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Giacomo Gabellini
July 4, 2026
© Photo: Public domain

Israele è insoddisfatto della posizione dell’amministrazione del presidente Trump e punta sullo spionaggio e sulla raccolta di materiale compromettente; del resto, non è una novità

Segue nostro Telegram.

All’inizio di giugno, la Defense Intelligence Agency (Dia) statunitense avrebbe emesso un documento interno di sette pagine in cui si disponeva l’innalzamento del livello di allerta – portato a “critico” – nei confronti di Israele. Lo ha rivelato la «Nbc» basandosi sulle confidenze rese da tre fonti di alto livello (due interne agli apparati di intelligence statunitensi, più un ex funzionario), secondo cui la decisione scaturirebbe dal timore che Israele stia intensificando le attività di spionaggio contro il suo principale alleato al fine di acquisire conoscenza diretta degli orientamenti dell’amministrazione Trump riguardo a Libano e Iran.

In conformità alle deliberazioni della Dia, i funzionari statunitensi adotteranno maggiori precauzioni durante i loro viaggi in Israele e, soprattutto nel corso degli incontri con funzionari israeliani.
La Casa Bianca ha smentito l’indiscrezione, mentre il Pentagono ha rifiutato di commentarla. A sua volta, l’ambasciata israeliana a Washington ha liquidato le accuse come «completamente false», in quanto «Israele non raccoglie intelligence su entità americane, tanto meno su funzionari del governo statunitense».
I precedenti, tuttavia, smontano clamorosamente l’arringa difensiva formulata dall’ambasciata israeliana presso la capitale Usa.

Il caso più emblematico sul punto è indubbiamente quello di Jonathan Pollard, analista civile per conto della marina militare statunitense arrestato nel 1985 assieme a sua moglie per aver trasmesso un’enorme mole di documenti segreti a Israele. Da ebreo sionista convinto, Pollard aveva sfruttato il proprio nulla osta di segretezza di massimo livello per accedere ai dati sensibili raccolti dall’intelligence statunitense e passarli ai suoi contatti israeliani, vale a dire l’influente consigliere del primo ministro e direttore del Lekem (agenzia di intelligence israeliana preposta allo spionaggio tecnico e scientifico, smantellata nel 1986) Rafi Eitan, il colonnello dell’aeronautica militare Aviem Sella e l’alto funzionario del consolato israeliano a New York Yosef Yagur.

Come nota lo strorico Benny Morris: «Pollard era una miniera d’oro. Non si saprà forse mai fino a che punto fosse riuscito a infiltrarsi, ma funzionari statunitensi dichiararono in seguito che, nei 17 mesi della sua attività, Pollard aveva passato più di 1.000 documenti riservati. Si trattava per lo più di studi analitici dettagliati contenenti calcoli tecnici, tabelle grafiche e foto satellitari. Alcuni erano lunghi centinaia di pagine e più di 800 portavano il timbro “segretissimo”. Parte di questo materiale, hanno dichiarato coloro che hanno valutato i danni, compromise i sistemi americani di raccolta d’intelligence» (1).

Secondo la valutazione dei danni eseguita dalla Cia, gran parte dei documenti passati da Pollard a Israele riguardavano il potenziale bellico dei Paesi arabi, le tecnologie di difesa aerea dell’Unione Sovietica, lo stato di avanzamento dell’Egitto in ambito missilistico e del Pakistan in campo nucleare. Senza contare le numerosissime stime circa le capacità militari dello Stato ebraico. Il Mossad, che aveva caldamente sconsigliato al governo di Tel Aviv di ricorrere a Pollard per evitare di incrinare i rapporti con gli Stati Uniti, constatò di aver calibrato male le proprie previsioni, dal momento che la tensione con Washington montata in seguito allo smascheramento della spia non produsse alcuna ripercussione di rilievo. Fatta eccezione per la condanna all’ergastolo di Pollard stesso – rilasciato nel novembre del 2015 dopo 30 anni di reclusione grazie anche alle incessanti pressioni esercitate da tutti i governi israeliani. «Se accetterà di liberare Pollard, presenterò le mie dimissioni domani mattina», comunicò il direttore della Cia George Tenet al presidente Clinton che appariva incline a cedere alle richieste di Tel Aviv.

