Francesco Valendino
Il vertice NATO dell’Aia ha fissato al 5% del PIL la spesa militare entro il 2035. Un piano da trilioni di euro che rischia di svuotare sanità, istruzione e welfare.
Come la NATO ha trasformato la spesa pubblica in un affare per l’industria degli armamenti — e chi pagherà il conto
C’è un esercizio mentale che vale la pena compiere prima di leggere qualunque comunicato ufficiale sull’ultimo vertice NATO. Prendete il numero che i leader dell’Alleanza atlantica hanno scritto nel comunicato finale dell’Aia, nel giugno 2025 — 5% del PIL — e traslatelo in termini concreti: ospedali non costruiti, classi scolastiche sovraffollate, pensioni ridotte, sussidi tagliati. Poi chiedetevi: chi ha votato per questo?
La risposta, naturalmente, è: nessuno.
Al vertice dell’Aia del 24-25 giugno 2025, gli alleati NATO si sono impegnati ad aumentare progressivamente le spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035 come soglia minima, con la giustificazione ufficiale di “contenere la probabile aggressione della Russia”. Una decisione storica nella sua portata, presentata ai cittadini europei come inevitabile, tecnica, quasi neutrale. Eppure dietro la retorica della sicurezza collettiva si cela una redistribuzione di ricchezza di proporzioni straordinarie — non dai ricchi ai poveri, ma dalla sfera pubblica e sociale alla sfera militare e industriale.
Una corsa agli armamenti che non ha precedenti dal dopoguerra
Il 2025 verrà ricordato come l’anno del riarmo: l’anno in cui la società europea si è trovata a fare i conti con una trasformazione profonda del proprio modo di pensare il futuro. Dopo decenni in cui la pace era almeno apparentemente percepita come un orizzonte acquisito, il piano ReArm Europe — successivamente ridenominato Readiness 2030 — ha aperto il continente a una nuova logica di economia di guerra, richiamando stagioni che si credevano definitivamente consegnate alla storia.
I numeri, da soli, raccontano una storia inquietante. Tra il 2020 e il 2025 la spesa per la difesa degli Stati membri dell’Unione Europea è aumentata del 62,8%, mentre gli investimenti nel settore sono cresciuti del 150%. A livello globale, nel 2024 la spesa militare ha raggiunto la cifra senza precedenti di 2,7 trilioni di dollari, con un aumento del 9,4% in termini reali rispetto al 2023 — il rialzo annuale più elevato dalla fine della Guerra Fredda.
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha risposto con un rapporto dai toni inusualmente diretti: “The Security We Need: Rebalancing Military Spending for a Sustainable and Peaceful Future”. Il documento, che si avvale dei dati del SIPRI, chiede esplicitamente un cambio di priorità globali. A Bruxelles e a Washington, però, nessuno sembra ascoltare.
Chi paga il conto: l’Italia e il paradosso dei 400 miliardi
Per l’Italia, il calcolo è brutale. Raggiungere l’obiettivo del 5% del PIL comporterebbe un costo aggiuntivo di circa 40 miliardi di euro all’anno rispetto alle proiezioni attuali — 400 miliardi di differenziale nell’arco di dieci anni, una cifra che supera l’intero PIL di paesi come il Belgio o l’Irlanda. In termini pro capite, ogni italiano dovrebbe contribuire con circa 650 euro in più all’anno; per una famiglia di quattro persone si tratterebbe di oltre 2.600 euro annui aggiuntivi, che si tradurrebbero inevitabilmente in maggiori tasse o tagli drastici ad altre voci di spesa pubblica.
Dove andrebbero a finire questi soldi? Certamente non nelle corsie degli ospedali pubblici. I 40 miliardi annui aggiuntivi equivalgono al budget combinato di diversi ministeri: più di quanto l’Italia spende oggi per l’università e la ricerca, quasi quanto destina all’istruzione, o pari all’intero Fondo sanitario nazionale di alcune regioni del Sud. Il passaggio da 34 a 145 miliardi di euro annui entro il 2035 comporta tagli potenziali al welfare stimabili fino al 57% della spesa attuale per l’istruzione — una cifra che fa venire i brividi, e che non compare in nessun dibattito parlamentare degno di questo nome.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha già fornito, involontariamente, la prova di questa contabilità perversa, lasciando intendere in sede europea che accettare l’invito ad aumentare la spesa per la difesa avrebbe reso impossibile l’uscita dalla procedura d’infrazione. Traduzione: il riarmo è incompatibile con i conti pubblici già in difficoltà. Ma si procede lo stesso.
