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Giulio Chinappi
September 7, 2026
© Photo: Public domain

Nei primi mesi della presidenza Kast, il Cile ha accelerato sul terreno neoliberista, securitario e dell’avvicinamento a Washington. Il fenomeno si inserisce in una più ampia svolta conservatrice sudamericana, della quale l’Argentina di Milei costituisce il precedente più evidente.

Segue nostro Telegram.

A poco più di cinque mesi dall’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza del Cile, avvenuto lo scorso 11 marzo, la direzione intrapresa dal nuovo governo appare ormai sufficientemente definita per andare oltre le previsioni formulate durante la campagna elettorale. Il Cile sta effettivamente muovendosi verso un modello che presenta numerose affinità con quello sperimentato dall’Argentina di Javier Milei: riduzione della fiscalità sul capitale, deregolamentazione, centralità dell’investimento privato, contenimento della spesa pubblica, rafforzamento dell’apparato securitario e maggiore vicinanza geopolitica agli Stati Uniti. Andando oltre la semplice imitazione, Kast rappresenta dunque la variante cilena della nuova destra latinoamericana, nella quale il neoliberismo economico si combina con il conservatorismo sociale, il nazionalismo anti-immigrazione e una concezione dello Stato che ne vuole ridurre le funzioni economiche e sociali mentre ne rafforza quelle coercitive.

Questa evoluzione deve inoltre essere letta in un quadro continentale profondamente mutato. Se l’elezione di Milei in Argentina alla fine del 2023 appariva inizialmente come il prodotto specifico della crisi economica argentina, tre anni dopo quella vittoria assume invece il carattere di un’anticipazione. Argentina, Cile, Ecuador e Bolivia sono stati raggiunti nel 2026 dalla Colombia di Abelardo De La Espriella e dal Perù di Keiko Fujimori, configurando una brusca inversione rispetto alla nuova «marea rosa» che aveva caratterizzato l’inizio del decennio. Gli analisti hanno individuato nella debole crescita economica e nell’aumento della criminalità due dei principali fattori che hanno modificato le priorità dell’elettorato, consentendo a candidati di destra radicale, fino a pochi anni fa marginali, di trasformare la promessa di ordine in un potente strumento di mobilitazione politica.

Il caso cileno è particolarmente significativo perché Kast ha cominciato a tradurre rapidamente in provvedimenti concreti la piattaforma presentata durante la campagna elettorale. Sul piano economico, il fulcro dell’azione governativa è costituito dalla Legge per la Ricostruzione Nazionale e lo Sviluppo Economico e Sociale, la cosiddetta «megariforma» approvata dal Congresso nel mese di agosto e successivamente modificata attraverso alcuni veti presidenziali. Il provvedimento prevede, fra le altre cose, una riduzione graduale dell’imposta sulle imprese dal 27 al 23 per cento entro il 2029, il ripristino dell’integrazione completa del sistema tributario, forti incentivi all’investimento e una stabilità fiscale fino a venticinque anni per investimenti superiori ai 50 milioni di dollari.

Per il governo Kast, dunque, il problema fondamentale dell’economia cilena risiederebbe nell’eccessiva pressione fiscale, nella regolamentazione e nel peso dello Stato. Il programma politico da cui deriva questa strategia propone esplicitamente la riduzione della spesa pubblica e delle imposte, l’eliminazione delle regolamentazioni considerate superflue, la riorganizzazione dell’apparato statale e una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, comprese forme più estese di lavoro a ore e libertà di orario. È proprio su questo terreno che il parallelismo con Milei diventa più evidente: il rilancio dell’accumulazione privata viene assunto come condizione primaria per la crescita, mentre l’intervento pubblico deve essere subordinato alla creazione delle condizioni più favorevoli possibili per l’impresa e il capitale.

Kast non è però Milei. Il presidente cileno non ha adottato la retorica anarco-capitalista della «motosierra» né propone formalmente la demolizione dello Stato. Nella sua prima Cuenta Pública, il governo ha infatti rivendicato misure di contenimento della spesa per oltre 1.300 miliardi di pesos, sostenendo allo stesso tempo che l’aggiustamento fiscale non avrebbe intaccato i benefici sociali fondamentali. Mentre Milei tende a presentare lo Stato come un nemico da ridimensionare in quanto tale, Kast propone quindi uno Stato selettivamente forte, ritirato dalla redistribuzione e dalla regolamentazione economica ma molto più presente sul terreno della sicurezza, delle frontiere e dell’ordine pubblico.