Nel 2008, gli Usa colsero in flagrante un’altra talpa alle dipendenze del Lekem. Si trattava di Ben-Ami Kadish, un ingegnere meccanico in forze al Picattiny Arsenal del Pentagono che tra il 1979 e il 1985 aveva trasmesso a Tel Aviv numerosi documenti riguardanti l’arsenale nucleare statunitense, le modifiche apportate al caccia F-15 e le specifiche del sistema anti-missilistico Patriot. In questo caso, gli Usa ottennero le scuse di Israele e lo scioglimento del Lekem, quasi che tale ente di spionaggio agisse in maniera indipendente dal governo.

Nel 1986, alcuni dipendenti della Israeli Aerospace Industries furono espulsi dagli Stati Uniti con l’accusa di aver trafugato i brevetti della Recon Optical, con la quale stavano lavorando nell’ambito di un progetto congiunto finalizzato alla realizzazione di un pod da ricognizione fotografica per l’aeronautica militare israeliana. Tecnici israeliani che lavoravano fianco a fianco con gli specialisti della Rca presso un impianto segreto situato a Mont Laurel nel New Jersey per mettere a punto Dindi, un sistema di spionaggio elettronico per Israele, approfittarono della situazione per carpire informazioni relative ad alcuni progetti della National Security Agency. Giornalisti specializzati e dotati di notevoli agganci nel settore come James Bamford hanno avanzato il sospetto che, attraverso sistemi di intercettazione e tecnologie di vario tipo in dotazione all’Fbi e alla Dea fabbricate da aziende israeliane quali Nice Systems, Check Point e Comverse/Verint, le agenzie spionistiche dello Stato ebraico si siano garantite l’accesso alle comunicazioni statunitensi.

Senza contare che altre due imprese israeliane, la Amdocs e la Telrad, hanno elaborato e messo a disposizione di svariate aziende Usa operanti nel settore delle telecomunicazioni il sistema di fatturazione, dal quale è possibile ricavare i metadati sulle comunicazioni interne e internazionali.

Un’inchiesta del «Sunday Times» ha rivelato tali “entrature” garantivano al Mossad la possibilità di intercettare telefonate ed e-mail della Casa Bianca. Secondo l’esperto Gordon Thomas, il Mossad era entrato in possesso delle conversazioni telefoniche tra il presidente Bill Clinton e la stagista-amante Monica Lewinsky tramite questa longa manus nel sistema di comunicazione dell’apparato governativo Usa (2) e le avrebbe impiegate per ricattare il presidente obbligandolo a far decadere le indagini sul cosiddetto “scandalo Mega”, pena la pubblicazione delle telefonate.

Lo “scandalo Mega” ebbe origine nel gennaio del 1997, quando un funzionario dell’ambasciata israeliana di Washington contattò l’allora direttore del Mossad Danny Yatom affinché lo autorizzasse a rivolgersi a un certo Mega per chiedergli di passargli una copia della lettera confidenziale attraverso cui il segretario di Stato Warren Christopher aveva fornito a Yasser Arafat assicurazioni riguardo all’impegno Usa a favorire il ritiro dell’esercito israeliano da Hebron – autorizzazione che Yatom negò per non mettere a rischio la copertura di Mega.

La comunicazione fu intercettata dalla National Security Agency e girata all’Fbi, i cui investigatori avviarono un’indagine segreta che nell’arco di poco tempo permise di restringere il campo a un numero ridotto di alti funzionari, tra cui spiccava Leon Fuerth, consigliere per la Sicurezza Nazionale del vicepresidente Al Gore e convinto sostenitore del Likud. L’inchiesta non si spinse oltre, anche in ragione del fatto che, riporta una dettagliata inchiesta condotta da Carl Cameron di «Fox News» e resa quasi subito irreperibile, «tutti gli investigatori all’interno della Dea [Drug Enforcement Agency], dell’Ins [Immigration and Naturalization Service] e dell’Fbi ci hanno detto che perseguire o anche solo ipotizzare lo spionaggio israeliano […] è considerato un suicidio sotto il profilo della carriera», ma fonti dell’intelligence Usa hanno riferito al «Washington Post» che c’era il forte sospetto che Fuerth avesse consegnato informazioni estremamente delicate riguardo alla politica estera Usa al premier israeliano Netanyahu.

