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Stefano Vernole
November 2, 2026
© SCF

La schiacciante vittoria della Lista organizzata dagli Studenti alle elezioni parlamentari in Serbia, suscita numerosi interrogativi.

Segue nostro Telegram.

Innanzitutto, quale sarà l’azione in politica estera dei vincitori? Appoggiata da sostenitori di diverso orientamento politico ma accomunati dall’ostilità verso il padre-padrone del Paese, Aleksandar Vucic, gli studenti e i loro sostenitori hanno accuratamente evitato di portare in piazza bandiere dell’Unione Europea che avrebbero costituito motivo di divisione, mentre erano ben visibili i simboli del tradizionale patriottismo serbo.

Se è estremamente difficile capire quale sarà il futuro del Paese dopo una vittoria che costituisce una sorpresa solo per quanti non avevano compreso le reali dinamiche interne serbe, è sicuramente più semplice per ora tracciare un breve bilancio dell’era Vucic.

Dopo un significativo passato politico nel Partito Radicale Serbo di Seselj e Nikolic, Vucic aveva stretto circa 15 anni fa un accordo con le Ambasciate inglese e statunitensi a Belgrado, accreditandosi come il leader nazionalista capace di portare però la Serbia verso l’Occidente. Tuttavia, le evidenti contraddizioni emerse nella sua politica ne hanno scandito i passi sempre più incerti, finendo per scontentare sia l’ala patriottica filo-russa sia quella filo-europea.

Se corruzione e clientelismo sono le accuse che gli vengono maggiormente rivolte, gli ultimi 5 anni di politica estera schizofrenica ne hanno incrinato definitivamente il consenso.

Incapace di prendere una linea precisa, l’ex Presidente serbo ha provato a districarsi tra rapporti con i Paesi arabi e Israele, tra Bruxelles, Washington, Mosca e Pechino senza convincere davvero nessuno. Il sostegno ricevuto per le sacche di benessere nel Paese che la sua politica economica ha indubbiamente creato per i gruppi di potere amici in alcune zone non ha compensato le evidenti disparità sociali che ha poi provocato nel resto della Serbia.

La Serbia non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo e Metohija come vorrebbe l’Unione Europea ma nemmeno lo ha difeso dalla progressiva albanesizzazione che avanza anche nel Nord della provincia.

Belgrado non ha applicato sanzioni alla Russia ma nemmeno ha evitato l’esportazione di circa 800 milioni di euro in munizioni e armamenti destinati indirettamente all’Ucraina.

Quando ha capito di essere realmente “solo”, Vucic ha provato a rimescolare le carte agganciandosi al carro trumpiano e israeliano, rivendicando però i suoi legami con Mosca.

Dopo la firma di una dichiarazione congiunta di cooperazione in materia di Difesa da parte di Albania, Croazia e Kosovo, Belgrado ha siglato un patto militare insieme a Budapest ma la sconfitta elettorale dell’altrettanto ‘equilibrista’ Orban lo ha reso inefficace.

In Bosnia Erzegovina Vucic ha appoggiato Dodik fingendo la tutela degli interessi nazionali serbi, eppure sapeva benissimo che il piano statunitense per la regione prevede di ristrutturare la regione costituendo una federazione civica con alcuni punti fondamentali: un Piano Marshall per i Balcani; una narrazione condivisa sul passato e la riconciliazione tra le diverse componenti nazionali; una revisione della sicurezza attraverso una forza unificata (al contrario di quanto vorrebbe Banja Luka); un ancoraggio internazionale per un percorso di adesione all’Unione Europea. Secondo questo programma stilato a Washington, la Turchia diverrebbe il custode dei confini esterni dei Balcani e il garante della sovranità della Bosnia Erzegovina.

Appoggiando Vucic e Dodik, gli Stati Uniti vorrebbero costruire un gasdotto in Bosnia, il Southern Interconnection, che pomperebbe gas liquefatto dal terminale di Krk (Veglia) in Croazia, per affrancare la regione dal gas russo; l’appalto è stato affidato ad una società sconosciuta, AAFS, guidata dall’avvocato personale di Trump, Jesse Binnal e da Joe Flynn, fratello dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’Amministrazione presidenziale a stelle e strisce[1].

Vucic dice che gli studenti romperanno i rapporti con Mosca ma sotto la sua presidenza non ha fatto nulla per mantenerli vivi, se si esclude il “corteggiamento” dell’Ambasciatore russo a Belgrado.

