Le dichiarazioni agostane di Alexandra Ocasio-Cortez, icona del neoprogressismo radicale statunitense, rilasciate in un’intervista con ABC News hanno generato un certo dibattito anche alle nostre latitudini, a dimostrazione dell’interdipendenza politico-ideologica, trasversale anche nello spettro “centrodestra/centrosinistra” istituzionali, che dal dopoguerra lega stabilmente le due sponde dell’Atlantico e il modo di intendere l’agire, l’intendere politico e le sue categorie.
Della Cortez (AOC), dalle principali testate e opinionisti nostrani, è stato ripreso esclusivamente questo passaggio: “Woke 1 was crazy”, il Woke 1 era follia, ponendo poca attenzione al passaggio immediatamente successivo, nel quale AOC, pur riconoscendo l’impraticabilità odierna di certa retorica, sostiene che molte delle discussioni aperte durante quella stagione siano state “quite fruitful”. La citazione di AOC ha portato a un gran numero di riflessioni, da destra e sinistra, entusiastiche e pensose, il cui dibattito langue impietosamente in una cornice ben definita: da destra viene riproposta una lettura e una conseguente condanna prettamente liberali del fenomeno Woke, concentrate principalmente sull’insofferenza, in parte condivisibile, di un fenomeno che ha fatto della censura e della sanzione, anche sociale, una delle proprie inappellabili cifre. A sinistra si leggono approfondimenti pensosi, tipici delle classiche sedute psicanalitiche collettive proprie di quelle Direzioni nazionali nostrane appena uscite da sonore batoste. Dimostrazione di come ci si possa sentire smarriti quando dalla centrale operativa d’oltreoceano giungono inaspettatamente nuove coordinate. Lo abbiamo già accennato: entrambi gli schieramenti soffrono di un vincolo esterno ideologico e culturale il cui perno ruota principalmente intorno ai principi liberali comprensivi degli interessi, da intendersi nell’accezione più ampia, “occidentali” ossia statunitensi: rispetto a questo atteggiamento avevamo coniato il termine: geopoliticamente corretto. La ricezione italiana, quindi, continua ad essere mediata dal paradigma ideologico e strategico liberal-progressista da una parte e liberal-conservatore dall’altra. Elaborazioni del lutto col coltello tra i denti per i liberal nostrani e sfregamento di soddisfacimento e rivalsa per i conservatori: al vincitore dell’acerrima contesa il premio di sestante in seconda dell’occidente.
Un dibattito sconsolante, racchiuso in un perimetro entro il quale è difficile dire se a preoccupare sia più la sterilità del confronto o l’incapacità di avvertire la necessità di produrre un punto di vista autenticamente afferente agli interessi europei e italiani.
Occorre quindi uscire, il più rapidamente possibile, da questo recinto per osservare quello che sta accadendo nella politica statunitense. La battuta di AOC, tra l’altro attribuita al consigliere comunale newyorchese e figura di primo piano di Black Lives Matter Chi Ajani Ossé, più che intonare il de profundis di una stagione politica, pare piuttosto segnalare la mutazione e il conseguente riposizionamento iniziati già da tempo nella sinistra americana. E la mutazione è per definizione un cambiamento in atto, una trasformazione, un passaggio da uno stato (Woke 1.0) a un altro (Woke 2.0? / New Left 2.0?). Una trasformazione che non consiste tanto nell’abbandono delle istanze progressiste maturate nell’ultimo quindicennio, quanto nella loro progressiva subordinazione a un linguaggio politico tornato a ruotare attorno alla questione sociale. Non è una resa ma una strategia che dimostra una vitalità tipica di un organismo vivo e il pragmatismo di una prospettiva politicamente sfruttabile, anche in considerazione della situazione socioeconomica degli Stati Uniti e dell’oggettiva difficoltà del partito Repubblicano.
A cosa dobbiamo, di grazia, gli articoli scritti al ritmo dei cin-cin conservatori-liberali (con la i) nostrani?