Nel 2004, l’Fbi e il Dipartimento di Giustizia aprirono un’inchiesta su possibili attività spionistiche israeliane all’interno del Pentagono rispetto alle quali era fortemente sospettato il coinvolgimento dell’ex ufficiale del Mossad Uzi Arad, del dipendente dell’ambasciata israeliana a Washington Naor Gilon, del vice-segretario alla Difesa Paul Wolfowitz, del sotto-segretario Douglas Feith, del dipendente Michael Maloof e del colonnello della Defense Intelligence Agency (Dia) Lawrence A. Franklin. Quest’ultimo fu infine incriminato per aver passato materiale coperto da segreto a due alti funzionari dell’Aipac (Steven J. Rosen e Keith Weissman), dopo che l’Fbi aveva scoperto ben 83 documenti classificati (alcuni dei quali recanti il marchio top secret) detenuti illegalmente nella sua abitazione in West Virginia grazie alle informazioni fornite da Irving Lewis “Scooter” Libby, strettissimo collaboratore del vicepresidente Dick Cheney che era stato torchiato a dovere dagli inquirenti nell’ambito dell’indagine. Mentre l’Fbi cercava di risalire al vertice della rete spionistica israeliana interna al Pentagono, sia Paul Wolfowitz che Douglas Feith, grandi sostenitori e amici personali del colonnello Franklin, rassegnarono improvvisamente le dimissioni e l’indagine non ebbe alcun seguito.

NOTE

1) Cfr. Morris, Benny, Mossad. Le guerre segrete di Israele, Rizzoli, Milano 2010, p. 465.

2) Cfr. Thomas, Gordon, Gideon’s spies. The secret history of the Mossad, St. Martin’s Griffin, Londra 1999, p. 104.

Lo spionaggio israeliano prende di mira gli Stati Uniti. Di nuovo

Israele è insoddisfatto della posizione dell’amministrazione del presidente Trump e punta sullo spionaggio e sulla raccolta di materiale compromettente; del resto, non è una novità

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All’inizio di giugno, la Defense Intelligence Agency (Dia) statunitense avrebbe emesso un documento interno di sette pagine in cui si disponeva l’innalzamento del livello di allerta – portato a “critico” – nei confronti di Israele. Lo ha rivelato la «Nbc» basandosi sulle confidenze rese da tre fonti di alto livello (due interne agli apparati di intelligence statunitensi, più un ex funzionario), secondo cui la decisione scaturirebbe dal timore che Israele stia intensificando le attività di spionaggio contro il suo principale alleato al fine di acquisire conoscenza diretta degli orientamenti dell’amministrazione Trump riguardo a Libano e Iran.

In conformità alle deliberazioni della Dia, i funzionari statunitensi adotteranno maggiori precauzioni durante i loro viaggi in Israele e, soprattutto nel corso degli incontri con funzionari israeliani.
La Casa Bianca ha smentito l’indiscrezione, mentre il Pentagono ha rifiutato di commentarla. A sua volta, l’ambasciata israeliana a Washington ha liquidato le accuse come «completamente false», in quanto «Israele non raccoglie intelligence su entità americane, tanto meno su funzionari del governo statunitense».
I precedenti, tuttavia, smontano clamorosamente l’arringa difensiva formulata dall’ambasciata israeliana presso la capitale Usa.

Il caso più emblematico sul punto è indubbiamente quello di Jonathan Pollard, analista civile per conto della marina militare statunitense arrestato nel 1985 assieme a sua moglie per aver trasmesso un’enorme mole di documenti segreti a Israele. Da ebreo sionista convinto, Pollard aveva sfruttato il proprio nulla osta di segretezza di massimo livello per accedere ai dati sensibili raccolti dall’intelligence statunitense e passarli ai suoi contatti israeliani, vale a dire l’influente consigliere del primo ministro e direttore del Lekem (agenzia di intelligence israeliana preposta allo spionaggio tecnico e scientifico, smantellata nel 1986) Rafi Eitan, il colonnello dell’aeronautica militare Aviem Sella e l’alto funzionario del consolato israeliano a New York Yosef Yagur.

Come nota lo strorico Benny Morris: «Pollard era una miniera d’oro. Non si saprà forse mai fino a che punto fosse riuscito a infiltrarsi, ma funzionari statunitensi dichiararono in seguito che, nei 17 mesi della sua attività, Pollard aveva passato più di 1.000 documenti riservati. Si trattava per lo più di studi analitici dettagliati contenenti calcoli tecnici, tabelle grafiche e foto satellitari. Alcuni erano lunghi centinaia di pagine e più di 800 portavano il timbro “segretissimo”. Parte di questo materiale, hanno dichiarato coloro che hanno valutato i danni, compromise i sistemi americani di raccolta d’intelligence» (1).