NIS Petroleum, l’unica raffineria di petrolio in Serbia – soggetta a sanzioni da parte degli Stati Uniti a causa della sua proprietà russa – aveva richiesto una licenza speciale al Dipartimento del Tesoro statunitense per poter continuare le proprie attività oltre il 30 ottobre, data di scadenza dell’attuale autorizzazione, evidenziando come il regolare funzionamento della sua raffineria – situata nella città settentrionale di Pančevo e dotata di una capacità di 4,8 milioni di tonnellate annue – fosse fondamentale per preservare la stabilità energetica della Serbia.

Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha imposto sanzioni contro NIS nel gennaio 2025, nell’ambito di un più ampio pacchetto di misure mirate al settore energetico russo in risposta alla guerra tra Mosca e Kiev. Il Tesoro USA ha richiesto l’uscita completa dei proprietari russi dall’assetto azionario della compagnia, perché il 44,85% di NIS è detenuto da Gazprom Neft. Il Governo serbo detiene una quota del 29,87%, mentre la società ‘Intelligence’ – con sede a San Pietroburgo e indirettamente controllata da Gazprom – ne possiede l’11,3%. La parte restante appartiene a diversi azionisti di minoranza. A gennaio 2026, il gruppo ungherese di petrolio e gas MOL ha firmato un accordo preliminare vincolante con Gazprom Neft per l’acquisizione della quota del 56,15% in mano russa in NIS. L’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro statunitense ha inizialmente prorogato il termine entro cui MOL poteva concludere le trattative per l’acquisizione della maggioranza di NIS, parallelamente al rinnovo delle licenze operative della società.

A giugno, la Serbia e MOL hanno siglato un accordo – subordinato al perfezionamento dell’acquisizione della quota di maggioranza in NIS da parte di MOL – che prevede l’acquisto di un’ulteriore partecipazione del 5% in NIS da parte dello Stato serbo e garantisce che la raffineria di Pančevo continui a operare per almeno i prossimi dieci anni, mantenendo la stessa capacità produttiva registrata nei quattro anni precedenti l’introduzione delle sanzioni statunitensi. Oltre alla Serbia, NIS è infatti attiva in Bosnia-Erzegovina, Bulgaria e Romania, possiede 384 punti vendita attivi, 327 dei quali situati in Serbia e impiega oltre 13.500 persone.

Dopo alcuni mesi di rinvii, le sanzioni statunitensi contro la Naftna Industrija Srbije (NIS) sono però entrate in vigore lo scorso 10 ottobre. Il Jadranski Naftovod (oleodotto Janaf) ha annunciato che, a causa dell’entrata in vigore delle sanzioni di Washington nei confronti di NIS, “cessa la possibilità di proseguire con le attività contrattuali in corso”. La compagnia petrolifera serba NIS è stata così venduta al gruppo energetico ungherese MOL. L’accordo per la cessione della quota di maggioranza (pari al 56,15%), precedentemente in mano ai russi di Gazprom e Gazprom Neft, è stato firmato ufficialmente il 20 ottobre 2026.

Eppure Vucic aveva fatto di tutto per accattivarsi le simpatie degli USA. Nel dicembre 2025, a causa delle proteste popolari, era saltato il progetto della Trump Tower, il megahotel che in barba a norme urbanistiche e di tutela di beni culturali il genero del presidente Usa Trump, Jared Kushner, progettava di far sorgere sulle macerie dell’ex quartier generale dell’esercito jugoslavo a Belgrado, edificio distrutto dai bombardamenti della NATO nel 1999 e mai ricostruito perchè rimanga come ricordo dell’aggressione atlantista.

“Gli americani sono persone intelligenti … cercano una maggiore influenza”, aveva comunque affermato Vucic. “Dobbiamo mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti e spero di avviare questo dialogo strategico. Secondo Vučić, la seconda presidenza Trump rappresenta “un cambiamento notevole” rispetto al primo mandato. “Questa volta sono ancora più concentrati su questioni di natura commerciale e molto propensi a portare in Serbia investitori, sia in ambito finanziario che in altri settori”. Vučić aveva indicato il settore energetico serbo – a lungo dominato dalla Russia – come un ambito ideale per gli investimenti statunitensi. “Attraverso il settore energetico, gli americani possono esercitare un impatto e un’influenza concreti negli anni e nei decenni a venire”, ha spiegato. Ha citato, a tal proposito, i piani per una centrale idroelettrica da svariati miliardi di dollari sul Danubio e per un grande centro dati nel sud-ovest della Serbia, alimentato da fonti di energia rinnovabile.

