Italiano
Lorenzo Maria Pacini
July 21, 2026
© Photo: Public domain

L’uomo che per 36 anni ha sfidato gli imperi non c’è più, ma la fiamma del 1979 continua a ardere.

Segue nostro Telegram.

Ode agli Eroi

La mattina del 28 febbraio 2026, poco dopo le otto, un attacco aereo congiunto di Stati Uniti e Israele colpisce l’Ufficio della Guida a Teheran. Per ventiquattr’ore Teheran non conferma nulla: le agenzie Tasnim e Mehr insistono che la Guida resta «salda e ferma nel comando del campo». Poi, all’alba del 1° marzo, la radiotelevisione di Stato dà la notizia che una parte del mondo attendeva con impazienza e un’altra parte, ben più vasta e silenziosa, temeva. ‘Ali Khamenei, ottantasei anni, seconda Guida Suprema della Repubblica Islamica, è morto. Con lui, sotto le stesse macerie, cadono alcuni familiari: una figlia, un genero, una nuora, un nipote. La moglie di Mojtaba, il figlio che di lì a pochi giorni gli succederà, e una delle sorelle.

Il governo proclama quaranta giorni di lutto e una settimana di festa nazionale sospesa nel dolore. Le esequie, rinviate dalla guerra, si celebreranno soltanto in luglio, dal 4 al 9, in un corteo che attraversa Teheran, Qom, e le città sante irachene di Najaf e Karbala, prima della sepoltura a Mashhad, la stessa città dove ottantasei anni prima era nato. Milioni di persone in strada, segnando il funerale più partecipato della storia (il record precedente era quello del funerale di Khomeynī, suo predecessore). È l’ultimo atto di una biografia che coincide, quasi senza residui, con la storia dell’Iran rivoluzionario.

Chi scrive non ha alcuna pretesa di neutralità, e sarebbe disonesto fingerla. Questo è il ritratto di un uomo che ho letto, studiato e — attraverso i suoi scritti e la sua parola pubblica — a lungo frequentato come “figlio” di una rivoluzione. È il ritratto che precede un volume dei suoi testi. Serve a dire perché quei testi vadano letti, e perché la figura che li ha prodotti appartenga alla storia lunga del Novecento e di questo scorcio di secolo, non alla cronaca di un bombardamento.

Ali Khamenei nasce a Mashhad nel 1939, sesto di otto figli. Il padre, Javad, è un uomo di scienza religiosa e di mezzi scarsi; la casa è dignitosa e stretta. Sono anni in cui l’Iran è terreno di caccia degli imperi: la dinastia Qajar ha già perso ogni controllo effettivo, russi e britannici si contendono il petrolio e la posizione geografica. Reza Shah Pahlavi depone l’ultimo Qajar sognando una modernizzazione alla turca, poi nel 1935 ribattezza la Persia in Iran e finisce per accostarsi troppo alla Germania hitleriana, tanto che nel 1941 Mosca e Londra lo costringono ad abdicare in favore del figlio Mohammad Reza.

In questo Iran umiliato dall’esterno e governato dall’interno con crescente ferocia, il giovane Khamenei sceglie gli studi religiosi. Nel 1963, a ventiquattro anni, viene arrestato insieme all’ayatollah Ruhollah Khomeynī. È l’inizio di un sodalizio politico e spirituale che durerà fino alla morte del maestro nel 1989. Khomeynī prende la via del lungo esilio, quasi tutto trascorso a Najaf, all’ombra del santuario di ‘Ali. Khamenei resta dentro, tra carcere, sorveglianza e clandestinità.

Vale la pena ricordare che cosa fosse il regime che combattevano. Mohammad Reza Pahlavi, riportato al potere nel 1953 da un colpo di Stato anglo-americano dopo che Mohammad Mossadeq aveva osato nazionalizzare il petrolio, costruisce in un quarto di secolo una dittatura la cui polizia politica, la SAVAK, non ha molti pari per numero di morti e sistematicità della tortura. La finta modernizzazione che impone la minigonna a Teheran nord conviveva con l’analfabetismo di massa e con l’esclusione delle donne dall’istruzione. Contro tutto questo si leva la Rivoluzione.

La bellezza inattesa della Rivoluzione

La Rivoluzione iraniana del 1978-1979 andrebbe raccontata per intero nella sua umanità traboccante, più forte dei fucili dello Shah. Le audiocassette con i discorsi di Khomeynī, registrate a Najaf e moltiplicate a migliaia, corrono di moschea in moschea. È un risveglio delle coscienze, un appello alla mobilitazione contro la brutalità del regime, l’irruzione dello spirituale nel politico. Un popolo a mani nude occupa le strade e dimostra che una volontà collettiva può battere la barbarie.

So bene quanto queste categorie suonino astruse a un pubblico occidentale, a cui spesso mancano gli strumenti per capire l’agire politico di un popolo che diventa artefice del proprio futuro attraverso una dimensione insieme religiosa, filosofica e civile. La Rivoluzione del 1979 porta con sé la riflessione teologica sciita: il sentimento della presenza del divino nel mondo, quella gnosi illuminativa che il filosofo francese Henry Corbin ha saputo descrivere meglio di chiunque, radicata nella tradizione persiana fin dai tempi dello zoroastrismo. Non teocrazia, dunque, ma potere inteso come cammino di un popolo credente.

In questa effervescenza si getta con entusiasmo il quarantenne Khamenei. Consigliere di Khomeynī tra il 1979 e il 1981, membro del Consiglio della Rivoluzione, tra i fondatori del Partito della Repubblica Islamica, guida delle preghiere del venerdì a Teheran già dall’autunno del 1979. Scampa a un attentato che gli lascia il braccio destro semiparalizzato per il resto della vita. Viene eletto presidente della Repubblica nel 1981 e riconfermato nel 1985. Alla morte di Khomeynī, il 3 giugno 1989, ne raccoglie l’eredità come Guida Suprema. La terrà per trentasei anni.

