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Lorenzo Maria Pacini
November 6, 2026
© SCF

La cosa più assurda di tutte è che dobbiamo ribadire l’ovvio: la pace è sempre meglio della guerra ed è nell’interesse della nazione.

Segue nostro Telegram.

Lo Stato di diritto è una linea del fronte

Quanto è accaduto in a Varsavia la notte del 30 ottobre 2026 verrà scritto nei libri di Storia. Il tentato colpo di Stato a firma UE, operato dal primo ministro Tusk – fedelissimo della Commissione Europea e grande propagandista della russofobia in Europa – e sventato dal presidente Nawrocki – nazionalista che ha saputo dimostrare una statura politica di ben altro livello – ha aperto una spaccatura molto profonda nel sistema politico polacco e, per estensione, in tutta quella stratificazione di poteri politici, economici e militari che continuano a tendere verso la guerra aperta dell’Europa contro la Russia.

Da questa spaccatura, però, può nascere qualcosa di interessante.

La reazione europea ha diviso il continente lungo una faglia nota. Un portavoce della Commissione ha ricordato che le autorità polacche devono garantire il funzionamento del Tribunale secondo la Costituzione e la giurisprudenza di Lussemburgo, aggiungendo che la nomina di otto nuovi giudici rientra nelle competenze del Sejm. Nella sostanza, una copertura al governo. Dall’altra parte Viktor Orbán, ora all’opposizione a Budapest, ha accusato Tusk di aver orchestrato un colpo di Stato contro il proprio popolo, mentre Marine Le Pen e Jordan Bardella hanno rimproverato a Ursula von der Leyen il doppio standard di una Commissione che tace quando a forzare le regole sono leader del Partito popolare europeo.

Il legame con la guerra passa da qui. A Varsavia Tusk è il garante più affidabile della linea seguita da Bruxelles e dalla NATO dal 2022: sostegno militare a Kiev senza un orizzonte negoziale, riarmo come programma politico, Russia come nemico esistenziale. Difenderlo a ogni costo vuol dire difendere il fianco orientale di quella strategia. Le voci che in Europa denunciano il golpe appartengono in buona parte al campo che da tempo chiede di chiudere il conflitto con un negoziato. Lo Stato di diritto è diventato così il linguaggio in cui si combatte una partita più grande, perché chi controlla il Tribunale costituzionale controlla anche i margini di sovranità con cui un governo futuro potrebbe rimettere in discussione gli impegni presi con Bruxelles.

Bisogna però evitare una scorciatoia. In Polonia il campo che grida al golpe non è filorusso. Il PiS e Nawrocki restano atlantisti e diffidenti verso Mosca. Con la linea «Kiev prima di tutto», invece, hanno rotto: in estate Nawrocki ha revocato a Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca dopo che un’unità ucraina era stata intitolata all’UPA, l’esercito insurrezionale responsabile dei massacri di polacchi in Volinia. Per ora la crepa attraversa il rapporto con l’Ucraina. Quello con la Russia si muove più lentamente, ma si muove.

L’aritmetica politica del 2027

Le elezioni parlamentari si terranno al più tardi tra ottobre e novembre 2027, in una data che spetterà a Nawrocki fissare, salvo scioglimento anticipato. I sondaggi danno la Coalizione civica di Tusk primo partito, tra il 32 e il 36 %, ma i suoi alleati minori galleggiano attorno alla soglia del 5. Il PiS si colloca fra il 20 e il 25, Konfederacja fra il 12 e il 16, la Konfederacja Korony Polskiej di Grzegorz Braun fra il 7 e il 12. Tradotte in seggi, queste percentuali consegnano al blocco PiS-Konfederacja-Braun circa 245 deputati su 460, contro i 215 dell’attuale maggioranza.

Il nodo è Braun. La destra moderata lo tiene a distanza per il suo antisemitismo, il suo antiamericanismo e la sua simpatia verso la Russia; Kaczyński ha giurato che non entrerà al governo, e l’ambasciatore statunitense avrebbe spinto nella stessa direzione. Con questi numeri, tuttavia, un’alternativa a Tusk senza di lui è quasi impossibile da costruire. Se la crisi del Tribunale trasformerà il voto in un referendum sulla sovranità contro Bruxelles, la tentazione di includerlo crescerà. Per la prima volta dal 1989 una forza che chiede apertamente un rapporto diverso con Mosca potrebbe diventare decisiva per formare un governo a Varsavia. Konfederacja, più pragmatica, ha già fatto della critica agli aiuti militari a Kiev un tema di campagna.