È proprio su quest’ultimo terreno che il Cile di Kast sta sviluppando gli elementi più caratteristici del nuovo modello conservatore latinoamericano. Nei primi mesi di governo sono stati rafforzati i controlli alle frontiere con fossati, droni e nuovi strumenti di sorveglianza; è stato annunciato un Plan Retorno rivolto agli immigrati irregolari; sono state promosse misure più severe contro le occupazioni e il governo ha posto sicurezza, economia e occupazione al centro della propria azione.

Nel mese di agosto Kast ha compiuto un ulteriore salto di qualità presentando l’Agenda contro il Crimine Organizzato e il Terrorismo, composta da oltre trenta iniziative, e firmando una proposta di riforma costituzionale che inserirebbe esplicitamente la sicurezza pubblica fra i doveri dello Stato. Il progetto contempla inoltre un nuovo stato di eccezione, un registro delle organizzazioni criminali, regimi carcerari differenziati e strumenti più ampi per sequestrare i patrimoni delle organizzazioni perseguite. Il principio scelto dallo stesso Kast per sintetizzare la riforma è eloquente: «Senza sicurezza non c’è libertà».

Si definisce così una formula politica che attraversa ormai buona parte della nuova destra latinoamericana: meno Stato quando si tratta di tassare il capitale, controllare gli investimenti o fornire direttamente servizi, più Stato quando si tratta di sorvegliare, incarcerare, controllare le frontiere e disciplinare il conflitto sociale. Il neoliberismo contemporaneo non coincide dunque con uno Stato genericamente debole: al contrario, richiede un apparato coercitivo sufficientemente forte da amministrare le contraddizioni sociali prodotte dalla riduzione della redistribuzione e dalla crescente centralità del mercato.

Tornando al legame con l’Argentina, Kast scelse proprio Buenos Aires come destinazione del proprio primo viaggio internazionale da presidente, il 6 aprile, incontrando Javier Milei alla Casa Rosada. Il comunicato congiunto dei due governi parlò esplicitamente dell’«alto livello di coincidenze» tra i rispettivi esecutivi e indicò come valori condivisi «libertà, democrazia, vita e proprietà». Sul piano concreto, i colloqui riguardarono investimenti, commercio, integrazione energetica e mineraria, infrastrutture e cooperazione in materia di sicurezza.

L’asse Santiago-Buenos Aires rappresenta quindi uno dei nuclei della nuova configurazione politica del Cono Sud. Kast e Milei non sono identici, ma appartengono chiaramente alla stessa famiglia politica: considerano la deregolamentazione e l’iniziativa privata i motori dello sviluppo, interpretano la sicurezza come questione prioritaria e condividono una collocazione internazionale tendenzialmente più vicina a Washington rispetto ai governi progressisti che li hanno preceduti.

Quest’ultimo aspetto assume un peso ancora maggiore alla luce della strategia perseguita dall’amministrazione Trump. La National Defense Strategy statunitense del 2026 parla esplicitamente di un «Trump Corollary to the Monroe Doctrine» e afferma l’intenzione di ristabilire la predominanza militare statunitense nell’emisfero occidentale, impedendo agli avversari strategici di Washington di acquisire posizioni considerate minacciose nella regione. Difficilmente si potrebbe trovare una formulazione più esplicita della volontà statunitense di riaffermare la propria egemonia sull’America Latina dopo due decenni caratterizzati dalla crescente autonomia politica di alcuni governi e dalla spettacolare espansione economica e diplomatica della Cina.

Proprio il Cile di Kast occupa una posizione strategica in questa partita. Non a caso, già nei primi mesi del nuovo governo, Santiago e Washington hanno firmato accordi per rafforzare la cooperazione nel settore dei minerali critici e della sicurezza, con particolare attenzione alle catene di approvvigionamento. Non è difficile comprenderne l’importanza: il Cile dispone di enormi risorse di rame e litio, materie prime decisive per l’elettrificazione, le batterie, le telecomunicazioni e l’industria tecnologica, in un momento in cui la competizione per il controllo delle loro filiere costituisce uno dei principali terreni dello scontro economico tra Stati Uniti e Cina.