“Gli americani sono gli unici in grado di risolvere tutte le questioni”, aveva aggiunto, sostenendo che i suoi legami di lunga data con Trump — essendo uno dei pochi leader europei ancora in carica dai tempi del primo mandato dell’ex presidente — e la sua capacità di attrarre investimenti statunitensi lo avrebbero aiutato a mantenere la Serbia su un percorso di crescita e a restare al potere[2].

Naturalmente non voleva scontentare nemmeno gli europei: “Vučić ha definito l’episodio dell’hotel Trump ‘un mio grande fallimento’, ammettendo di aver sottovalutato la determinazione dell’Europa a opporsi a una maggiore presenza commerciale statunitense nella regione. ‘Non avevo capito quanto fosse importante, per l’Europa, dimostrare agli americani chi è il vero padrone nel continente’, ha osservato. L’UE, ha aggiunto, ‘sta tutelando i propri interessi. Credete davvero che sarebbero entusiasti di vedere gli investitori americani prendere il loro posto qui?’ …”.

Per non farsi mancare nulla, il quotidiano Haaretz ha rivelato l’importanza del guru israeliano del marketing, Sruluk Ajnhorn, che risiede a Belgrado per la campagna di pubbliche relazioni di Vucic. Sarebbe anche coinvolto nell’esportazione di munizioni serbe in Israele (Tel Aviv ha poi aperto una fabbrica di droni in Serbia). L’obiettivo di Ajnhorn era migliorare l’immagine di Vucic presso l’opinione pubblica statunitense, anche Democratica, oltre che di aumentarne il sostegno interno[3].

Cosa poteva andare storto?

____

[1] I consiglieri politici di Donald Trump, James Blair e Chris LaCivita, sarebbero stati pagati centinaia di migliaia di dollari (tramite uno studio legale di Washington e all’interno di un’operazione di lobbying da oltre 4 milioni di dollari finanziata dalla Republika Srpska a partire dal 2025) per fornire consulenze al partito e alle autorità del leader serbo-bosniaco Milorad Dodik in vista delle elezioni.

[2] Marton Dunai, Serbia courts US investors despite Trump hotel failure, “Financial Times”, 14 luglio 2026.

[3] Stefano Vernole, Il senso di Vucic per Israele, “Strategic Culture Foundation”, 22 aprile 2025. Lo stesso Milorad Dodik avrebbe speso centinaia di migliaia di dollari per assoldare due consiglieri di Trump in vista delle elezioni generali in Bosnia, senza dimenticare altri soldi pubblici spesi in passato per attività di lobbying a Washington, con l’obiettivo di arrivare alla cancellazione delle sanzioni Usa nei suoi confronti. Dodik avrebbe poi promesso 4 milioni di dollari previsti da un contratto, almeno tre dei quali già versati, per convincere potenze come Israele e Arabia Saudita, oltre agli Stati Uniti, della bontà dell’idea della secessione di Banja Luka da Sarajevo, cfr. Stefano Giantin, Secessione dalla Bosnia: «Milioni per convincere Israele e Arabia Saudita», “ilNordEst”, 14 ottobre 2026.

Vucic e la triste fine dei voltagabbana

La schiacciante vittoria della Lista organizzata dagli Studenti alle elezioni parlamentari in Serbia, suscita numerosi interrogativi.

Segue nostro Telegram.

Innanzitutto, quale sarà l’azione in politica estera dei vincitori? Appoggiata da sostenitori di diverso orientamento politico ma accomunati dall’ostilità verso il padre-padrone del Paese, Aleksandar Vucic, gli studenti e i loro sostenitori hanno accuratamente evitato di portare in piazza bandiere dell’Unione Europea che avrebbero costituito motivo di divisione, mentre erano ben visibili i simboli del tradizionale patriottismo serbo.

Se è estremamente difficile capire quale sarà il futuro del Paese dopo una vittoria che costituisce una sorpresa solo per quanti non avevano compreso le reali dinamiche interne serbe, è sicuramente più semplice per ora tracciare un breve bilancio dell’era Vucic.

Dopo un significativo passato politico nel Partito Radicale Serbo di Seselj e Nikolic, Vucic aveva stretto circa 15 anni fa un accordo con le Ambasciate inglese e statunitensi a Belgrado, accreditandosi come il leader nazionalista capace di portare però la Serbia verso l’Occidente. Tuttavia, le evidenti contraddizioni emerse nella sua politica ne hanno scandito i passi sempre più incerti, finendo per scontentare sia l’ala patriottica filo-russa sia quella filo-europea.

