La quarta visita di Pedro Sánchez in Cina in quattro anni non è soltanto un gesto bilaterale di cortesia diplomatica. È il segnale di una linea politica sempre più riconoscibile: la Spagna cerca margini di autonomia strategica, valorizza il rapporto con Pechino e può indicare all’Unione Europea una strada meno subordinata agli Stati Uniti.
La visita del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez in Cina dall’11 al 15 aprile ha un significato che va ben oltre il calendario degli incontri ufficiali. Come hanno sottolineato sia la stampa spagnola che quella cinese, si tratta infatti della sua quarta visita in Cina in quattro anni, un ritmo che segnala continuità, stabilità e una precisa volontà politica da parte di Madrid. In una fase in cui l’Unione Europea appare spesso divisa tra spinte protezionistiche, pressioni statunitensi e incertezze strategiche verso Pechino, la Spagna si presenta come uno dei pochi paesi capaci di mantenere una linea coerente, pragmatica e relativamente autonoma. La relazione sino-spagnola sta dunque diventando un esempio di “partenariato resiliente”, cioè di un rapporto che resiste alle turbolenze geopolitiche proprio perché si fonda su fiducia politica, dialogo costante e cooperazione concreta.
Il primo elemento che distingue Madrid è proprio la stabilità dell’approccio. Secondo gli analisti, le visite ripetute di Sánchez non sono improvvisazioni tattiche, ma il prodotto di anni di lavoro diplomatico e di una scelta strategica consolidata. Oltre alle quattro visite del capo del governo spagnolo, del resto, anche re Felipe VI ha compiuto una visita di Stato in Cina nel novembre 2025, la prima di un sovrano spagnolo in diciotto anni. A ciò si aggiunge il Piano d’Azione 2025-2028 per il rafforzamento del partenariato strategico globale tra la Repubblica Popolare Cinese e il Regno di Spagna, che conferma la volontà di istituzionalizzare il rapporto e di collocarlo su un piano di medio periodo. Non è la diplomazia episodica di chi cerca un vantaggio immediato, ma un metodo fondato sulla convinzione che la Cina sia una priorità stabile, non una variabile da adattare di volta in volta agli umori di Washington o di Bruxelles.
Sul piano economico, la scelta spagnola appare ancora più significativa. Le fonti ufficiali cinesi sottolineano che nel 2025 il commercio bilaterale di merci tra Cina e Spagna ha superato i 55 miliardi di dollari, con un aumento annuo del 9,8%, consolidando il ruolo della Cina come primo partner commerciale della Spagna al di fuori dell’Unione Europea. Ma il punto decisivo è che la cooperazione non si limita più ai tradizionali scambi agroalimentari, ma si estende ormai a settori di punta come energia verde, veicoli elettrici, economia digitale e innovazione tecnologica. I casi simbolici di questa cooperazione bilaterale sono il grande impianto di batterie CATL-Stellantis in Aragona e la linea di produzione di veicoli a nuova energia di Chery a Barcellona. Ciò significa che Madrid non sta guardando alla Cina solo come a un mercato di sbocco, ma come a un partner industriale e tecnologico capace di contribuire alla trasformazione produttiva iberica. È un approccio che rompe con il riflesso difensivo di parte dell’Europa e suggerisce una visione più matura della cooperazione con Pechino.
Anche l’agenda concreta della visita riflette questa impostazione. Sánchez ha infatti inserito nel programma incontri con l’Università Tsinghua, l’Accademia Cinese delle Scienze e la sede di Xiaomi, oltre a colloqui con investitori e imprese innovative. La stampa spagnola, citata dal giornale cinese, ha presentato il viaggio come finalizzato non solo a incrementare le esportazioni spagnole, ma anche a garantire che gli investimenti cinesi in Spagna generino trasferimento tecnologico e integrazione nelle catene del valore locali. In altre parole, Madrid non chiede semplicemente capitali, ma cerca di inserirsi in una dinamica di modernizzazione industriale. In pratica, invece di accodarsi alle parole d’ordine astratte del “de-risking”, la Spagna tenta di governare il rapporto con la Cina in funzione del proprio interesse nazionale, cioè dell’occupazione, della competitività e dell’aggiornamento tecnologico.