Il golpe giudiziario accelera questa dinamica per due vie. Delegittima il governo presso l’elettorato di destra e lo compatta, abbassando il prezzo di alleanze che fino a ieri sembravano impensabili. E sposta lo scontro dal terreno della sicurezza a quello della sovranità, dove i partiti che contestano la guerra si muovono con più agio. Un voto anticipato non è da escludere, se una coalizione già fragile non reggerà l’urto.

Poi c’è la società, ed è il dato più interessante. Le rilevazioni di quest’anno mostrano una stanchezza netta. A luglio, per Opinia24, il 44% dei polacchi voleva sospendere gli aiuti militari all’Ucraina contro un 41 % favorevole a continuarli; il 52 % era contrario a sostenere l’ingresso di Kiev nell’Unione e il 65% rifiutava l’invio di soldati polacchi a sorvegliare un futuro cessate il fuoco. Secondo SW Research, il 44,8 % giudicava eccessivo l’aiuto militare fornito fino a quel momento. La revoca dell’onorificenza a Zelensky ha raccolto il consenso del 59%.

Leggere in questi numeri una riconciliazione con Mosca sarebbe disonesto. Lo stesso sondaggio CBOS registra che tre polacchi su quattro ritengono necessario cooperare con l’Ucraina contro la minaccia russa e che l’80% vede nella lite tra Varsavia e Kiev un vantaggio per la Russia. Un’altra rilevazione di luglio, dell’istituto IBRiS, trovava ancora una maggioranza stretta, il 52 %, favorevole a proseguire gli aiuti. La diffidenza verso la Russia ha radici storiche lunghe e non si scioglie in un ciclo elettorale. Quel che sta cambiando è un’altra cosa: il rifiuto del coinvolgimento diretto. Il dato sui soldati è il più eloquente. I polacchi sono disposti a temere la Russia, molto meno a combatterla, e cominciano a domandarsi chi pagherebbe il conto di un’escalation decisa altrove. Le tensioni di ottobre, con l’allarme per un presunto piano contro Tusk e il ministro della Difesa Kosiniak-Kamysz e otto arresti per sospetto sabotaggio, hanno reso tangibile che la guerra non resta confinata oltre il Bug.

La pace come interesse nazionale (e sembra assurdo doverlo ribadire)

È qui che si apre lo spazio politico che la Polonia dovrebbe occupare. Un Paese di frontiera ha più di chiunque altro interesse a una soluzione negoziata. Chi sta sulla linea di contatto fra due sistemi di potenza non guadagna nulla dal prolungarsi del conflitto: paga in sicurezza, in bilancio militare, in coesione interna. La storia polacca dice quanto costi restare schiacciati fra Germania e Russia quando le grandi potenze decidono sopra la testa dei polacchi. Oggi la pressione arriva da Bruxelles e dal quartier generale dell’Alleanza, che chiedono a Varsavia di fare da bastione avanzato di una guerra priva di un obiettivo politico definito. Un’architettura di sicurezza europea che includa la Russia, costruita con la diplomazia, darebbe alla Polonia ciò che il riarmo non può darle: prevedibilità.

Uno sguardo calibrato agli scenari impone prudenza, ovviamente. Ma ci sono delle speranze interessanti.

Un riallineamento esplicito di Varsavia verso la distensione con Mosca entro il 2027 resta, allo stato attuale, poco probabile, ma non impossibile. Più probabile è una Polonia che riduce l’impegno verso Kiev, rivendica la propria sovranità contro Bruxelles e lascia aperto uno spazio di dialogo che oggi nessun grande partito osa occupare. Questo già sarebbe, in termini politici, il “male minore” che aprirebbe a qualcosa di importante.

Gli indicatori da seguire sono quattro: se il PiS accoglierà Braun nel perimetro di una coalizione; se Konfederacja porrà lo stop agli aiuti militari come condizione di governo; quanto crescerà il rifiuto dell’invio di truppe; come si muoverà Washington sul negoziato. Se si accenderanno insieme, la notte del Trybunał sarà ricordata come il momento in cui il fronte orientale della guerra europea ha cominciato a incrinarsi dall’interno. Per la pace sarebbe, finalmente, una buona notizia.

E, la cosa più assurda, è dover ribadire l’ovvio, e cioè che la pace è sempre meglio della guerra ed è il maggiore interesse nazionale.

