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Stefano Vernole
April 22, 2026
© Photo: Public domain

La vittoria elettorale dell’ex Generale Rumen Radev alle elezioni politiche anticipate in Bulgaria rilancia la contrapposizione tra Mosca e Bruxelles nel Mar Nero, con Washington quale spettatore attivo sullo sfondo.

Segue nostro Telegram.

Come delineato nella Comunicazione congiunta del maggio 2025, l’UE riconosce il Mar Nero sia come “spazio strategico conteso sia come regione dal potenziale inespresso”. Essa segnala l’intenzione dell’UE di intensificare l’impegno e affrontare le complesse sfide della regione con un approccio “integrato e lungimirante”. Fondata su “valori condivisi, buon governo e cooperazione regionale, la strategia mira a rendere il Mar Nero sicuro, interconnesso e prospero. Si concentra sul rafforzamento delle istituzioni democratiche, sulla promozione dello stato di diritto e sul sostegno alle riforme che sono alla base della stabilità politica ed economica”.

Dal punto di vista geoeconomico, l’UE considera il Mar Nero una porta d’accesso vitale che collega l’Europa al Caucaso meridionale, all’Asia centrale e oltre. La strategia europea investe in connettività, trasporti, energia e infrastrutture digitali per facilitare gli scambi commerciali, promuovere l’integrazione e ridurre le vulnerabilità. La sicurezza marittima è centrale nella nuova strategia, che mira a rafforzare la sorveglianza, la difesa informatica e la protezione delle infrastrutture sottomarine. Essa ribadisce il sostegno all’Ucraina e ai Paesi limitrofi attraverso la difesa della sovranità, gli aiuti alla ricostruzione e le garanzie di sicurezza per promuovere una pace duratura.

La strategia di Bruxelles si basa su tre pilastri:

Sicurezza, stabilità e resilienza: creazione del polo di sicurezza marittima, potenziamento della mobilità militare, coordinamento delle risposte alle minacce ibride, sostegno alla difesa dell’Ucraina e promozione del consolidamento della pace regionale, in particolare per quanto riguarda i rapporti tra Armenia e Azerbaigian e con la Turchia.

Crescita sostenibile e prosperità: sviluppare la connettività che collega l’Europa con il Caucaso meridionale e l’Asia centrale; accelerare la transizione energetica con le energie rinnovabili e le infrastrutture intelligenti; approfondire l’integrazione economica tramite accordi di libero scambio approfonditi e accordi doganali; e promuovere l’innovazione, la digitalizzazione e l’economia verde.

Protezione ambientale e preparazione alle emergenze civili: rafforzare la resilienza climatica, la preparazione alle catastrofi, la governance ambientale e la conservazione marina attraverso la cooperazione scientifica e i sistemi di emergenza.

Contemporaneamente, la NATO ha intensificato la sua presenza militare lungo il fianco orientale come risposta all’inizio della SMO da parte della Russia.

Le forze terrestri avanzate della NATO sono composte da otto battaglioni multinazionali dislocati nei Paesi membri lungo il fianco orientale. Le dimensioni e la composizione dei battaglioni variano a seconda delle esigenze militari e sono basati in Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia. Il sistema integrato di difesa aerea e missilistica della NATO “protegge gli Alleati dalle minacce aeree, inclusi aerei da combattimento e droni”. Questo include il pattugliamento aereo permanente della NATO, in cui i Paesi membri contribuiscono al monitoraggio e al pattugliamento dei cieli dei loro alleati NATO 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Nel settembre 2025, la NATO ha lanciato Eastern Sentry, un’attività flessibile e multidominio volta a rafforzare la vigilanza atlantica lungo l’intero fianco orientale. Attraverso Eastern Sentry, i suoi membri contribuiscono con ulteriori capacità e risorse al rafforzamento della deterrenza e della “postura di difesa della NATO”.

Le Forze Terrestri Avanzate (FLF) della NATO rappresentano un elemento chiave della presenza militare dell’Alleanza lungo il fianco orientale. Le FLF sono fornite dalle nazioni quadro e da altri Alleati che “contribuiscono, su base volontaria, pienamente sostenibile e a rotazione”. Le forze delle nazioni che contribuiscono si alternano all’interno e all’esterno del Paese ospitante; in qualsiasi momento, possono essere schierate nei battaglioni o di stanza nei rispettivi Paesi d’origine, con la capacità di essere dispiegate rapidamente, se necessario. I battaglioni operano in concerto con le forze di difesa nazionali e sono presenti costantemente nei Paesi ospitanti. Oggi, truppe e personale di tutti gli Alleati della NATO prestano servizio, si addestrano e si esercitano insieme nella parte orientale dell’Alleanza.

La Turchia, con la sua fiorente industria della difesa, possiede il secondo esercito più grande della NATO e svolge un ruolo vitale per la sicurezza dell’Alleanza in quanto custode degli stretti, come codificato dalla Convenzione di Montreux del 1936, perciò il suo comportamento futuro sarà determinante per capire l’evoluzione del conflitto russo-ucraino. La Turchia controlla il transito e la navigazione di navi commerciali e militari attraverso gli stretti del Bosforo, dei Dardanelli e del Mar di Marmara. Il 28 febbraio 2022, il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu annunciò l’applicazione della Convenzione di Montreux e la Turchia chiuse gli Stretti al passaggio delle navi da guerra di tutte le parti in conflitto, ad eccezione di quelle di ritorno alla base nel Mar Nero.

