Italiano
Lorenzo Maria Pacini
April 26, 2026
© Photo: Public domain

Con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un solo astenuto, l’Aula di Montecitorio ha sancito la conversione in legge del decreto Sicurezza fortemente voluto dal governo di Giorgia Meloni

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La legge che divide: il voto di Montecitorio

Con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un solo astenuto, l’Aula di Montecitorio ha sancito la conversione in legge del decreto Sicurezza fortemente voluto dal governo di Giorgia Meloni. La maratona parlamentare, durata due giorni interi e conclusa con il voto di fiducia, ha consegnato all’Italia un provvedimento che va ben oltre le sue intenzioni dichiarate di ordine pubblico. Al banco dell’esecutivo, nel momento del voto, erano presenti il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il vicepremier Matteo Salvini, a simboleggiare la compattezza di una maggioranza che ha blindato il testo fino all’ultimo istante, rifiutando qualsiasi modifica sostanziale proposta dall’opposizione.

Ma la storia non finisce qui. A meno di un’ora dal voto finale, in una mossa tanto insolita quanto rivelatrice delle tensioni interne al sistema istituzionale italiano, il Consiglio dei ministri si è riunito in seduta lampo per approvare un decreto correttivo. Un provvedimento urgente in materia di rimpatri volontari assistiti, pensato come antidoto immediato a un testo che aveva sollevato obiezioni tecniche e costituzionali persino dal Quirinale. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un colloquio con il sottosegretario Alfredo Mantovano, aveva manifestato perplessità esplicite — in particolare sull’incentivo economico legato all’esito positivo del rimpatrio, che rischiava di configurare una sorta di mercato della deportazione assistita.

Il punto più controverso era l’articolo 30-bis: 615 euro di compenso per gli avvocati che assistono i migranti nelle procedure di rimpatrio volontario, ma con una clausola draconiana — il pagamento scattava soltanto dopo l’effettiva partenza dello straniero. Una previsione che subordinava la retribuzione professionale di un operatore giuridico all’esito di un procedimento amministrativo che coinvolge esseri umani in carne e ossa. Il Consiglio nazionale forense aveva reagito con fermezza, lamentando l’esclusione dalle consultazioni e chiedendo di essere depennato da una norma che trasformava gli avvocati in esecutori materiali di una politica migratoria incentivata economicamente.

Il decreto correttivo ha quindi provveduto a eliminare il riferimento esclusivo alla figura dell’avvocato — allargando la platea dei soggetti autorizzati a prestare assistenza nei rimpatri — e a spostare il momento dell’erogazione del compenso dalla partenza effettiva alla conclusione del procedimento amministrativo. Con un colpo di spugna, il riferimento al Consiglio Nazionale Forense è stato cancellato, rimpiazzato da un futuro decreto ministeriale che definirà criteri e soggetti abilitati. Un’architettura normativa, quella risultante, che concentra il potere decisionale nelle mani del Ministero dell’Interno.

Giorgia Meloni, intervenuta a margine di un vertice a Cipro, ha difeso la scelta come pragmatica e necessaria. La sostanza della norma, ha sottolineato, rimane intatta: il correttivo è chirurgico, non radicale. Modificare il testo «in corsa», durante il percorso parlamentare, avrebbe rischiato di far decadere l’intero decreto per scadenza dei termini, con ripercussioni operative che il governo non era disposto ad accettare. Esistono precedenti, ha ricordato, e il metodo è consolidato. Ma questa spiegazione tecnica rischia di occultare una verità più profonda: quella di un governo che ha scelto la velocità esecutiva sulla ponderazione legislativa, l’efficienza della norma sul dialogo istituzionale.

Il corpo come problema di Stato: genealogia di una legge biopolitica

Per comprendere appieno la portata del decreto Sicurezza occorre uscire dal perimetro della cronaca parlamentare e addentrarsi nel territorio della filosofia politica. Michel Foucault, nei suoi corsi al Collège de France, aveva elaborato il concetto di biopolitica per descrivere quella trasformazione del potere moderno che non si limita più a disciplinare i corpi individuali ma ambisce a governare le popolazioni come entità biologiche aggregate — nascite, morti, migrazioni, salute, sessualità. Il sovrano pre-moderno aveva potere di vita e di morte sui propri sudditi; il potere moderno invece «fa vivere e lascia morire», gestisce statisticamente la vita collettiva.

Il decreto Sicurezza si inscrive pienamente in questa tradizione, eppure la aggiorna con strumenti inediti. La sua logica fondamentale non è punitiva — almeno non soltanto — ma gestionale. Il migrante non è più soltanto il soggetto da espellere o da integrare, ma diventa un flusso da ottimizzare, un dato da processare, un costo da minimizzare. L’istituzione del rimpatrio volontario assistito con incentivo economico rivela questa razionalità con chiarezza quasi pedagogica: lo Stato non obbliga, non deporta con la forza (almeno in questa specifica previsione), ma crea le condizioni affinché il migrante «scelga» di andarsene. Una libertà di scelta, questa, che è in realtà una libertà costretta — configurata dall’assenza di alternative dignitose, dalla precarietà del soggiorno, dalla pressione burocratica.

Giorgio Agamben, sviluppando e radicalizzando Foucault, ha mostrato come il potere biopolitico produca necessariamente delle zone di eccezione — spazi in cui la norma è sospesa e i corpi vengono ridotti alla «nuda vita», cioè all’esistenza biologica spogliata di ogni valore giuridico e politico. I centri di permanenza temporanea per i migranti, le procedure accelerate di rimpatrio, la condizionalità economica dell’assistenza legale: tutto ciò costruisce, mattone dopo mattone, una zona grigia in cui i diritti sono promesse precarie e le garanzie giurisdizionali dipendono dall’esito di un procedimento amministrativo. Non si tratta di un campo nel senso letterale, ma di un dispositivo funzionalmente analogo: uno spazio di sospensione della pienezza del diritto.

La biopolitica del decreto Sicurezza non si rivolge soltanto agli stranieri. La sua logica di controllo si estende capillarmente anche ai cittadini italiani, modulando le condizioni di sicurezza pubblica, di sorveglianza urbana, di gestione dell’ordine. Una legge sulla «sicurezza» è per sua natura una legge sulla circolazione dei corpi nello spazio pubblico — e ogni restrizione alla circolazione è, al tempo stesso, una ridefinizione dei confini di ciò che è tollerabile, visibile, ammissibile nella sfera comune. Sicurezza e controllo non sono opposti: sono i due volti di un medesimo dispositivo.

Il regime tecno-politico, ovvero sorveglianza e capitalismo della piattaforma

Negli ultimi due decenni, parallelamente alla progressiva erosione dei diritti sociali e all’intensificazione delle politiche di sicurezza, si è affermato un nuovo paradigma di potere che Shoshana Zuboff ha definito «capitalismo della sorveglianza». Le grandi piattaforme digitali — Google, Meta, Amazon e le loro equivalenti cinesi — hanno sviluppato la capacità di raccogliere quantità straordinarie di dati comportamentali, trasformarli in prodotti predittivi e venderli sul mercato dei futures comportamentali. Il risultato è un’economia fondata sull’estrazione sistematica di informazioni sull’esperienza umana, utilizzate non per migliorare i prodotti offerti agli utenti, ma per modificarne i comportamenti a beneficio di terzi.

