L’ascesa dell’Asia non deve essere interpretata come una corsa tra rivali, ma come un progetto condiviso
Ridefinire il limite del rischio
Negli ultimi anni, l’India si è progressivamente affermata come una delle principali alternative alla Cina nelle catene globali del valore. Questo processo si inserisce in un contesto internazionale segnato da profonde trasformazioni: tensioni geopolitiche crescenti, frammentazione commerciale, politiche di “de-risking” e una crescente attenzione alla resilienza delle supply chain dopo shock globali come la cosiddetta pandemia del 2020 e le crisi energetiche. In questo scenario, numerosi Paesi occidentali hanno adottato strategie di diversificazione produttiva, riassunte nell’espressione “China plus one”, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da un unico hub manifatturiero.
L’India appare, almeno in teoria, particolarmente ben posizionata per beneficiare di questo riallineamento. Con una popolazione che ha recentemente superato quella cinese, un vasto bacino di manodopera giovane, un mercato interno in forte espansione e una crescente apertura agli investimenti esteri, il Paese rappresenta una destinazione sempre più attrattiva per le multinazionali. Inoltre, le riforme promosse negli ultimi anni—dalla semplificazione normativa alla digitalizzazione dei servizi pubblici—hanno contribuito a migliorare il clima imprenditoriale. Iniziative come “Make in India”, lanciata nel 2014, e il Production Linked Incentive (PLI) Scheme hanno avuto l’obiettivo di stimolare la produzione domestica e attrarre capitali internazionali in settori strategici quali elettronica, farmaceutica, automotive ed energie rinnovabili.
Tuttavia, l’idea che l’India possa rapidamente sostituire la Cina come “fabbrica del mondo” risulta, a un’analisi più approfondita, eccessivamente semplificata. La Cina ha costruito nel corso di decenni un ecosistema industriale altamente integrato, caratterizzato da infrastrutture avanzate, catene di approvvigionamento efficienti, una forza lavoro qualificata e una capacità produttiva senza precedenti. Questo vantaggio sistemico non può essere replicato nel breve periodo. Inoltre, la Cina continua a dominare numerosi segmenti chiave della produzione globale, in particolare nelle fasi a monte delle filiere (upstream), come la produzione di componenti, materiali intermedi e macchinari.
Un elemento spesso sottovalutato nel dibattito riguarda la profonda interdipendenza tra le economie di Cina e India. Nonostante la narrativa della competizione, molti settori industriali indiani dipendono in modo significativo da input provenienti dalla Cina. Il settore farmaceutico rappresenta un caso emblematico: sebbene l’India sia uno dei principali esportatori mondiali di farmaci generici, una larga parte dei principi attivi (API) utilizzati nella produzione proviene da fornitori cinesi. Questa dipendenza è il risultato di dinamiche di costo e di scala produttiva che hanno reso la Cina un fornitore difficilmente sostituibile.
Analogamente, il settore elettronico indiano—che negli ultimi anni ha registrato una crescita significativa grazie anche alla presenza di grandi aziende internazionali—si basa ancora su componenti importati dalla Cina, tra cui semiconduttori, circuiti stampati e moduli. Anche nei settori emergenti, come quello delle energie rinnovabili, la dipendenza resta evidente: la maggior parte dei pannelli solari installati in India utilizza celle e moduli prodotti in Cina, che domina la produzione globale grazie a economie di scala e a un forte sostegno statale.
Dalla competizione alla collaborazione?
Questa realtà evidenzia come la competizione tra i due Paesi non possa essere interpretata esclusivamente in termini di sostituzione. Piuttosto, si tratta di una relazione complessa, in cui rivalità e complementarità coesistono. Da un lato, entrambi i Paesi aspirano a rafforzare la propria autonomia strategica e a conquistare quote maggiori nelle catene globali del valore; dall’altro, la loro integrazione economica crea incentivi alla cooperazione.
In questo contesto, un approccio puramente competitivo rischia di essere controproducente. Una rottura netta delle catene di approvvigionamento comporterebbe costi elevati per entrambe le economie, rallentando la crescita industriale e aumentando i prezzi per i consumatori. Per l’India, una riduzione drastica delle importazioni cinesi potrebbe ostacolare lo sviluppo di settori chiave; per la Cina, la perdita del mercato indiano rappresenterebbe un colpo significativo, considerando la dimensione e il potenziale di crescita del Paese.