Secondo la valutazione dei danni eseguita dalla Cia, gran parte dei documenti passati da Pollard a Israele riguardavano il potenziale bellico dei Paesi arabi, le tecnologie di difesa aerea dell’Unione Sovietica, lo stato di avanzamento dell’Egitto in ambito missilistico e del Pakistan in campo nucleare. Senza contare le numerosissime stime circa le capacità militari dello Stato ebraico. Il Mossad, che aveva caldamente sconsigliato al governo di Tel Aviv di ricorrere a Pollard per evitare di incrinare i rapporti con gli Stati Uniti, constatò di aver calibrato male le proprie previsioni, dal momento che la tensione con Washington montata in seguito allo smascheramento della spia non produsse alcuna ripercussione di rilievo. Fatta eccezione per la condanna all’ergastolo di Pollard stesso – rilasciato nel novembre del 2015 dopo 30 anni di reclusione grazie anche alle incessanti pressioni esercitate da tutti i governi israeliani. «Se accetterà di liberare Pollard, presenterò le mie dimissioni domani mattina», comunicò il direttore della Cia George Tenet al presidente Clinton che appariva incline a cedere alle richieste di Tel Aviv.

Nel 2008, gli Usa colsero in flagrante un’altra talpa alle dipendenze del Lekem. Si trattava di Ben-Ami Kadish, un ingegnere meccanico in forze al Picattiny Arsenal del Pentagono che tra il 1979 e il 1985 aveva trasmesso a Tel Aviv numerosi documenti riguardanti l’arsenale nucleare statunitense, le modifiche apportate al caccia F-15 e le specifiche del sistema anti-missilistico Patriot. In questo caso, gli Usa ottennero le scuse di Israele e lo scioglimento del Lekem, quasi che tale ente di spionaggio agisse in maniera indipendente dal governo.

Nel 1986, alcuni dipendenti della Israeli Aerospace Industries furono espulsi dagli Stati Uniti con l’accusa di aver trafugato i brevetti della Recon Optical, con la quale stavano lavorando nell’ambito di un progetto congiunto finalizzato alla realizzazione di un pod da ricognizione fotografica per l’aeronautica militare israeliana. Tecnici israeliani che lavoravano fianco a fianco con gli specialisti della Rca presso un impianto segreto situato a Mont Laurel nel New Jersey per mettere a punto Dindi, un sistema di spionaggio elettronico per Israele, approfittarono della situazione per carpire informazioni relative ad alcuni progetti della National Security Agency. Giornalisti specializzati e dotati di notevoli agganci nel settore come James Bamford hanno avanzato il sospetto che, attraverso sistemi di intercettazione e tecnologie di vario tipo in dotazione all’Fbi e alla Dea fabbricate da aziende israeliane quali Nice Systems, Check Point e Comverse/Verint, le agenzie spionistiche dello Stato ebraico si siano garantite l’accesso alle comunicazioni statunitensi.

Senza contare che altre due imprese israeliane, la Amdocs e la Telrad, hanno elaborato e messo a disposizione di svariate aziende Usa operanti nel settore delle telecomunicazioni il sistema di fatturazione, dal quale è possibile ricavare i metadati sulle comunicazioni interne e internazionali.

Un’inchiesta del «Sunday Times» ha rivelato tali “entrature” garantivano al Mossad la possibilità di intercettare telefonate ed e-mail della Casa Bianca. Secondo l’esperto Gordon Thomas, il Mossad era entrato in possesso delle conversazioni telefoniche tra il presidente Bill Clinton e la stagista-amante Monica Lewinsky tramite questa longa manus nel sistema di comunicazione dell’apparato governativo Usa (2) e le avrebbe impiegate per ricattare il presidente obbligandolo a far decadere le indagini sul cosiddetto “scandalo Mega”, pena la pubblicazione delle telefonate.

Lo “scandalo Mega” ebbe origine nel gennaio del 1997, quando un funzionario dell’ambasciata israeliana di Washington contattò l’allora direttore del Mossad Danny Yatom affinché lo autorizzasse a rivolgersi a un certo Mega per chiedergli di passargli una copia della lettera confidenziale attraverso cui il segretario di Stato Warren Christopher aveva fornito a Yasser Arafat assicurazioni riguardo all’impegno Usa a favorire il ritiro dell’esercito israeliano da Hebron – autorizzazione che Yatom negò per non mettere a rischio la copertura di Mega.