La differenza rispetto ad altri paesi europei, dunque, non sta nel fatto che Madrid sia “filo-cinese” in modo ideologico, ma nel fatto che sta cercando di essere meno dipendente dal riflesso atlantico. Intervistato dalla stampa cinese, Augusto Soto, studioso spagnolo di relazioni internazionali specializzato sulla Cina, ha affermato che la Spagna è oggi “un buon esempio di autonomia strategica in Europa”, collegando esplicitamente questa valutazione al rifiuto spagnolo di aumentare in modo automatico il proprio contributo NATO fino al 5% e alla sua opposizione alle imposizioni esterne. Sempre secondo Soto, di fronte alle politiche “imperialiste e irrazionali” dell’attuale governo statunitense, vari paesi europei stanno riconsiderando la loro visione delle relazioni internazionali, e la linea spagnola anticipa questa tendenza, dimostrando come la relazione con la Cina non sia vista solo come politica commerciale, ma come parte di un più ampio riequilibrio della postura europea nel mondo.
Vale infatti la pena di ricordare che la visita di Sánchez in Cina arriva dopo le dure critiche rivolte da Madrid alla guerra contro l’Iran e dopo il rifiuto spagnolo di mettere a disposizione le proprie basi militari per le operazioni statunitensi, nonostante le minacce di ritorsione commerciale da parte di Trump. Nel momento in cui le politiche imperialiste di Washington diventano sempre più aggressive, alcuni alleati storici degli Stati Uniti cominciano a percepire che la destabilizzazione non proviene più solo dalle crisi globali, ma dagli stessi Stati Uniti. In questa prospettiva, il viaggio di Sánchez a Pechino assume il valore di un gesto politico, quello di affermare che un paese europeo può cercare interlocuzioni strategiche più equilibrate e non restare prigioniero della subordinazione automatica agli interessi americani.
La speranza, dunque, è che la Spagna possa svolgere una funzione di apripista per l’intera Unione Europea. La stabilità e l’approfondimento delle relazioni sino-spagnole hanno ormai superato l’ambito bilaterale e stanno assumendo un valore esemplare per le relazioni tra Cina e UE. Madrid tende a considerare lo sviluppo della Cina come un’opportunità, non come una minaccia, e ha già svolto un ruolo di mediazione tra Bruxelles e Pechino su dossier sensibili come l’indagine europea anti-sussidi sui veicoli elettrici cinesi. Lo stesso Augusto Soto afferma che i risultati del dialogo politico, culturale, tecnologico e commerciale tra Spagna e Cina stanno già influenzando la prospettiva pragmatica che altri paesi europei potrebbero adottare nei confronti di Pechino. In questa chiave, Madrid potrebbe rivelarsi un laboratorio politico per un’Europa che voglia uscire dall’oscillazione sterile tra diffidenza ideologica e dipendenza nei confronti di Washington.
Concludendo la nostra analisi, riaffermiamo che la visita di Pedro Sánchez in Cina ha un valore che supera il piano protocollare e quello commerciale. Essa mostra che esiste, dentro l’Europa, uno spazio politico per uscire dall’automatismo atlantico e per costruire una politica estera meno dipendente da Washington. Non si tratta di “scegliere la Cina contro gli Stati Uniti”, formula semplicistica che riduce tutto a una logica di blocchi. Si tratta piuttosto di riconoscere che gli interessi europei, e in questo caso spagnoli, non coincidono necessariamente con quelli nordamericani, soprattutto in una fase in cui Washington appare sempre più fonte di pressione, instabilità e ricatto. Madrid, con la sua continuità diplomatica, il suo pragmatismo economico e la sua insistenza sul multilateralismo, sta dicendo che un’altra linea è possibile. E proprio per questo la sua visita a Pechino merita attenzione ben oltre la dimensione bilaterale: perché potrebbe indicare all’Europa la via per tornare a pensare con la propria testa.