Proviamo ad arretrare almeno fino al 2016. Altro mondo, qualcuno dirà. Si noti però che, ai tempi, a riportare al centro della politica democratica un vocabolario appartenente ad un altro mondo ancora fu Bernie Sanders: classe, sanità (possibilmente universale), salari (infarciti di gender gap), ruolo dei sindacati e indebitamento delle famiglie americane. Un conflitto che veniva abilmente presentato principalmente in termini verticali: da una parte una minoranza estremamente ricca (happy few), capace di esercitare un’influenza determinante sulle istituzioni; dall’altra il resto degli statunitensi obbligato a vivere alla giornata. La sinistra americana di oggi che parla di “oligarchi” pesca a piene mani in quella stagione.
Proprio AOC nacque in questo brodo culturale e quindi politico. La sua affermazione nel 2018, con la sorprendente vittoria nelle primarie democratiche contro Joe Crowley, uno degli uomini più potenti dell’apparato del partito Dem, rappresentò una delle prime manifestazioni della capacità del sandersismo di provare a produrre una propria classe politica. Fu però proprio negli anni immediatamente successivi che quel populismo economico venne a intrecciarsi sempre più strettamente con un secondo movimento, proveniente in larga parte dalle università, dall’attivismo digitale e dai nuovi movimenti identitari: quest’ultimo vero e proprio strumento di rara efficacia, già portatore delle principali istanze culturali e politiche del cosiddetto Politicamente Corretto e della sua deriva, razziale e intersezionale, nota come Woke.
La morte di George Floyd segnò l’apogeo di quella stagione, l’ascesa di Black Lives Matter, le cui rivolte e istanze si erano già manifestate durante la presidenza obamiana, sebbene tenute in disparte dal comparto mediatico progressista, solerte invece nell’ingigantirlo in occasione della prima amministrazione trumpiana. In quell’epoca fece la sua comparsa anche la parola d’ordine defund the police, inoltre l’espansione delle categorie intersezionali, le politiche DEI (diversity, equity, inclusion) e una crescente attenzione normativa al linguaggio costituirono, con forza e impatto, i riferimenti principali del movimento Woke. Era l’acme della mutazione del conflitto sociale: il politicamente corretto inteso come fusione di istanze progressiste figlie, in buona parte, della Scuola di Francoforte, entusiasticamente sostenute dall’ultima evoluzione del capitalismo finanziario. A mutare, infatti, per le istanze progressiste, fu la gerarchia delle questioni e, soprattutto, la loro percezione pubblica: una crisi del tradizionale soggetto di classe che, in particolare in Herbert Marcuse, condusse a rivolgere crescente attenzione verso soggetti marginali, minoranze e nuove forme di opposizione sociale. Dall’“homo consumens”, in cui si poteva comunque rintracciare ancora un afflato di qualsivoglia appartenenza e identità, all’Uomo Residuo le cui fondamenta, esistenziali e ontologiche, dovevano e devono vertere sulla fluidità intesa come fluidificante di un sistema, finanziario e quindi politico, che non tollera più sassolini nell’ingranaggio: la decostruzione delle appartenenze si è dimostrata efficacemente funzionale alla forma contemporanea del capitalismo finanziario.
Fu quella la stagione nella quale il Woke, salendo di livello, cessò di essere “soltanto” un fenomeno circoscritto all’attivismo e penetrò profondamente nel linguaggio delle grandi imprese, delle università, dell’industria culturale, dell’informazione e di parti considerevoli dell’apparato pubblico. Ed è proprio per questa ragione che sarebbe superficiale confondere l’attuale ridimensionamento della sua retorica con la scomparsa degli effetti prodotti durante quella fase. Inoltre, il partito Democratico, a seguito della sconfitta del 2024, fu testimone di una crisi di rappresentanza: il partito continuava a rafforzarsi nell’America urbana e istruita, mentre perdeva terreno tra gli elettori privi di laurea e in ampi segmenti della classe lavoratrice. Tornare a parlare di salari, sanità, casa e concentrazione della ricchezza diventava quindi non soltanto coerente con la tradizione sandersiana, ma politicamente necessario.