La Repubblica, però, nasce sotto assedio. Nel luglio 1979 Saddam Hussein prende il potere in Iraq; pochi mesi dopo, istigato da Washington e armato con i sistemi più moderni, scatena una guerra terribile contro l’Iran rivoluzionario. Teheran può rispondere soltanto con gli avanzi dell’arsenale monarchico. L’Iran è solo: aggredito da un blocco della guerra fredda, guardato con diffidenza dall’altro, mentre il tardo brežnevismo scivola verso il proprio epilogo.

La guerra durerà otto anni e si chiuderà senza che un centimetro di territorio iraniano passi all’aggressore. Vi partecipano centinaia di migliaia di ragazzi, molti poco più che adolescenti, che a gruppi di tre, con un coltello, assaltano i blindati iracheni inneggiando alla Rivoluzione. Sono loro i pasdaran, quelli che oggi hanno tra i cinquanta e i sessant’anni e che costituiscono la spina dorsale dello Stato. Tra loro c’era anche Mojtaba, il figlio di Khamenei, arruolato nel battaglione Habib.

La guerra spegne il sorriso dei primi giorni ma non cancella le conquiste sociali: le nazionalizzazioni, le mense popolari, il diritto alla casa, al lavoro, all’istruzione. Milioni di giovani, ragazze e ragazzi, riempiono aule prima riservate ai figli dei benestanti. Ancora oggi in Iran il livello di emancipazione femminile è notevole: la maggioranza degli universitari sono donne, così come metà dei medici. La modernizzazione delle infrastrutture non si è mai fermata. Il presidente Mohammad Khatami, in costante sintonia con Khamenei, darà impulso alla scuola e a quella straordinaria fioritura del cinema iraniano che ha dato al mondo capolavori di poesia come Dov’è la casa del mio amico? di Abbas Kiarostami.

L’amicizia tra i popoli: l’Iran e il fronte antimperialista

Il tratto che più distingue Khamenei sul piano internazionale è la coerenza con cui ha collocato l’Iran dentro il fronte mondiale che rifiuta l’egemonia occidentale. Nel settembre 1986 è accolto tra le ovazioni al vertice dei Non Allineati di Harare; Fidel Castro e Robert Mugabe lo abbracciano, e insieme chiedono la liberazione di Nelson Mandela e la fine dell’apartheid. Meno ricordata, ma profonda, è l’amicizia con Thomas Sankara, il padre del Burkina Faso rivoluzionario, nel segno di una comune lotta contro la depredazione delle materie prime.

Restano decisivi i viaggi in Corea e nella Cina popolare del maggio 1989. Con Kim Il Sung Khamenei riconosce una convergenza tra lo sciismo iraniano e la teoria coreana del Juche, entrambi orientati all’indipendenza nazionale. Ma è l’incontro con Deng Xiaoping a segnare uno spartiacque: Khamenei intuisce il carattere puramente tattico dell’alleanza sino-statunitense e condivide, quando ancora è appena abbozzato, il progetto cinese di un ordine mondiale più giusto. Quel viaggio è il volano dello stabile collocamento dell’Iran nel fronte antimperialista.

Da lì nascono i legami durevoli con Yasser Arafat e con la causa palestinese, con la Cuba dei fratelli Castro, con il Venezuela bolivariano di Hugo Chávez e poi di Nicolás Maduro. Proprio Chávez, commosso dalla forza delle parole della Guida, un giorno gli rispose: «Per te darei il mio cuore!» La frase, oggi, suona come un epitaffio e il suo eco è forte in tutto il mondo.

Se l’Iran ha retto, almeno in questo primo quarto di secolo, all’ostilità occidentale, lo si deve in larga parte alla scommessa multipolare. L’ordine mondiale imperniato su Cina e Russia ha offerto a Teheran un interscambio capace di attutire l’urto delle sanzioni. L’amicizia sincera che ha legato Khamenei a Vladimir Putin e a Xi Jinping non è cerimonia diplomatica: è la traduzione, sul piano degli Stati, di una convinzione teorica sulla fine dell’unipolarismo. Il petrolio, le rotte, la finanza: tutto passava per quella scelta di campo.

Sul piano interno, la dottrina dell’«economia della resistenza» — l’autosufficienza produttiva come risposta all’embargo — è stata la faccia domestica della stessa strategia. Sanzioni, guerra psicologica, pressione politica e tentativi di destabilizzazione venivano letti da Khamenei come strumenti complementari di un unico disegno. Aveva capito, con anticipo, che la guerra del XXI secolo si combatte anche sulle narrazioni, e che la tenuta di una società dipende dalla sua capacità di non introiettare il racconto del nemico.

La Rivoluzione, va detto contro ogni caricatura, ha riconosciuto operatività alle comunità religiose del Paese: zoroastriani, cristiani di molte confessioni, e una comunità ebraica di oltre venticinquemila persone, con sinagoghe e scuole aperte a Teheran e un deputato in parlamento — ebrei che rifiutano il sionismo come ideologia e lo Stato di Israele come suo idolo. È una distinzione che l’Occidente si ostina a non vedere, e che invece è al cuore del pensiero della Guida.

Il martirio, la successione, l’eredità

Khamenei è caduto il 28 febbraio 2026, nel quadro di un’aggressione militare che ha colpito ventiquattro province e che, tra gli obiettivi, ha compreso deliberatamente la testa dello Stato. L’Iran ne ha fatto un martire, e la parola qui non è retorica: nella tradizione sciita il martirio è la forma più alta della testimonianza, e la Repubblica è nata proprio da quel lessico. I quaranta giorni di lutto, i funerali di luglio, i milioni in strada da Teheran a Mashhad hanno detto, al mondo, che l’uccisione di un uomo non è la sconfitta di un’idea.