Questo capitalismo della sorveglianza non esiste in un vuoto politico. Si intreccia con le strutture statali in modi che variano da paese a paese ma che mostrano ovunque una tendenza comune: lo Stato adotta le tecnologie della sorveglianza privata — o ne favorisce lo sviluppo — per rafforzare le proprie capacità di controllo. In Italia, come in tutta Europa, le politiche migratorie hanno rappresentato il laboratorio principale di questa ibridazione. Il riconoscimento facciale nei porti e negli aeroporti, le banche dati biometriche dei richiedenti asilo, i sistemi algoritmici di valutazione del rischio applicati alle domande di protezione: tutto questo è già presente, con diversi gradi di trasparenza e legalità, negli apparati amministrativi europei.

Il decreto Sicurezza non menziona esplicitamente queste tecnologie — sarebbe politicamente imprudente — ma le presuppone e le consolida. La logistica del rimpatrio volontario assistito richiede capacità di tracciamento: sapere dove si trova il migrante, monitorare il suo percorso burocratico, verificare la sua partenza. Richiede database interoperabili tra forze dell’ordine, prefetture, ambasciate e organizzazioni intermediarie. Richiede, in ultima analisi, un’infrastruttura tecnologica di sorveglianza che esiste già e che la nuova legge contribuisce ulteriormente a legittimare e ramificare.

C’è una proporzione inquietante, e non casuale, tra la restrizione dei diritti in nome della sicurezza e l’espansione della sorveglianza tecnocapitalistica. Non si tratta di una coincidenza contingente né di una mera correlazione statistica: è una logica strutturale. Ogni volta che lo Stato restringe uno spazio di libertà — la libertà di movimento, la libertà di ricevere assistenza legale senza condizionamenti economici, la libertà di permanere sul territorio — crea al tempo stesso la necessità di meccanismi di verifica, di controllo, di monitoraggio. E questi meccanismi, nell’era digitale, vengono inevitabilmente delegati o co-gestiti con attori privati dotati di capacità tecnologiche superiori a quelle dei soggetti pubblici.

Siamo di fronte, dunque, a un regime tecno-politico in senso proprio: un sistema di potere in cui la tecnologia non è soltanto uno strumento al servizio della politica, ma ne costituisce la struttura portante, ne determina le possibilità, ne orienta le scelte. Un regime in cui la distinzione tra pubblico e privato, tra Stato e mercato, tra sicurezza e profitto, si fa sempre più sfumata e difficile da tracciare. Un regime che produce norme come il decreto Sicurezza non nonostante la sua vocazione tecnologica, ma proprio in virtù di essa.

La mercificazione del diritto e il compenso condizionato

L’articolo 30-bis del decreto originale merita un’analisi autonoma, perché condensa in poche righe normative una trasformazione culturale di portata enorme. Il compenso di 615 euro per l’assistenza al rimpatrio, nella sua versione originaria, era subordinato all’effettiva partenza del migrante. Questa clausola trasformava il rapporto di assistenza legale — strutturalmente asimmetrico e fiduciario — in un contratto di risultato a incentivo. Non si paga per la competenza, per il tempo, per l’impegno professionale: si paga per l’esito. E l’esito, in questo caso, coincide con la rimozione di un essere umano dal territorio nazionale.

La logica di mercato applicata al diritto non è nuova. I sistemi di «conditional fee arrangements» esistono in molti ordinamenti anglosassoni. Ma la sua applicazione specifica al campo dei rimpatri forzati — o pseudo-volontari — rappresenta un salto qualitativo. Crea un sistema in cui chi dovrebbe tutelare i diritti del migrante ha un interesse economico diretto nell’esito della sua espulsione. Anche nella versione corretta — compenso alla conclusione del procedimento, non alla partenza — il problema strutturale rimane: la logica del risultato penetra in un ambito che dovrebbe essere governato dalla logica della garanzia.

Karl Polanyi, nel suo magistrale «La grande trasformazione», aveva mostrato come il capitalismo moderno tenda a trattare come merci ciò che per sua natura non può esserlo — la terra, il lavoro, la moneta. Il diritto alla difesa legale appartiene a questa categoria di «merci fittizie»: può essere parzialmente commodificato, ma a un costo sociale e morale che il mercato non è in grado di computare. Quando si subordina l’assistenza giuridica a un incentivo economico legato all’esito espulsivo, si compie esattamente questa operazione: si finge che il diritto sia una merce come le altre, soggetta alla logica del profitto e del risultato.

Il Consiglio Nazionale Forense aveva intuito questo pericolo e aveva reagito con insolita fermezza. La protesta degli avvocati non era soltanto corporativa — anche se sarebbe ipocrita negare che anche interessi di categoria fossero in gioco. Era una protesta di principio: contro la riduzione della professione legale a servizio strumentale di una politica governativa, contro la trasformazione del difensore in esecutore. La risposta del governo — eliminare il riferimento esclusivo all’avvocatura e aprire l’assistenza ad altri soggetti — suona paradossalmente come un’ammissione implicita: se il compito è così compromettente, allora che lo svolgano figure meno tutelate dalla deontologia professionale.

Resistenza, memoria e il 25 aprile come specchio

La tempistica del voto finale — la vigilia del 25 aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo — non era casuale nella percezione dell’opposizione, anche se probabilmente lo era nella logistica parlamentare. I banchi dei partiti avversari alla maggioranza hanno risuonato del canto partigiano di «Bella ciao». Riccardo Ricciardi del Movimento 5 Stelle ha aperto il suo intervento con un augurio di buon 25 aprile. Chiara Braga, capogruppo del Partito Democratico, ha indossato il fazzoletto dell’Anpi — l’associazione partigiani — come gesto simbolico di resistenza.

La replica della maggioranza, affidata al deputato di Fratelli d’Italia Gianfranco Rotondi, ha scelto la strada della delegittimazione simbolica. L’opposizione, ha detto Rotondi, strumentalizza la festa della Liberazione per fini di «denigrazione politica». Ha ricordato che il 25 aprile fu istituito da Alcide De Gasperi — democristiano, non comunista — per unire il Paese. Ha lamentato l’uso divisivo di «Bella ciao». Eppure, al di là delle polemiche di superficie, questo scontro rivela qualcosa di più profondo: l’incapacità strutturale della destra italiana di fare i conti con la propria storia e di pronunciare con franchezza la parola «antifascismo». Una parola che, stranamente, non riesce ancora a trovare posto nel vocabolario ufficiale di chi governa.

Ma il richiamo alla Resistenza non è soltanto retorica parlamentare. È anche una domanda filosofica sul significato della democrazia in tempi di crisi. La Resistenza italiana non era soltanto una lotta armata contro un’occupazione straniera: era un progetto politico di rifondazione del patto civile, di costruzione di uno Stato fondato sul riconoscimento universale della dignità umana. Questo progetto si è cristallizzato nella Costituzione del 1948 — un testo che continua a porre limiti sostanziali alle leggi ordinarie, anche quando queste vengono approvate con voti di fiducia e decreti correttivi lampo.

La domanda che il decreto Sicurezza pone — implicitamente, ma con forza — è se quella Costituzione sia ancora in grado di arginare le derive autoritarie di un sistema di potere sempre più tecnocrático e securitario. Se la biopolitica dello Stato possa ancora essere temperata dal primato dei diritti fondamentali. Se la sorveglianza digitale possa essere regolata da una carta scritta in un’epoca in cui il computer era fantascienza. La risposta non è scontata — e questa incertezza è forse il segnale più preoccupante del momento che stiamo attraversando.

Il paradosso della sicurezza: più controllo, meno libertà, più vulnerabilità

C’è un paradosso al cuore di ogni politica securitaria che si spinga oltre certi limiti: più si restringe la libertà in nome della sicurezza, più si crea vulnerabilità sistemica. Non perché la sicurezza sia un valore falso — è un bene reale, necessario, che lo Stato ha il dovere di garantire. Ma perché le misure di sicurezza che si fondano sulla compressione dei diritti e sulla sorveglianza pervasiva producono effetti collaterali che nel lungo periodo erodono la stessa coesione sociale che pretendono di tutelare.