Il piano ReArm Europe: 800 miliardi e nessun voto popolare
Il piano ReArm Europe, proposto da Ursula von der Leyen e approvato dal Parlamento europeo nel marzo 2025, prevede investimenti per 800 miliardi di euro entro il 2030 per coordinare acquisti di armi, rafforzare i sistemi di approvvigionamento e consolidare la cosiddetta “sovranità industriale”. Il voto parlamentare — 419 favorevoli, 204 contrari, 46 astenuti — ha prodotto una risoluzione “non vincolante”. Una formula tecnica che vale la pena sottolineare. Nessun referendum, nessuna consultazione popolare, nessun mandato esplicito dei cittadini europei per una trasformazione di questa portata storica.
L’Unione Europea ha già messo in campo risorse proprie per il riarmo nell’ordine dei 500 miliardi di euro: 150 miliardi per lo strumento SAFE (Security Action For Europe), 100 miliardi attraverso la Banca europea per gli investimenti, 93 miliardi dirottati dal Recovery Fund e — dettaglio che merita attenzione — 144 miliardi sottratti al Fondo europeo di sviluppo regionale, originariamente destinato alla coesione sociale e alla riduzione delle disuguaglianze territoriali.
Quest’ultimo trasferimento è emblematico. Fondi nati per sostenere le aree più fragili del continente, per finanziare infrastrutture nelle periferie dimenticate d’Europa, vengono reindirizzati verso la produzione di armamenti. È, letteralmente, la spesa sociale trasformata in proiettili.
L’industria bellica esulta. I cittadini aspettano.
Non tutti perdono in questo scenario. L’accelerazione del riarmo ha trascinato verso l’alto le quotazioni borsistiche dei grandi produttori di armi — Lockheed Martin, Rheinmetall, RTX (ex Raytheon), Northrop Grumman — con ricavi e dividendi ai massimi storici. Dal 2022, tutte le principali aziende occidentali del settore hanno visto gonfiarsi i portafogli ordini in modo strutturale. In Europa, i principali azionisti di queste aziende sono spesso gli stessi Stati che le finanziano con contratti pubblici: un conflitto d’interessi sistemico che nessun commissario europeo sembra disposto a nominare ad alta voce.
C’è qualcosa di profondamente disturbante in questo meccanismo. Le risorse pubbliche — tasse pagate da lavoratori, pensionati, famiglie — vengono trasferite, attraverso contratti militari, a società private quotate in borsa i cui azionisti incassano dividendi crescenti proprio mentre i servizi pubblici vengono erosi. Non è difesa collettiva: è redistribuzione verso l’alto con la giustificazione della sicurezza nazionale.
Il trade-off silenzioso: armi contro diritti
Gli analisti più attenti stanno cominciando a mettere nero su bianco ciò che la retorica ufficiale sorvola sistematicamente. In Europa, per la prima volta nella storia recente, il numero di persone con più di 65 anni ha superato quello degli under 15 — con un’intensificazione strutturale della pressione su pensioni e sanità. Questo avviene proprio nel momento in cui i governi vengono spinti a tagliare i costi sociali per finanziare la difesa, in un contesto di rapporti debito/PIL già critici in tutto il continente.
L’analisi statistica elaborata da SIPRI e dall’IPI Global Observatory è impietosa: nei paesi a reddito medio-basso, ogni punto percentuale di PIL spostato verso la spesa militare corrisponde a una riduzione pressoché equivalente della spesa sanitaria. Ma anche nei paesi più ricchi, le risorse aggiuntive destinate al riarmo — attraverso tasse o debito — non vengono utilizzate per sanità o istruzione. Il trade-off è reale, anche quando non viene dichiarato esplicitamente.