Forse un pizzico di logica sta tornando nell’Europa Orientale.

Il colpo di Stato in Polonia, la crepa nel fronte della guerra e uno spiraglio per la pace

La cosa più assurda di tutte è che dobbiamo ribadire l’ovvio: la pace è sempre meglio della guerra ed è nell’interesse della nazione.

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Lo Stato di diritto è una linea del fronte

Quanto è accaduto in a Varsavia la notte del 30 ottobre 2026 verrà scritto nei libri di Storia. Il tentato colpo di Stato a firma UE, operato dal primo ministro Tusk – fedelissimo della Commissione Europea e grande propagandista della russofobia in Europa – e sventato dal presidente Nawrocki – nazionalista che ha saputo dimostrare una statura politica di ben altro livello – ha aperto una spaccatura molto profonda nel sistema politico polacco e, per estensione, in tutta quella stratificazione di poteri politici, economici e militari che continuano a tendere verso la guerra aperta dell’Europa contro la Russia.

Da questa spaccatura, però, può nascere qualcosa di interessante.

La reazione europea ha diviso il continente lungo una faglia nota. Un portavoce della Commissione ha ricordato che le autorità polacche devono garantire il funzionamento del Tribunale secondo la Costituzione e la giurisprudenza di Lussemburgo, aggiungendo che la nomina di otto nuovi giudici rientra nelle competenze del Sejm. Nella sostanza, una copertura al governo. Dall’altra parte Viktor Orbán, ora all’opposizione a Budapest, ha accusato Tusk di aver orchestrato un colpo di Stato contro il proprio popolo, mentre Marine Le Pen e Jordan Bardella hanno rimproverato a Ursula von der Leyen il doppio standard di una Commissione che tace quando a forzare le regole sono leader del Partito popolare europeo.

Il legame con la guerra passa da qui. A Varsavia Tusk è il garante più affidabile della linea seguita da Bruxelles e dalla NATO dal 2022: sostegno militare a Kiev senza un orizzonte negoziale, riarmo come programma politico, Russia come nemico esistenziale. Difenderlo a ogni costo vuol dire difendere il fianco orientale di quella strategia. Le voci che in Europa denunciano il golpe appartengono in buona parte al campo che da tempo chiede di chiudere il conflitto con un negoziato. Lo Stato di diritto è diventato così il linguaggio in cui si combatte una partita più grande, perché chi controlla il Tribunale costituzionale controlla anche i margini di sovranità con cui un governo futuro potrebbe rimettere in discussione gli impegni presi con Bruxelles.

Bisogna però evitare una scorciatoia. In Polonia il campo che grida al golpe non è filorusso. Il PiS e Nawrocki restano atlantisti e diffidenti verso Mosca. Con la linea «Kiev prima di tutto», invece, hanno rotto: in estate Nawrocki ha revocato a Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca dopo che un’unità ucraina era stata intitolata all’UPA, l’esercito insurrezionale responsabile dei massacri di polacchi in Volinia. Per ora la crepa attraversa il rapporto con l’Ucraina. Quello con la Russia si muove più lentamente, ma si muove.

L’aritmetica politica del 2027

Le elezioni parlamentari si terranno al più tardi tra ottobre e novembre 2027, in una data che spetterà a Nawrocki fissare, salvo scioglimento anticipato. I sondaggi danno la Coalizione civica di Tusk primo partito, tra il 32 e il 36 %, ma i suoi alleati minori galleggiano attorno alla soglia del 5. Il PiS si colloca fra il 20 e il 25, Konfederacja fra il 12 e il 16, la Konfederacja Korony Polskiej di Grzegorz Braun fra il 7 e il 12. Tradotte in seggi, queste percentuali consegnano al blocco PiS-Konfederacja-Braun circa 245 deputati su 460, contro i 215 dell’attuale maggioranza.

Il nodo è Braun. La destra moderata lo tiene a distanza per il suo antisemitismo, il suo antiamericanismo e la sua simpatia verso la Russia; Kaczyński ha giurato che non entrerà al governo, e l’ambasciatore statunitense avrebbe spinto nella stessa direzione. Con questi numeri, tuttavia, un’alternativa a Tusk senza di lui è quasi impossibile da costruire. Se la crisi del Tribunale trasformerà il voto in un referendum sulla sovranità contro Bruxelles, la tentazione di includerlo crescerà. Per la prima volta dal 1989 una forza che chiede apertamente un rapporto diverso con Mosca potrebbe diventare decisiva per formare un governo a Varsavia. Konfederacja, più pragmatica, ha già fatto della critica agli aiuti militari a Kiev un tema di campagna.