Una società in cui la mobilità delle persone è monitorata capillarmente, in cui l’assistenza legale è condizionata a incentivi economici governativi, in cui le categorie di soggetti «a rischio» vengono gestite con logiche algoritmiche opache, è una società che ha scelto l’efficienza amministrativa sopra la giustizia procedurale. Nel breve periodo può sembrare una scelta razionale — e certamente lo è dal punto di vista dell’ottimizzazione burocratica. Nel lungo periodo, però, produce un clima di sfiducia generalizzata nelle istituzioni, alimenta le narrazioni populiste che identificano lo Stato con il nemico, e crea le condizioni per derive ulteriori.

Il capitalismo della sorveglianza non è neutrale rispetto a questo processo: al contrario, lo alimenta attivamente. Le piattaforme digitali prosperano sull’ansia sociale, sull’indignazione, sul conflitto — emozioni che massimizzano l’engagement e quindi il valore dei dati estratti. Un sistema politico che si fonda sulla paura — del migrante, del crimine, del diverso — è un sistema che fornisce continuamente al capitalismo della sorveglianza il carburante emotivo di cui ha bisogno. Sicurezza e sorveglianza non si oppongono: si alimentano reciprocamente in un circolo che tende all’autoriproduzione e all’espansione.

Per spezzare questo circolo non basta una legge correttiva approvata in seduta lampo. Occorre ripensare le premesse culturali e politiche che rendono possibile — e popolare — la logica securitaria. Occorre costruire una narrazione alternativa della sicurezza, che non si fondi sull’esclusione e sulla sorveglianza, ma sul rafforzamento dei legami comunitari, sulla redistribuzione della ricchezza, sull’investimento nell’istruzione e nella sanità. Una sicurezza che non sia il contrario della libertà, ma la sua condizione di possibilità.

Conclusioni: l’Italia come laboratorio del nuovo autoritarismo soft

Il decreto Sicurezza approvato dal Parlamento italiano il 24 aprile 2026 non è un evento isolato nella storia politica europea. È un tassello di un mosaico più ampio che si va componendo da anni in tutto il continente: la progressiva normalizzazione di misure eccezionali, la routinizzazione dell’emergenza come modalità ordinaria di governo, l’ibridazione sempre più stretta tra apparato statale e infrastruttura tecnologica privata. Un mosaico che disegna i contorni di quello che potremmo chiamare un «autoritarismo soft»: non la dittatura del Novecento, con i suoi apparati repressivi espliciti e le sue ideologie totalizzanti, ma qualcosa di più sottile e pervasivo — un sistema di controllo che si legittima attraverso il consenso democratico, che usa il linguaggio della sicurezza e dell’efficienza, che delega alla tecnologia ciò che un tempo richiedeva la violenza esplicita.

L’Italia, con la sua tradizione politica turbolenta, la sua lunga familiarità con le emergenze reali e costruite, la sua vulnerabilità alle narrazioni identitarie e securitarie, si presta particolarmente bene al ruolo di laboratorio. Ciò che viene sperimentato qui — le tecniche legislative, i dispositivi normativi, le alleanze tra maggioranze di governo e tecnologie di controllo — tende a circolare e a replicarsi altrove, con le inevitabili variazioni locali. Il decreto Sicurezza è anche questo: un esperimento, un prototipo, un modello che altri potrebbero adottare.

La resistenza a questo processo — e una resistenza è non solo possibile ma necessaria — non può essere puramente parlamentare. Le opposizioni a Montecitorio hanno cantato «Bella ciao» e indossato fazzoletti partigiani: gesti importanti sul piano simbolico, ma insufficienti sul piano strategico. Una resistenza efficace richiede la costruzione di coalizioni più ampie — tra movimenti sociali, avvocati, accademici, giornalisti, attivisti digitali — capaci di sfidare il regime tecno-politico non soltanto nelle aule parlamentari, ma nei tribunali, nelle piazze, negli spazi digitali, nelle università. Richiede una nuova cultura politica che sappia parlare di sicurezza senza rassegnarsi alla logica della sorveglianza.

Il 25 aprile — quella data che incombe sul dibattito parlamentare come un anacronismo vivente — ci ricorda che le trasformazioni politiche più profonde non vengono dall’alto, dai Consigli dei ministri che si riuniscono in seduta lampo, ma dal basso, dai movimenti che scelgono di non accettare la realtà come data. La Resistenza italiana non ha vinto perché era militarmente superiore al nazifascismo: ha vinto perché aveva un’idea più forte, più giusta, più umana di come doveva essere organizzata la convivenza. Oggi abbiamo bisogno di un’idea altrettanto forte — e altrettanto concreta — di ciò che vogliamo opporre al regime tecno-biopolitico che si sta costruendo, norma dopo norma, decreto dopo decreto, sotto i nostri occhi.

La sicurezza è un diritto. La sorveglianza è un pericolo. La differenza tra le due non si misura in voti parlamentari, ma nella qualità della vita che siamo disposti a difendere — e di quella che siamo disposti a concedere.

Il Decreto Sicurezza è legge, e con essa il nuovo ordine tecno-biopolitico della “destra” italiana

Con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un solo astenuto, l’Aula di Montecitorio ha sancito la conversione in legge del decreto Sicurezza fortemente voluto dal governo di Giorgia Meloni

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La legge che divide: il voto di Montecitorio

Con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un solo astenuto, l’Aula di Montecitorio ha sancito la conversione in legge del decreto Sicurezza fortemente voluto dal governo di Giorgia Meloni. La maratona parlamentare, durata due giorni interi e conclusa con il voto di fiducia, ha consegnato all’Italia un provvedimento che va ben oltre le sue intenzioni dichiarate di ordine pubblico. Al banco dell’esecutivo, nel momento del voto, erano presenti il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il vicepremier Matteo Salvini, a simboleggiare la compattezza di una maggioranza che ha blindato il testo fino all’ultimo istante, rifiutando qualsiasi modifica sostanziale proposta dall’opposizione.

Ma la storia non finisce qui. A meno di un’ora dal voto finale, in una mossa tanto insolita quanto rivelatrice delle tensioni interne al sistema istituzionale italiano, il Consiglio dei ministri si è riunito in seduta lampo per approvare un decreto correttivo. Un provvedimento urgente in materia di rimpatri volontari assistiti, pensato come antidoto immediato a un testo che aveva sollevato obiezioni tecniche e costituzionali persino dal Quirinale. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un colloquio con il sottosegretario Alfredo Mantovano, aveva manifestato perplessità esplicite — in particolare sull’incentivo economico legato all’esito positivo del rimpatrio, che rischiava di configurare una sorta di mercato della deportazione assistita.

Il punto più controverso era l’articolo 30-bis: 615 euro di compenso per gli avvocati che assistono i migranti nelle procedure di rimpatrio volontario, ma con una clausola draconiana — il pagamento scattava soltanto dopo l’effettiva partenza dello straniero. Una previsione che subordinava la retribuzione professionale di un operatore giuridico all’esito di un procedimento amministrativo che coinvolge esseri umani in carne e ossa. Il Consiglio nazionale forense aveva reagito con fermezza, lamentando l’esclusione dalle consultazioni e chiedendo di essere depennato da una norma che trasformava gli avvocati in esecutori materiali di una politica migratoria incentivata economicamente.

