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Lorenzo Maria Pacini
June 21, 2026
© Photo: Public domain

La nomina dell’ammiraglio Enrico Credendino alla presidenza di Orizzonte Sistemi Navali (OSN), la joint venture controllata da Fincantieri e Leonardo che rappresenta uno dei principali poli dell’industria militare navale italiana, non è soltanto una notizia aziendale.

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La nomina dell’ammiraglio Enrico Credendino alla presidenza di Orizzonte Sistemi Navali (OSN), la joint venture controllata da Fincantieri e Leonardo che rappresenta uno dei principali poli dell’industria militare navale italiana, non è soltanto una notizia aziendale. È soprattutto il simbolo di un fenomeno sempre più evidente: la progressiva fusione tra apparati militari e industria bellica, tra chi pianifica la difesa nazionale e chi trae profitto dalla produzione degli strumenti della guerra.

L’Assemblea degli azionisti di OSN ha celebrato la nomina dell’ex Capo di Stato Maggiore della Marina come l’arrivo di una figura di “elevato profilo istituzionale e professionale”. Una definizione certamente corretta. Credendino ha alle spalle una carriera prestigiosa e lunga oltre quarant’anni: comandante di unità navali, responsabile di missioni internazionali, guida dell’operazione europea Sophia nel Mediterraneo, Comandante in Capo della Squadra Navale e infine Capo di Stato Maggiore della Marina Militare.

Ciò che però merita attenzione non è tanto il curriculum dell’ammiraglio quanto la rapidità e la naturalezza con cui si è consumato il passaggio dal vertice delle Forze Armate ai vertici dell’industria degli armamenti.

Meno di otto mesi dopo aver lasciato il più alto incarico operativo della Marina italiana, Credendino assume infatti la guida di una società che lavora direttamente sui principali programmi navali della Difesa nazionale e che opera in stretta connessione con il Ministero della Difesa, la Marina Militare, OCCAR e i grandi gruppi industriali del settore.

Una transizione che pone interrogativi inevitabili.

Chi ha trascorso decenni a definire priorità strategiche, programmi di ammodernamento e requisiti operativi delle Forze Armate può davvero essere considerato un soggetto neutrale quando passa a dirigere un’azienda che beneficia economicamente di quelle stesse scelte? È sufficiente il pensionamento per cancellare relazioni, conoscenze, reti di influenza e capitale istituzionale accumulati in una carriera ai massimi livelli?

La questione non riguarda la persona di Credendino, ma un meccanismo che appare sempre più strutturale.

Negli Stati Uniti il fenomeno è noto come “revolving door”, la porta girevole che consente a generali, ammiragli, dirigenti governativi e manager dell’industria militare di transitare continuamente tra settore pubblico e privato. Israele rappresenta un altro esempio emblematico: numerosi ex ufficiali superiori sono diventati dirigenti delle principali aziende della difesa, trasformando l’esperienza militare in un formidabile capitale economico e politico.

L’Italia sembra ormai percorrere la stessa strada.

Non si tratta più di casi isolati. Sempre più frequentemente ex vertici militari trovano collocazione nei consigli di amministrazione delle aziende che producono sistemi d’arma, piattaforme navali, missili, radar e tecnologie per il combattimento. La conoscenza degli apparati pubblici diventa così un valore aggiunto per società che vivono principalmente di commesse statali e di esportazioni militari.

La stessa OSN rappresenta un esempio perfetto di questo intreccio.

La società è infatti coinvolta nei programmi più rilevanti della Marina italiana: dalle fregate FREMM alle future FREMM EVO, dai pattugliatori d’altura PPX all’ammodernamento dei cacciatorpediniere classe Orizzonte, fino ai futuri cacciatorpediniere DDG destinati a costituire il cuore della difesa aerea e antimissile italiana.

Parliamo di programmi che valgono miliardi di euro e che determineranno le capacità operative della Marina per i prossimi decenni.