Sia Sofia che Bucarest partecipano agli sforzi della NATO per rafforzare il fianco orientale. Le due città hanno esplorato modalità per una cooperazione più stretta, che si sono concretizzate, tra l’altro, nella creazione del Comando regionale per le operazioni speciali del Mar Nero (HQ R-SOCC) attraverso una struttura di comando e controllo (C2). Nel 2024, Bulgaria, Romania e Turchia hanno lanciato il Gruppo operativo per le contromisure antimine del Mar Nero (MCM Black Sea) per bonificare le zone minate che rappresentano un grave pericolo per la navigazione. Si tratta di una missione congiunta aperta ad altri membri della NATO e di un’esercitazione per le missioni congiunte in tempo di guerra. La Marina degli Stati Uniti ha partecipato anch’essa ad esercitazioni a fianco del gruppo MCM.

Naturalmente, la vittoria di Radev, politicamente favorevole al dialogo tra Bulgaria e Russia, potrebbe incrinare il quadro geopolitico auspicato dalla NATO e sottoposto ad una seria accelerazione con l’annuncio dell’uscita della Moldavia dalla CSI nell’aprile 2027 (e conseguente riapertura della questione transnistriana a causa di un possibile attacco ucraino) e la Tabella di marcia sulla prontezza alla difesa per il 2030 presentata dalla UE.

La strategia presentata dalla Commissione Europea, al riguardo, si basa su cinque interventi principali:

– rafforzare la resilienza delle infrastrutture di trasporto, modernizzando i principali corridoi di mobilità militare dell’UE;

– semplificare le norme per i trasporti militari (anche se effettuati da vettori commerciali) e i requisiti amministrativi per l’attraversamento delle frontiere;

– istituire un “Sistema europeo di risposta rafforzata alla mobilità militare” (EMERS) per le situazioni di emergenza;

– istituire una riserva di solidarietà di capacità di mobilità militare, da condividere tra Stati membri;

– rafforzare il coordinamento delle iniziative in materia, costituire un organismo di raccordo tra gli Stati membri (che devono nominare un coordinatore unico nazionale) e le istituzioni UE.

L’esigenza di rafforzare il settore è rimarcata anche nel Libro bianco sulla difesa europea, presentato dalla Commissione nel marzo del 2025. La mobilità militare è un elemento essenziale “per la sicurezza e la difesa europea e per il supporto all’Ucraina”. Nel documento si può leggere che: “Per accelerare la deterrenza indipendente dell’Europa e il nostro supporto all’Ucraina, l’UE e gli Stati membri devono immediatamente semplificare e snellire le normative e le procedure e garantire l’accesso prioritario delle forze armate a strutture di trasporto, reti e risorse, anche nel contesto della sicurezza marittima”. Per i loro spostamenti, le forze armate necessitano di avere accesso a “infrastrutture di trasporto critiche che siano adatte a un duplice uso”, e anche di “percorsi multipli attraverso l’Unione Europea e connessioni con i Paesi partner”.

All’interno dei quattro corridoi prioritari – prosegue il Libro bianco – “sono già stati individuati 500 progetti hot-spot che necessitano di un aggiornamento urgente (come l’allargamento di gallerie ferroviarie, il rinforzo di ponti stradali e ferroviari, l’ampliamento di terminal portuali e aeroportuali) e di cui deve essere assicurata la sicurezza e la manutenzione”. Il documento enfatizza anche l’importanza di estendere i corridoi europei fino all’Ucraina.

Gli Stati che si trovano lungo lo stesso corridoio di mobilità militare dovrebbero poi allineare le rispettive autorizzazioni, coordinando in anticipo rotte predefinite. Tali autorizzazioni dovrebbero valere anche per il trasporto di merci pericolose e dovrebbero estendersi ai trasportatori civili che operano per conto delle forze armate. Per agevolare le procedure, la proposta della Commissione contiene in allegato un formulario unico, che dovrebbero essere adottato da tutti gli Stati e prevede l’istituzione, entro il 2030, di un unico sistema informativo digitale.

La proposta della Commissione prevede poi l’istituzione di un regime speciale per le situazioni eccezionali e di emergenza (EMERS), che può essere attivato in caso di “deterioramento” dell’ambiente di sicurezza dell’Unione, per calamità naturali o provocate dagli esseri umani che richiedano l’intervento delle forze armate o in caso di minacce dirette da parte di Paesi terzi. In queste circostanze, la Commissione, anche su sollecitazione di uno Stato membro, chiede l’attivazione del meccanismo, che è decisa entro 48 ore dal Consiglio, all’unanimità, per una durata che non può superare i 12 mesi (però prorogabile fin quando necessario). Durante questo periodo le operazioni di trasporto militare si considerano autorizzate automaticamente, con la sola notifica da parte dello Stato richiedente.

Durante l’emergenza, gli Stati riconoscono ai trasporti militari un accesso prioritario alle reti e alle infrastrutture; possono essere consentite deroghe alle norme su merci pericolose, sicurezza dei trasporti e salute degli operatori (come i tempi di guida), ai criteri ambientali e ad altre restrizioni alla circolazione. Attivando il meccanismo, il Consiglio specifica quali previsioni sono estesi ai Paesi NATO che non sono membri dell’UE. La bozza di regolamento istituisce anche una riserva di solidarietà di capacità supplementari di trasporto, messa a disposizione volontariamente dagli Stati a favore di altri Stati o per gestire le situazioni di emergenza.