Il decreto correttivo ha quindi provveduto a eliminare il riferimento esclusivo alla figura dell’avvocato — allargando la platea dei soggetti autorizzati a prestare assistenza nei rimpatri — e a spostare il momento dell’erogazione del compenso dalla partenza effettiva alla conclusione del procedimento amministrativo. Con un colpo di spugna, il riferimento al Consiglio Nazionale Forense è stato cancellato, rimpiazzato da un futuro decreto ministeriale che definirà criteri e soggetti abilitati. Un’architettura normativa, quella risultante, che concentra il potere decisionale nelle mani del Ministero dell’Interno.

Giorgia Meloni, intervenuta a margine di un vertice a Cipro, ha difeso la scelta come pragmatica e necessaria. La sostanza della norma, ha sottolineato, rimane intatta: il correttivo è chirurgico, non radicale. Modificare il testo «in corsa», durante il percorso parlamentare, avrebbe rischiato di far decadere l’intero decreto per scadenza dei termini, con ripercussioni operative che il governo non era disposto ad accettare. Esistono precedenti, ha ricordato, e il metodo è consolidato. Ma questa spiegazione tecnica rischia di occultare una verità più profonda: quella di un governo che ha scelto la velocità esecutiva sulla ponderazione legislativa, l’efficienza della norma sul dialogo istituzionale.

Il corpo come problema di Stato: genealogia di una legge biopolitica

Per comprendere appieno la portata del decreto Sicurezza occorre uscire dal perimetro della cronaca parlamentare e addentrarsi nel territorio della filosofia politica. Michel Foucault, nei suoi corsi al Collège de France, aveva elaborato il concetto di biopolitica per descrivere quella trasformazione del potere moderno che non si limita più a disciplinare i corpi individuali ma ambisce a governare le popolazioni come entità biologiche aggregate — nascite, morti, migrazioni, salute, sessualità. Il sovrano pre-moderno aveva potere di vita e di morte sui propri sudditi; il potere moderno invece «fa vivere e lascia morire», gestisce statisticamente la vita collettiva.

Il decreto Sicurezza si inscrive pienamente in questa tradizione, eppure la aggiorna con strumenti inediti. La sua logica fondamentale non è punitiva — almeno non soltanto — ma gestionale. Il migrante non è più soltanto il soggetto da espellere o da integrare, ma diventa un flusso da ottimizzare, un dato da processare, un costo da minimizzare. L’istituzione del rimpatrio volontario assistito con incentivo economico rivela questa razionalità con chiarezza quasi pedagogica: lo Stato non obbliga, non deporta con la forza (almeno in questa specifica previsione), ma crea le condizioni affinché il migrante «scelga» di andarsene. Una libertà di scelta, questa, che è in realtà una libertà costretta — configurata dall’assenza di alternative dignitose, dalla precarietà del soggiorno, dalla pressione burocratica.

Giorgio Agamben, sviluppando e radicalizzando Foucault, ha mostrato come il potere biopolitico produca necessariamente delle zone di eccezione — spazi in cui la norma è sospesa e i corpi vengono ridotti alla «nuda vita», cioè all’esistenza biologica spogliata di ogni valore giuridico e politico. I centri di permanenza temporanea per i migranti, le procedure accelerate di rimpatrio, la condizionalità economica dell’assistenza legale: tutto ciò costruisce, mattone dopo mattone, una zona grigia in cui i diritti sono promesse precarie e le garanzie giurisdizionali dipendono dall’esito di un procedimento amministrativo. Non si tratta di un campo nel senso letterale, ma di un dispositivo funzionalmente analogo: uno spazio di sospensione della pienezza del diritto.

La biopolitica del decreto Sicurezza non si rivolge soltanto agli stranieri. La sua logica di controllo si estende capillarmente anche ai cittadini italiani, modulando le condizioni di sicurezza pubblica, di sorveglianza urbana, di gestione dell’ordine. Una legge sulla «sicurezza» è per sua natura una legge sulla circolazione dei corpi nello spazio pubblico — e ogni restrizione alla circolazione è, al tempo stesso, una ridefinizione dei confini di ciò che è tollerabile, visibile, ammissibile nella sfera comune. Sicurezza e controllo non sono opposti: sono i due volti di un medesimo dispositivo.

Il regime tecno-politico, ovvero sorveglianza e capitalismo della piattaforma

Negli ultimi due decenni, parallelamente alla progressiva erosione dei diritti sociali e all’intensificazione delle politiche di sicurezza, si è affermato un nuovo paradigma di potere che Shoshana Zuboff ha definito «capitalismo della sorveglianza». Le grandi piattaforme digitali — Google, Meta, Amazon e le loro equivalenti cinesi — hanno sviluppato la capacità di raccogliere quantità straordinarie di dati comportamentali, trasformarli in prodotti predittivi e venderli sul mercato dei futures comportamentali. Il risultato è un’economia fondata sull’estrazione sistematica di informazioni sull’esperienza umana, utilizzate non per migliorare i prodotti offerti agli utenti, ma per modificarne i comportamenti a beneficio di terzi.

Questo capitalismo della sorveglianza non esiste in un vuoto politico. Si intreccia con le strutture statali in modi che variano da paese a paese ma che mostrano ovunque una tendenza comune: lo Stato adotta le tecnologie della sorveglianza privata — o ne favorisce lo sviluppo — per rafforzare le proprie capacità di controllo. In Italia, come in tutta Europa, le politiche migratorie hanno rappresentato il laboratorio principale di questa ibridazione. Il riconoscimento facciale nei porti e negli aeroporti, le banche dati biometriche dei richiedenti asilo, i sistemi algoritmici di valutazione del rischio applicati alle domande di protezione: tutto questo è già presente, con diversi gradi di trasparenza e legalità, negli apparati amministrativi europei.

Il decreto Sicurezza non menziona esplicitamente queste tecnologie — sarebbe politicamente imprudente — ma le presuppone e le consolida. La logistica del rimpatrio volontario assistito richiede capacità di tracciamento: sapere dove si trova il migrante, monitorare il suo percorso burocratico, verificare la sua partenza. Richiede database interoperabili tra forze dell’ordine, prefetture, ambasciate e organizzazioni intermediarie. Richiede, in ultima analisi, un’infrastruttura tecnologica di sorveglianza che esiste già e che la nuova legge contribuisce ulteriormente a legittimare e ramificare.

C’è una proporzione inquietante, e non casuale, tra la restrizione dei diritti in nome della sicurezza e l’espansione della sorveglianza tecnocapitalistica. Non si tratta di una coincidenza contingente né di una mera correlazione statistica: è una logica strutturale. Ogni volta che lo Stato restringe uno spazio di libertà — la libertà di movimento, la libertà di ricevere assistenza legale senza condizionamenti economici, la libertà di permanere sul territorio — crea al tempo stesso la necessità di meccanismi di verifica, di controllo, di monitoraggio. E questi meccanismi, nell’era digitale, vengono inevitabilmente delegati o co-gestiti con attori privati dotati di capacità tecnologiche superiori a quelle dei soggetti pubblici.

Siamo di fronte, dunque, a un regime tecno-politico in senso proprio: un sistema di potere in cui la tecnologia non è soltanto uno strumento al servizio della politica, ma ne costituisce la struttura portante, ne determina le possibilità, ne orienta le scelte. Un regime in cui la distinzione tra pubblico e privato, tra Stato e mercato, tra sicurezza e profitto, si fa sempre più sfumata e difficile da tracciare. Un regime che produce norme come il decreto Sicurezza non nonostante la sua vocazione tecnologica, ma proprio in virtù di essa.