Se corruzione e clientelismo sono le accuse che gli vengono maggiormente rivolte, gli ultimi 5 anni di politica estera schizofrenica ne hanno incrinato definitivamente il consenso.

Incapace di prendere una linea precisa, l’ex Presidente serbo ha provato a districarsi tra rapporti con i Paesi arabi e Israele, tra Bruxelles, Washington, Mosca e Pechino senza convincere davvero nessuno. Il sostegno ricevuto per le sacche di benessere nel Paese che la sua politica economica ha indubbiamente creato per i gruppi di potere amici in alcune zone non ha compensato le evidenti disparità sociali che ha poi provocato nel resto della Serbia.

La Serbia non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo e Metohija come vorrebbe l’Unione Europea ma nemmeno lo ha difeso dalla progressiva albanesizzazione che avanza anche nel Nord della provincia.

Belgrado non ha applicato sanzioni alla Russia ma nemmeno ha evitato l’esportazione di circa 800 milioni di euro in munizioni e armamenti destinati indirettamente all’Ucraina.

Quando ha capito di essere realmente “solo”, Vucic ha provato a rimescolare le carte agganciandosi al carro trumpiano e israeliano, rivendicando però i suoi legami con Mosca.

Dopo la firma di una dichiarazione congiunta di cooperazione in materia di Difesa da parte di Albania, Croazia e Kosovo, Belgrado ha siglato un patto militare insieme a Budapest ma la sconfitta elettorale dell’altrettanto ‘equilibrista’ Orban lo ha reso inefficace.

In Bosnia Erzegovina Vucic ha appoggiato Dodik fingendo la tutela degli interessi nazionali serbi, eppure sapeva benissimo che il piano statunitense per la regione prevede di ristrutturare la regione costituendo una federazione civica con alcuni punti fondamentali: un Piano Marshall per i Balcani; una narrazione condivisa sul passato e la riconciliazione tra le diverse componenti nazionali; una revisione della sicurezza attraverso una forza unificata (al contrario di quanto vorrebbe Banja Luka); un ancoraggio internazionale per un percorso di adesione all’Unione Europea. Secondo questo programma stilato a Washington, la Turchia diverrebbe il custode dei confini esterni dei Balcani e il garante della sovranità della Bosnia Erzegovina.

Appoggiando Vucic e Dodik, gli Stati Uniti vorrebbero costruire un gasdotto in Bosnia, il Southern Interconnection, che pomperebbe gas liquefatto dal terminale di Krk (Veglia) in Croazia, per affrancare la regione dal gas russo; l’appalto è stato affidato ad una società sconosciuta, AAFS, guidata dall’avvocato personale di Trump, Jesse Binnal e da Joe Flynn, fratello dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’Amministrazione presidenziale a stelle e strisce[1].

Vucic dice che gli studenti romperanno i rapporti con Mosca ma sotto la sua presidenza non ha fatto nulla per mantenerli vivi, se si esclude il “corteggiamento” dell’Ambasciatore russo a Belgrado.

NIS Petroleum, l’unica raffineria di petrolio in Serbia – soggetta a sanzioni da parte degli Stati Uniti a causa della sua proprietà russa – aveva richiesto una licenza speciale al Dipartimento del Tesoro statunitense per poter continuare le proprie attività oltre il 30 ottobre, data di scadenza dell’attuale autorizzazione, evidenziando come il regolare funzionamento della sua raffineria – situata nella città settentrionale di Pančevo e dotata di una capacità di 4,8 milioni di tonnellate annue – fosse fondamentale per preservare la stabilità energetica della Serbia.

Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha imposto sanzioni contro NIS nel gennaio 2025, nell’ambito di un più ampio pacchetto di misure mirate al settore energetico russo in risposta alla guerra tra Mosca e Kiev. Il Tesoro USA ha richiesto l’uscita completa dei proprietari russi dall’assetto azionario della compagnia, perché il 44,85% di NIS è detenuto da Gazprom Neft. Il Governo serbo detiene una quota del 29,87%, mentre la società ‘Intelligence’ – con sede a San Pietroburgo e indirettamente controllata da Gazprom – ne possiede l’11,3%. La parte restante appartiene a diversi azionisti di minoranza. A gennaio 2026, il gruppo ungherese di petrolio e gas MOL ha firmato un accordo preliminare vincolante con Gazprom Neft per l’acquisizione della quota del 56,15% in mano russa in NIS. L’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro statunitense ha inizialmente prorogato il termine entro cui MOL poteva concludere le trattative per l’acquisizione della maggioranza di NIS, parallelamente al rinnovo delle licenze operative della società.