Nella bozza del nuovo bilancio 2028-2034 i finanziamenti per mobilità militare sono più che decuplicati rispetto al bilancio in corso, con una proposta di risorse per 17,65 miliardi, sempre nell’ambito del Meccanismo per collegare l’Europa. La Commissione sottolinea che ulteriori fondi per la mobilità dual-use potrebbero arrivare – nel nuovo bilancio – dal Fondo per la competitività europea (che nel progetto di bilancio ha oltre 130 miliardi per difesa e spazio), da InvestEU e anche dal programma Horizon Europe (che nel progetto della Commissione vale complessivamente 175,3 miliardi). Gli Stati membri potranno sostenere gli investimenti a favore di infrastrutture a duplice uso, anche attraverso i loro piani nazionali e regionali.

In ambito NATO nel corso del 2024 sono state avviate diverse iniziative regionali per rinforzare il coordinamento tra i diversi membri dell’Alleanza. La Central North European Military Mobility Area (CNE MMA), ad esempio, avviata a gennaio su stimolo di Paesi Bassi, Germania e Polonia, cui si sono poi aggiunti anche Lussemburgo, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia e Belgio, con l’intento di stabilire una “zona di mobilità militare” nell’Europa centro settentrionale (che coinvolge tra l’altro i tre principali porti europei: Rotterdam, Anversa e Amburgo). La presenza cinese nei porti europei è infatti oggetto di crescente attenzione da parte degli Stati Uniti, che hanno espresso preoccupazioni per la sicurezza e l’influenza strategica di Pechino sulle infrastrutture critiche in Europa.

Una analoga iniziativa è stata assunta dai cinque Paesi nordici (Danimarca, Islanda, Norvegia, Finlandia e Svezia). Queste cooperazioni si sviluppano, a livello sia operativo, attraverso il Transportation Coordination Centre (MTCC) della NATO. In ambito UE si muove invece il Framework of the Black Sea – Aegean Sea Corridor Platform (BACP) attivato tra Grecia, Bulgaria e Romania.

Insomma, si tratta di un quadro integrato che va nella direzione di un possibile conflitto tra Russia e NATO nel 2030 e che solo cambiamenti strutturali del quadro politico europeo potrebbero scongiurare.

La strategia della NATO nel Mar Nero non può essere interpretata unicamente come una posizione difensiva. Si configura sempre più come un tentativo strutturato di limitare la libertà di manovra russa, aumentare i costi militari ed economici della presenza regionale di Mosca e trasformare uno spazio tradizionalmente considerato vitale per la sicurezza russa in un ambiente operativo instabile e conteso. In questo senso, il Mar Nero è diventato un laboratorio di guerra ibrida, deterrenza avanzata e competizione sistemica. Per la Russia, il Mar Nero non è semplicemente un bacino regionale, ma uno spazio di importanza vitale il cui utilizzo ha da tempo concordato con la Turchia.

Storicamente, l’accesso ai mari caldi è stato uno degli imperativi geopolitici più importanti per Mosca. Gran parte della costa russa è limitata da condizioni climatiche rigide o da punti di strozzatura marittimi controllati da potenze rivali. In questo contesto, il Mar Nero ha a lungo rappresentato la porta d’accesso più diretta della Russia al Mediterraneo, al Medio Oriente e, indirettamente, alle rotte commerciali globali.

Il crocevia geopolitico del Mar Nero e il futuro conflitto

La vittoria elettorale dell’ex Generale Rumen Radev alle elezioni politiche anticipate in Bulgaria rilancia la contrapposizione tra Mosca e Bruxelles nel Mar Nero, con Washington quale spettatore attivo sullo sfondo.

Segue nostro Telegram.

Come delineato nella Comunicazione congiunta del maggio 2025, l’UE riconosce il Mar Nero sia come “spazio strategico conteso sia come regione dal potenziale inespresso”. Essa segnala l’intenzione dell’UE di intensificare l’impegno e affrontare le complesse sfide della regione con un approccio “integrato e lungimirante”. Fondata su “valori condivisi, buon governo e cooperazione regionale, la strategia mira a rendere il Mar Nero sicuro, interconnesso e prospero. Si concentra sul rafforzamento delle istituzioni democratiche, sulla promozione dello stato di diritto e sul sostegno alle riforme che sono alla base della stabilità politica ed economica”.

Dal punto di vista geoeconomico, l’UE considera il Mar Nero una porta d’accesso vitale che collega l’Europa al Caucaso meridionale, all’Asia centrale e oltre. La strategia europea investe in connettività, trasporti, energia e infrastrutture digitali per facilitare gli scambi commerciali, promuovere l’integrazione e ridurre le vulnerabilità. La sicurezza marittima è centrale nella nuova strategia, che mira a rafforzare la sorveglianza, la difesa informatica e la protezione delle infrastrutture sottomarine. Essa ribadisce il sostegno all’Ucraina e ai Paesi limitrofi attraverso la difesa della sovranità, gli aiuti alla ricostruzione e le garanzie di sicurezza per promuovere una pace duratura.