Allo stesso tempo, Kast non può permettersi di riportare il Cile dentro una relazione esclusiva con Washington e avviare un disaccoppiamento da Pechino. Per comprenderne le ragioni, basta osservare i dati commerciali: nel primo semestre del 2026 la Cina ha rappresentato il 30,8 per cento dell’intero commercio cileno di beni e il 33,9 per cento delle esportazioni, mentre gli Stati Uniti hanno rappresentato il 17,7 per cento dell’interscambio. Pechino resta dunque, con grande distacco, il principale partner commerciale del Cile.

La condotta dello stesso governo Kast conferma questa contraddizione. Il 19 agosto il ministro degli Esteri Francisco Pérez Mackenna ha incontrato a Beijing il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, dichiarando che lo sviluppo dei rapporti con la Cina è diventato una «politica di Stato» del Cile. Il governo ha confermato l’adesione al principio di una sola Cina, manifestato interesse per nuovi investimenti cinesi e indicato innovazione tecnologica, intelligenza artificiale e integrazione delle catene industriali fra i settori da sviluppare ulteriormente. Pochi giorni prima, lo stesso Pérez Mackenna aveva definito la Cina un «partner fondamentale» con il quale approfondire una relazione di interesse strategico a lungo termine.

La stessa relazione con gli Stati Uniti mostra inoltre quanto sia asimmetrico il rapporto tra Washington e i suoi alleati latinoamericani. Nonostante la maggiore sintonia politica con Kast, l’amministrazione statunitense ha aumentato dal 10 al 12,5 per cento i dazi applicati a una parte delle merci cilene. Proprio il 24 agosto, una delegazione dell’Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti è arrivata a Santiago per discutere con il governo cileno la possibilità di migliorare le condizioni di accesso dei prodotti nazionali al mercato statunitense. Il fatto che persino un governo politicamente affine debba negoziare per attenuare misure protezionistiche decise unilateralmente da Washington costituisce una dimostrazione concreta dei limiti dell’idea secondo cui l’allineamento agli Stati Uniti garantirebbe automaticamente condizioni economiche privilegiate.

Il Cile, in conclusione, costituisce oggi uno dei laboratori più significativi del nuovo ciclo della destra latinoamericana. Kast sta effettivamente percorrendo una strada affine a quella di Milei, ma adattandola alle condizioni specifiche del proprio paese: meno radicalismo retorico nella demolizione dello Stato, maggiore enfasi sull’ordine e sulla sicurezza, una politica fiscale chiaramente favorevole al capitale e un avvicinamento agli Stati Uniti accompagnato, tuttavia, dalla necessità di conservare un rapporto economico strategico con la Cina.

È proprio questa contraddizione a mostrare i limiti della «riconquista» statunitense dell’America meridionale. Washington può beneficiare dell’arrivo di governi ideologicamente più vicini, rafforzare la cooperazione militare e securitaria, competere per il controllo dei minerali strategici e rilanciare apertamente la Dottrina Monroe. Non può però cancellare vent’anni di trasformazioni nell’economia mondiale né eliminare l’interdipendenza costruita tra Cina e America Latina.

Il Cile di Kast sulla via di Milei: la controffensiva neoliberista e filostatunitense ridisegna l’America meridionale

Nei primi mesi della presidenza Kast, il Cile ha accelerato sul terreno neoliberista, securitario e dell’avvicinamento a Washington. Il fenomeno si inserisce in una più ampia svolta conservatrice sudamericana, della quale l’Argentina di Milei costituisce il precedente più evidente.

Segue nostro Telegram.

A poco più di cinque mesi dall’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza del Cile, avvenuto lo scorso 11 marzo, la direzione intrapresa dal nuovo governo appare ormai sufficientemente definita per andare oltre le previsioni formulate durante la campagna elettorale. Il Cile sta effettivamente muovendosi verso un modello che presenta numerose affinità con quello sperimentato dall’Argentina di Javier Milei: riduzione della fiscalità sul capitale, deregolamentazione, centralità dell’investimento privato, contenimento della spesa pubblica, rafforzamento dell’apparato securitario e maggiore vicinanza geopolitica agli Stati Uniti. Andando oltre la semplice imitazione, Kast rappresenta dunque la variante cilena della nuova destra latinoamericana, nella quale il neoliberismo economico si combina con il conservatorismo sociale, il nazionalismo anti-immigrazione e una concezione dello Stato che ne vuole ridurre le funzioni economiche e sociali mentre ne rafforza quelle coercitive.