La mercificazione del diritto e il compenso condizionato

L’articolo 30-bis del decreto originale merita un’analisi autonoma, perché condensa in poche righe normative una trasformazione culturale di portata enorme. Il compenso di 615 euro per l’assistenza al rimpatrio, nella sua versione originaria, era subordinato all’effettiva partenza del migrante. Questa clausola trasformava il rapporto di assistenza legale — strutturalmente asimmetrico e fiduciario — in un contratto di risultato a incentivo. Non si paga per la competenza, per il tempo, per l’impegno professionale: si paga per l’esito. E l’esito, in questo caso, coincide con la rimozione di un essere umano dal territorio nazionale.

La logica di mercato applicata al diritto non è nuova. I sistemi di «conditional fee arrangements» esistono in molti ordinamenti anglosassoni. Ma la sua applicazione specifica al campo dei rimpatri forzati — o pseudo-volontari — rappresenta un salto qualitativo. Crea un sistema in cui chi dovrebbe tutelare i diritti del migrante ha un interesse economico diretto nell’esito della sua espulsione. Anche nella versione corretta — compenso alla conclusione del procedimento, non alla partenza — il problema strutturale rimane: la logica del risultato penetra in un ambito che dovrebbe essere governato dalla logica della garanzia.

Karl Polanyi, nel suo magistrale «La grande trasformazione», aveva mostrato come il capitalismo moderno tenda a trattare come merci ciò che per sua natura non può esserlo — la terra, il lavoro, la moneta. Il diritto alla difesa legale appartiene a questa categoria di «merci fittizie»: può essere parzialmente commodificato, ma a un costo sociale e morale che il mercato non è in grado di computare. Quando si subordina l’assistenza giuridica a un incentivo economico legato all’esito espulsivo, si compie esattamente questa operazione: si finge che il diritto sia una merce come le altre, soggetta alla logica del profitto e del risultato.

Il Consiglio Nazionale Forense aveva intuito questo pericolo e aveva reagito con insolita fermezza. La protesta degli avvocati non era soltanto corporativa — anche se sarebbe ipocrita negare che anche interessi di categoria fossero in gioco. Era una protesta di principio: contro la riduzione della professione legale a servizio strumentale di una politica governativa, contro la trasformazione del difensore in esecutore. La risposta del governo — eliminare il riferimento esclusivo all’avvocatura e aprire l’assistenza ad altri soggetti — suona paradossalmente come un’ammissione implicita: se il compito è così compromettente, allora che lo svolgano figure meno tutelate dalla deontologia professionale.

Resistenza, memoria e il 25 aprile come specchio

La tempistica del voto finale — la vigilia del 25 aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo — non era casuale nella percezione dell’opposizione, anche se probabilmente lo era nella logistica parlamentare. I banchi dei partiti avversari alla maggioranza hanno risuonato del canto partigiano di «Bella ciao». Riccardo Ricciardi del Movimento 5 Stelle ha aperto il suo intervento con un augurio di buon 25 aprile. Chiara Braga, capogruppo del Partito Democratico, ha indossato il fazzoletto dell’Anpi — l’associazione partigiani — come gesto simbolico di resistenza.

La replica della maggioranza, affidata al deputato di Fratelli d’Italia Gianfranco Rotondi, ha scelto la strada della delegittimazione simbolica. L’opposizione, ha detto Rotondi, strumentalizza la festa della Liberazione per fini di «denigrazione politica». Ha ricordato che il 25 aprile fu istituito da Alcide De Gasperi — democristiano, non comunista — per unire il Paese. Ha lamentato l’uso divisivo di «Bella ciao». Eppure, al di là delle polemiche di superficie, questo scontro rivela qualcosa di più profondo: l’incapacità strutturale della destra italiana di fare i conti con la propria storia e di pronunciare con franchezza la parola «antifascismo». Una parola che, stranamente, non riesce ancora a trovare posto nel vocabolario ufficiale di chi governa.

Ma il richiamo alla Resistenza non è soltanto retorica parlamentare. È anche una domanda filosofica sul significato della democrazia in tempi di crisi. La Resistenza italiana non era soltanto una lotta armata contro un’occupazione straniera: era un progetto politico di rifondazione del patto civile, di costruzione di uno Stato fondato sul riconoscimento universale della dignità umana. Questo progetto si è cristallizzato nella Costituzione del 1948 — un testo che continua a porre limiti sostanziali alle leggi ordinarie, anche quando queste vengono approvate con voti di fiducia e decreti correttivi lampo.

La domanda che il decreto Sicurezza pone — implicitamente, ma con forza — è se quella Costituzione sia ancora in grado di arginare le derive autoritarie di un sistema di potere sempre più tecnocrático e securitario. Se la biopolitica dello Stato possa ancora essere temperata dal primato dei diritti fondamentali. Se la sorveglianza digitale possa essere regolata da una carta scritta in un’epoca in cui il computer era fantascienza. La risposta non è scontata — e questa incertezza è forse il segnale più preoccupante del momento che stiamo attraversando.

Il paradosso della sicurezza: più controllo, meno libertà, più vulnerabilità

C’è un paradosso al cuore di ogni politica securitaria che si spinga oltre certi limiti: più si restringe la libertà in nome della sicurezza, più si crea vulnerabilità sistemica. Non perché la sicurezza sia un valore falso — è un bene reale, necessario, che lo Stato ha il dovere di garantire. Ma perché le misure di sicurezza che si fondano sulla compressione dei diritti e sulla sorveglianza pervasiva producono effetti collaterali che nel lungo periodo erodono la stessa coesione sociale che pretendono di tutelare.

Una società in cui la mobilità delle persone è monitorata capillarmente, in cui l’assistenza legale è condizionata a incentivi economici governativi, in cui le categorie di soggetti «a rischio» vengono gestite con logiche algoritmiche opache, è una società che ha scelto l’efficienza amministrativa sopra la giustizia procedurale. Nel breve periodo può sembrare una scelta razionale — e certamente lo è dal punto di vista dell’ottimizzazione burocratica. Nel lungo periodo, però, produce un clima di sfiducia generalizzata nelle istituzioni, alimenta le narrazioni populiste che identificano lo Stato con il nemico, e crea le condizioni per derive ulteriori.

Il capitalismo della sorveglianza non è neutrale rispetto a questo processo: al contrario, lo alimenta attivamente. Le piattaforme digitali prosperano sull’ansia sociale, sull’indignazione, sul conflitto — emozioni che massimizzano l’engagement e quindi il valore dei dati estratti. Un sistema politico che si fonda sulla paura — del migrante, del crimine, del diverso — è un sistema che fornisce continuamente al capitalismo della sorveglianza il carburante emotivo di cui ha bisogno. Sicurezza e sorveglianza non si oppongono: si alimentano reciprocamente in un circolo che tende all’autoriproduzione e all’espansione.

Per spezzare questo circolo non basta una legge correttiva approvata in seduta lampo. Occorre ripensare le premesse culturali e politiche che rendono possibile — e popolare — la logica securitaria. Occorre costruire una narrazione alternativa della sicurezza, che non si fondi sull’esclusione e sulla sorveglianza, ma sul rafforzamento dei legami comunitari, sulla redistribuzione della ricchezza, sull’investimento nell’istruzione e nella sanità. Una sicurezza che non sia il contrario della libertà, ma la sua condizione di possibilità.

Conclusioni: l’Italia come laboratorio del nuovo autoritarismo soft

Il decreto Sicurezza approvato dal Parlamento italiano il 24 aprile 2026 non è un evento isolato nella storia politica europea. È un tassello di un mosaico più ampio che si va componendo da anni in tutto il continente: la progressiva normalizzazione di misure eccezionali, la routinizzazione dell’emergenza come modalità ordinaria di governo, l’ibridazione sempre più stretta tra apparato statale e infrastruttura tecnologica privata. Un mosaico che disegna i contorni di quello che potremmo chiamare un «autoritarismo soft»: non la dittatura del Novecento, con i suoi apparati repressivi espliciti e le sue ideologie totalizzanti, ma qualcosa di più sottile e pervasivo — un sistema di controllo che si legittima attraverso il consenso democratico, che usa il linguaggio della sicurezza e dell’efficienza, che delega alla tecnologia ciò che un tempo richiedeva la violenza esplicita.