La strategia di Bruxelles si basa su tre pilastri:

Sicurezza, stabilità e resilienza: creazione del polo di sicurezza marittima, potenziamento della mobilità militare, coordinamento delle risposte alle minacce ibride, sostegno alla difesa dell’Ucraina e promozione del consolidamento della pace regionale, in particolare per quanto riguarda i rapporti tra Armenia e Azerbaigian e con la Turchia.

Crescita sostenibile e prosperità: sviluppare la connettività che collega l’Europa con il Caucaso meridionale e l’Asia centrale; accelerare la transizione energetica con le energie rinnovabili e le infrastrutture intelligenti; approfondire l’integrazione economica tramite accordi di libero scambio approfonditi e accordi doganali; e promuovere l’innovazione, la digitalizzazione e l’economia verde.

Protezione ambientale e preparazione alle emergenze civili: rafforzare la resilienza climatica, la preparazione alle catastrofi, la governance ambientale e la conservazione marina attraverso la cooperazione scientifica e i sistemi di emergenza.

Contemporaneamente, la NATO ha intensificato la sua presenza militare lungo il fianco orientale come risposta all’inizio della SMO da parte della Russia.

Le forze terrestri avanzate della NATO sono composte da otto battaglioni multinazionali dislocati nei Paesi membri lungo il fianco orientale. Le dimensioni e la composizione dei battaglioni variano a seconda delle esigenze militari e sono basati in Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia. Il sistema integrato di difesa aerea e missilistica della NATO “protegge gli Alleati dalle minacce aeree, inclusi aerei da combattimento e droni”. Questo include il pattugliamento aereo permanente della NATO, in cui i Paesi membri contribuiscono al monitoraggio e al pattugliamento dei cieli dei loro alleati NATO 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Nel settembre 2025, la NATO ha lanciato Eastern Sentry, un’attività flessibile e multidominio volta a rafforzare la vigilanza atlantica lungo l’intero fianco orientale. Attraverso Eastern Sentry, i suoi membri contribuiscono con ulteriori capacità e risorse al rafforzamento della deterrenza e della “postura di difesa della NATO”.

Le Forze Terrestri Avanzate (FLF) della NATO rappresentano un elemento chiave della presenza militare dell’Alleanza lungo il fianco orientale. Le FLF sono fornite dalle nazioni quadro e da altri Alleati che “contribuiscono, su base volontaria, pienamente sostenibile e a rotazione”. Le forze delle nazioni che contribuiscono si alternano all’interno e all’esterno del Paese ospitante; in qualsiasi momento, possono essere schierate nei battaglioni o di stanza nei rispettivi Paesi d’origine, con la capacità di essere dispiegate rapidamente, se necessario. I battaglioni operano in concerto con le forze di difesa nazionali e sono presenti costantemente nei Paesi ospitanti. Oggi, truppe e personale di tutti gli Alleati della NATO prestano servizio, si addestrano e si esercitano insieme nella parte orientale dell’Alleanza.

La Turchia, con la sua fiorente industria della difesa, possiede il secondo esercito più grande della NATO e svolge un ruolo vitale per la sicurezza dell’Alleanza in quanto custode degli stretti, come codificato dalla Convenzione di Montreux del 1936, perciò il suo comportamento futuro sarà determinante per capire l’evoluzione del conflitto russo-ucraino. La Turchia controlla il transito e la navigazione di navi commerciali e militari attraverso gli stretti del Bosforo, dei Dardanelli e del Mar di Marmara. Il 28 febbraio 2022, il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu annunciò l’applicazione della Convenzione di Montreux e la Turchia chiuse gli Stretti al passaggio delle navi da guerra di tutte le parti in conflitto, ad eccezione di quelle di ritorno alla base nel Mar Nero.

Sia Sofia che Bucarest partecipano agli sforzi della NATO per rafforzare il fianco orientale. Le due città hanno esplorato modalità per una cooperazione più stretta, che si sono concretizzate, tra l’altro, nella creazione del Comando regionale per le operazioni speciali del Mar Nero (HQ R-SOCC) attraverso una struttura di comando e controllo (C2). Nel 2024, Bulgaria, Romania e Turchia hanno lanciato il Gruppo operativo per le contromisure antimine del Mar Nero (MCM Black Sea) per bonificare le zone minate che rappresentano un grave pericolo per la navigazione. Si tratta di una missione congiunta aperta ad altri membri della NATO e di un’esercitazione per le missioni congiunte in tempo di guerra. La Marina degli Stati Uniti ha partecipato anch’essa ad esercitazioni a fianco del gruppo MCM.

Naturalmente, la vittoria di Radev, politicamente favorevole al dialogo tra Bulgaria e Russia, potrebbe incrinare il quadro geopolitico auspicato dalla NATO e sottoposto ad una seria accelerazione con l’annuncio dell’uscita della Moldavia dalla CSI nell’aprile 2027 (e conseguente riapertura della questione transnistriana a causa di un possibile attacco ucraino) e la Tabella di marcia sulla prontezza alla difesa per il 2030 presentata dalla UE.