È in questo contesto che deve essere letto il successivo riavvicinamento alla questione sociale. Nel 2025 Sanders lanciò il suo Fighting Oligarchy Tour, al quale Ocasio-Cortez partecipò assumendo progressivamente un ruolo di primo piano. Il dato interessante, per l’analisi che si dovrebbe fare oggi, non riguardava soltanto i temi economici affrontati, peraltro perfettamente coerenti con la tradizione sandersiana, ma il tentativo esplicito di allargare il perimetro della coalizione progressista. Fu proprio in uno di quei comizi che AOC si rivolse anche a coloro che avevano votato diversamente, a chi non conosceva “le parole giuste” da utilizzare e persino a chi dissentiva da lei su alcune questioni: il discrimine diventava la disponibilità a combattere per altri americani e contro la concentrazione del potere economico, sullo sfondo di una nazione sempre più fratturata al suo interno, incapace di riconoscersi e soprattutto di definirsi: per ironia della sorte, proprio quelli che ora cercano di riposizionare strategicamente il messaggio politico, hanno pesantemente contribuito a quella crisi di identità che così tanto lacera, dall’interno, la nazione americana, sempre più oggetto di una fondamentale domanda: America chi sei?
È proprio su questa frattura che Donald Trump e l’universo politico (e di apparati), culturale ed economico raccoltosi attorno al suo ritorno alla Casa Bianca hanno costruito una parte consistente della propria forza. Al di là del risultato elettorale contingente, il trumpismo ha saputo intercettare il bisogno, ormai esplicito, di ricomporre una nazione sempre meno capace di riconoscersi e un impero costretto a fare i conti con i limiti della propria sovraestensione, sognando di ribaltare il tavolo delle guerre culturali in patria, proponendo, a loro volta, un Woke a trazione conservatrice: si pensi solo allo psicodramma sull’antisemitismo, combattuto anche – e non è un caso – nei più prestigiosi contesti universitari statunitensi. Comunque, l’intento trumpiano di un Woke a trazione conservatrice è, al momento, fallito.
Se all’apparato liberal-progressista può essere imputata una parte rilevante della disgregazione culturale culminata nella stagione woke, il mondo conservatore americano non può dichiararsi estraneo ai processi economici e geopolitici che hanno contribuito alla medesima crisi: dalla globalizzazione alla deindustrializzazione, dalla finanziarizzazione dell’economia alla proiezione imperiale perseguita per decenni da amministrazioni repubblicane e democratiche. Due percorsi apparentemente opposti che hanno finito per concorrere, ciascuno a proprio modo, all’indebolimento delle appartenenze, delle sicurezze materiali e della stessa capacità degli Stati Uniti di darsi una definizione condivisa.
Tornando ad AOC, il suo passaggio è tutt’altro che secondario. Non siamo di fronte a una sinistra divenuta improvvisamente conservatrice né, tantomeno, a un’abdicazione rispetto alle battaglie identitarie degli anni precedenti. Stiamo assistendo piuttosto a un mutamento della loro funzione politica. Ciò che fino a pochi anni fa costituiva uno dei principali strumenti di mobilitazione sembra progressivamente retrocedere sullo sfondo, mentre in primo piano tornano il salario, la casa, la sanità, il costo della vita, il potere dei monopoli e la concentrazione della ricchezza.
L’esperimento di Zohran Mamdani a New York, asceso al successo grazie all’affordability e poi, probabilmente solo come inevitabile esito, alle tematiche afferenti alle culture wars di matrice woke, rappresenta probabilmente la manifestazione più compiuta di questa nuova fase, in cui Democratic Socialist of America, organizzazione socialista democratica che opera prevalentemente nello spazio elettorale del Partito Dem, tenta l’OPA sul partito Democratico.
Che si tratti di comunicazione strumentale o meno lo vedremo in futuro, certo è che nel giugno scorso il Rent Guidelines Board di New York ha approvato il congelamento degli affitti per circa un milione di appartamenti regolamentati, trasformando una delle principali promesse della campagna di Mamdani in una misura immediatamente percepibile da una parte consistente della popolazione cittadina. Ma sarebbe riduttivo leggere Mamdani esclusivamente come il prodotto del ritorno della questione sociale. La sua affermazione intercetta anche un’altra trasformazione, forse altrettanto profonda, in corso nella società americana: la già menzionata progressiva erosione, soprattutto tra le generazioni più giovani e nell’elettorato democratico, dello storico consenso bipartisan intorno al sostegno a Israele (tema già affrontato in campagna elettorale): mentre sul woke la nuova sinistra sembra arretrare rispetto alla propria avanguardia culturale, su Israele potrebbe essere l’opinione pubblica — soprattutto giovane — ad avvicinarsi alle posizioni che fino a ieri appartenevano all’avanguardia.