La comunicazione fu intercettata dalla National Security Agency e girata all’Fbi, i cui investigatori avviarono un’indagine segreta che nell’arco di poco tempo permise di restringere il campo a un numero ridotto di alti funzionari, tra cui spiccava Leon Fuerth, consigliere per la Sicurezza Nazionale del vicepresidente Al Gore e convinto sostenitore del Likud. L’inchiesta non si spinse oltre, anche in ragione del fatto che, riporta una dettagliata inchiesta condotta da Carl Cameron di «Fox News» e resa quasi subito irreperibile, «tutti gli investigatori all’interno della Dea [Drug Enforcement Agency], dell’Ins [Immigration and Naturalization Service] e dell’Fbi ci hanno detto che perseguire o anche solo ipotizzare lo spionaggio israeliano […] è considerato un suicidio sotto il profilo della carriera», ma fonti dell’intelligence Usa hanno riferito al «Washington Post» che c’era il forte sospetto che Fuerth avesse consegnato informazioni estremamente delicate riguardo alla politica estera Usa al premier israeliano Netanyahu.

Nel 2004, l’Fbi e il Dipartimento di Giustizia aprirono un’inchiesta su possibili attività spionistiche israeliane all’interno del Pentagono rispetto alle quali era fortemente sospettato il coinvolgimento dell’ex ufficiale del Mossad Uzi Arad, del dipendente dell’ambasciata israeliana a Washington Naor Gilon, del vice-segretario alla Difesa Paul Wolfowitz, del sotto-segretario Douglas Feith, del dipendente Michael Maloof e del colonnello della Defense Intelligence Agency (Dia) Lawrence A. Franklin. Quest’ultimo fu infine incriminato per aver passato materiale coperto da segreto a due alti funzionari dell’Aipac (Steven J. Rosen e Keith Weissman), dopo che l’Fbi aveva scoperto ben 83 documenti classificati (alcuni dei quali recanti il marchio top secret) detenuti illegalmente nella sua abitazione in West Virginia grazie alle informazioni fornite da Irving Lewis “Scooter” Libby, strettissimo collaboratore del vicepresidente Dick Cheney che era stato torchiato a dovere dagli inquirenti nell’ambito dell’indagine. Mentre l’Fbi cercava di risalire al vertice della rete spionistica israeliana interna al Pentagono, sia Paul Wolfowitz che Douglas Feith, grandi sostenitori e amici personali del colonnello Franklin, rassegnarono improvvisamente le dimissioni e l’indagine non ebbe alcun seguito.

NOTE

1) Cfr. Morris, Benny, Mossad. Le guerre segrete di Israele, Rizzoli, Milano 2010, p. 465.

2) Cfr. Thomas, Gordon, Gideon’s spies. The secret history of the Mossad, St. Martin’s Griffin, Londra 1999, p. 104.

Israele è insoddisfatto della posizione dell’amministrazione del presidente Trump e punta sullo spionaggio e sulla raccolta di materiale compromettente; del resto, non è una novità

Segue nostro Telegram.

All’inizio di giugno, la Defense Intelligence Agency (Dia) statunitense avrebbe emesso un documento interno di sette pagine in cui si disponeva l’innalzamento del livello di allerta – portato a “critico” – nei confronti di Israele. Lo ha rivelato la «Nbc» basandosi sulle confidenze rese da tre fonti di alto livello (due interne agli apparati di intelligence statunitensi, più un ex funzionario), secondo cui la decisione scaturirebbe dal timore che Israele stia intensificando le attività di spionaggio contro il suo principale alleato al fine di acquisire conoscenza diretta degli orientamenti dell’amministrazione Trump riguardo a Libano e Iran.

In conformità alle deliberazioni della Dia, i funzionari statunitensi adotteranno maggiori precauzioni durante i loro viaggi in Israele e, soprattutto nel corso degli incontri con funzionari israeliani.
La Casa Bianca ha smentito l’indiscrezione, mentre il Pentagono ha rifiutato di commentarla. A sua volta, l’ambasciata israeliana a Washington ha liquidato le accuse come «completamente false», in quanto «Israele non raccoglie intelligence su entità americane, tanto meno su funzionari del governo statunitense».
I precedenti, tuttavia, smontano clamorosamente l’arringa difensiva formulata dall’ambasciata israeliana presso la capitale Usa.