L’Italia, con la sua tradizione politica turbolenta, la sua lunga familiarità con le emergenze reali e costruite, la sua vulnerabilità alle narrazioni identitarie e securitarie, si presta particolarmente bene al ruolo di laboratorio. Ciò che viene sperimentato qui — le tecniche legislative, i dispositivi normativi, le alleanze tra maggioranze di governo e tecnologie di controllo — tende a circolare e a replicarsi altrove, con le inevitabili variazioni locali. Il decreto Sicurezza è anche questo: un esperimento, un prototipo, un modello che altri potrebbero adottare.

La resistenza a questo processo — e una resistenza è non solo possibile ma necessaria — non può essere puramente parlamentare. Le opposizioni a Montecitorio hanno cantato «Bella ciao» e indossato fazzoletti partigiani: gesti importanti sul piano simbolico, ma insufficienti sul piano strategico. Una resistenza efficace richiede la costruzione di coalizioni più ampie — tra movimenti sociali, avvocati, accademici, giornalisti, attivisti digitali — capaci di sfidare il regime tecno-politico non soltanto nelle aule parlamentari, ma nei tribunali, nelle piazze, negli spazi digitali, nelle università. Richiede una nuova cultura politica che sappia parlare di sicurezza senza rassegnarsi alla logica della sorveglianza.

Il 25 aprile — quella data che incombe sul dibattito parlamentare come un anacronismo vivente — ci ricorda che le trasformazioni politiche più profonde non vengono dall’alto, dai Consigli dei ministri che si riuniscono in seduta lampo, ma dal basso, dai movimenti che scelgono di non accettare la realtà come data. La Resistenza italiana non ha vinto perché era militarmente superiore al nazifascismo: ha vinto perché aveva un’idea più forte, più giusta, più umana di come doveva essere organizzata la convivenza. Oggi abbiamo bisogno di un’idea altrettanto forte — e altrettanto concreta — di ciò che vogliamo opporre al regime tecno-biopolitico che si sta costruendo, norma dopo norma, decreto dopo decreto, sotto i nostri occhi.

La sicurezza è un diritto. La sorveglianza è un pericolo. La differenza tra le due non si misura in voti parlamentari, ma nella qualità della vita che siamo disposti a difendere — e di quella che siamo disposti a concedere.

Con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un solo astenuto, l’Aula di Montecitorio ha sancito la conversione in legge del decreto Sicurezza fortemente voluto dal governo di Giorgia Meloni

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La legge che divide: il voto di Montecitorio

Con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un solo astenuto, l’Aula di Montecitorio ha sancito la conversione in legge del decreto Sicurezza fortemente voluto dal governo di Giorgia Meloni. La maratona parlamentare, durata due giorni interi e conclusa con il voto di fiducia, ha consegnato all’Italia un provvedimento che va ben oltre le sue intenzioni dichiarate di ordine pubblico. Al banco dell’esecutivo, nel momento del voto, erano presenti il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il vicepremier Matteo Salvini, a simboleggiare la compattezza di una maggioranza che ha blindato il testo fino all’ultimo istante, rifiutando qualsiasi modifica sostanziale proposta dall’opposizione.

Ma la storia non finisce qui. A meno di un’ora dal voto finale, in una mossa tanto insolita quanto rivelatrice delle tensioni interne al sistema istituzionale italiano, il Consiglio dei ministri si è riunito in seduta lampo per approvare un decreto correttivo. Un provvedimento urgente in materia di rimpatri volontari assistiti, pensato come antidoto immediato a un testo che aveva sollevato obiezioni tecniche e costituzionali persino dal Quirinale. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un colloquio con il sottosegretario Alfredo Mantovano, aveva manifestato perplessità esplicite — in particolare sull’incentivo economico legato all’esito positivo del rimpatrio, che rischiava di configurare una sorta di mercato della deportazione assistita.

Il punto più controverso era l’articolo 30-bis: 615 euro di compenso per gli avvocati che assistono i migranti nelle procedure di rimpatrio volontario, ma con una clausola draconiana — il pagamento scattava soltanto dopo l’effettiva partenza dello straniero. Una previsione che subordinava la retribuzione professionale di un operatore giuridico all’esito di un procedimento amministrativo che coinvolge esseri umani in carne e ossa. Il Consiglio nazionale forense aveva reagito con fermezza, lamentando l’esclusione dalle consultazioni e chiedendo di essere depennato da una norma che trasformava gli avvocati in esecutori materiali di una politica migratoria incentivata economicamente.

Il decreto correttivo ha quindi provveduto a eliminare il riferimento esclusivo alla figura dell’avvocato — allargando la platea dei soggetti autorizzati a prestare assistenza nei rimpatri — e a spostare il momento dell’erogazione del compenso dalla partenza effettiva alla conclusione del procedimento amministrativo. Con un colpo di spugna, il riferimento al Consiglio Nazionale Forense è stato cancellato, rimpiazzato da un futuro decreto ministeriale che definirà criteri e soggetti abilitati. Un’architettura normativa, quella risultante, che concentra il potere decisionale nelle mani del Ministero dell’Interno.

Giorgia Meloni, intervenuta a margine di un vertice a Cipro, ha difeso la scelta come pragmatica e necessaria. La sostanza della norma, ha sottolineato, rimane intatta: il correttivo è chirurgico, non radicale. Modificare il testo «in corsa», durante il percorso parlamentare, avrebbe rischiato di far decadere l’intero decreto per scadenza dei termini, con ripercussioni operative che il governo non era disposto ad accettare. Esistono precedenti, ha ricordato, e il metodo è consolidato. Ma questa spiegazione tecnica rischia di occultare una verità più profonda: quella di un governo che ha scelto la velocità esecutiva sulla ponderazione legislativa, l’efficienza della norma sul dialogo istituzionale.

Il corpo come problema di Stato: genealogia di una legge biopolitica

Per comprendere appieno la portata del decreto Sicurezza occorre uscire dal perimetro della cronaca parlamentare e addentrarsi nel territorio della filosofia politica. Michel Foucault, nei suoi corsi al Collège de France, aveva elaborato il concetto di biopolitica per descrivere quella trasformazione del potere moderno che non si limita più a disciplinare i corpi individuali ma ambisce a governare le popolazioni come entità biologiche aggregate — nascite, morti, migrazioni, salute, sessualità. Il sovrano pre-moderno aveva potere di vita e di morte sui propri sudditi; il potere moderno invece «fa vivere e lascia morire», gestisce statisticamente la vita collettiva.

Il decreto Sicurezza si inscrive pienamente in questa tradizione, eppure la aggiorna con strumenti inediti. La sua logica fondamentale non è punitiva — almeno non soltanto — ma gestionale. Il migrante non è più soltanto il soggetto da espellere o da integrare, ma diventa un flusso da ottimizzare, un dato da processare, un costo da minimizzare. L’istituzione del rimpatrio volontario assistito con incentivo economico rivela questa razionalità con chiarezza quasi pedagogica: lo Stato non obbliga, non deporta con la forza (almeno in questa specifica previsione), ma crea le condizioni affinché il migrante «scelga» di andarsene. Una libertà di scelta, questa, che è in realtà una libertà costretta — configurata dall’assenza di alternative dignitose, dalla precarietà del soggiorno, dalla pressione burocratica.