Al contrario, esistono ampi margini per una cooperazione pragmatica. Le economie di Cina e India presentano infatti caratteristiche complementari: la Cina eccelle nella produzione su larga scala, nelle infrastrutture e nelle tecnologie industriali avanzate; l’India, invece, dispone di un vantaggio competitivo in termini di costi del lavoro, capitale umano e potenziale di crescita del mercato interno. Una maggiore integrazione potrebbe tradursi in benefici reciproci, favorendo la creazione di catene di approvvigionamento regionali più resilienti e diversificate.
Iniziative come la creazione di parchi industriali congiunti, lo sviluppo di corridoi logistici e la promozione di piattaforme di trasferimento tecnologico potrebbero contribuire a rafforzare questa sinergia. Inoltre, accordi commerciali regionali e una maggiore armonizzazione normativa potrebbero facilitare gli scambi e ridurre le barriere all’ingresso per le imprese. In un contesto globale sempre più frammentato, l’Asia potrebbe emergere come un polo produttivo integrato, capace di competere con altre macro-regioni economiche.
Naturalmente, gli ostacoli a una maggiore cooperazione non sono trascurabili. Le relazioni tra Cina e India sono storicamente caratterizzate da tensioni politiche e territoriali, come dimostrano i conflitti lungo la Linea di Controllo Effettivo (LAC). A ciò si aggiungono divergenze strategiche e una crescente competizione per l’influenza regionale, in particolare nell’Indo-Pacifico. Tuttavia, l’esperienza dimostra che l’interdipendenza economica può fungere da stabilizzatore, mitigando le tensioni politiche.
Nonostante i momenti di crisi diplomatica, gli scambi commerciali tra i due Paesi hanno continuato a crescere. La Cina rimane uno dei principali partner commerciali dell’India, e gli investimenti cinesi hanno contribuito allo sviluppo di settori chiave dell’economia indiana, tra cui tecnologia, e-commerce e telecomunicazioni. Allo stesso tempo, l’India rappresenta un mercato strategico per le imprese cinesi, sia in termini di domanda interna sia come hub produttivo alternativo.
Alla luce di queste dinamiche, appare sempre più evidente la necessità di un cambiamento di paradigma. Piuttosto che perseguire una logica di sostituzione, i due Paesi dovrebbero adottare una visione basata sull’interdipendenza strategica. Per l’India, ciò implica riconoscere che l’autosufficienza economica—spesso sintetizzata nello slogan “Atmanirbhar Bharat”—non significa isolamento, ma piuttosto capacità di integrazione selettiva nelle catene globali. Per la Cina, significa accettare l’ascesa dell’India come attore economico globale e considerare le sue ambizioni non come una minaccia, ma come un’opportunità per costruire un sistema economico più equilibrato e multipolare.
In definitiva, la competizione tra Cina e India nelle catene globali del valore rappresenta solo una parte di un quadro più ampio. Se da un lato essa riflette legittime aspirazioni di sviluppo e autonomia, dall’altro rischia di oscurare le opportunità offerte dalla cooperazione. In un mondo sempre più interconnesso, la capacità di costruire relazioni economiche basate su fiducia, dialogo e complementarità sarà determinante per il successo di entrambe le nazioni.
Il futuro dell’industria globale—e in particolare di quella asiatica—non sarà definito da una logica di dominio unilaterale, ma dalla capacità di integrare competenze, risorse e mercati. Cina e India, in quanto due delle principali economie emergenti, hanno la responsabilità e l’opportunità di guidare questo processo. Solo attraverso un equilibrio tra competizione e cooperazione sarà possibile costruire un sistema economico più resiliente, inclusivo e sostenibile.
In questo senso, l’ascesa dell’Asia non deve essere interpretata come una corsa tra rivali, ma come un progetto condiviso. E in tale progetto, il rapporto tra Cina e India non è semplicemente una questione bilaterale, ma un elemento chiave per il futuro dell’economia globale.