A giugno, la Serbia e MOL hanno siglato un accordo – subordinato al perfezionamento dell’acquisizione della quota di maggioranza in NIS da parte di MOL – che prevede l’acquisto di un’ulteriore partecipazione del 5% in NIS da parte dello Stato serbo e garantisce che la raffineria di Pančevo continui a operare per almeno i prossimi dieci anni, mantenendo la stessa capacità produttiva registrata nei quattro anni precedenti l’introduzione delle sanzioni statunitensi. Oltre alla Serbia, NIS è infatti attiva in Bosnia-Erzegovina, Bulgaria e Romania, possiede 384 punti vendita attivi, 327 dei quali situati in Serbia e impiega oltre 13.500 persone.

Dopo alcuni mesi di rinvii, le sanzioni statunitensi contro la Naftna Industrija Srbije (NIS) sono però entrate in vigore lo scorso 10 ottobre. Il Jadranski Naftovod (oleodotto Janaf) ha annunciato che, a causa dell’entrata in vigore delle sanzioni di Washington nei confronti di NIS, “cessa la possibilità di proseguire con le attività contrattuali in corso”. La compagnia petrolifera serba NIS è stata così venduta al gruppo energetico ungherese MOL. L’accordo per la cessione della quota di maggioranza (pari al 56,15%), precedentemente in mano ai russi di Gazprom e Gazprom Neft, è stato firmato ufficialmente il 20 ottobre 2026.

Eppure Vucic aveva fatto di tutto per accattivarsi le simpatie degli USA. Nel dicembre 2025, a causa delle proteste popolari, era saltato il progetto della Trump Tower, il megahotel che in barba a norme urbanistiche e di tutela di beni culturali il genero del presidente Usa Trump, Jared Kushner, progettava di far sorgere sulle macerie dell’ex quartier generale dell’esercito jugoslavo a Belgrado, edificio distrutto dai bombardamenti della NATO nel 1999 e mai ricostruito perchè rimanga come ricordo dell’aggressione atlantista.

“Gli americani sono persone intelligenti … cercano una maggiore influenza”, aveva comunque affermato Vucic. “Dobbiamo mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti e spero di avviare questo dialogo strategico. Secondo Vučić, la seconda presidenza Trump rappresenta “un cambiamento notevole” rispetto al primo mandato. “Questa volta sono ancora più concentrati su questioni di natura commerciale e molto propensi a portare in Serbia investitori, sia in ambito finanziario che in altri settori”. Vučić aveva indicato il settore energetico serbo – a lungo dominato dalla Russia – come un ambito ideale per gli investimenti statunitensi. “Attraverso il settore energetico, gli americani possono esercitare un impatto e un’influenza concreti negli anni e nei decenni a venire”, ha spiegato. Ha citato, a tal proposito, i piani per una centrale idroelettrica da svariati miliardi di dollari sul Danubio e per un grande centro dati nel sud-ovest della Serbia, alimentato da fonti di energia rinnovabile.

“Gli americani sono gli unici in grado di risolvere tutte le questioni”, aveva aggiunto, sostenendo che i suoi legami di lunga data con Trump — essendo uno dei pochi leader europei ancora in carica dai tempi del primo mandato dell’ex presidente — e la sua capacità di attrarre investimenti statunitensi lo avrebbero aiutato a mantenere la Serbia su un percorso di crescita e a restare al potere[2].

Naturalmente non voleva scontentare nemmeno gli europei: “Vučić ha definito l’episodio dell’hotel Trump ‘un mio grande fallimento’, ammettendo di aver sottovalutato la determinazione dell’Europa a opporsi a una maggiore presenza commerciale statunitense nella regione. ‘Non avevo capito quanto fosse importante, per l’Europa, dimostrare agli americani chi è il vero padrone nel continente’, ha osservato. L’UE, ha aggiunto, ‘sta tutelando i propri interessi. Credete davvero che sarebbero entusiasti di vedere gli investitori americani prendere il loro posto qui?’ …”.

Per non farsi mancare nulla, il quotidiano Haaretz ha rivelato l’importanza del guru israeliano del marketing, Sruluk Ajnhorn, che risiede a Belgrado per la campagna di pubbliche relazioni di Vucic. Sarebbe anche coinvolto nell’esportazione di munizioni serbe in Israele (Tel Aviv ha poi aperto una fabbrica di droni in Serbia). L’obiettivo di Ajnhorn era migliorare l’immagine di Vucic presso l’opinione pubblica statunitense, anche Democratica, oltre che di aumentarne il sostegno interno[3].