Questa evoluzione deve inoltre essere letta in un quadro continentale profondamente mutato. Se l’elezione di Milei in Argentina alla fine del 2023 appariva inizialmente come il prodotto specifico della crisi economica argentina, tre anni dopo quella vittoria assume invece il carattere di un’anticipazione. Argentina, Cile, Ecuador e Bolivia sono stati raggiunti nel 2026 dalla Colombia di Abelardo De La Espriella e dal Perù di Keiko Fujimori, configurando una brusca inversione rispetto alla nuova «marea rosa» che aveva caratterizzato l’inizio del decennio. Gli analisti hanno individuato nella debole crescita economica e nell’aumento della criminalità due dei principali fattori che hanno modificato le priorità dell’elettorato, consentendo a candidati di destra radicale, fino a pochi anni fa marginali, di trasformare la promessa di ordine in un potente strumento di mobilitazione politica.

Il caso cileno è particolarmente significativo perché Kast ha cominciato a tradurre rapidamente in provvedimenti concreti la piattaforma presentata durante la campagna elettorale. Sul piano economico, il fulcro dell’azione governativa è costituito dalla Legge per la Ricostruzione Nazionale e lo Sviluppo Economico e Sociale, la cosiddetta «megariforma» approvata dal Congresso nel mese di agosto e successivamente modificata attraverso alcuni veti presidenziali. Il provvedimento prevede, fra le altre cose, una riduzione graduale dell’imposta sulle imprese dal 27 al 23 per cento entro il 2029, il ripristino dell’integrazione completa del sistema tributario, forti incentivi all’investimento e una stabilità fiscale fino a venticinque anni per investimenti superiori ai 50 milioni di dollari.

Per il governo Kast, dunque, il problema fondamentale dell’economia cilena risiederebbe nell’eccessiva pressione fiscale, nella regolamentazione e nel peso dello Stato. Il programma politico da cui deriva questa strategia propone esplicitamente la riduzione della spesa pubblica e delle imposte, l’eliminazione delle regolamentazioni considerate superflue, la riorganizzazione dell’apparato statale e una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, comprese forme più estese di lavoro a ore e libertà di orario. È proprio su questo terreno che il parallelismo con Milei diventa più evidente: il rilancio dell’accumulazione privata viene assunto come condizione primaria per la crescita, mentre l’intervento pubblico deve essere subordinato alla creazione delle condizioni più favorevoli possibili per l’impresa e il capitale.

Kast non è però Milei. Il presidente cileno non ha adottato la retorica anarco-capitalista della «motosierra» né propone formalmente la demolizione dello Stato. Nella sua prima Cuenta Pública, il governo ha infatti rivendicato misure di contenimento della spesa per oltre 1.300 miliardi di pesos, sostenendo allo stesso tempo che l’aggiustamento fiscale non avrebbe intaccato i benefici sociali fondamentali. Mentre Milei tende a presentare lo Stato come un nemico da ridimensionare in quanto tale, Kast propone quindi uno Stato selettivamente forte, ritirato dalla redistribuzione e dalla regolamentazione economica ma molto più presente sul terreno della sicurezza, delle frontiere e dell’ordine pubblico.

È proprio su quest’ultimo terreno che il Cile di Kast sta sviluppando gli elementi più caratteristici del nuovo modello conservatore latinoamericano. Nei primi mesi di governo sono stati rafforzati i controlli alle frontiere con fossati, droni e nuovi strumenti di sorveglianza; è stato annunciato un Plan Retorno rivolto agli immigrati irregolari; sono state promosse misure più severe contro le occupazioni e il governo ha posto sicurezza, economia e occupazione al centro della propria azione.

Nel mese di agosto Kast ha compiuto un ulteriore salto di qualità presentando l’Agenda contro il Crimine Organizzato e il Terrorismo, composta da oltre trenta iniziative, e firmando una proposta di riforma costituzionale che inserirebbe esplicitamente la sicurezza pubblica fra i doveri dello Stato. Il progetto contempla inoltre un nuovo stato di eccezione, un registro delle organizzazioni criminali, regimi carcerari differenziati e strumenti più ampi per sequestrare i patrimoni delle organizzazioni perseguite. Il principio scelto dallo stesso Kast per sintetizzare la riforma è eloquente: «Senza sicurezza non c’è libertà».