Il golpe giudiziario accelera questa dinamica per due vie. Delegittima il governo presso l’elettorato di destra e lo compatta, abbassando il prezzo di alleanze che fino a ieri sembravano impensabili. E sposta lo scontro dal terreno della sicurezza a quello della sovranità, dove i partiti che contestano la guerra si muovono con più agio. Un voto anticipato non è da escludere, se una coalizione già fragile non reggerà l’urto.

Poi c’è la società, ed è il dato più interessante. Le rilevazioni di quest’anno mostrano una stanchezza netta. A luglio, per Opinia24, il 44% dei polacchi voleva sospendere gli aiuti militari all’Ucraina contro un 41 % favorevole a continuarli; il 52 % era contrario a sostenere l’ingresso di Kiev nell’Unione e il 65% rifiutava l’invio di soldati polacchi a sorvegliare un futuro cessate il fuoco. Secondo SW Research, il 44,8 % giudicava eccessivo l’aiuto militare fornito fino a quel momento. La revoca dell’onorificenza a Zelensky ha raccolto il consenso del 59%.

Leggere in questi numeri una riconciliazione con Mosca sarebbe disonesto. Lo stesso sondaggio CBOS registra che tre polacchi su quattro ritengono necessario cooperare con l’Ucraina contro la minaccia russa e che l’80% vede nella lite tra Varsavia e Kiev un vantaggio per la Russia. Un’altra rilevazione di luglio, dell’istituto IBRiS, trovava ancora una maggioranza stretta, il 52 %, favorevole a proseguire gli aiuti. La diffidenza verso la Russia ha radici storiche lunghe e non si scioglie in un ciclo elettorale. Quel che sta cambiando è un’altra cosa: il rifiuto del coinvolgimento diretto. Il dato sui soldati è il più eloquente. I polacchi sono disposti a temere la Russia, molto meno a combatterla, e cominciano a domandarsi chi pagherebbe il conto di un’escalation decisa altrove. Le tensioni di ottobre, con l’allarme per un presunto piano contro Tusk e il ministro della Difesa Kosiniak-Kamysz e otto arresti per sospetto sabotaggio, hanno reso tangibile che la guerra non resta confinata oltre il Bug.

La pace come interesse nazionale (e sembra assurdo doverlo ribadire)

È qui che si apre lo spazio politico che la Polonia dovrebbe occupare. Un Paese di frontiera ha più di chiunque altro interesse a una soluzione negoziata. Chi sta sulla linea di contatto fra due sistemi di potenza non guadagna nulla dal prolungarsi del conflitto: paga in sicurezza, in bilancio militare, in coesione interna. La storia polacca dice quanto costi restare schiacciati fra Germania e Russia quando le grandi potenze decidono sopra la testa dei polacchi. Oggi la pressione arriva da Bruxelles e dal quartier generale dell’Alleanza, che chiedono a Varsavia di fare da bastione avanzato di una guerra priva di un obiettivo politico definito. Un’architettura di sicurezza europea che includa la Russia, costruita con la diplomazia, darebbe alla Polonia ciò che il riarmo non può darle: prevedibilità.

Uno sguardo calibrato agli scenari impone prudenza, ovviamente. Ma ci sono delle speranze interessanti.

Un riallineamento esplicito di Varsavia verso la distensione con Mosca entro il 2027 resta, allo stato attuale, poco probabile, ma non impossibile. Più probabile è una Polonia che riduce l’impegno verso Kiev, rivendica la propria sovranità contro Bruxelles e lascia aperto uno spazio di dialogo che oggi nessun grande partito osa occupare. Questo già sarebbe, in termini politici, il “male minore” che aprirebbe a qualcosa di importante.

Gli indicatori da seguire sono quattro: se il PiS accoglierà Braun nel perimetro di una coalizione; se Konfederacja porrà lo stop agli aiuti militari come condizione di governo; quanto crescerà il rifiuto dell’invio di truppe; come si muoverà Washington sul negoziato. Se si accenderanno insieme, la notte del Trybunał sarà ricordata come il momento in cui il fronte orientale della guerra europea ha cominciato a incrinarsi dall’interno. Per la pace sarebbe, finalmente, una buona notizia.

E, la cosa più assurda, è dover ribadire l’ovvio, e cioè che la pace è sempre meglio della guerra ed è il maggiore interesse nazionale.