Cosa poteva andare storto?

____

[1] I consiglieri politici di Donald Trump, James Blair e Chris LaCivita, sarebbero stati pagati centinaia di migliaia di dollari (tramite uno studio legale di Washington e all’interno di un’operazione di lobbying da oltre 4 milioni di dollari finanziata dalla Republika Srpska a partire dal 2025) per fornire consulenze al partito e alle autorità del leader serbo-bosniaco Milorad Dodik in vista delle elezioni.

[2] Marton Dunai, Serbia courts US investors despite Trump hotel failure, “Financial Times”, 14 luglio 2026.

[3] Stefano Vernole, Il senso di Vucic per Israele, “Strategic Culture Foundation”, 22 aprile 2025. Lo stesso Milorad Dodik avrebbe speso centinaia di migliaia di dollari per assoldare due consiglieri di Trump in vista delle elezioni generali in Bosnia, senza dimenticare altri soldi pubblici spesi in passato per attività di lobbying a Washington, con l’obiettivo di arrivare alla cancellazione delle sanzioni Usa nei suoi confronti. Dodik avrebbe poi promesso 4 milioni di dollari previsti da un contratto, almeno tre dei quali già versati, per convincere potenze come Israele e Arabia Saudita, oltre agli Stati Uniti, della bontà dell’idea della secessione di Banja Luka da Sarajevo, cfr. Stefano Giantin, Secessione dalla Bosnia: «Milioni per convincere Israele e Arabia Saudita», “ilNordEst”, 14 ottobre 2026.

La schiacciante vittoria della Lista organizzata dagli Studenti alle elezioni parlamentari in Serbia, suscita numerosi interrogativi.

Segue nostro Telegram.

Innanzitutto, quale sarà l’azione in politica estera dei vincitori? Appoggiata da sostenitori di diverso orientamento politico ma accomunati dall’ostilità verso il padre-padrone del Paese, Aleksandar Vucic, gli studenti e i loro sostenitori hanno accuratamente evitato di portare in piazza bandiere dell’Unione Europea che avrebbero costituito motivo di divisione, mentre erano ben visibili i simboli del tradizionale patriottismo serbo.

Se è estremamente difficile capire quale sarà il futuro del Paese dopo una vittoria che costituisce una sorpresa solo per quanti non avevano compreso le reali dinamiche interne serbe, è sicuramente più semplice per ora tracciare un breve bilancio dell’era Vucic.

Dopo un significativo passato politico nel Partito Radicale Serbo di Seselj e Nikolic, Vucic aveva stretto circa 15 anni fa un accordo con le Ambasciate inglese e statunitensi a Belgrado, accreditandosi come il leader nazionalista capace di portare però la Serbia verso l’Occidente. Tuttavia, le evidenti contraddizioni emerse nella sua politica ne hanno scandito i passi sempre più incerti, finendo per scontentare sia l’ala patriottica filo-russa sia quella filo-europea.

Se corruzione e clientelismo sono le accuse che gli vengono maggiormente rivolte, gli ultimi 5 anni di politica estera schizofrenica ne hanno incrinato definitivamente il consenso.

Incapace di prendere una linea precisa, l’ex Presidente serbo ha provato a districarsi tra rapporti con i Paesi arabi e Israele, tra Bruxelles, Washington, Mosca e Pechino senza convincere davvero nessuno. Il sostegno ricevuto per le sacche di benessere nel Paese che la sua politica economica ha indubbiamente creato per i gruppi di potere amici in alcune zone non ha compensato le evidenti disparità sociali che ha poi provocato nel resto della Serbia.

La Serbia non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo e Metohija come vorrebbe l’Unione Europea ma nemmeno lo ha difeso dalla progressiva albanesizzazione che avanza anche nel Nord della provincia.

Belgrado non ha applicato sanzioni alla Russia ma nemmeno ha evitato l’esportazione di circa 800 milioni di euro in munizioni e armamenti destinati indirettamente all’Ucraina.

Quando ha capito di essere realmente “solo”, Vucic ha provato a rimescolare le carte agganciandosi al carro trumpiano e israeliano, rivendicando però i suoi legami con Mosca.

Dopo la firma di una dichiarazione congiunta di cooperazione in materia di Difesa da parte di Albania, Croazia e Kosovo, Belgrado ha siglato un patto militare insieme a Budapest ma la sconfitta elettorale dell’altrettanto ‘equilibrista’ Orban lo ha reso inefficace.