La successione si è compiuta con rapidità. L’Assemblea degli Esperti ha proclamato Guida Suprema, il 9 marzo 2026, il figlio Mojtaba, cinquantaseienne, cresciuto nell’ombra e legato in profondità al Corpo dei Guardiani. Ferito gravemente nello stesso attacco che ha ucciso il padre, la madre e la moglie, Mojtaba ha attraversato i mesi della transizione lontano dalle scene, senza comparire nemmeno alle esequie paterne. Amico delle politiche abitative di Mahmoud Ahmadinejad e del suo impegno antimperialista, formatosi teologo a Qom, porta sulle spalle un compito enorme: guidare la Repubblica nella crisi più grave dei suoi quarantasette anni. Il presidente Masoud Pezeshkian ne ha salutato la nomina come l’avvio di «una nuova era di dignità e forza»; Putin ha promesso sostegno «incrollabile», e Pechino si è schierata contro ogni minaccia alla nuova Guida.

La scomparsa di Khamenei ha commosso il mondo che non si riconosce nel globalismo mercantile. Miguel Díaz-Canel da Cuba, Delcy Rodríguez dal Venezuela, Putin, Xi Jinping; e perfino il patriarca di Mosca Kirill, a segno di una vicinanza spirituale tra nazioni che condividono un orientamento lontano dalla mercificazione di ogni relazione. Come ha scritto Massimiliano Ay, senza riconoscere gli elementi di modernità e partecipazione sociale propri dell’Iran rivoluzionario resta incomprensibile il consenso di cui quella Rivoluzione gode ancora oggi.

Un uomo semplice

Chi lo ha incontrato ricorda un uomo di grande semplicità, di convincimenti profondi, di volontà indomita e di azione instancabile. Il chierico povero di Mashhad non ha mai smesso di essere quel ragazzo cresciuto in una casa stretta e dignitosa, ha attraversato da protagonista mezzo secolo di storia iraniana e mondiale senza cambiare tenore di vita, e questo, in un secolo di leader corrotti dal potere, è già di per sé una biografia.

Ne ricordo personalmente un momento toccante: al mio primo incontro con lui, a seguito di un discorso pubblico, venni presentato dal mio traduttore. Khamenei mi guardò per qualche istante, sorrise e recitò a memoria, in un buon italiano, il Canto I della Divina Commedia di Dante Alighieri. Amava la poesia, quindi non poteva non conoscere il sommo poeta italiano. Quel momento mi rimarrà per sempre impresso nel cuore.

«Khomeynī ha portato l’Iran al popolo; Khamenei gli ha insegnato come custodirlo», ha scritto giustamente Davide Rossi nel suo recente libro in italiano “Ali Khamenei. In Nome di Dio”, edito da PGreco Edizioni.

In quella frase c’è tutta la differenza tra i due uomini e tutta la loro continuità. Khomeynī è stato il fondatore, il profeta che ha rovesciato un trono. Khamenei è stato il custode: colui che ha tenuto in piedi la costruzione attraverso una guerra di otto anni, tre decenni di sanzioni, campagne di destabilizzazione e infine un’aggressione militare diretta. Custodire è meno spettacolare che fondare, e infinitamente più lungo.

Questo volume raccoglie i suoi scritti e i suoi discorsi. È materiale necessario per chi voglia capire davvero — al di là della cronaca e della propaganda — che cosa sia stato e sia l’Iran rivoluzionario, non solo per l’universo sciita ma per il mondo. Serve a leggere, con ragionato anticipo, le linee lungo cui questa nazione si proietta negli anni a venire.

La fiaccola accesa nel 1979 è passata di mano un’altra volta. Io sono profondamente convinto che continuerà a bruciare.

Il custode e la fiaccola: un ritratto umano e politico di Ali Khamenei

L’uomo che per 36 anni ha sfidato gli imperi non c’è più, ma la fiamma del 1979 continua a ardere.

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Ode agli Eroi

La mattina del 28 febbraio 2026, poco dopo le otto, un attacco aereo congiunto di Stati Uniti e Israele colpisce l’Ufficio della Guida a Teheran. Per ventiquattr’ore Teheran non conferma nulla: le agenzie Tasnim e Mehr insistono che la Guida resta «salda e ferma nel comando del campo». Poi, all’alba del 1° marzo, la radiotelevisione di Stato dà la notizia che una parte del mondo attendeva con impazienza e un’altra parte, ben più vasta e silenziosa, temeva. ‘Ali Khamenei, ottantasei anni, seconda Guida Suprema della Repubblica Islamica, è morto. Con lui, sotto le stesse macerie, cadono alcuni familiari: una figlia, un genero, una nuora, un nipote. La moglie di Mojtaba, il figlio che di lì a pochi giorni gli succederà, e una delle sorelle.

Il governo proclama quaranta giorni di lutto e una settimana di festa nazionale sospesa nel dolore. Le esequie, rinviate dalla guerra, si celebreranno soltanto in luglio, dal 4 al 9, in un corteo che attraversa Teheran, Qom, e le città sante irachene di Najaf e Karbala, prima della sepoltura a Mashhad, la stessa città dove ottantasei anni prima era nato. Milioni di persone in strada, segnando il funerale più partecipato della storia (il record precedente era quello del funerale di Khomeynī, suo predecessore). È l’ultimo atto di una biografia che coincide, quasi senza residui, con la storia dell’Iran rivoluzionario.