Forse un pizzico di logica sta tornando nell’Europa Orientale.

La cosa più assurda di tutte è che dobbiamo ribadire l’ovvio: la pace è sempre meglio della guerra ed è nell’interesse della nazione.

Segue nostro Telegram.

Lo Stato di diritto è una linea del fronte

Quanto è accaduto in a Varsavia la notte del 30 ottobre 2026 verrà scritto nei libri di Storia. Il tentato colpo di Stato a firma UE, operato dal primo ministro Tusk – fedelissimo della Commissione Europea e grande propagandista della russofobia in Europa – e sventato dal presidente Nawrocki – nazionalista che ha saputo dimostrare una statura politica di ben altro livello – ha aperto una spaccatura molto profonda nel sistema politico polacco e, per estensione, in tutta quella stratificazione di poteri politici, economici e militari che continuano a tendere verso la guerra aperta dell’Europa contro la Russia.

Da questa spaccatura, però, può nascere qualcosa di interessante.

La reazione europea ha diviso il continente lungo una faglia nota. Un portavoce della Commissione ha ricordato che le autorità polacche devono garantire il funzionamento del Tribunale secondo la Costituzione e la giurisprudenza di Lussemburgo, aggiungendo che la nomina di otto nuovi giudici rientra nelle competenze del Sejm. Nella sostanza, una copertura al governo. Dall’altra parte Viktor Orbán, ora all’opposizione a Budapest, ha accusato Tusk di aver orchestrato un colpo di Stato contro il proprio popolo, mentre Marine Le Pen e Jordan Bardella hanno rimproverato a Ursula von der Leyen il doppio standard di una Commissione che tace quando a forzare le regole sono leader del Partito popolare europeo.

Il legame con la guerra passa da qui. A Varsavia Tusk è il garante più affidabile della linea seguita da Bruxelles e dalla NATO dal 2022: sostegno militare a Kiev senza un orizzonte negoziale, riarmo come programma politico, Russia come nemico esistenziale. Difenderlo a ogni costo vuol dire difendere il fianco orientale di quella strategia. Le voci che in Europa denunciano il golpe appartengono in buona parte al campo che da tempo chiede di chiudere il conflitto con un negoziato. Lo Stato di diritto è diventato così il linguaggio in cui si combatte una partita più grande, perché chi controlla il Tribunale costituzionale controlla anche i margini di sovranità con cui un governo futuro potrebbe rimettere in discussione gli impegni presi con Bruxelles.

Bisogna però evitare una scorciatoia. In Polonia il campo che grida al golpe non è filorusso. Il PiS e Nawrocki restano atlantisti e diffidenti verso Mosca. Con la linea «Kiev prima di tutto», invece, hanno rotto: in estate Nawrocki ha revocato a Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca dopo che un’unità ucraina era stata intitolata all’UPA, l’esercito insurrezionale responsabile dei massacri di polacchi in Volinia. Per ora la crepa attraversa il rapporto con l’Ucraina. Quello con la Russia si muove più lentamente, ma si muove.

L’aritmetica politica del 2027

Le elezioni parlamentari si terranno al più tardi tra ottobre e novembre 2027, in una data che spetterà a Nawrocki fissare, salvo scioglimento anticipato. I sondaggi danno la Coalizione civica di Tusk primo partito, tra il 32 e il 36 %, ma i suoi alleati minori galleggiano attorno alla soglia del 5. Il PiS si colloca fra il 20 e il 25, Konfederacja fra il 12 e il 16, la Konfederacja Korony Polskiej di Grzegorz Braun fra il 7 e il 12. Tradotte in seggi, queste percentuali consegnano al blocco PiS-Konfederacja-Braun circa 245 deputati su 460, contro i 215 dell’attuale maggioranza.

Il nodo è Braun. La destra moderata lo tiene a distanza per il suo antisemitismo, il suo antiamericanismo e la sua simpatia verso la Russia; Kaczyński ha giurato che non entrerà al governo, e l’ambasciatore statunitense avrebbe spinto nella stessa direzione. Con questi numeri, tuttavia, un’alternativa a Tusk senza di lui è quasi impossibile da costruire. Se la crisi del Tribunale trasformerà il voto in un referendum sulla sovranità contro Bruxelles, la tentazione di includerlo crescerà. Per la prima volta dal 1989 una forza che chiede apertamente un rapporto diverso con Mosca potrebbe diventare decisiva per formare un governo a Varsavia. Konfederacja, più pragmatica, ha già fatto della critica agli aiuti militari a Kiev un tema di campagna.