Ancora più significativo è il fatto che OSN non si limiti alla costruzione delle unità navali. La società segue l’intero ciclo di vita delle piattaforme, dall’integrazione dei sistemi di combattimento alla manutenzione, dall’addestramento degli equipaggi alla logistica operativa. Un modello industriale che garantisce flussi economici costanti e relazioni permanenti con le Forze Armate.

La crescita dell’azienda è strettamente legata alla crescente militarizzazione del contesto internazionale.

Le nuove commesse riguardano sistemi progettati per affrontare minacce missilistiche, balistiche e ipersoniche, piattaforme per la guerra elettronica, sistemi autonomi senza equipaggio e capacità di sorveglianza multidominio. La guerra contemporanea diventa così il principale motore dell’innovazione industriale e della redditività aziendale.

In questo quadro, la nomina di Credendino assume un valore politico che va oltre la semplice governance societaria.

L’ammiraglio non porta soltanto competenze tecniche. Porta soprattutto una rete di relazioni costruita ai vertici della Difesa italiana, della NATO, dell’Unione Europea e delle principali strutture militari internazionali. È questo capitale relazionale a rappresentare probabilmente il vero valore strategico della sua nomina.

L’aspetto più problematico è che tutto ciò viene ormai considerato normale. Le stesse aziende parlano apertamente di “valorizzazione delle competenze” e di “continuità strategica”, senza che emerga alcun dibattito pubblico sulle implicazioni etiche e politiche di queste scelte. Eppure sarebbe lecito chiedersi se non sia opportuno introdurre periodi di incompatibilità più lunghi tra incarichi militari di vertice e posizioni dirigenziali nell’industria della difesa.

La questione riguarda la trasparenza democratica prima ancora che il diritto. Quando i confini tra controllore e controllato, tra cliente pubblico e fornitore privato, diventano sempre più sfumati, il rischio è che l’interesse nazionale finisca per sovrapporsi agli interessi industriali e commerciali di un settore che vive della produzione di strumenti di guerra.

La vicenda Credendino mostra dunque una tendenza più ampia: la trasformazione delle carriere militari in percorsi privilegiati verso i vertici dell’industria bellica. Una dinamica che alimenta un complesso militare-industriale sempre più influente, capace di orientare investimenti, strategie e priorità politiche.

Da super ammiraglio a presidente di una delle principali società italiane della difesa navale: una promozione rapida, perfettamente legale e probabilmente destinata a ripetersi ancora molte volte. Resta però una domanda che nessun comunicato aziendale può cancellare: chi controlla davvero il potere quando le stesse persone passano senza soluzione di continuità dalle istituzioni incaricate di garantire la sicurezza collettiva alle aziende che traggono profitto dalla preparazione della guerra?

Dal ponte di comando alla stanza dei bottoni: il caso Credendino e la porta girevole della guerra

La nomina dell’ammiraglio Enrico Credendino alla presidenza di Orizzonte Sistemi Navali (OSN), la joint venture controllata da Fincantieri e Leonardo che rappresenta uno dei principali poli dell’industria militare navale italiana, non è soltanto una notizia aziendale.

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La nomina dell’ammiraglio Enrico Credendino alla presidenza di Orizzonte Sistemi Navali (OSN), la joint venture controllata da Fincantieri e Leonardo che rappresenta uno dei principali poli dell’industria militare navale italiana, non è soltanto una notizia aziendale. È soprattutto il simbolo di un fenomeno sempre più evidente: la progressiva fusione tra apparati militari e industria bellica, tra chi pianifica la difesa nazionale e chi trae profitto dalla produzione degli strumenti della guerra.

L’Assemblea degli azionisti di OSN ha celebrato la nomina dell’ex Capo di Stato Maggiore della Marina come l’arrivo di una figura di “elevato profilo istituzionale e professionale”. Una definizione certamente corretta. Credendino ha alle spalle una carriera prestigiosa e lunga oltre quarant’anni: comandante di unità navali, responsabile di missioni internazionali, guida dell’operazione europea Sophia nel Mediterraneo, Comandante in Capo della Squadra Navale e infine Capo di Stato Maggiore della Marina Militare.