La strategia presentata dalla Commissione Europea, al riguardo, si basa su cinque interventi principali:

– rafforzare la resilienza delle infrastrutture di trasporto, modernizzando i principali corridoi di mobilità militare dell’UE;

– semplificare le norme per i trasporti militari (anche se effettuati da vettori commerciali) e i requisiti amministrativi per l’attraversamento delle frontiere;

– istituire un “Sistema europeo di risposta rafforzata alla mobilità militare” (EMERS) per le situazioni di emergenza;

– istituire una riserva di solidarietà di capacità di mobilità militare, da condividere tra Stati membri;

– rafforzare il coordinamento delle iniziative in materia, costituire un organismo di raccordo tra gli Stati membri (che devono nominare un coordinatore unico nazionale) e le istituzioni UE.

L’esigenza di rafforzare il settore è rimarcata anche nel Libro bianco sulla difesa europea, presentato dalla Commissione nel marzo del 2025. La mobilità militare è un elemento essenziale “per la sicurezza e la difesa europea e per il supporto all’Ucraina”. Nel documento si può leggere che: “Per accelerare la deterrenza indipendente dell’Europa e il nostro supporto all’Ucraina, l’UE e gli Stati membri devono immediatamente semplificare e snellire le normative e le procedure e garantire l’accesso prioritario delle forze armate a strutture di trasporto, reti e risorse, anche nel contesto della sicurezza marittima”. Per i loro spostamenti, le forze armate necessitano di avere accesso a “infrastrutture di trasporto critiche che siano adatte a un duplice uso”, e anche di “percorsi multipli attraverso l’Unione Europea e connessioni con i Paesi partner”.

All’interno dei quattro corridoi prioritari – prosegue il Libro bianco – “sono già stati individuati 500 progetti hot-spot che necessitano di un aggiornamento urgente (come l’allargamento di gallerie ferroviarie, il rinforzo di ponti stradali e ferroviari, l’ampliamento di terminal portuali e aeroportuali) e di cui deve essere assicurata la sicurezza e la manutenzione”. Il documento enfatizza anche l’importanza di estendere i corridoi europei fino all’Ucraina.

Gli Stati che si trovano lungo lo stesso corridoio di mobilità militare dovrebbero poi allineare le rispettive autorizzazioni, coordinando in anticipo rotte predefinite. Tali autorizzazioni dovrebbero valere anche per il trasporto di merci pericolose e dovrebbero estendersi ai trasportatori civili che operano per conto delle forze armate. Per agevolare le procedure, la proposta della Commissione contiene in allegato un formulario unico, che dovrebbero essere adottato da tutti gli Stati e prevede l’istituzione, entro il 2030, di un unico sistema informativo digitale.

La proposta della Commissione prevede poi l’istituzione di un regime speciale per le situazioni eccezionali e di emergenza (EMERS), che può essere attivato in caso di “deterioramento” dell’ambiente di sicurezza dell’Unione, per calamità naturali o provocate dagli esseri umani che richiedano l’intervento delle forze armate o in caso di minacce dirette da parte di Paesi terzi. In queste circostanze, la Commissione, anche su sollecitazione di uno Stato membro, chiede l’attivazione del meccanismo, che è decisa entro 48 ore dal Consiglio, all’unanimità, per una durata che non può superare i 12 mesi (però prorogabile fin quando necessario). Durante questo periodo le operazioni di trasporto militare si considerano autorizzate automaticamente, con la sola notifica da parte dello Stato richiedente.

Durante l’emergenza, gli Stati riconoscono ai trasporti militari un accesso prioritario alle reti e alle infrastrutture; possono essere consentite deroghe alle norme su merci pericolose, sicurezza dei trasporti e salute degli operatori (come i tempi di guida), ai criteri ambientali e ad altre restrizioni alla circolazione. Attivando il meccanismo, il Consiglio specifica quali previsioni sono estesi ai Paesi NATO che non sono membri dell’UE. La bozza di regolamento istituisce anche una riserva di solidarietà di capacità supplementari di trasporto, messa a disposizione volontariamente dagli Stati a favore di altri Stati o per gestire le situazioni di emergenza.

Nella bozza del nuovo bilancio 2028-2034 i finanziamenti per mobilità militare sono più che decuplicati rispetto al bilancio in corso, con una proposta di risorse per 17,65 miliardi, sempre nell’ambito del Meccanismo per collegare l’Europa. La Commissione sottolinea che ulteriori fondi per la mobilità dual-use potrebbero arrivare – nel nuovo bilancio – dal Fondo per la competitività europea (che nel progetto di bilancio ha oltre 130 miliardi per difesa e spazio), da InvestEU e anche dal programma Horizon Europe (che nel progetto della Commissione vale complessivamente 175,3 miliardi). Gli Stati membri potranno sostenere gli investimenti a favore di infrastrutture a duplice uso, anche attraverso i loro piani nazionali e regionali.

In ambito NATO nel corso del 2024 sono state avviate diverse iniziative regionali per rinforzare il coordinamento tra i diversi membri dell’Alleanza. La Central North European Military Mobility Area (CNE MMA), ad esempio, avviata a gennaio su stimolo di Paesi Bassi, Germania e Polonia, cui si sono poi aggiunti anche Lussemburgo, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia e Belgio, con l’intento di stabilire una “zona di mobilità militare” nell’Europa centro settentrionale (che coinvolge tra l’altro i tre principali porti europei: Rotterdam, Anversa e Amburgo). La presenza cinese nei porti europei è infatti oggetto di crescente attenzione da parte degli Stati Uniti, che hanno espresso preoccupazioni per la sicurezza e l’influenza strategica di Pechino sulle infrastrutture critiche in Europa.