Giorgio Agamben, sviluppando e radicalizzando Foucault, ha mostrato come il potere biopolitico produca necessariamente delle zone di eccezione — spazi in cui la norma è sospesa e i corpi vengono ridotti alla «nuda vita», cioè all’esistenza biologica spogliata di ogni valore giuridico e politico. I centri di permanenza temporanea per i migranti, le procedure accelerate di rimpatrio, la condizionalità economica dell’assistenza legale: tutto ciò costruisce, mattone dopo mattone, una zona grigia in cui i diritti sono promesse precarie e le garanzie giurisdizionali dipendono dall’esito di un procedimento amministrativo. Non si tratta di un campo nel senso letterale, ma di un dispositivo funzionalmente analogo: uno spazio di sospensione della pienezza del diritto.

La biopolitica del decreto Sicurezza non si rivolge soltanto agli stranieri. La sua logica di controllo si estende capillarmente anche ai cittadini italiani, modulando le condizioni di sicurezza pubblica, di sorveglianza urbana, di gestione dell’ordine. Una legge sulla «sicurezza» è per sua natura una legge sulla circolazione dei corpi nello spazio pubblico — e ogni restrizione alla circolazione è, al tempo stesso, una ridefinizione dei confini di ciò che è tollerabile, visibile, ammissibile nella sfera comune. Sicurezza e controllo non sono opposti: sono i due volti di un medesimo dispositivo.

Il regime tecno-politico, ovvero sorveglianza e capitalismo della piattaforma

Negli ultimi due decenni, parallelamente alla progressiva erosione dei diritti sociali e all’intensificazione delle politiche di sicurezza, si è affermato un nuovo paradigma di potere che Shoshana Zuboff ha definito «capitalismo della sorveglianza». Le grandi piattaforme digitali — Google, Meta, Amazon e le loro equivalenti cinesi — hanno sviluppato la capacità di raccogliere quantità straordinarie di dati comportamentali, trasformarli in prodotti predittivi e venderli sul mercato dei futures comportamentali. Il risultato è un’economia fondata sull’estrazione sistematica di informazioni sull’esperienza umana, utilizzate non per migliorare i prodotti offerti agli utenti, ma per modificarne i comportamenti a beneficio di terzi.

Questo capitalismo della sorveglianza non esiste in un vuoto politico. Si intreccia con le strutture statali in modi che variano da paese a paese ma che mostrano ovunque una tendenza comune: lo Stato adotta le tecnologie della sorveglianza privata — o ne favorisce lo sviluppo — per rafforzare le proprie capacità di controllo. In Italia, come in tutta Europa, le politiche migratorie hanno rappresentato il laboratorio principale di questa ibridazione. Il riconoscimento facciale nei porti e negli aeroporti, le banche dati biometriche dei richiedenti asilo, i sistemi algoritmici di valutazione del rischio applicati alle domande di protezione: tutto questo è già presente, con diversi gradi di trasparenza e legalità, negli apparati amministrativi europei.

Il decreto Sicurezza non menziona esplicitamente queste tecnologie — sarebbe politicamente imprudente — ma le presuppone e le consolida. La logistica del rimpatrio volontario assistito richiede capacità di tracciamento: sapere dove si trova il migrante, monitorare il suo percorso burocratico, verificare la sua partenza. Richiede database interoperabili tra forze dell’ordine, prefetture, ambasciate e organizzazioni intermediarie. Richiede, in ultima analisi, un’infrastruttura tecnologica di sorveglianza che esiste già e che la nuova legge contribuisce ulteriormente a legittimare e ramificare.

C’è una proporzione inquietante, e non casuale, tra la restrizione dei diritti in nome della sicurezza e l’espansione della sorveglianza tecnocapitalistica. Non si tratta di una coincidenza contingente né di una mera correlazione statistica: è una logica strutturale. Ogni volta che lo Stato restringe uno spazio di libertà — la libertà di movimento, la libertà di ricevere assistenza legale senza condizionamenti economici, la libertà di permanere sul territorio — crea al tempo stesso la necessità di meccanismi di verifica, di controllo, di monitoraggio. E questi meccanismi, nell’era digitale, vengono inevitabilmente delegati o co-gestiti con attori privati dotati di capacità tecnologiche superiori a quelle dei soggetti pubblici.

Siamo di fronte, dunque, a un regime tecno-politico in senso proprio: un sistema di potere in cui la tecnologia non è soltanto uno strumento al servizio della politica, ma ne costituisce la struttura portante, ne determina le possibilità, ne orienta le scelte. Un regime in cui la distinzione tra pubblico e privato, tra Stato e mercato, tra sicurezza e profitto, si fa sempre più sfumata e difficile da tracciare. Un regime che produce norme come il decreto Sicurezza non nonostante la sua vocazione tecnologica, ma proprio in virtù di essa.

La mercificazione del diritto e il compenso condizionato

L’articolo 30-bis del decreto originale merita un’analisi autonoma, perché condensa in poche righe normative una trasformazione culturale di portata enorme. Il compenso di 615 euro per l’assistenza al rimpatrio, nella sua versione originaria, era subordinato all’effettiva partenza del migrante. Questa clausola trasformava il rapporto di assistenza legale — strutturalmente asimmetrico e fiduciario — in un contratto di risultato a incentivo. Non si paga per la competenza, per il tempo, per l’impegno professionale: si paga per l’esito. E l’esito, in questo caso, coincide con la rimozione di un essere umano dal territorio nazionale.

La logica di mercato applicata al diritto non è nuova. I sistemi di «conditional fee arrangements» esistono in molti ordinamenti anglosassoni. Ma la sua applicazione specifica al campo dei rimpatri forzati — o pseudo-volontari — rappresenta un salto qualitativo. Crea un sistema in cui chi dovrebbe tutelare i diritti del migrante ha un interesse economico diretto nell’esito della sua espulsione. Anche nella versione corretta — compenso alla conclusione del procedimento, non alla partenza — il problema strutturale rimane: la logica del risultato penetra in un ambito che dovrebbe essere governato dalla logica della garanzia.

Karl Polanyi, nel suo magistrale «La grande trasformazione», aveva mostrato come il capitalismo moderno tenda a trattare come merci ciò che per sua natura non può esserlo — la terra, il lavoro, la moneta. Il diritto alla difesa legale appartiene a questa categoria di «merci fittizie»: può essere parzialmente commodificato, ma a un costo sociale e morale che il mercato non è in grado di computare. Quando si subordina l’assistenza giuridica a un incentivo economico legato all’esito espulsivo, si compie esattamente questa operazione: si finge che il diritto sia una merce come le altre, soggetta alla logica del profitto e del risultato.

Il Consiglio Nazionale Forense aveva intuito questo pericolo e aveva reagito con insolita fermezza. La protesta degli avvocati non era soltanto corporativa — anche se sarebbe ipocrita negare che anche interessi di categoria fossero in gioco. Era una protesta di principio: contro la riduzione della professione legale a servizio strumentale di una politica governativa, contro la trasformazione del difensore in esecutore. La risposta del governo — eliminare il riferimento esclusivo all’avvocatura e aprire l’assistenza ad altri soggetti — suona paradossalmente come un’ammissione implicita: se il compito è così compromettente, allora che lo svolgano figure meno tutelate dalla deontologia professionale.

Resistenza, memoria e il 25 aprile come specchio

La tempistica del voto finale — la vigilia del 25 aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo — non era casuale nella percezione dell’opposizione, anche se probabilmente lo era nella logistica parlamentare. I banchi dei partiti avversari alla maggioranza hanno risuonato del canto partigiano di «Bella ciao». Riccardo Ricciardi del Movimento 5 Stelle ha aperto il suo intervento con un augurio di buon 25 aprile. Chiara Braga, capogruppo del Partito Democratico, ha indossato il fazzoletto dell’Anpi — l’associazione partigiani — come gesto simbolico di resistenza.