Il caso più emblematico sul punto è indubbiamente quello di Jonathan Pollard, analista civile per conto della marina militare statunitense arrestato nel 1985 assieme a sua moglie per aver trasmesso un’enorme mole di documenti segreti a Israele. Da ebreo sionista convinto, Pollard aveva sfruttato il proprio nulla osta di segretezza di massimo livello per accedere ai dati sensibili raccolti dall’intelligence statunitense e passarli ai suoi contatti israeliani, vale a dire l’influente consigliere del primo ministro e direttore del Lekem (agenzia di intelligence israeliana preposta allo spionaggio tecnico e scientifico, smantellata nel 1986) Rafi Eitan, il colonnello dell’aeronautica militare Aviem Sella e l’alto funzionario del consolato israeliano a New York Yosef Yagur.

Come nota lo strorico Benny Morris: «Pollard era una miniera d’oro. Non si saprà forse mai fino a che punto fosse riuscito a infiltrarsi, ma funzionari statunitensi dichiararono in seguito che, nei 17 mesi della sua attività, Pollard aveva passato più di 1.000 documenti riservati. Si trattava per lo più di studi analitici dettagliati contenenti calcoli tecnici, tabelle grafiche e foto satellitari. Alcuni erano lunghi centinaia di pagine e più di 800 portavano il timbro “segretissimo”. Parte di questo materiale, hanno dichiarato coloro che hanno valutato i danni, compromise i sistemi americani di raccolta d’intelligence» (1).

Secondo la valutazione dei danni eseguita dalla Cia, gran parte dei documenti passati da Pollard a Israele riguardavano il potenziale bellico dei Paesi arabi, le tecnologie di difesa aerea dell’Unione Sovietica, lo stato di avanzamento dell’Egitto in ambito missilistico e del Pakistan in campo nucleare. Senza contare le numerosissime stime circa le capacità militari dello Stato ebraico. Il Mossad, che aveva caldamente sconsigliato al governo di Tel Aviv di ricorrere a Pollard per evitare di incrinare i rapporti con gli Stati Uniti, constatò di aver calibrato male le proprie previsioni, dal momento che la tensione con Washington montata in seguito allo smascheramento della spia non produsse alcuna ripercussione di rilievo. Fatta eccezione per la condanna all’ergastolo di Pollard stesso – rilasciato nel novembre del 2015 dopo 30 anni di reclusione grazie anche alle incessanti pressioni esercitate da tutti i governi israeliani. «Se accetterà di liberare Pollard, presenterò le mie dimissioni domani mattina», comunicò il direttore della Cia George Tenet al presidente Clinton che appariva incline a cedere alle richieste di Tel Aviv.

Nel 2008, gli Usa colsero in flagrante un’altra talpa alle dipendenze del Lekem. Si trattava di Ben-Ami Kadish, un ingegnere meccanico in forze al Picattiny Arsenal del Pentagono che tra il 1979 e il 1985 aveva trasmesso a Tel Aviv numerosi documenti riguardanti l’arsenale nucleare statunitense, le modifiche apportate al caccia F-15 e le specifiche del sistema anti-missilistico Patriot. In questo caso, gli Usa ottennero le scuse di Israele e lo scioglimento del Lekem, quasi che tale ente di spionaggio agisse in maniera indipendente dal governo.

Nel 1986, alcuni dipendenti della Israeli Aerospace Industries furono espulsi dagli Stati Uniti con l’accusa di aver trafugato i brevetti della Recon Optical, con la quale stavano lavorando nell’ambito di un progetto congiunto finalizzato alla realizzazione di un pod da ricognizione fotografica per l’aeronautica militare israeliana. Tecnici israeliani che lavoravano fianco a fianco con gli specialisti della Rca presso un impianto segreto situato a Mont Laurel nel New Jersey per mettere a punto Dindi, un sistema di spionaggio elettronico per Israele, approfittarono della situazione per carpire informazioni relative ad alcuni progetti della National Security Agency. Giornalisti specializzati e dotati di notevoli agganci nel settore come James Bamford hanno avanzato il sospetto che, attraverso sistemi di intercettazione e tecnologie di vario tipo in dotazione all’Fbi e alla Dea fabbricate da aziende israeliane quali Nice Systems, Check Point e Comverse/Verint, le agenzie spionistiche dello Stato ebraico si siano garantite l’accesso alle comunicazioni statunitensi.