Una analoga iniziativa è stata assunta dai cinque Paesi nordici (Danimarca, Islanda, Norvegia, Finlandia e Svezia). Queste cooperazioni si sviluppano, a livello sia operativo, attraverso il Transportation Coordination Centre (MTCC) della NATO. In ambito UE si muove invece il Framework of the Black Sea – Aegean Sea Corridor Platform (BACP) attivato tra Grecia, Bulgaria e Romania.

Insomma, si tratta di un quadro integrato che va nella direzione di un possibile conflitto tra Russia e NATO nel 2030 e che solo cambiamenti strutturali del quadro politico europeo potrebbero scongiurare.

La strategia della NATO nel Mar Nero non può essere interpretata unicamente come una posizione difensiva. Si configura sempre più come un tentativo strutturato di limitare la libertà di manovra russa, aumentare i costi militari ed economici della presenza regionale di Mosca e trasformare uno spazio tradizionalmente considerato vitale per la sicurezza russa in un ambiente operativo instabile e conteso. In questo senso, il Mar Nero è diventato un laboratorio di guerra ibrida, deterrenza avanzata e competizione sistemica. Per la Russia, il Mar Nero non è semplicemente un bacino regionale, ma uno spazio di importanza vitale il cui utilizzo ha da tempo concordato con la Turchia.

Storicamente, l’accesso ai mari caldi è stato uno degli imperativi geopolitici più importanti per Mosca. Gran parte della costa russa è limitata da condizioni climatiche rigide o da punti di strozzatura marittimi controllati da potenze rivali. In questo contesto, il Mar Nero ha a lungo rappresentato la porta d’accesso più diretta della Russia al Mediterraneo, al Medio Oriente e, indirettamente, alle rotte commerciali globali.

La vittoria elettorale dell’ex Generale Rumen Radev alle elezioni politiche anticipate in Bulgaria rilancia la contrapposizione tra Mosca e Bruxelles nel Mar Nero, con Washington quale spettatore attivo sullo sfondo.

Segue nostro Telegram.

Come delineato nella Comunicazione congiunta del maggio 2025, l’UE riconosce il Mar Nero sia come “spazio strategico conteso sia come regione dal potenziale inespresso”. Essa segnala l’intenzione dell’UE di intensificare l’impegno e affrontare le complesse sfide della regione con un approccio “integrato e lungimirante”. Fondata su “valori condivisi, buon governo e cooperazione regionale, la strategia mira a rendere il Mar Nero sicuro, interconnesso e prospero. Si concentra sul rafforzamento delle istituzioni democratiche, sulla promozione dello stato di diritto e sul sostegno alle riforme che sono alla base della stabilità politica ed economica”.

Dal punto di vista geoeconomico, l’UE considera il Mar Nero una porta d’accesso vitale che collega l’Europa al Caucaso meridionale, all’Asia centrale e oltre. La strategia europea investe in connettività, trasporti, energia e infrastrutture digitali per facilitare gli scambi commerciali, promuovere l’integrazione e ridurre le vulnerabilità. La sicurezza marittima è centrale nella nuova strategia, che mira a rafforzare la sorveglianza, la difesa informatica e la protezione delle infrastrutture sottomarine. Essa ribadisce il sostegno all’Ucraina e ai Paesi limitrofi attraverso la difesa della sovranità, gli aiuti alla ricostruzione e le garanzie di sicurezza per promuovere una pace duratura.

La strategia di Bruxelles si basa su tre pilastri:

Sicurezza, stabilità e resilienza: creazione del polo di sicurezza marittima, potenziamento della mobilità militare, coordinamento delle risposte alle minacce ibride, sostegno alla difesa dell’Ucraina e promozione del consolidamento della pace regionale, in particolare per quanto riguarda i rapporti tra Armenia e Azerbaigian e con la Turchia.

Crescita sostenibile e prosperità: sviluppare la connettività che collega l’Europa con il Caucaso meridionale e l’Asia centrale; accelerare la transizione energetica con le energie rinnovabili e le infrastrutture intelligenti; approfondire l’integrazione economica tramite accordi di libero scambio approfonditi e accordi doganali; e promuovere l’innovazione, la digitalizzazione e l’economia verde.

Protezione ambientale e preparazione alle emergenze civili: rafforzare la resilienza climatica, la preparazione alle catastrofi, la governance ambientale e la conservazione marina attraverso la cooperazione scientifica e i sistemi di emergenza.

Contemporaneamente, la NATO ha intensificato la sua presenza militare lungo il fianco orientale come risposta all’inizio della SMO da parte della Russia.

Le forze terrestri avanzate della NATO sono composte da otto battaglioni multinazionali dislocati nei Paesi membri lungo il fianco orientale. Le dimensioni e la composizione dei battaglioni variano a seconda delle esigenze militari e sono basati in Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia. Il sistema integrato di difesa aerea e missilistica della NATO “protegge gli Alleati dalle minacce aeree, inclusi aerei da combattimento e droni”. Questo include il pattugliamento aereo permanente della NATO, in cui i Paesi membri contribuiscono al monitoraggio e al pattugliamento dei cieli dei loro alleati NATO 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Nel settembre 2025, la NATO ha lanciato Eastern Sentry, un’attività flessibile e multidominio volta a rafforzare la vigilanza atlantica lungo l’intero fianco orientale. Attraverso Eastern Sentry, i suoi membri contribuiscono con ulteriori capacità e risorse al rafforzamento della deterrenza e della “postura di difesa della NATO”.