Si definisce così una formula politica che attraversa ormai buona parte della nuova destra latinoamericana: meno Stato quando si tratta di tassare il capitale, controllare gli investimenti o fornire direttamente servizi, più Stato quando si tratta di sorvegliare, incarcerare, controllare le frontiere e disciplinare il conflitto sociale. Il neoliberismo contemporaneo non coincide dunque con uno Stato genericamente debole: al contrario, richiede un apparato coercitivo sufficientemente forte da amministrare le contraddizioni sociali prodotte dalla riduzione della redistribuzione e dalla crescente centralità del mercato.

Tornando al legame con l’Argentina, Kast scelse proprio Buenos Aires come destinazione del proprio primo viaggio internazionale da presidente, il 6 aprile, incontrando Javier Milei alla Casa Rosada. Il comunicato congiunto dei due governi parlò esplicitamente dell’«alto livello di coincidenze» tra i rispettivi esecutivi e indicò come valori condivisi «libertà, democrazia, vita e proprietà». Sul piano concreto, i colloqui riguardarono investimenti, commercio, integrazione energetica e mineraria, infrastrutture e cooperazione in materia di sicurezza.

L’asse Santiago-Buenos Aires rappresenta quindi uno dei nuclei della nuova configurazione politica del Cono Sud. Kast e Milei non sono identici, ma appartengono chiaramente alla stessa famiglia politica: considerano la deregolamentazione e l’iniziativa privata i motori dello sviluppo, interpretano la sicurezza come questione prioritaria e condividono una collocazione internazionale tendenzialmente più vicina a Washington rispetto ai governi progressisti che li hanno preceduti.

Quest’ultimo aspetto assume un peso ancora maggiore alla luce della strategia perseguita dall’amministrazione Trump. La National Defense Strategy statunitense del 2026 parla esplicitamente di un «Trump Corollary to the Monroe Doctrine» e afferma l’intenzione di ristabilire la predominanza militare statunitense nell’emisfero occidentale, impedendo agli avversari strategici di Washington di acquisire posizioni considerate minacciose nella regione. Difficilmente si potrebbe trovare una formulazione più esplicita della volontà statunitense di riaffermare la propria egemonia sull’America Latina dopo due decenni caratterizzati dalla crescente autonomia politica di alcuni governi e dalla spettacolare espansione economica e diplomatica della Cina.

Proprio il Cile di Kast occupa una posizione strategica in questa partita. Non a caso, già nei primi mesi del nuovo governo, Santiago e Washington hanno firmato accordi per rafforzare la cooperazione nel settore dei minerali critici e della sicurezza, con particolare attenzione alle catene di approvvigionamento. Non è difficile comprenderne l’importanza: il Cile dispone di enormi risorse di rame e litio, materie prime decisive per l’elettrificazione, le batterie, le telecomunicazioni e l’industria tecnologica, in un momento in cui la competizione per il controllo delle loro filiere costituisce uno dei principali terreni dello scontro economico tra Stati Uniti e Cina.

Allo stesso tempo, Kast non può permettersi di riportare il Cile dentro una relazione esclusiva con Washington e avviare un disaccoppiamento da Pechino. Per comprenderne le ragioni, basta osservare i dati commerciali: nel primo semestre del 2026 la Cina ha rappresentato il 30,8 per cento dell’intero commercio cileno di beni e il 33,9 per cento delle esportazioni, mentre gli Stati Uniti hanno rappresentato il 17,7 per cento dell’interscambio. Pechino resta dunque, con grande distacco, il principale partner commerciale del Cile.

La condotta dello stesso governo Kast conferma questa contraddizione. Il 19 agosto il ministro degli Esteri Francisco Pérez Mackenna ha incontrato a Beijing il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, dichiarando che lo sviluppo dei rapporti con la Cina è diventato una «politica di Stato» del Cile. Il governo ha confermato l’adesione al principio di una sola Cina, manifestato interesse per nuovi investimenti cinesi e indicato innovazione tecnologica, intelligenza artificiale e integrazione delle catene industriali fra i settori da sviluppare ulteriormente. Pochi giorni prima, lo stesso Pérez Mackenna aveva definito la Cina un «partner fondamentale» con il quale approfondire una relazione di interesse strategico a lungo termine.