Chi scrive non ha alcuna pretesa di neutralità, e sarebbe disonesto fingerla. Questo è il ritratto di un uomo che ho letto, studiato e — attraverso i suoi scritti e la sua parola pubblica — a lungo frequentato come “figlio” di una rivoluzione. È il ritratto che precede un volume dei suoi testi. Serve a dire perché quei testi vadano letti, e perché la figura che li ha prodotti appartenga alla storia lunga del Novecento e di questo scorcio di secolo, non alla cronaca di un bombardamento.

Ali Khamenei nasce a Mashhad nel 1939, sesto di otto figli. Il padre, Javad, è un uomo di scienza religiosa e di mezzi scarsi; la casa è dignitosa e stretta. Sono anni in cui l’Iran è terreno di caccia degli imperi: la dinastia Qajar ha già perso ogni controllo effettivo, russi e britannici si contendono il petrolio e la posizione geografica. Reza Shah Pahlavi depone l’ultimo Qajar sognando una modernizzazione alla turca, poi nel 1935 ribattezza la Persia in Iran e finisce per accostarsi troppo alla Germania hitleriana, tanto che nel 1941 Mosca e Londra lo costringono ad abdicare in favore del figlio Mohammad Reza.

In questo Iran umiliato dall’esterno e governato dall’interno con crescente ferocia, il giovane Khamenei sceglie gli studi religiosi. Nel 1963, a ventiquattro anni, viene arrestato insieme all’ayatollah Ruhollah Khomeynī. È l’inizio di un sodalizio politico e spirituale che durerà fino alla morte del maestro nel 1989. Khomeynī prende la via del lungo esilio, quasi tutto trascorso a Najaf, all’ombra del santuario di ‘Ali. Khamenei resta dentro, tra carcere, sorveglianza e clandestinità.

Vale la pena ricordare che cosa fosse il regime che combattevano. Mohammad Reza Pahlavi, riportato al potere nel 1953 da un colpo di Stato anglo-americano dopo che Mohammad Mossadeq aveva osato nazionalizzare il petrolio, costruisce in un quarto di secolo una dittatura la cui polizia politica, la SAVAK, non ha molti pari per numero di morti e sistematicità della tortura. La finta modernizzazione che impone la minigonna a Teheran nord conviveva con l’analfabetismo di massa e con l’esclusione delle donne dall’istruzione. Contro tutto questo si leva la Rivoluzione.

La bellezza inattesa della Rivoluzione

La Rivoluzione iraniana del 1978-1979 andrebbe raccontata per intero nella sua umanità traboccante, più forte dei fucili dello Shah. Le audiocassette con i discorsi di Khomeynī, registrate a Najaf e moltiplicate a migliaia, corrono di moschea in moschea. È un risveglio delle coscienze, un appello alla mobilitazione contro la brutalità del regime, l’irruzione dello spirituale nel politico. Un popolo a mani nude occupa le strade e dimostra che una volontà collettiva può battere la barbarie.

So bene quanto queste categorie suonino astruse a un pubblico occidentale, a cui spesso mancano gli strumenti per capire l’agire politico di un popolo che diventa artefice del proprio futuro attraverso una dimensione insieme religiosa, filosofica e civile. La Rivoluzione del 1979 porta con sé la riflessione teologica sciita: il sentimento della presenza del divino nel mondo, quella gnosi illuminativa che il filosofo francese Henry Corbin ha saputo descrivere meglio di chiunque, radicata nella tradizione persiana fin dai tempi dello zoroastrismo. Non teocrazia, dunque, ma potere inteso come cammino di un popolo credente.

In questa effervescenza si getta con entusiasmo il quarantenne Khamenei. Consigliere di Khomeynī tra il 1979 e il 1981, membro del Consiglio della Rivoluzione, tra i fondatori del Partito della Repubblica Islamica, guida delle preghiere del venerdì a Teheran già dall’autunno del 1979. Scampa a un attentato che gli lascia il braccio destro semiparalizzato per il resto della vita. Viene eletto presidente della Repubblica nel 1981 e riconfermato nel 1985. Alla morte di Khomeynī, il 3 giugno 1989, ne raccoglie l’eredità come Guida Suprema. La terrà per trentasei anni.

La Repubblica, però, nasce sotto assedio. Nel luglio 1979 Saddam Hussein prende il potere in Iraq; pochi mesi dopo, istigato da Washington e armato con i sistemi più moderni, scatena una guerra terribile contro l’Iran rivoluzionario. Teheran può rispondere soltanto con gli avanzi dell’arsenale monarchico. L’Iran è solo: aggredito da un blocco della guerra fredda, guardato con diffidenza dall’altro, mentre il tardo brežnevismo scivola verso il proprio epilogo.

La guerra durerà otto anni e si chiuderà senza che un centimetro di territorio iraniano passi all’aggressore. Vi partecipano centinaia di migliaia di ragazzi, molti poco più che adolescenti, che a gruppi di tre, con un coltello, assaltano i blindati iracheni inneggiando alla Rivoluzione. Sono loro i pasdaran, quelli che oggi hanno tra i cinquanta e i sessant’anni e che costituiscono la spina dorsale dello Stato. Tra loro c’era anche Mojtaba, il figlio di Khamenei, arruolato nel battaglione Habib.

La guerra spegne il sorriso dei primi giorni ma non cancella le conquiste sociali: le nazionalizzazioni, le mense popolari, il diritto alla casa, al lavoro, all’istruzione. Milioni di giovani, ragazze e ragazzi, riempiono aule prima riservate ai figli dei benestanti. Ancora oggi in Iran il livello di emancipazione femminile è notevole: la maggioranza degli universitari sono donne, così come metà dei medici. La modernizzazione delle infrastrutture non si è mai fermata. Il presidente Mohammad Khatami, in costante sintonia con Khamenei, darà impulso alla scuola e a quella straordinaria fioritura del cinema iraniano che ha dato al mondo capolavori di poesia come Dov’è la casa del mio amico? di Abbas Kiarostami.