In Bosnia Erzegovina Vucic ha appoggiato Dodik fingendo la tutela degli interessi nazionali serbi, eppure sapeva benissimo che il piano statunitense per la regione prevede di ristrutturare la regione costituendo una federazione civica con alcuni punti fondamentali: un Piano Marshall per i Balcani; una narrazione condivisa sul passato e la riconciliazione tra le diverse componenti nazionali; una revisione della sicurezza attraverso una forza unificata (al contrario di quanto vorrebbe Banja Luka); un ancoraggio internazionale per un percorso di adesione all’Unione Europea. Secondo questo programma stilato a Washington, la Turchia diverrebbe il custode dei confini esterni dei Balcani e il garante della sovranità della Bosnia Erzegovina.

Appoggiando Vucic e Dodik, gli Stati Uniti vorrebbero costruire un gasdotto in Bosnia, il Southern Interconnection, che pomperebbe gas liquefatto dal terminale di Krk (Veglia) in Croazia, per affrancare la regione dal gas russo; l’appalto è stato affidato ad una società sconosciuta, AAFS, guidata dall’avvocato personale di Trump, Jesse Binnal e da Joe Flynn, fratello dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’Amministrazione presidenziale a stelle e strisce[1].

Vucic dice che gli studenti romperanno i rapporti con Mosca ma sotto la sua presidenza non ha fatto nulla per mantenerli vivi, se si esclude il “corteggiamento” dell’Ambasciatore russo a Belgrado.

NIS Petroleum, l’unica raffineria di petrolio in Serbia – soggetta a sanzioni da parte degli Stati Uniti a causa della sua proprietà russa – aveva richiesto una licenza speciale al Dipartimento del Tesoro statunitense per poter continuare le proprie attività oltre il 30 ottobre, data di scadenza dell’attuale autorizzazione, evidenziando come il regolare funzionamento della sua raffineria – situata nella città settentrionale di Pančevo e dotata di una capacità di 4,8 milioni di tonnellate annue – fosse fondamentale per preservare la stabilità energetica della Serbia.

Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha imposto sanzioni contro NIS nel gennaio 2025, nell’ambito di un più ampio pacchetto di misure mirate al settore energetico russo in risposta alla guerra tra Mosca e Kiev. Il Tesoro USA ha richiesto l’uscita completa dei proprietari russi dall’assetto azionario della compagnia, perché il 44,85% di NIS è detenuto da Gazprom Neft. Il Governo serbo detiene una quota del 29,87%, mentre la società ‘Intelligence’ – con sede a San Pietroburgo e indirettamente controllata da Gazprom – ne possiede l’11,3%. La parte restante appartiene a diversi azionisti di minoranza. A gennaio 2026, il gruppo ungherese di petrolio e gas MOL ha firmato un accordo preliminare vincolante con Gazprom Neft per l’acquisizione della quota del 56,15% in mano russa in NIS. L’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro statunitense ha inizialmente prorogato il termine entro cui MOL poteva concludere le trattative per l’acquisizione della maggioranza di NIS, parallelamente al rinnovo delle licenze operative della società.

A giugno, la Serbia e MOL hanno siglato un accordo – subordinato al perfezionamento dell’acquisizione della quota di maggioranza in NIS da parte di MOL – che prevede l’acquisto di un’ulteriore partecipazione del 5% in NIS da parte dello Stato serbo e garantisce che la raffineria di Pančevo continui a operare per almeno i prossimi dieci anni, mantenendo la stessa capacità produttiva registrata nei quattro anni precedenti l’introduzione delle sanzioni statunitensi. Oltre alla Serbia, NIS è infatti attiva in Bosnia-Erzegovina, Bulgaria e Romania, possiede 384 punti vendita attivi, 327 dei quali situati in Serbia e impiega oltre 13.500 persone.

Dopo alcuni mesi di rinvii, le sanzioni statunitensi contro la Naftna Industrija Srbije (NIS) sono però entrate in vigore lo scorso 10 ottobre. Il Jadranski Naftovod (oleodotto Janaf) ha annunciato che, a causa dell’entrata in vigore delle sanzioni di Washington nei confronti di NIS, “cessa la possibilità di proseguire con le attività contrattuali in corso”. La compagnia petrolifera serba NIS è stata così venduta al gruppo energetico ungherese MOL. L’accordo per la cessione della quota di maggioranza (pari al 56,15%), precedentemente in mano ai russi di Gazprom e Gazprom Neft, è stato firmato ufficialmente il 20 ottobre 2026.