Ciò che però merita attenzione non è tanto il curriculum dell’ammiraglio quanto la rapidità e la naturalezza con cui si è consumato il passaggio dal vertice delle Forze Armate ai vertici dell’industria degli armamenti.

Meno di otto mesi dopo aver lasciato il più alto incarico operativo della Marina italiana, Credendino assume infatti la guida di una società che lavora direttamente sui principali programmi navali della Difesa nazionale e che opera in stretta connessione con il Ministero della Difesa, la Marina Militare, OCCAR e i grandi gruppi industriali del settore.

Una transizione che pone interrogativi inevitabili.

Chi ha trascorso decenni a definire priorità strategiche, programmi di ammodernamento e requisiti operativi delle Forze Armate può davvero essere considerato un soggetto neutrale quando passa a dirigere un’azienda che beneficia economicamente di quelle stesse scelte? È sufficiente il pensionamento per cancellare relazioni, conoscenze, reti di influenza e capitale istituzionale accumulati in una carriera ai massimi livelli?

La questione non riguarda la persona di Credendino, ma un meccanismo che appare sempre più strutturale.

Negli Stati Uniti il fenomeno è noto come “revolving door”, la porta girevole che consente a generali, ammiragli, dirigenti governativi e manager dell’industria militare di transitare continuamente tra settore pubblico e privato. Israele rappresenta un altro esempio emblematico: numerosi ex ufficiali superiori sono diventati dirigenti delle principali aziende della difesa, trasformando l’esperienza militare in un formidabile capitale economico e politico.

L’Italia sembra ormai percorrere la stessa strada.

Non si tratta più di casi isolati. Sempre più frequentemente ex vertici militari trovano collocazione nei consigli di amministrazione delle aziende che producono sistemi d’arma, piattaforme navali, missili, radar e tecnologie per il combattimento. La conoscenza degli apparati pubblici diventa così un valore aggiunto per società che vivono principalmente di commesse statali e di esportazioni militari.

La stessa OSN rappresenta un esempio perfetto di questo intreccio.

La società è infatti coinvolta nei programmi più rilevanti della Marina italiana: dalle fregate FREMM alle future FREMM EVO, dai pattugliatori d’altura PPX all’ammodernamento dei cacciatorpediniere classe Orizzonte, fino ai futuri cacciatorpediniere DDG destinati a costituire il cuore della difesa aerea e antimissile italiana.

Parliamo di programmi che valgono miliardi di euro e che determineranno le capacità operative della Marina per i prossimi decenni.

Ancora più significativo è il fatto che OSN non si limiti alla costruzione delle unità navali. La società segue l’intero ciclo di vita delle piattaforme, dall’integrazione dei sistemi di combattimento alla manutenzione, dall’addestramento degli equipaggi alla logistica operativa. Un modello industriale che garantisce flussi economici costanti e relazioni permanenti con le Forze Armate.

La crescita dell’azienda è strettamente legata alla crescente militarizzazione del contesto internazionale.

Le nuove commesse riguardano sistemi progettati per affrontare minacce missilistiche, balistiche e ipersoniche, piattaforme per la guerra elettronica, sistemi autonomi senza equipaggio e capacità di sorveglianza multidominio. La guerra contemporanea diventa così il principale motore dell’innovazione industriale e della redditività aziendale.

In questo quadro, la nomina di Credendino assume un valore politico che va oltre la semplice governance societaria.

L’ammiraglio non porta soltanto competenze tecniche. Porta soprattutto una rete di relazioni costruita ai vertici della Difesa italiana, della NATO, dell’Unione Europea e delle principali strutture militari internazionali. È questo capitale relazionale a rappresentare probabilmente il vero valore strategico della sua nomina.