L’amicizia tra i popoli: l’Iran e il fronte antimperialista

Il tratto che più distingue Khamenei sul piano internazionale è la coerenza con cui ha collocato l’Iran dentro il fronte mondiale che rifiuta l’egemonia occidentale. Nel settembre 1986 è accolto tra le ovazioni al vertice dei Non Allineati di Harare; Fidel Castro e Robert Mugabe lo abbracciano, e insieme chiedono la liberazione di Nelson Mandela e la fine dell’apartheid. Meno ricordata, ma profonda, è l’amicizia con Thomas Sankara, il padre del Burkina Faso rivoluzionario, nel segno di una comune lotta contro la depredazione delle materie prime.

Restano decisivi i viaggi in Corea e nella Cina popolare del maggio 1989. Con Kim Il Sung Khamenei riconosce una convergenza tra lo sciismo iraniano e la teoria coreana del Juche, entrambi orientati all’indipendenza nazionale. Ma è l’incontro con Deng Xiaoping a segnare uno spartiacque: Khamenei intuisce il carattere puramente tattico dell’alleanza sino-statunitense e condivide, quando ancora è appena abbozzato, il progetto cinese di un ordine mondiale più giusto. Quel viaggio è il volano dello stabile collocamento dell’Iran nel fronte antimperialista.

Da lì nascono i legami durevoli con Yasser Arafat e con la causa palestinese, con la Cuba dei fratelli Castro, con il Venezuela bolivariano di Hugo Chávez e poi di Nicolás Maduro. Proprio Chávez, commosso dalla forza delle parole della Guida, un giorno gli rispose: «Per te darei il mio cuore!» La frase, oggi, suona come un epitaffio e il suo eco è forte in tutto il mondo.

Se l’Iran ha retto, almeno in questo primo quarto di secolo, all’ostilità occidentale, lo si deve in larga parte alla scommessa multipolare. L’ordine mondiale imperniato su Cina e Russia ha offerto a Teheran un interscambio capace di attutire l’urto delle sanzioni. L’amicizia sincera che ha legato Khamenei a Vladimir Putin e a Xi Jinping non è cerimonia diplomatica: è la traduzione, sul piano degli Stati, di una convinzione teorica sulla fine dell’unipolarismo. Il petrolio, le rotte, la finanza: tutto passava per quella scelta di campo.

Sul piano interno, la dottrina dell’«economia della resistenza» — l’autosufficienza produttiva come risposta all’embargo — è stata la faccia domestica della stessa strategia. Sanzioni, guerra psicologica, pressione politica e tentativi di destabilizzazione venivano letti da Khamenei come strumenti complementari di un unico disegno. Aveva capito, con anticipo, che la guerra del XXI secolo si combatte anche sulle narrazioni, e che la tenuta di una società dipende dalla sua capacità di non introiettare il racconto del nemico.

La Rivoluzione, va detto contro ogni caricatura, ha riconosciuto operatività alle comunità religiose del Paese: zoroastriani, cristiani di molte confessioni, e una comunità ebraica di oltre venticinquemila persone, con sinagoghe e scuole aperte a Teheran e un deputato in parlamento — ebrei che rifiutano il sionismo come ideologia e lo Stato di Israele come suo idolo. È una distinzione che l’Occidente si ostina a non vedere, e che invece è al cuore del pensiero della Guida.

Il martirio, la successione, l’eredità

Khamenei è caduto il 28 febbraio 2026, nel quadro di un’aggressione militare che ha colpito ventiquattro province e che, tra gli obiettivi, ha compreso deliberatamente la testa dello Stato. L’Iran ne ha fatto un martire, e la parola qui non è retorica: nella tradizione sciita il martirio è la forma più alta della testimonianza, e la Repubblica è nata proprio da quel lessico. I quaranta giorni di lutto, i funerali di luglio, i milioni in strada da Teheran a Mashhad hanno detto, al mondo, che l’uccisione di un uomo non è la sconfitta di un’idea.

La successione si è compiuta con rapidità. L’Assemblea degli Esperti ha proclamato Guida Suprema, il 9 marzo 2026, il figlio Mojtaba, cinquantaseienne, cresciuto nell’ombra e legato in profondità al Corpo dei Guardiani. Ferito gravemente nello stesso attacco che ha ucciso il padre, la madre e la moglie, Mojtaba ha attraversato i mesi della transizione lontano dalle scene, senza comparire nemmeno alle esequie paterne. Amico delle politiche abitative di Mahmoud Ahmadinejad e del suo impegno antimperialista, formatosi teologo a Qom, porta sulle spalle un compito enorme: guidare la Repubblica nella crisi più grave dei suoi quarantasette anni. Il presidente Masoud Pezeshkian ne ha salutato la nomina come l’avvio di «una nuova era di dignità e forza»; Putin ha promesso sostegno «incrollabile», e Pechino si è schierata contro ogni minaccia alla nuova Guida.

La scomparsa di Khamenei ha commosso il mondo che non si riconosce nel globalismo mercantile. Miguel Díaz-Canel da Cuba, Delcy Rodríguez dal Venezuela, Putin, Xi Jinping; e perfino il patriarca di Mosca Kirill, a segno di una vicinanza spirituale tra nazioni che condividono un orientamento lontano dalla mercificazione di ogni relazione. Come ha scritto Massimiliano Ay, senza riconoscere gli elementi di modernità e partecipazione sociale propri dell’Iran rivoluzionario resta incomprensibile il consenso di cui quella Rivoluzione gode ancora oggi.