La replica della maggioranza, affidata al deputato di Fratelli d’Italia Gianfranco Rotondi, ha scelto la strada della delegittimazione simbolica. L’opposizione, ha detto Rotondi, strumentalizza la festa della Liberazione per fini di «denigrazione politica». Ha ricordato che il 25 aprile fu istituito da Alcide De Gasperi — democristiano, non comunista — per unire il Paese. Ha lamentato l’uso divisivo di «Bella ciao». Eppure, al di là delle polemiche di superficie, questo scontro rivela qualcosa di più profondo: l’incapacità strutturale della destra italiana di fare i conti con la propria storia e di pronunciare con franchezza la parola «antifascismo». Una parola che, stranamente, non riesce ancora a trovare posto nel vocabolario ufficiale di chi governa.

Ma il richiamo alla Resistenza non è soltanto retorica parlamentare. È anche una domanda filosofica sul significato della democrazia in tempi di crisi. La Resistenza italiana non era soltanto una lotta armata contro un’occupazione straniera: era un progetto politico di rifondazione del patto civile, di costruzione di uno Stato fondato sul riconoscimento universale della dignità umana. Questo progetto si è cristallizzato nella Costituzione del 1948 — un testo che continua a porre limiti sostanziali alle leggi ordinarie, anche quando queste vengono approvate con voti di fiducia e decreti correttivi lampo.

La domanda che il decreto Sicurezza pone — implicitamente, ma con forza — è se quella Costituzione sia ancora in grado di arginare le derive autoritarie di un sistema di potere sempre più tecnocrático e securitario. Se la biopolitica dello Stato possa ancora essere temperata dal primato dei diritti fondamentali. Se la sorveglianza digitale possa essere regolata da una carta scritta in un’epoca in cui il computer era fantascienza. La risposta non è scontata — e questa incertezza è forse il segnale più preoccupante del momento che stiamo attraversando.

Il paradosso della sicurezza: più controllo, meno libertà, più vulnerabilità

C’è un paradosso al cuore di ogni politica securitaria che si spinga oltre certi limiti: più si restringe la libertà in nome della sicurezza, più si crea vulnerabilità sistemica. Non perché la sicurezza sia un valore falso — è un bene reale, necessario, che lo Stato ha il dovere di garantire. Ma perché le misure di sicurezza che si fondano sulla compressione dei diritti e sulla sorveglianza pervasiva producono effetti collaterali che nel lungo periodo erodono la stessa coesione sociale che pretendono di tutelare.

Una società in cui la mobilità delle persone è monitorata capillarmente, in cui l’assistenza legale è condizionata a incentivi economici governativi, in cui le categorie di soggetti «a rischio» vengono gestite con logiche algoritmiche opache, è una società che ha scelto l’efficienza amministrativa sopra la giustizia procedurale. Nel breve periodo può sembrare una scelta razionale — e certamente lo è dal punto di vista dell’ottimizzazione burocratica. Nel lungo periodo, però, produce un clima di sfiducia generalizzata nelle istituzioni, alimenta le narrazioni populiste che identificano lo Stato con il nemico, e crea le condizioni per derive ulteriori.

Il capitalismo della sorveglianza non è neutrale rispetto a questo processo: al contrario, lo alimenta attivamente. Le piattaforme digitali prosperano sull’ansia sociale, sull’indignazione, sul conflitto — emozioni che massimizzano l’engagement e quindi il valore dei dati estratti. Un sistema politico che si fonda sulla paura — del migrante, del crimine, del diverso — è un sistema che fornisce continuamente al capitalismo della sorveglianza il carburante emotivo di cui ha bisogno. Sicurezza e sorveglianza non si oppongono: si alimentano reciprocamente in un circolo che tende all’autoriproduzione e all’espansione.

Per spezzare questo circolo non basta una legge correttiva approvata in seduta lampo. Occorre ripensare le premesse culturali e politiche che rendono possibile — e popolare — la logica securitaria. Occorre costruire una narrazione alternativa della sicurezza, che non si fondi sull’esclusione e sulla sorveglianza, ma sul rafforzamento dei legami comunitari, sulla redistribuzione della ricchezza, sull’investimento nell’istruzione e nella sanità. Una sicurezza che non sia il contrario della libertà, ma la sua condizione di possibilità.

Conclusioni: l’Italia come laboratorio del nuovo autoritarismo soft

Il decreto Sicurezza approvato dal Parlamento italiano il 24 aprile 2026 non è un evento isolato nella storia politica europea. È un tassello di un mosaico più ampio che si va componendo da anni in tutto il continente: la progressiva normalizzazione di misure eccezionali, la routinizzazione dell’emergenza come modalità ordinaria di governo, l’ibridazione sempre più stretta tra apparato statale e infrastruttura tecnologica privata. Un mosaico che disegna i contorni di quello che potremmo chiamare un «autoritarismo soft»: non la dittatura del Novecento, con i suoi apparati repressivi espliciti e le sue ideologie totalizzanti, ma qualcosa di più sottile e pervasivo — un sistema di controllo che si legittima attraverso il consenso democratico, che usa il linguaggio della sicurezza e dell’efficienza, che delega alla tecnologia ciò che un tempo richiedeva la violenza esplicita.

L’Italia, con la sua tradizione politica turbolenta, la sua lunga familiarità con le emergenze reali e costruite, la sua vulnerabilità alle narrazioni identitarie e securitarie, si presta particolarmente bene al ruolo di laboratorio. Ciò che viene sperimentato qui — le tecniche legislative, i dispositivi normativi, le alleanze tra maggioranze di governo e tecnologie di controllo — tende a circolare e a replicarsi altrove, con le inevitabili variazioni locali. Il decreto Sicurezza è anche questo: un esperimento, un prototipo, un modello che altri potrebbero adottare.

La resistenza a questo processo — e una resistenza è non solo possibile ma necessaria — non può essere puramente parlamentare. Le opposizioni a Montecitorio hanno cantato «Bella ciao» e indossato fazzoletti partigiani: gesti importanti sul piano simbolico, ma insufficienti sul piano strategico. Una resistenza efficace richiede la costruzione di coalizioni più ampie — tra movimenti sociali, avvocati, accademici, giornalisti, attivisti digitali — capaci di sfidare il regime tecno-politico non soltanto nelle aule parlamentari, ma nei tribunali, nelle piazze, negli spazi digitali, nelle università. Richiede una nuova cultura politica che sappia parlare di sicurezza senza rassegnarsi alla logica della sorveglianza.

Il 25 aprile — quella data che incombe sul dibattito parlamentare come un anacronismo vivente — ci ricorda che le trasformazioni politiche più profonde non vengono dall’alto, dai Consigli dei ministri che si riuniscono in seduta lampo, ma dal basso, dai movimenti che scelgono di non accettare la realtà come data. La Resistenza italiana non ha vinto perché era militarmente superiore al nazifascismo: ha vinto perché aveva un’idea più forte, più giusta, più umana di come doveva essere organizzata la convivenza. Oggi abbiamo bisogno di un’idea altrettanto forte — e altrettanto concreta — di ciò che vogliamo opporre al regime tecno-biopolitico che si sta costruendo, norma dopo norma, decreto dopo decreto, sotto i nostri occhi.

La sicurezza è un diritto. La sorveglianza è un pericolo. La differenza tra le due non si misura in voti parlamentari, ma nella qualità della vita che siamo disposti a difendere — e di quella che siamo disposti a concedere.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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