La stessa relazione con gli Stati Uniti mostra inoltre quanto sia asimmetrico il rapporto tra Washington e i suoi alleati latinoamericani. Nonostante la maggiore sintonia politica con Kast, l’amministrazione statunitense ha aumentato dal 10 al 12,5 per cento i dazi applicati a una parte delle merci cilene. Proprio il 24 agosto, una delegazione dell’Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti è arrivata a Santiago per discutere con il governo cileno la possibilità di migliorare le condizioni di accesso dei prodotti nazionali al mercato statunitense. Il fatto che persino un governo politicamente affine debba negoziare per attenuare misure protezionistiche decise unilateralmente da Washington costituisce una dimostrazione concreta dei limiti dell’idea secondo cui l’allineamento agli Stati Uniti garantirebbe automaticamente condizioni economiche privilegiate.

Il Cile, in conclusione, costituisce oggi uno dei laboratori più significativi del nuovo ciclo della destra latinoamericana. Kast sta effettivamente percorrendo una strada affine a quella di Milei, ma adattandola alle condizioni specifiche del proprio paese: meno radicalismo retorico nella demolizione dello Stato, maggiore enfasi sull’ordine e sulla sicurezza, una politica fiscale chiaramente favorevole al capitale e un avvicinamento agli Stati Uniti accompagnato, tuttavia, dalla necessità di conservare un rapporto economico strategico con la Cina.

È proprio questa contraddizione a mostrare i limiti della «riconquista» statunitense dell’America meridionale. Washington può beneficiare dell’arrivo di governi ideologicamente più vicini, rafforzare la cooperazione militare e securitaria, competere per il controllo dei minerali strategici e rilanciare apertamente la Dottrina Monroe. Non può però cancellare vent’anni di trasformazioni nell’economia mondiale né eliminare l’interdipendenza costruita tra Cina e America Latina.

Nei primi mesi della presidenza Kast, il Cile ha accelerato sul terreno neoliberista, securitario e dell’avvicinamento a Washington. Il fenomeno si inserisce in una più ampia svolta conservatrice sudamericana, della quale l’Argentina di Milei costituisce il precedente più evidente.

Segue nostro Telegram.

A poco più di cinque mesi dall’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza del Cile, avvenuto lo scorso 11 marzo, la direzione intrapresa dal nuovo governo appare ormai sufficientemente definita per andare oltre le previsioni formulate durante la campagna elettorale. Il Cile sta effettivamente muovendosi verso un modello che presenta numerose affinità con quello sperimentato dall’Argentina di Javier Milei: riduzione della fiscalità sul capitale, deregolamentazione, centralità dell’investimento privato, contenimento della spesa pubblica, rafforzamento dell’apparato securitario e maggiore vicinanza geopolitica agli Stati Uniti. Andando oltre la semplice imitazione, Kast rappresenta dunque la variante cilena della nuova destra latinoamericana, nella quale il neoliberismo economico si combina con il conservatorismo sociale, il nazionalismo anti-immigrazione e una concezione dello Stato che ne vuole ridurre le funzioni economiche e sociali mentre ne rafforza quelle coercitive.

Questa evoluzione deve inoltre essere letta in un quadro continentale profondamente mutato. Se l’elezione di Milei in Argentina alla fine del 2023 appariva inizialmente come il prodotto specifico della crisi economica argentina, tre anni dopo quella vittoria assume invece il carattere di un’anticipazione. Argentina, Cile, Ecuador e Bolivia sono stati raggiunti nel 2026 dalla Colombia di Abelardo De La Espriella e dal Perù di Keiko Fujimori, configurando una brusca inversione rispetto alla nuova «marea rosa» che aveva caratterizzato l’inizio del decennio. Gli analisti hanno individuato nella debole crescita economica e nell’aumento della criminalità due dei principali fattori che hanno modificato le priorità dell’elettorato, consentendo a candidati di destra radicale, fino a pochi anni fa marginali, di trasformare la promessa di ordine in un potente strumento di mobilitazione politica.

Il caso cileno è particolarmente significativo perché Kast ha cominciato a tradurre rapidamente in provvedimenti concreti la piattaforma presentata durante la campagna elettorale. Sul piano economico, il fulcro dell’azione governativa è costituito dalla Legge per la Ricostruzione Nazionale e lo Sviluppo Economico e Sociale, la cosiddetta «megariforma» approvata dal Congresso nel mese di agosto e successivamente modificata attraverso alcuni veti presidenziali. Il provvedimento prevede, fra le altre cose, una riduzione graduale dell’imposta sulle imprese dal 27 al 23 per cento entro il 2029, il ripristino dell’integrazione completa del sistema tributario, forti incentivi all’investimento e una stabilità fiscale fino a venticinque anni per investimenti superiori ai 50 milioni di dollari.