Un uomo semplice

Chi lo ha incontrato ricorda un uomo di grande semplicità, di convincimenti profondi, di volontà indomita e di azione instancabile. Il chierico povero di Mashhad non ha mai smesso di essere quel ragazzo cresciuto in una casa stretta e dignitosa, ha attraversato da protagonista mezzo secolo di storia iraniana e mondiale senza cambiare tenore di vita, e questo, in un secolo di leader corrotti dal potere, è già di per sé una biografia.

Ne ricordo personalmente un momento toccante: al mio primo incontro con lui, a seguito di un discorso pubblico, venni presentato dal mio traduttore. Khamenei mi guardò per qualche istante, sorrise e recitò a memoria, in un buon italiano, il Canto I della Divina Commedia di Dante Alighieri. Amava la poesia, quindi non poteva non conoscere il sommo poeta italiano. Quel momento mi rimarrà per sempre impresso nel cuore.

«Khomeynī ha portato l’Iran al popolo; Khamenei gli ha insegnato come custodirlo», ha scritto giustamente Davide Rossi nel suo recente libro in italiano “Ali Khamenei. In Nome di Dio”, edito da PGreco Edizioni.

In quella frase c’è tutta la differenza tra i due uomini e tutta la loro continuità. Khomeynī è stato il fondatore, il profeta che ha rovesciato un trono. Khamenei è stato il custode: colui che ha tenuto in piedi la costruzione attraverso una guerra di otto anni, tre decenni di sanzioni, campagne di destabilizzazione e infine un’aggressione militare diretta. Custodire è meno spettacolare che fondare, e infinitamente più lungo.

Questo volume raccoglie i suoi scritti e i suoi discorsi. È materiale necessario per chi voglia capire davvero — al di là della cronaca e della propaganda — che cosa sia stato e sia l’Iran rivoluzionario, non solo per l’universo sciita ma per il mondo. Serve a leggere, con ragionato anticipo, le linee lungo cui questa nazione si proietta negli anni a venire.

La fiaccola accesa nel 1979 è passata di mano un’altra volta. Io sono profondamente convinto che continuerà a bruciare.

L’uomo che per 36 anni ha sfidato gli imperi non c’è più, ma la fiamma del 1979 continua a ardere.

Segue nostro Telegram.

Ode agli Eroi

La mattina del 28 febbraio 2026, poco dopo le otto, un attacco aereo congiunto di Stati Uniti e Israele colpisce l’Ufficio della Guida a Teheran. Per ventiquattr’ore Teheran non conferma nulla: le agenzie Tasnim e Mehr insistono che la Guida resta «salda e ferma nel comando del campo». Poi, all’alba del 1° marzo, la radiotelevisione di Stato dà la notizia che una parte del mondo attendeva con impazienza e un’altra parte, ben più vasta e silenziosa, temeva. ‘Ali Khamenei, ottantasei anni, seconda Guida Suprema della Repubblica Islamica, è morto. Con lui, sotto le stesse macerie, cadono alcuni familiari: una figlia, un genero, una nuora, un nipote. La moglie di Mojtaba, il figlio che di lì a pochi giorni gli succederà, e una delle sorelle.

Il governo proclama quaranta giorni di lutto e una settimana di festa nazionale sospesa nel dolore. Le esequie, rinviate dalla guerra, si celebreranno soltanto in luglio, dal 4 al 9, in un corteo che attraversa Teheran, Qom, e le città sante irachene di Najaf e Karbala, prima della sepoltura a Mashhad, la stessa città dove ottantasei anni prima era nato. Milioni di persone in strada, segnando il funerale più partecipato della storia (il record precedente era quello del funerale di Khomeynī, suo predecessore). È l’ultimo atto di una biografia che coincide, quasi senza residui, con la storia dell’Iran rivoluzionario.

Chi scrive non ha alcuna pretesa di neutralità, e sarebbe disonesto fingerla. Questo è il ritratto di un uomo che ho letto, studiato e — attraverso i suoi scritti e la sua parola pubblica — a lungo frequentato come “figlio” di una rivoluzione. È il ritratto che precede un volume dei suoi testi. Serve a dire perché quei testi vadano letti, e perché la figura che li ha prodotti appartenga alla storia lunga del Novecento e di questo scorcio di secolo, non alla cronaca di un bombardamento.

Ali Khamenei nasce a Mashhad nel 1939, sesto di otto figli. Il padre, Javad, è un uomo di scienza religiosa e di mezzi scarsi; la casa è dignitosa e stretta. Sono anni in cui l’Iran è terreno di caccia degli imperi: la dinastia Qajar ha già perso ogni controllo effettivo, russi e britannici si contendono il petrolio e la posizione geografica. Reza Shah Pahlavi depone l’ultimo Qajar sognando una modernizzazione alla turca, poi nel 1935 ribattezza la Persia in Iran e finisce per accostarsi troppo alla Germania hitleriana, tanto che nel 1941 Mosca e Londra lo costringono ad abdicare in favore del figlio Mohammad Reza.

In questo Iran umiliato dall’esterno e governato dall’interno con crescente ferocia, il giovane Khamenei sceglie gli studi religiosi. Nel 1963, a ventiquattro anni, viene arrestato insieme all’ayatollah Ruhollah Khomeynī. È l’inizio di un sodalizio politico e spirituale che durerà fino alla morte del maestro nel 1989. Khomeynī prende la via del lungo esilio, quasi tutto trascorso a Najaf, all’ombra del santuario di ‘Ali. Khamenei resta dentro, tra carcere, sorveglianza e clandestinità.

Vale la pena ricordare che cosa fosse il regime che combattevano. Mohammad Reza Pahlavi, riportato al potere nel 1953 da un colpo di Stato anglo-americano dopo che Mohammad Mossadeq aveva osato nazionalizzare il petrolio, costruisce in un quarto di secolo una dittatura la cui polizia politica, la SAVAK, non ha molti pari per numero di morti e sistematicità della tortura. La finta modernizzazione che impone la minigonna a Teheran nord conviveva con l’analfabetismo di massa e con l’esclusione delle donne dall’istruzione. Contro tutto questo si leva la Rivoluzione.

