione della deterrenza smette di essere un tema astratto e diventa un dilemma esistenziale.

La situazione odierna mette dunque l’Iran di fronte ad un dilemma. Non perché Teheran abbia cercato originariamente la bomba, non perché il suo programma nucleare civile debba essere reinterpretato retroattivamente come progetto militare, e non perché la Repubblica Islamica abbia avuto bisogno di armi nucleari per affermare la propria identità politica. Al contrario, proprio il fatto che l’Iran abbia resistito per anni alla scelta nucleare militare rende ancora più grave la responsabilità dell’asse imperialista-sionista nel trasformare questa opzione in un tema inevitabile del dibattito strategico. Se oggi in Iran si discute della deterrenza nucleare come possibile risposta alla minaccia esistenziale, la causa non va cercata in una presunta aggressività iraniana, ma nell’aggressione subita, nel doppio standard internazionale e nell’evidente incapacità del diritto internazionale di proteggere uno Stato sovrano quando l’aggressore appartiene al blocco occidentale.

La guerra scatenata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran ha mostrato con crudezza un dato che molti Paesi del Sud globale conoscono da tempo: le norme internazionali valgono solo finché non ostacolano gli interessi delle potenze dominanti. La Carta delle Nazioni Unite proibisce l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica degli Stati; il Trattato di Non Proliferazione (TNP) dovrebbe impedire la diffusione delle armi atomiche e favorire il disarmo; l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dovrebbe garantire un quadro tecnico e imparziale di monitoraggio. Tuttavia, quando l’Iran, firmatario del TNP, sottoposto per anni a ispezioni e negoziati, viene colpito militarmente, il sistema internazionale non impedisce l’aggressione. Al contrario, quando Israele, potenza nucleare non dichiarata e non aderente al TNP, mantiene un arsenale atomico fuori da qualsiasi reale regime di controllo, l’Occidente tace; e quando gli Stati Uniti, unico Paese ad avere usato armi nucleari contro popolazioni civili, si arrogano il diritto di decidere chi possa sviluppare tecnologie strategiche e chi no, il discorso sulla non proliferazione diventa uno strumento politico di dominio.

Tale asimmetria, lungi dal rappresentare un aspetto secondario, è il cuore della questione. L’Iran viene accusato per ciò che potrebbe teoricamente fare, mentre Israele viene protetto per ciò che ha già fatto e possiede. A Teheran si chiede trasparenza totale; a Tel Aviv si concede ambiguità strategica. All’Iran si impone di rinunciare a qualsiasi possibilità di deterrenza estrema; a Israele si riconosce implicitamente il diritto di restare l’unica potenza nucleare del Medio Oriente. Il problema, dunque, non è la proliferazione in astratto, ma il monopolio nucleare come strumento di gerarchia regionale. In un simile contesto, la domanda che si impone è semplice: quale garanzia reale può avere l’Iran che, rinunciando definitivamente a ogni opzione di deterrenza nucleare, non sarà aggredito di nuovo?

La risposta occidentale è sempre la stessa: sbandierare garanzie diplomatiche, accordi, ispezioni e negoziati che poi verranno disattesi. L’esperienza recente, infatti, dimostra la fragilità di queste promesse. Ricordiamo che furono gli Stati Uniti a ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare del 2015 durante la prima presidenza Trump, distruggendo uno dei principali strumenti multilaterali costruiti per risolvere la questione iraniana. In seguito, la pressione economica e militare non è diminuita, ma si è intensificata. L’Iran ha visto scienziati assassinati, infrastrutture sabotare, centrali e siti strategici minacciati o colpiti, mentre il regime israeliano ha continuato a godere di protezione politica, militare e diplomatica. Se la diplomazia viene usata come copertura per guadagnare tempo prima dell’aggressione, essa smette di essere diplomazia e diventa una trappola.

Tale situazione, a nostro modo di vedere, non può che portare la leadership iraniana ad osservare con attenzione l’esempio nordcoreano. La Repubblica Popolare Democratica di Corea ha tratto dalla propria storia una lezione radicale: uno Stato che si trova nel mirino dell’imperialismo statunitense non può affidare la propria sopravvivenza alle promesse di Washington. La Corea del Nord ha vissuto la devastazione della guerra, le minacce nucleari statunitensi, l’accerchiamento militare, le sanzioni, le esercitazioni congiunte ostili nella penisola coreana e il rifiuto, da parte di Washington, di riconoscere pienamente le sue esigenze di sicurezza. In questo contesto, la scelta della deterrenza nucleare non è nata come capriccio, ma come risposta storica a una condizione di minaccia permanente.