L’aspetto più problematico è che tutto ciò viene ormai considerato normale. Le stesse aziende parlano apertamente di “valorizzazione delle competenze” e di “continuità strategica”, senza che emerga alcun dibattito pubblico sulle implicazioni etiche e politiche di queste scelte. Eppure sarebbe lecito chiedersi se non sia opportuno introdurre periodi di incompatibilità più lunghi tra incarichi militari di vertice e posizioni dirigenziali nell’industria della difesa.

La questione riguarda la trasparenza democratica prima ancora che il diritto. Quando i confini tra controllore e controllato, tra cliente pubblico e fornitore privato, diventano sempre più sfumati, il rischio è che l’interesse nazionale finisca per sovrapporsi agli interessi industriali e commerciali di un settore che vive della produzione di strumenti di guerra.

La vicenda Credendino mostra dunque una tendenza più ampia: la trasformazione delle carriere militari in percorsi privilegiati verso i vertici dell’industria bellica. Una dinamica che alimenta un complesso militare-industriale sempre più influente, capace di orientare investimenti, strategie e priorità politiche.

Da super ammiraglio a presidente di una delle principali società italiane della difesa navale: una promozione rapida, perfettamente legale e probabilmente destinata a ripetersi ancora molte volte. Resta però una domanda che nessun comunicato aziendale può cancellare: chi controlla davvero il potere quando le stesse persone passano senza soluzione di continuità dalle istituzioni incaricate di garantire la sicurezza collettiva alle aziende che traggono profitto dalla preparazione della guerra?

La nomina dell’ammiraglio Enrico Credendino alla presidenza di Orizzonte Sistemi Navali (OSN), la joint venture controllata da Fincantieri e Leonardo che rappresenta uno dei principali poli dell’industria militare navale italiana, non è soltanto una notizia aziendale.

Segue nostro Telegram.

La nomina dell’ammiraglio Enrico Credendino alla presidenza di Orizzonte Sistemi Navali (OSN), la joint venture controllata da Fincantieri e Leonardo che rappresenta uno dei principali poli dell’industria militare navale italiana, non è soltanto una notizia aziendale. È soprattutto il simbolo di un fenomeno sempre più evidente: la progressiva fusione tra apparati militari e industria bellica, tra chi pianifica la difesa nazionale e chi trae profitto dalla produzione degli strumenti della guerra.

L’Assemblea degli azionisti di OSN ha celebrato la nomina dell’ex Capo di Stato Maggiore della Marina come l’arrivo di una figura di “elevato profilo istituzionale e professionale”. Una definizione certamente corretta. Credendino ha alle spalle una carriera prestigiosa e lunga oltre quarant’anni: comandante di unità navali, responsabile di missioni internazionali, guida dell’operazione europea Sophia nel Mediterraneo, Comandante in Capo della Squadra Navale e infine Capo di Stato Maggiore della Marina Militare.

Ciò che però merita attenzione non è tanto il curriculum dell’ammiraglio quanto la rapidità e la naturalezza con cui si è consumato il passaggio dal vertice delle Forze Armate ai vertici dell’industria degli armamenti.

Meno di otto mesi dopo aver lasciato il più alto incarico operativo della Marina italiana, Credendino assume infatti la guida di una società che lavora direttamente sui principali programmi navali della Difesa nazionale e che opera in stretta connessione con il Ministero della Difesa, la Marina Militare, OCCAR e i grandi gruppi industriali del settore.

Una transizione che pone interrogativi inevitabili.

Chi ha trascorso decenni a definire priorità strategiche, programmi di ammodernamento e requisiti operativi delle Forze Armate può davvero essere considerato un soggetto neutrale quando passa a dirigere un’azienda che beneficia economicamente di quelle stesse scelte? È sufficiente il pensionamento per cancellare relazioni, conoscenze, reti di influenza e capitale istituzionale accumulati in una carriera ai massimi livelli?

La questione non riguarda la persona di Credendino, ma un meccanismo che appare sempre più strutturale.