Senza contare che altre due imprese israeliane, la Amdocs e la Telrad, hanno elaborato e messo a disposizione di svariate aziende Usa operanti nel settore delle telecomunicazioni il sistema di fatturazione, dal quale è possibile ricavare i metadati sulle comunicazioni interne e internazionali.

Un’inchiesta del «Sunday Times» ha rivelato tali “entrature” garantivano al Mossad la possibilità di intercettare telefonate ed e-mail della Casa Bianca. Secondo l’esperto Gordon Thomas, il Mossad era entrato in possesso delle conversazioni telefoniche tra il presidente Bill Clinton e la stagista-amante Monica Lewinsky tramite questa longa manus nel sistema di comunicazione dell’apparato governativo Usa (2) e le avrebbe impiegate per ricattare il presidente obbligandolo a far decadere le indagini sul cosiddetto “scandalo Mega”, pena la pubblicazione delle telefonate.

Lo “scandalo Mega” ebbe origine nel gennaio del 1997, quando un funzionario dell’ambasciata israeliana di Washington contattò l’allora direttore del Mossad Danny Yatom affinché lo autorizzasse a rivolgersi a un certo Mega per chiedergli di passargli una copia della lettera confidenziale attraverso cui il segretario di Stato Warren Christopher aveva fornito a Yasser Arafat assicurazioni riguardo all’impegno Usa a favorire il ritiro dell’esercito israeliano da Hebron – autorizzazione che Yatom negò per non mettere a rischio la copertura di Mega.

La comunicazione fu intercettata dalla National Security Agency e girata all’Fbi, i cui investigatori avviarono un’indagine segreta che nell’arco di poco tempo permise di restringere il campo a un numero ridotto di alti funzionari, tra cui spiccava Leon Fuerth, consigliere per la Sicurezza Nazionale del vicepresidente Al Gore e convinto sostenitore del Likud. L’inchiesta non si spinse oltre, anche in ragione del fatto che, riporta una dettagliata inchiesta condotta da Carl Cameron di «Fox News» e resa quasi subito irreperibile, «tutti gli investigatori all’interno della Dea [Drug Enforcement Agency], dell’Ins [Immigration and Naturalization Service] e dell’Fbi ci hanno detto che perseguire o anche solo ipotizzare lo spionaggio israeliano […] è considerato un suicidio sotto il profilo della carriera», ma fonti dell’intelligence Usa hanno riferito al «Washington Post» che c’era il forte sospetto che Fuerth avesse consegnato informazioni estremamente delicate riguardo alla politica estera Usa al premier israeliano Netanyahu.

Nel 2004, l’Fbi e il Dipartimento di Giustizia aprirono un’inchiesta su possibili attività spionistiche israeliane all’interno del Pentagono rispetto alle quali era fortemente sospettato il coinvolgimento dell’ex ufficiale del Mossad Uzi Arad, del dipendente dell’ambasciata israeliana a Washington Naor Gilon, del vice-segretario alla Difesa Paul Wolfowitz, del sotto-segretario Douglas Feith, del dipendente Michael Maloof e del colonnello della Defense Intelligence Agency (Dia) Lawrence A. Franklin. Quest’ultimo fu infine incriminato per aver passato materiale coperto da segreto a due alti funzionari dell’Aipac (Steven J. Rosen e Keith Weissman), dopo che l’Fbi aveva scoperto ben 83 documenti classificati (alcuni dei quali recanti il marchio top secret) detenuti illegalmente nella sua abitazione in West Virginia grazie alle informazioni fornite da Irving Lewis “Scooter” Libby, strettissimo collaboratore del vicepresidente Dick Cheney che era stato torchiato a dovere dagli inquirenti nell’ambito dell’indagine. Mentre l’Fbi cercava di risalire al vertice della rete spionistica israeliana interna al Pentagono, sia Paul Wolfowitz che Douglas Feith, grandi sostenitori e amici personali del colonnello Franklin, rassegnarono improvvisamente le dimissioni e l’indagine non ebbe alcun seguito.

NOTE

1) Cfr. Morris, Benny, Mossad. Le guerre segrete di Israele, Rizzoli, Milano 2010, p. 465.

2) Cfr. Thomas, Gordon, Gideon’s spies. The secret history of the Mossad, St. Martin’s Griffin, Londra 1999, p. 104.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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