La bellezza inattesa della Rivoluzione

La Rivoluzione iraniana del 1978-1979 andrebbe raccontata per intero nella sua umanità traboccante, più forte dei fucili dello Shah. Le audiocassette con i discorsi di Khomeynī, registrate a Najaf e moltiplicate a migliaia, corrono di moschea in moschea. È un risveglio delle coscienze, un appello alla mobilitazione contro la brutalità del regime, l’irruzione dello spirituale nel politico. Un popolo a mani nude occupa le strade e dimostra che una volontà collettiva può battere la barbarie.

So bene quanto queste categorie suonino astruse a un pubblico occidentale, a cui spesso mancano gli strumenti per capire l’agire politico di un popolo che diventa artefice del proprio futuro attraverso una dimensione insieme religiosa, filosofica e civile. La Rivoluzione del 1979 porta con sé la riflessione teologica sciita: il sentimento della presenza del divino nel mondo, quella gnosi illuminativa che il filosofo francese Henry Corbin ha saputo descrivere meglio di chiunque, radicata nella tradizione persiana fin dai tempi dello zoroastrismo. Non teocrazia, dunque, ma potere inteso come cammino di un popolo credente.

In questa effervescenza si getta con entusiasmo il quarantenne Khamenei. Consigliere di Khomeynī tra il 1979 e il 1981, membro del Consiglio della Rivoluzione, tra i fondatori del Partito della Repubblica Islamica, guida delle preghiere del venerdì a Teheran già dall’autunno del 1979. Scampa a un attentato che gli lascia il braccio destro semiparalizzato per il resto della vita. Viene eletto presidente della Repubblica nel 1981 e riconfermato nel 1985. Alla morte di Khomeynī, il 3 giugno 1989, ne raccoglie l’eredità come Guida Suprema. La terrà per trentasei anni.

La Repubblica, però, nasce sotto assedio. Nel luglio 1979 Saddam Hussein prende il potere in Iraq; pochi mesi dopo, istigato da Washington e armato con i sistemi più moderni, scatena una guerra terribile contro l’Iran rivoluzionario. Teheran può rispondere soltanto con gli avanzi dell’arsenale monarchico. L’Iran è solo: aggredito da un blocco della guerra fredda, guardato con diffidenza dall’altro, mentre il tardo brežnevismo scivola verso il proprio epilogo.

La guerra durerà otto anni e si chiuderà senza che un centimetro di territorio iraniano passi all’aggressore. Vi partecipano centinaia di migliaia di ragazzi, molti poco più che adolescenti, che a gruppi di tre, con un coltello, assaltano i blindati iracheni inneggiando alla Rivoluzione. Sono loro i pasdaran, quelli che oggi hanno tra i cinquanta e i sessant’anni e che costituiscono la spina dorsale dello Stato. Tra loro c’era anche Mojtaba, il figlio di Khamenei, arruolato nel battaglione Habib.

La guerra spegne il sorriso dei primi giorni ma non cancella le conquiste sociali: le nazionalizzazioni, le mense popolari, il diritto alla casa, al lavoro, all’istruzione. Milioni di giovani, ragazze e ragazzi, riempiono aule prima riservate ai figli dei benestanti. Ancora oggi in Iran il livello di emancipazione femminile è notevole: la maggioranza degli universitari sono donne, così come metà dei medici. La modernizzazione delle infrastrutture non si è mai fermata. Il presidente Mohammad Khatami, in costante sintonia con Khamenei, darà impulso alla scuola e a quella straordinaria fioritura del cinema iraniano che ha dato al mondo capolavori di poesia come Dov’è la casa del mio amico? di Abbas Kiarostami.

L’amicizia tra i popoli: l’Iran e il fronte antimperialista

Il tratto che più distingue Khamenei sul piano internazionale è la coerenza con cui ha collocato l’Iran dentro il fronte mondiale che rifiuta l’egemonia occidentale. Nel settembre 1986 è accolto tra le ovazioni al vertice dei Non Allineati di Harare; Fidel Castro e Robert Mugabe lo abbracciano, e insieme chiedono la liberazione di Nelson Mandela e la fine dell’apartheid. Meno ricordata, ma profonda, è l’amicizia con Thomas Sankara, il padre del Burkina Faso rivoluzionario, nel segno di una comune lotta contro la depredazione delle materie prime.

Restano decisivi i viaggi in Corea e nella Cina popolare del maggio 1989. Con Kim Il Sung Khamenei riconosce una convergenza tra lo sciismo iraniano e la teoria coreana del Juche, entrambi orientati all’indipendenza nazionale. Ma è l’incontro con Deng Xiaoping a segnare uno spartiacque: Khamenei intuisce il carattere puramente tattico dell’alleanza sino-statunitense e condivide, quando ancora è appena abbozzato, il progetto cinese di un ordine mondiale più giusto. Quel viaggio è il volano dello stabile collocamento dell’Iran nel fronte antimperialista.

Da lì nascono i legami durevoli con Yasser Arafat e con la causa palestinese, con la Cuba dei fratelli Castro, con il Venezuela bolivariano di Hugo Chávez e poi di Nicolás Maduro. Proprio Chávez, commosso dalla forza delle parole della Guida, un giorno gli rispose: «Per te darei il mio cuore!» La frase, oggi, suona come un epitaffio e il suo eco è forte in tutto il mondo.