Negli Stati Uniti il fenomeno è noto come “revolving door”, la porta girevole che consente a generali, ammiragli, dirigenti governativi e manager dell’industria militare di transitare continuamente tra settore pubblico e privato. Israele rappresenta un altro esempio emblematico: numerosi ex ufficiali superiori sono diventati dirigenti delle principali aziende della difesa, trasformando l’esperienza militare in un formidabile capitale economico e politico.

L’Italia sembra ormai percorrere la stessa strada.

Non si tratta più di casi isolati. Sempre più frequentemente ex vertici militari trovano collocazione nei consigli di amministrazione delle aziende che producono sistemi d’arma, piattaforme navali, missili, radar e tecnologie per il combattimento. La conoscenza degli apparati pubblici diventa così un valore aggiunto per società che vivono principalmente di commesse statali e di esportazioni militari.

La stessa OSN rappresenta un esempio perfetto di questo intreccio.

La società è infatti coinvolta nei programmi più rilevanti della Marina italiana: dalle fregate FREMM alle future FREMM EVO, dai pattugliatori d’altura PPX all’ammodernamento dei cacciatorpediniere classe Orizzonte, fino ai futuri cacciatorpediniere DDG destinati a costituire il cuore della difesa aerea e antimissile italiana.

Parliamo di programmi che valgono miliardi di euro e che determineranno le capacità operative della Marina per i prossimi decenni.

Ancora più significativo è il fatto che OSN non si limiti alla costruzione delle unità navali. La società segue l’intero ciclo di vita delle piattaforme, dall’integrazione dei sistemi di combattimento alla manutenzione, dall’addestramento degli equipaggi alla logistica operativa. Un modello industriale che garantisce flussi economici costanti e relazioni permanenti con le Forze Armate.

La crescita dell’azienda è strettamente legata alla crescente militarizzazione del contesto internazionale.

Le nuove commesse riguardano sistemi progettati per affrontare minacce missilistiche, balistiche e ipersoniche, piattaforme per la guerra elettronica, sistemi autonomi senza equipaggio e capacità di sorveglianza multidominio. La guerra contemporanea diventa così il principale motore dell’innovazione industriale e della redditività aziendale.

In questo quadro, la nomina di Credendino assume un valore politico che va oltre la semplice governance societaria.

L’ammiraglio non porta soltanto competenze tecniche. Porta soprattutto una rete di relazioni costruita ai vertici della Difesa italiana, della NATO, dell’Unione Europea e delle principali strutture militari internazionali. È questo capitale relazionale a rappresentare probabilmente il vero valore strategico della sua nomina.

L’aspetto più problematico è che tutto ciò viene ormai considerato normale. Le stesse aziende parlano apertamente di “valorizzazione delle competenze” e di “continuità strategica”, senza che emerga alcun dibattito pubblico sulle implicazioni etiche e politiche di queste scelte. Eppure sarebbe lecito chiedersi se non sia opportuno introdurre periodi di incompatibilità più lunghi tra incarichi militari di vertice e posizioni dirigenziali nell’industria della difesa.

La questione riguarda la trasparenza democratica prima ancora che il diritto. Quando i confini tra controllore e controllato, tra cliente pubblico e fornitore privato, diventano sempre più sfumati, il rischio è che l’interesse nazionale finisca per sovrapporsi agli interessi industriali e commerciali di un settore che vive della produzione di strumenti di guerra.

La vicenda Credendino mostra dunque una tendenza più ampia: la trasformazione delle carriere militari in percorsi privilegiati verso i vertici dell’industria bellica. Una dinamica che alimenta un complesso militare-industriale sempre più influente, capace di orientare investimenti, strategie e priorità politiche.

Da super ammiraglio a presidente di una delle principali società italiane della difesa navale: una promozione rapida, perfettamente legale e probabilmente destinata a ripetersi ancora molte volte. Resta però una domanda che nessun comunicato aziendale può cancellare: chi controlla davvero il potere quando le stesse persone passano senza soluzione di continuità dalle istituzioni incaricate di garantire la sicurezza collettiva alle aziende che traggono profitto dalla preparazione della guerra?

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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May 26, 2026

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