È doveroso menzionare Abdul El-Sayed che il 4 agosto ha vinto la candidatura democratica per il Senato in Michigan con un’agenda fortemente incentrata su quello che potremmo definire un populismo economico di sinistra. Lo stesso El-Sayed, nel 2020 si diceva favorevole al defund the police, mentre oggi ha preso le distanze da quelle posizioni, rinnegando di aver chiesto il defund, nonostante le ampie evidenze mediatiche disponibili.
Anche la Democratic Socialists of America (DSA) ha ormai fornito una sistemazione programmatica esplicita a questo orientamento. Il suo nuovo programma nazionale porta un titolo difficilmente equivocabile: Workers Deserve More, in un contesto in cui la società americana viene descritta attraverso il conflitto tra una classe lavoratrice privata del controllo sulla propria vita economica e una “billionaire class” capace di orientare politica e istituzioni.
Ed è proprio qui che l’interpretazione della presunta morte del Woke comincia a mostrare tutti i propri limiti. Nello stesso programma continuano infatti a trovare spazio molte delle istanze che ne avevano caratterizzato la precedente stagione: dalle politiche relative all’identità di genere alla critica radicale del sistema carcerario e di polizia, dal Green New Deal alle riparazioni razziali fino al femminismo socialista. Non vi è dunque alcuna evidenza di una conversione culturale.
A essere cambiata, come detto, sembra piuttosto la gerarchia. Ed è un cambiamento strategico. Il progressismo identitario non viene necessariamente rinnegato: viene ricollocato. La questione sociale torna a essere lo strumento attraverso il quale costruire una maggioranza; quella culturale può sopravvivere come parte di un patrimonio ideologico ormai acquisito, senza essere costretta a occupare quotidianamente il centro della scena. Se così fosse, la domanda da rivolgere ad AOC non sarebbe allora se il Woke sia morto. Un paradigma culturale non cessa necessariamente di operare nel momento in cui perde la capacità, o la convenienza, di presentarsi come strumento di mobilitazione politica. Può accadere l’opposto: che alcune delle categorie introdotte e metabolizzate durante la sua fase espansiva siano penetrate abbastanza profondamente nel linguaggio, nelle istituzioni e nel costume da non avere più bisogno di essere continuamente proclamate ma solamente governate, gestite, solo in parte quindi ridimensionate. Ciò che ieri necessitava della militanza può oggi sopravvivere nella (nuova) normalità, rispetto alla quale il timoniere pretende di restare lo stesso.
Se il fenomeno Woke viene osservato soltanto attraverso le sue manifestazioni più caricaturali e oggettivamente deliranti — il lessico, la censura, le quote, i pronomi, le liturgie identitarie — la loro progressiva marginalizzazione può facilmente essere scambiata per una restaurazione, concentrarsi sugli esiti, spesso (ma non sempre) infausti degli eccessi portati, ad esempio sul grande schermo, godendo dei tonfi economici di certe produzioni hollywoodiane al grido di “Go woke get broke!” proponendo, come alternativa, soluzioni pensate proprio nelle cucine d’oltreoceano porta solo al reiterarsi delle stesse condizioni di subalternità. Ma se si considera invece tutto questo come parte di una trasformazione più profonda della concezione dell’uomo, delle appartenenze e del limite, il compimento dello sradicamento di qualsiasi istanza e sostanza afferente alla civiltà europea, la questione cambia radicalmente. L’Uomo Residuo non coincide infatti con il militante woke: è semmai l’uomo che resta quando la dissoluzione delle appartenenze tradizionali è divenuta condizione ordinaria dell’esistenza.
E non c’è (centro)destra o (centro)sinistra che tenga.