Il rapporto ONU presentato nel settembre 2025 sfida frontalmente l’assunzione prevalente nel discorso politico occidentale — che livelli crescenti di armamento conducano automaticamente a pace e sicurezza — e chiede un riequilibrio delle priorità verso la prevenzione dei conflitti e lo sviluppo sostenibile. Una voce autorevole, ignorata con sistematica efficienza dai palazzi del potere europeo.
La domanda che nessuno pone: questa minaccia giustifica davvero tutto?
La domanda centrale non può essere elusa: la Russia rappresenta oggi una minaccia così imminente da rendere necessario un riarmo di questa portata, o piuttosto alcuni paesi europei stanno sfruttando il clima di insicurezza per rispondere a gravi difficoltà interne, rilanciando le proprie economie attraverso una strategia rischiosa? È una domanda legittima, non una concessione al pacifismo ingenuo.
Perché anche gli analisti meno critici del riarmo ammettono le contraddizioni del sistema. Il caso della Gran Bretagna è emblematico: con una spesa militare cresciuta fino al 2,3% del PIL nel 2025, Londra ha dovuto radiare cinquanta aerei da combattimento Typhoon, 30 elicotteri, 55 droni e 5 navi militari, ritrovandosi con il livello minimo di effettivi militari dall’epoca delle guerre napoleoniche. Spendere di più, in un settore in cui i costi di produzione di armi e munizioni sono raddoppiati tra il 2021 e il 2024, non significa acquistare più capacità. Significa semplicemente pagare di più per lo stesso — o meno.
Una vittoria di Trump, non dell’Europa
C’è un’ironia amara in tutto questo. L’accelerazione del riarmo europeo viene spesso presentata come una risposta all’unilateralismo americano, come il fondamento di una tanto decantata “autonomia strategica”. Ma i dati raccontano una storia diversa. L’obiettivo del 5% è, prima di tutto, una vittoria politica di Donald Trump, che nelle settimane precedenti il vertice dell’Aia aveva preteso esattamente quell’impegno con la sua consueta arroganza transazionale. E un enorme affare per l’industria bellica americana: tra il 2020 e il 2024, gli Stati Uniti hanno fornito il 64% delle armi importate dai membri europei della NATO — una quota di gran lunga superiore al periodo precedente.
L’Europa si riarma acquistando prevalentemente armi americane, mentre Washington riduce il proprio impegno diretto nella difesa del continente. L’autonomia strategica, in questo contesto, è un ossimoro che serve soprattutto a rendere politicamente digeribile il trasferimento di miliardi di euro verso l’industria bellica d’oltreoceano.
Conclusione: la pace non si costruisce con i proiettili
C’è una vulgata che vuole il riarmo come prerequisito della pace. Si vis pacem, para bellum. È un principio antico, e non privo di una sua logica interna. Ma in un continente che ha costruito la propria identità post-bellica proprio sul superamento di quella logica — sull’idea che la cooperazione economica e il diritto internazionale fossero strumenti di pace più efficaci delle divisioni corazzate — la sua riesumazione acritica meriterebbe almeno un dibattito autentico, trasparente, democratico.
ReArm Europe è frutto di scelte che rischiano di proiettare l’Europa verso un futuro sempre più incerto, nel quale la sicurezza militare viene perseguita a scapito della coesione sociale e della legittimità democratica delle decisioni politiche. Lo spostamento massiccio di fondi verso la militarizzazione sta già esacerbando le tensioni globali, alimentando l’instabilità geopolitica e minando gli sforzi per una risoluzione pacifica dei conflitti. Più si spinge l’acceleratore sul riarmo, più il mondo assiste a escalation difficili da controllare.
I proiettili non curano i malati. Le bombe non costruiscono scuole. I fondi dirottati dal welfare non tornano indietro facilmente. E le guerre — come la storia ha dimostrato mille volte — si concludono sempre a un tavolo diplomatico. La domanda è quante vite costerà arrivarci, e chi avrà pagato il conto nel frattempo.
NATO e riarmo: quando i proiettili costano più dei diritti sociali