Il golpe giudiziario accelera questa dinamica per due vie. Delegittima il governo presso l’elettorato di destra e lo compatta, abbassando il prezzo di alleanze che fino a ieri sembravano impensabili. E sposta lo scontro dal terreno della sicurezza a quello della sovranità, dove i partiti che contestano la guerra si muovono con più agio. Un voto anticipato non è da escludere, se una coalizione già fragile non reggerà l’urto.

Poi c’è la società, ed è il dato più interessante. Le rilevazioni di quest’anno mostrano una stanchezza netta. A luglio, per Opinia24, il 44% dei polacchi voleva sospendere gli aiuti militari all’Ucraina contro un 41 % favorevole a continuarli; il 52 % era contrario a sostenere l’ingresso di Kiev nell’Unione e il 65% rifiutava l’invio di soldati polacchi a sorvegliare un futuro cessate il fuoco. Secondo SW Research, il 44,8 % giudicava eccessivo l’aiuto militare fornito fino a quel momento. La revoca dell’onorificenza a Zelensky ha raccolto il consenso del 59%.

Leggere in questi numeri una riconciliazione con Mosca sarebbe disonesto. Lo stesso sondaggio CBOS registra che tre polacchi su quattro ritengono necessario cooperare con l’Ucraina contro la minaccia russa e che l’80% vede nella lite tra Varsavia e Kiev un vantaggio per la Russia. Un’altra rilevazione di luglio, dell’istituto IBRiS, trovava ancora una maggioranza stretta, il 52 %, favorevole a proseguire gli aiuti. La diffidenza verso la Russia ha radici storiche lunghe e non si scioglie in un ciclo elettorale. Quel che sta cambiando è un’altra cosa: il rifiuto del coinvolgimento diretto. Il dato sui soldati è il più eloquente. I polacchi sono disposti a temere la Russia, molto meno a combatterla, e cominciano a domandarsi chi pagherebbe il conto di un’escalation decisa altrove. Le tensioni di ottobre, con l’allarme per un presunto piano contro Tusk e il ministro della Difesa Kosiniak-Kamysz e otto arresti per sospetto sabotaggio, hanno reso tangibile che la guerra non resta confinata oltre il Bug.

La pace come interesse nazionale (e sembra assurdo doverlo ribadire)

È qui che si apre lo spazio politico che la Polonia dovrebbe occupare. Un Paese di frontiera ha più di chiunque altro interesse a una soluzione negoziata. Chi sta sulla linea di contatto fra due sistemi di potenza non guadagna nulla dal prolungarsi del conflitto: paga in sicurezza, in bilancio militare, in coesione interna. La storia polacca dice quanto costi restare schiacciati fra Germania e Russia quando le grandi potenze decidono sopra la testa dei polacchi. Oggi la pressione arriva da Bruxelles e dal quartier generale dell’Alleanza, che chiedono a Varsavia di fare da bastione avanzato di una guerra priva di un obiettivo politico definito. Un’architettura di sicurezza europea che includa la Russia, costruita con la diplomazia, darebbe alla Polonia ciò che il riarmo non può darle: prevedibilità.

Uno sguardo calibrato agli scenari impone prudenza, ovviamente. Ma ci sono delle speranze interessanti.

Un riallineamento esplicito di Varsavia verso la distensione con Mosca entro il 2027 resta, allo stato attuale, poco probabile, ma non impossibile. Più probabile è una Polonia che riduce l’impegno verso Kiev, rivendica la propria sovranità contro Bruxelles e lascia aperto uno spazio di dialogo che oggi nessun grande partito osa occupare. Questo già sarebbe, in termini politici, il “male minore” che aprirebbe a qualcosa di importante.

Gli indicatori da seguire sono quattro: se il PiS accoglierà Braun nel perimetro di una coalizione; se Konfederacja porrà lo stop agli aiuti militari come condizione di governo; quanto crescerà il rifiuto dell’invio di truppe; come si muoverà Washington sul negoziato. Se si accenderanno insieme, la notte del Trybunał sarà ricordata come il momento in cui il fronte orientale della guerra europea ha cominciato a incrinarsi dall’interno. Per la pace sarebbe, finalmente, una buona notizia.

E, la cosa più assurda, è dover ribadire l’ovvio, e cioè che la pace è sempre meglio della guerra ed è il maggiore interesse nazionale.

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The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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