Le Forze Terrestri Avanzate (FLF) della NATO rappresentano un elemento chiave della presenza militare dell’Alleanza lungo il fianco orientale. Le FLF sono fornite dalle nazioni quadro e da altri Alleati che “contribuiscono, su base volontaria, pienamente sostenibile e a rotazione”. Le forze delle nazioni che contribuiscono si alternano all’interno e all’esterno del Paese ospitante; in qualsiasi momento, possono essere schierate nei battaglioni o di stanza nei rispettivi Paesi d’origine, con la capacità di essere dispiegate rapidamente, se necessario. I battaglioni operano in concerto con le forze di difesa nazionali e sono presenti costantemente nei Paesi ospitanti. Oggi, truppe e personale di tutti gli Alleati della NATO prestano servizio, si addestrano e si esercitano insieme nella parte orientale dell’Alleanza.

La Turchia, con la sua fiorente industria della difesa, possiede il secondo esercito più grande della NATO e svolge un ruolo vitale per la sicurezza dell’Alleanza in quanto custode degli stretti, come codificato dalla Convenzione di Montreux del 1936, perciò il suo comportamento futuro sarà determinante per capire l’evoluzione del conflitto russo-ucraino. La Turchia controlla il transito e la navigazione di navi commerciali e militari attraverso gli stretti del Bosforo, dei Dardanelli e del Mar di Marmara. Il 28 febbraio 2022, il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu annunciò l’applicazione della Convenzione di Montreux e la Turchia chiuse gli Stretti al passaggio delle navi da guerra di tutte le parti in conflitto, ad eccezione di quelle di ritorno alla base nel Mar Nero.

Sia Sofia che Bucarest partecipano agli sforzi della NATO per rafforzare il fianco orientale. Le due città hanno esplorato modalità per una cooperazione più stretta, che si sono concretizzate, tra l’altro, nella creazione del Comando regionale per le operazioni speciali del Mar Nero (HQ R-SOCC) attraverso una struttura di comando e controllo (C2). Nel 2024, Bulgaria, Romania e Turchia hanno lanciato il Gruppo operativo per le contromisure antimine del Mar Nero (MCM Black Sea) per bonificare le zone minate che rappresentano un grave pericolo per la navigazione. Si tratta di una missione congiunta aperta ad altri membri della NATO e di un’esercitazione per le missioni congiunte in tempo di guerra. La Marina degli Stati Uniti ha partecipato anch’essa ad esercitazioni a fianco del gruppo MCM.

Naturalmente, la vittoria di Radev, politicamente favorevole al dialogo tra Bulgaria e Russia, potrebbe incrinare il quadro geopolitico auspicato dalla NATO e sottoposto ad una seria accelerazione con l’annuncio dell’uscita della Moldavia dalla CSI nell’aprile 2027 (e conseguente riapertura della questione transnistriana a causa di un possibile attacco ucraino) e la Tabella di marcia sulla prontezza alla difesa per il 2030 presentata dalla UE.

La strategia presentata dalla Commissione Europea, al riguardo, si basa su cinque interventi principali:

– rafforzare la resilienza delle infrastrutture di trasporto, modernizzando i principali corridoi di mobilità militare dell’UE;

– semplificare le norme per i trasporti militari (anche se effettuati da vettori commerciali) e i requisiti amministrativi per l’attraversamento delle frontiere;

– istituire un “Sistema europeo di risposta rafforzata alla mobilità militare” (EMERS) per le situazioni di emergenza;

– istituire una riserva di solidarietà di capacità di mobilità militare, da condividere tra Stati membri;

– rafforzare il coordinamento delle iniziative in materia, costituire un organismo di raccordo tra gli Stati membri (che devono nominare un coordinatore unico nazionale) e le istituzioni UE.

L’esigenza di rafforzare il settore è rimarcata anche nel Libro bianco sulla difesa europea, presentato dalla Commissione nel marzo del 2025. La mobilità militare è un elemento essenziale “per la sicurezza e la difesa europea e per il supporto all’Ucraina”. Nel documento si può leggere che: “Per accelerare la deterrenza indipendente dell’Europa e il nostro supporto all’Ucraina, l’UE e gli Stati membri devono immediatamente semplificare e snellire le normative e le procedure e garantire l’accesso prioritario delle forze armate a strutture di trasporto, reti e risorse, anche nel contesto della sicurezza marittima”. Per i loro spostamenti, le forze armate necessitano di avere accesso a “infrastrutture di trasporto critiche che siano adatte a un duplice uso”, e anche di “percorsi multipli attraverso l’Unione Europea e connessioni con i Paesi partner”.

All’interno dei quattro corridoi prioritari – prosegue il Libro bianco – “sono già stati individuati 500 progetti hot-spot che necessitano di un aggiornamento urgente (come l’allargamento di gallerie ferroviarie, il rinforzo di ponti stradali e ferroviari, l’ampliamento di terminal portuali e aeroportuali) e di cui deve essere assicurata la sicurezza e la manutenzione”. Il documento enfatizza anche l’importanza di estendere i corridoi europei fino all’Ucraina.