Eppure Vucic aveva fatto di tutto per accattivarsi le simpatie degli USA. Nel dicembre 2025, a causa delle proteste popolari, era saltato il progetto della Trump Tower, il megahotel che in barba a norme urbanistiche e di tutela di beni culturali il genero del presidente Usa Trump, Jared Kushner, progettava di far sorgere sulle macerie dell’ex quartier generale dell’esercito jugoslavo a Belgrado, edificio distrutto dai bombardamenti della NATO nel 1999 e mai ricostruito perchè rimanga come ricordo dell’aggressione atlantista.

“Gli americani sono persone intelligenti … cercano una maggiore influenza”, aveva comunque affermato Vucic. “Dobbiamo mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti e spero di avviare questo dialogo strategico. Secondo Vučić, la seconda presidenza Trump rappresenta “un cambiamento notevole” rispetto al primo mandato. “Questa volta sono ancora più concentrati su questioni di natura commerciale e molto propensi a portare in Serbia investitori, sia in ambito finanziario che in altri settori”. Vučić aveva indicato il settore energetico serbo – a lungo dominato dalla Russia – come un ambito ideale per gli investimenti statunitensi. “Attraverso il settore energetico, gli americani possono esercitare un impatto e un’influenza concreti negli anni e nei decenni a venire”, ha spiegato. Ha citato, a tal proposito, i piani per una centrale idroelettrica da svariati miliardi di dollari sul Danubio e per un grande centro dati nel sud-ovest della Serbia, alimentato da fonti di energia rinnovabile.

“Gli americani sono gli unici in grado di risolvere tutte le questioni”, aveva aggiunto, sostenendo che i suoi legami di lunga data con Trump — essendo uno dei pochi leader europei ancora in carica dai tempi del primo mandato dell’ex presidente — e la sua capacità di attrarre investimenti statunitensi lo avrebbero aiutato a mantenere la Serbia su un percorso di crescita e a restare al potere[2].

Naturalmente non voleva scontentare nemmeno gli europei: “Vučić ha definito l’episodio dell’hotel Trump ‘un mio grande fallimento’, ammettendo di aver sottovalutato la determinazione dell’Europa a opporsi a una maggiore presenza commerciale statunitense nella regione. ‘Non avevo capito quanto fosse importante, per l’Europa, dimostrare agli americani chi è il vero padrone nel continente’, ha osservato. L’UE, ha aggiunto, ‘sta tutelando i propri interessi. Credete davvero che sarebbero entusiasti di vedere gli investitori americani prendere il loro posto qui?’ …”.

Per non farsi mancare nulla, il quotidiano Haaretz ha rivelato l’importanza del guru israeliano del marketing, Sruluk Ajnhorn, che risiede a Belgrado per la campagna di pubbliche relazioni di Vucic. Sarebbe anche coinvolto nell’esportazione di munizioni serbe in Israele (Tel Aviv ha poi aperto una fabbrica di droni in Serbia). L’obiettivo di Ajnhorn era migliorare l’immagine di Vucic presso l’opinione pubblica statunitense, anche Democratica, oltre che di aumentarne il sostegno interno[3].

Cosa poteva andare storto?

____

[1] I consiglieri politici di Donald Trump, James Blair e Chris LaCivita, sarebbero stati pagati centinaia di migliaia di dollari (tramite uno studio legale di Washington e all’interno di un’operazione di lobbying da oltre 4 milioni di dollari finanziata dalla Republika Srpska a partire dal 2025) per fornire consulenze al partito e alle autorità del leader serbo-bosniaco Milorad Dodik in vista delle elezioni.

[2] Marton Dunai, Serbia courts US investors despite Trump hotel failure, “Financial Times”, 14 luglio 2026.

[3] Stefano Vernole, Il senso di Vucic per Israele, “Strategic Culture Foundation”, 22 aprile 2025. Lo stesso Milorad Dodik avrebbe speso centinaia di migliaia di dollari per assoldare due consiglieri di Trump in vista delle elezioni generali in Bosnia, senza dimenticare altri soldi pubblici spesi in passato per attività di lobbying a Washington, con l’obiettivo di arrivare alla cancellazione delle sanzioni Usa nei suoi confronti. Dodik avrebbe poi promesso 4 milioni di dollari previsti da un contratto, almeno tre dei quali già versati, per convincere potenze come Israele e Arabia Saudita, oltre agli Stati Uniti, della bontà dell’idea della secessione di Banja Luka da Sarajevo, cfr. Stefano Giantin, Secessione dalla Bosnia: «Milioni per convincere Israele e Arabia Saudita», “ilNordEst”, 14 ottobre 2026.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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November 1, 2026
October 31, 2026

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