Per il governo Kast, dunque, il problema fondamentale dell’economia cilena risiederebbe nell’eccessiva pressione fiscale, nella regolamentazione e nel peso dello Stato. Il programma politico da cui deriva questa strategia propone esplicitamente la riduzione della spesa pubblica e delle imposte, l’eliminazione delle regolamentazioni considerate superflue, la riorganizzazione dell’apparato statale e una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, comprese forme più estese di lavoro a ore e libertà di orario. È proprio su questo terreno che il parallelismo con Milei diventa più evidente: il rilancio dell’accumulazione privata viene assunto come condizione primaria per la crescita, mentre l’intervento pubblico deve essere subordinato alla creazione delle condizioni più favorevoli possibili per l’impresa e il capitale.

Kast non è però Milei. Il presidente cileno non ha adottato la retorica anarco-capitalista della «motosierra» né propone formalmente la demolizione dello Stato. Nella sua prima Cuenta Pública, il governo ha infatti rivendicato misure di contenimento della spesa per oltre 1.300 miliardi di pesos, sostenendo allo stesso tempo che l’aggiustamento fiscale non avrebbe intaccato i benefici sociali fondamentali. Mentre Milei tende a presentare lo Stato come un nemico da ridimensionare in quanto tale, Kast propone quindi uno Stato selettivamente forte, ritirato dalla redistribuzione e dalla regolamentazione economica ma molto più presente sul terreno della sicurezza, delle frontiere e dell’ordine pubblico.

È proprio su quest’ultimo terreno che il Cile di Kast sta sviluppando gli elementi più caratteristici del nuovo modello conservatore latinoamericano. Nei primi mesi di governo sono stati rafforzati i controlli alle frontiere con fossati, droni e nuovi strumenti di sorveglianza; è stato annunciato un Plan Retorno rivolto agli immigrati irregolari; sono state promosse misure più severe contro le occupazioni e il governo ha posto sicurezza, economia e occupazione al centro della propria azione.

Nel mese di agosto Kast ha compiuto un ulteriore salto di qualità presentando l’Agenda contro il Crimine Organizzato e il Terrorismo, composta da oltre trenta iniziative, e firmando una proposta di riforma costituzionale che inserirebbe esplicitamente la sicurezza pubblica fra i doveri dello Stato. Il progetto contempla inoltre un nuovo stato di eccezione, un registro delle organizzazioni criminali, regimi carcerari differenziati e strumenti più ampi per sequestrare i patrimoni delle organizzazioni perseguite. Il principio scelto dallo stesso Kast per sintetizzare la riforma è eloquente: «Senza sicurezza non c’è libertà».

Si definisce così una formula politica che attraversa ormai buona parte della nuova destra latinoamericana: meno Stato quando si tratta di tassare il capitale, controllare gli investimenti o fornire direttamente servizi, più Stato quando si tratta di sorvegliare, incarcerare, controllare le frontiere e disciplinare il conflitto sociale. Il neoliberismo contemporaneo non coincide dunque con uno Stato genericamente debole: al contrario, richiede un apparato coercitivo sufficientemente forte da amministrare le contraddizioni sociali prodotte dalla riduzione della redistribuzione e dalla crescente centralità del mercato.

Tornando al legame con l’Argentina, Kast scelse proprio Buenos Aires come destinazione del proprio primo viaggio internazionale da presidente, il 6 aprile, incontrando Javier Milei alla Casa Rosada. Il comunicato congiunto dei due governi parlò esplicitamente dell’«alto livello di coincidenze» tra i rispettivi esecutivi e indicò come valori condivisi «libertà, democrazia, vita e proprietà». Sul piano concreto, i colloqui riguardarono investimenti, commercio, integrazione energetica e mineraria, infrastrutture e cooperazione in materia di sicurezza.

L’asse Santiago-Buenos Aires rappresenta quindi uno dei nuclei della nuova configurazione politica del Cono Sud. Kast e Milei non sono identici, ma appartengono chiaramente alla stessa famiglia politica: considerano la deregolamentazione e l’iniziativa privata i motori dello sviluppo, interpretano la sicurezza come questione prioritaria e condividono una collocazione internazionale tendenzialmente più vicina a Washington rispetto ai governi progressisti che li hanno preceduti.