Gli Stati che si trovano lungo lo stesso corridoio di mobilità militare dovrebbero poi allineare le rispettive autorizzazioni, coordinando in anticipo rotte predefinite. Tali autorizzazioni dovrebbero valere anche per il trasporto di merci pericolose e dovrebbero estendersi ai trasportatori civili che operano per conto delle forze armate. Per agevolare le procedure, la proposta della Commissione contiene in allegato un formulario unico, che dovrebbero essere adottato da tutti gli Stati e prevede l’istituzione, entro il 2030, di un unico sistema informativo digitale.

La proposta della Commissione prevede poi l’istituzione di un regime speciale per le situazioni eccezionali e di emergenza (EMERS), che può essere attivato in caso di “deterioramento” dell’ambiente di sicurezza dell’Unione, per calamità naturali o provocate dagli esseri umani che richiedano l’intervento delle forze armate o in caso di minacce dirette da parte di Paesi terzi. In queste circostanze, la Commissione, anche su sollecitazione di uno Stato membro, chiede l’attivazione del meccanismo, che è decisa entro 48 ore dal Consiglio, all’unanimità, per una durata che non può superare i 12 mesi (però prorogabile fin quando necessario). Durante questo periodo le operazioni di trasporto militare si considerano autorizzate automaticamente, con la sola notifica da parte dello Stato richiedente.

Durante l’emergenza, gli Stati riconoscono ai trasporti militari un accesso prioritario alle reti e alle infrastrutture; possono essere consentite deroghe alle norme su merci pericolose, sicurezza dei trasporti e salute degli operatori (come i tempi di guida), ai criteri ambientali e ad altre restrizioni alla circolazione. Attivando il meccanismo, il Consiglio specifica quali previsioni sono estesi ai Paesi NATO che non sono membri dell’UE. La bozza di regolamento istituisce anche una riserva di solidarietà di capacità supplementari di trasporto, messa a disposizione volontariamente dagli Stati a favore di altri Stati o per gestire le situazioni di emergenza.

Nella bozza del nuovo bilancio 2028-2034 i finanziamenti per mobilità militare sono più che decuplicati rispetto al bilancio in corso, con una proposta di risorse per 17,65 miliardi, sempre nell’ambito del Meccanismo per collegare l’Europa. La Commissione sottolinea che ulteriori fondi per la mobilità dual-use potrebbero arrivare – nel nuovo bilancio – dal Fondo per la competitività europea (che nel progetto di bilancio ha oltre 130 miliardi per difesa e spazio), da InvestEU e anche dal programma Horizon Europe (che nel progetto della Commissione vale complessivamente 175,3 miliardi). Gli Stati membri potranno sostenere gli investimenti a favore di infrastrutture a duplice uso, anche attraverso i loro piani nazionali e regionali.

In ambito NATO nel corso del 2024 sono state avviate diverse iniziative regionali per rinforzare il coordinamento tra i diversi membri dell’Alleanza. La Central North European Military Mobility Area (CNE MMA), ad esempio, avviata a gennaio su stimolo di Paesi Bassi, Germania e Polonia, cui si sono poi aggiunti anche Lussemburgo, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia e Belgio, con l’intento di stabilire una “zona di mobilità militare” nell’Europa centro settentrionale (che coinvolge tra l’altro i tre principali porti europei: Rotterdam, Anversa e Amburgo). La presenza cinese nei porti europei è infatti oggetto di crescente attenzione da parte degli Stati Uniti, che hanno espresso preoccupazioni per la sicurezza e l’influenza strategica di Pechino sulle infrastrutture critiche in Europa.

Una analoga iniziativa è stata assunta dai cinque Paesi nordici (Danimarca, Islanda, Norvegia, Finlandia e Svezia). Queste cooperazioni si sviluppano, a livello sia operativo, attraverso il Transportation Coordination Centre (MTCC) della NATO. In ambito UE si muove invece il Framework of the Black Sea – Aegean Sea Corridor Platform (BACP) attivato tra Grecia, Bulgaria e Romania.

Insomma, si tratta di un quadro integrato che va nella direzione di un possibile conflitto tra Russia e NATO nel 2030 e che solo cambiamenti strutturali del quadro politico europeo potrebbero scongiurare.

La strategia della NATO nel Mar Nero non può essere interpretata unicamente come una posizione difensiva. Si configura sempre più come un tentativo strutturato di limitare la libertà di manovra russa, aumentare i costi militari ed economici della presenza regionale di Mosca e trasformare uno spazio tradizionalmente considerato vitale per la sicurezza russa in un ambiente operativo instabile e conteso. In questo senso, il Mar Nero è diventato un laboratorio di guerra ibrida, deterrenza avanzata e competizione sistemica. Per la Russia, il Mar Nero non è semplicemente un bacino regionale, ma uno spazio di importanza vitale il cui utilizzo ha da tempo concordato con la Turchia.

Storicamente, l’accesso ai mari caldi è stato uno degli imperativi geopolitici più importanti per Mosca. Gran parte della costa russa è limitata da condizioni climatiche rigide o da punti di strozzatura marittimi controllati da potenze rivali. In questo contesto, il Mar Nero ha a lungo rappresentato la porta d’accesso più diretta della Russia al Mediterraneo, al Medio Oriente e, indirettamente, alle rotte commerciali globali.

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April 19, 2026

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