Se l’Iran ha retto, almeno in questo primo quarto di secolo, all’ostilità occidentale, lo si deve in larga parte alla scommessa multipolare. L’ordine mondiale imperniato su Cina e Russia ha offerto a Teheran un interscambio capace di attutire l’urto delle sanzioni. L’amicizia sincera che ha legato Khamenei a Vladimir Putin e a Xi Jinping non è cerimonia diplomatica: è la traduzione, sul piano degli Stati, di una convinzione teorica sulla fine dell’unipolarismo. Il petrolio, le rotte, la finanza: tutto passava per quella scelta di campo.

Sul piano interno, la dottrina dell’«economia della resistenza» — l’autosufficienza produttiva come risposta all’embargo — è stata la faccia domestica della stessa strategia. Sanzioni, guerra psicologica, pressione politica e tentativi di destabilizzazione venivano letti da Khamenei come strumenti complementari di un unico disegno. Aveva capito, con anticipo, che la guerra del XXI secolo si combatte anche sulle narrazioni, e che la tenuta di una società dipende dalla sua capacità di non introiettare il racconto del nemico.

La Rivoluzione, va detto contro ogni caricatura, ha riconosciuto operatività alle comunità religiose del Paese: zoroastriani, cristiani di molte confessioni, e una comunità ebraica di oltre venticinquemila persone, con sinagoghe e scuole aperte a Teheran e un deputato in parlamento — ebrei che rifiutano il sionismo come ideologia e lo Stato di Israele come suo idolo. È una distinzione che l’Occidente si ostina a non vedere, e che invece è al cuore del pensiero della Guida.

Il martirio, la successione, l’eredità

Khamenei è caduto il 28 febbraio 2026, nel quadro di un’aggressione militare che ha colpito ventiquattro province e che, tra gli obiettivi, ha compreso deliberatamente la testa dello Stato. L’Iran ne ha fatto un martire, e la parola qui non è retorica: nella tradizione sciita il martirio è la forma più alta della testimonianza, e la Repubblica è nata proprio da quel lessico. I quaranta giorni di lutto, i funerali di luglio, i milioni in strada da Teheran a Mashhad hanno detto, al mondo, che l’uccisione di un uomo non è la sconfitta di un’idea.

La successione si è compiuta con rapidità. L’Assemblea degli Esperti ha proclamato Guida Suprema, il 9 marzo 2026, il figlio Mojtaba, cinquantaseienne, cresciuto nell’ombra e legato in profondità al Corpo dei Guardiani. Ferito gravemente nello stesso attacco che ha ucciso il padre, la madre e la moglie, Mojtaba ha attraversato i mesi della transizione lontano dalle scene, senza comparire nemmeno alle esequie paterne. Amico delle politiche abitative di Mahmoud Ahmadinejad e del suo impegno antimperialista, formatosi teologo a Qom, porta sulle spalle un compito enorme: guidare la Repubblica nella crisi più grave dei suoi quarantasette anni. Il presidente Masoud Pezeshkian ne ha salutato la nomina come l’avvio di «una nuova era di dignità e forza»; Putin ha promesso sostegno «incrollabile», e Pechino si è schierata contro ogni minaccia alla nuova Guida.

La scomparsa di Khamenei ha commosso il mondo che non si riconosce nel globalismo mercantile. Miguel Díaz-Canel da Cuba, Delcy Rodríguez dal Venezuela, Putin, Xi Jinping; e perfino il patriarca di Mosca Kirill, a segno di una vicinanza spirituale tra nazioni che condividono un orientamento lontano dalla mercificazione di ogni relazione. Come ha scritto Massimiliano Ay, senza riconoscere gli elementi di modernità e partecipazione sociale propri dell’Iran rivoluzionario resta incomprensibile il consenso di cui quella Rivoluzione gode ancora oggi.

Un uomo semplice

Chi lo ha incontrato ricorda un uomo di grande semplicità, di convincimenti profondi, di volontà indomita e di azione instancabile. Il chierico povero di Mashhad non ha mai smesso di essere quel ragazzo cresciuto in una casa stretta e dignitosa, ha attraversato da protagonista mezzo secolo di storia iraniana e mondiale senza cambiare tenore di vita, e questo, in un secolo di leader corrotti dal potere, è già di per sé una biografia.

Ne ricordo personalmente un momento toccante: al mio primo incontro con lui, a seguito di un discorso pubblico, venni presentato dal mio traduttore. Khamenei mi guardò per qualche istante, sorrise e recitò a memoria, in un buon italiano, il Canto I della Divina Commedia di Dante Alighieri. Amava la poesia, quindi non poteva non conoscere il sommo poeta italiano. Quel momento mi rimarrà per sempre impresso nel cuore.

«Khomeynī ha portato l’Iran al popolo; Khamenei gli ha insegnato come custodirlo», ha scritto giustamente Davide Rossi nel suo recente libro in italiano “Ali Khamenei. In Nome di Dio”, edito da PGreco Edizioni.

In quella frase c’è tutta la differenza tra i due uomini e tutta la loro continuità. Khomeynī è stato il fondatore, il profeta che ha rovesciato un trono. Khamenei è stato il custode: colui che ha tenuto in piedi la costruzione attraverso una guerra di otto anni, tre decenni di sanzioni, campagne di destabilizzazione e infine un’aggressione militare diretta. Custodire è meno spettacolare che fondare, e infinitamente più lungo.

Questo volume raccoglie i suoi scritti e i suoi discorsi. È materiale necessario per chi voglia capire davvero — al di là della cronaca e della propaganda — che cosa sia stato e sia l’Iran rivoluzionario, non solo per l’universo sciita ma per il mondo. Serve a leggere, con ragionato anticipo, le linee lungo cui questa nazione si proietta negli anni a venire.

La fiaccola accesa nel 1979 è passata di mano un’altra volta. Io sono profondamente convinto che continuerà a bruciare.

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