La lungimiranza di Kim Il Sung fu proprio quella di comprendere che l’indipendenza politica, in un mondo dominato dall’imperialismo, non può fondarsi soltanto su dichiarazioni di principio, ma deve poggiare su capacità concrete di difesa. Il fondatore della Repubblica Popolare Democratica di Corea pose le basi politiche, scientifiche e strategiche di un percorso che sarebbe poi stato sviluppato nelle fasi successive della storia nordcoreana. Sotto Kim Jong Il e poi Kim Jong Un, quella linea si è trasformata in deterrenza nucleare compiuta, fino a diventare pilastro della sovranità nazionale e della sopravvivenza dello Stato socialista coreano.

Il caso nordcoreano dimostra quindi una verità che l’Occidente cerca di occultare: gli Stati Uniti negoziano seriamente solo quando non possono imporre la resa. Prima che Pyongyang raggiungesse una capacità di deterrenza credibile, la Corea del Nord veniva trattata come un bersaglio, un’anomalia da correggere, un sistema da strangolare economicamente e rovesciare politicamente. Dopo il consolidamento della deterrenza nucleare, Washington ha dovuto riconoscere, seppure indirettamente, che una guerra contro la Repubblica Popolare Democratica di Corea avrebbe avuto costi incalcolabili. La bomba non ha reso la Corea del Nord invulnerabile alle sanzioni, né ha eliminato le difficoltà economiche, ma ha impedito lo scenario più grave: l’attacco diretto finalizzato al cambio di regime. In questo senso, la deterrenza nucleare ha svolto la funzione primaria per cui era stata concepita, ovvero quella di preservare l’esistenza dello Stato.

Fino ad ora, l’Iran ha cercato una strada diversa: ha sviluppato una potente deterrenza convenzionale, missilistica, regionale e marittima; ha costruito profondità strategica attraverso relazioni con forze alleate nella regione; ha dimostrato capacità di resistenza economica e sociale; ha trasformato lo Stretto di Hormuz in una leva geopolitica capace di condizionare l’economia mondiale. Tutto ciò ha funzionato parzialmente e ha impedito agli Stati Uniti e a Israele di ottenere una vittoria rapida. Ma la domanda resta: basta tutto questo contro una minaccia nucleare diretta o indiretta? Basta contro un nemico che dispone di armi atomiche, o che agisce sotto l’ombrello nucleare americano, e che allo stesso tempo pretende di negare all’Iran ogni forma di deterrenza equivalente?

La deterrenza nucleare, in questa prospettiva, non appare come una scelta ideologica, ma come una possibile conseguenza della violenza subita. Sarebbe l’imperialismo stesso a spingere Teheran verso il dilemma atomico. Se il diritto internazionale non protegge, se il TNP viene applicato in modo selettivo, se l’AIEA viene trasformata in strumento di pressione politica, se Israele resta fuori da ogni controllo e se gli Stati Uniti continuano a minacciare attacchi militari, allora è inevitabile che settori del dibattito iraniano si chiedano se la sola garanzia reale non sia quella nordcoreana: costruire una capacità di deterrenza tale da rendere l’aggressione troppo costosa.

L’Iran non ha cercato questo bivio. Vi è stato condotto. La sua dottrina ufficiale, la sua storia diplomatica e le sue dichiarazioni pubbliche indicano che Teheran non aveva intenzione di costruire armi nucleari. Ma la guerra cambia le categorie politiche. Ogni bomba sganciata, ogni minaccia contro gli impianti energetici, ogni assassinio mirato, ogni blocco navale, ogni veto occidentale contro la condanna di Israele rende più debole l’argomento di chi, in Iran, sostiene che bastino il diritto internazionale e la diplomazia. Al contrario, rafforza chi sostiene che solo una deterrenza estrema possa garantire la sopravvivenza nazionale.

Se l’Occidente vuole davvero impedire che l’Iran arrivi alla conclusione nordcoreana, ha una sola strada: cessare le aggressioni, rimuovere le sanzioni illegali, riconoscere i diritti nucleari civili di Teheran, imporre il disarmo nucleare israeliano e costruire un ordine regionale fondato sulla sicurezza reciproca. Ma se continuerà sulla strada della minaccia, del blocco, del doppio standard e dell’impunità sionista, allora non potrà stupirsi se a Teheran crescerà la convinzione che la deterrenza nucleare sia l’unico linguaggio capace di fermare l’imperialismo.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

See also

See also

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.