Quest’ultimo aspetto assume un peso ancora maggiore alla luce della strategia perseguita dall’amministrazione Trump. La National Defense Strategy statunitense del 2026 parla esplicitamente di un «Trump Corollary to the Monroe Doctrine» e afferma l’intenzione di ristabilire la predominanza militare statunitense nell’emisfero occidentale, impedendo agli avversari strategici di Washington di acquisire posizioni considerate minacciose nella regione. Difficilmente si potrebbe trovare una formulazione più esplicita della volontà statunitense di riaffermare la propria egemonia sull’America Latina dopo due decenni caratterizzati dalla crescente autonomia politica di alcuni governi e dalla spettacolare espansione economica e diplomatica della Cina.

Proprio il Cile di Kast occupa una posizione strategica in questa partita. Non a caso, già nei primi mesi del nuovo governo, Santiago e Washington hanno firmato accordi per rafforzare la cooperazione nel settore dei minerali critici e della sicurezza, con particolare attenzione alle catene di approvvigionamento. Non è difficile comprenderne l’importanza: il Cile dispone di enormi risorse di rame e litio, materie prime decisive per l’elettrificazione, le batterie, le telecomunicazioni e l’industria tecnologica, in un momento in cui la competizione per il controllo delle loro filiere costituisce uno dei principali terreni dello scontro economico tra Stati Uniti e Cina.

Allo stesso tempo, Kast non può permettersi di riportare il Cile dentro una relazione esclusiva con Washington e avviare un disaccoppiamento da Pechino. Per comprenderne le ragioni, basta osservare i dati commerciali: nel primo semestre del 2026 la Cina ha rappresentato il 30,8 per cento dell’intero commercio cileno di beni e il 33,9 per cento delle esportazioni, mentre gli Stati Uniti hanno rappresentato il 17,7 per cento dell’interscambio. Pechino resta dunque, con grande distacco, il principale partner commerciale del Cile.

La condotta dello stesso governo Kast conferma questa contraddizione. Il 19 agosto il ministro degli Esteri Francisco Pérez Mackenna ha incontrato a Beijing il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, dichiarando che lo sviluppo dei rapporti con la Cina è diventato una «politica di Stato» del Cile. Il governo ha confermato l’adesione al principio di una sola Cina, manifestato interesse per nuovi investimenti cinesi e indicato innovazione tecnologica, intelligenza artificiale e integrazione delle catene industriali fra i settori da sviluppare ulteriormente. Pochi giorni prima, lo stesso Pérez Mackenna aveva definito la Cina un «partner fondamentale» con il quale approfondire una relazione di interesse strategico a lungo termine.

La stessa relazione con gli Stati Uniti mostra inoltre quanto sia asimmetrico il rapporto tra Washington e i suoi alleati latinoamericani. Nonostante la maggiore sintonia politica con Kast, l’amministrazione statunitense ha aumentato dal 10 al 12,5 per cento i dazi applicati a una parte delle merci cilene. Proprio il 24 agosto, una delegazione dell’Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti è arrivata a Santiago per discutere con il governo cileno la possibilità di migliorare le condizioni di accesso dei prodotti nazionali al mercato statunitense. Il fatto che persino un governo politicamente affine debba negoziare per attenuare misure protezionistiche decise unilateralmente da Washington costituisce una dimostrazione concreta dei limiti dell’idea secondo cui l’allineamento agli Stati Uniti garantirebbe automaticamente condizioni economiche privilegiate.

Il Cile, in conclusione, costituisce oggi uno dei laboratori più significativi del nuovo ciclo della destra latinoamericana. Kast sta effettivamente percorrendo una strada affine a quella di Milei, ma adattandola alle condizioni specifiche del proprio paese: meno radicalismo retorico nella demolizione dello Stato, maggiore enfasi sull’ordine e sulla sicurezza, una politica fiscale chiaramente favorevole al capitale e un avvicinamento agli Stati Uniti accompagnato, tuttavia, dalla necessità di conservare un rapporto economico strategico con la Cina.

È proprio questa contraddizione a mostrare i limiti della «riconquista» statunitense dell’America meridionale. Washington può beneficiare dell’arrivo di governi ideologicamente più vicini, rafforzare la cooperazione militare e securitaria, competere per il controllo dei minerali strategici e rilanciare apertamente la Dottrina Monroe. Non può però cancellare vent’anni di trasformazioni nell’economia mondiale né eliminare l’interdipendenza costruita tra Cina e America Latina.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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September 5, 2026
August 31, 2026

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